Atto IV

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Atto III Atto V

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ATTO QUARTO.

SCENA PRIMA.

Friport e Fabrizio.

Friport. Ho piacere che sia venuto da voi quel galantuomo che meco ha viaggiato.

Fabrizio. M’immagino che voi sapete chi è.

Friport. Non so niente.

Fabrizio. È molto che in un viaggio di parecchi mesi non gli abbiate fatta qualche interrogazione.

Friport. Io non dico i fatti miei, e non domando quelli degli altri.

Fabrizio. Come dunque vi siete interessato a provvederlo d’alloggio?

Friport. Voi siete un uomo da bene: mi parve egli onest’uomo. Credo che stiate bene insieme; ed ho avuto intenzione di far cosa buona per tutti e due. [p. 228 modifica]

Fabrizio. Per parte mia vi ringrazio. Non so poi s’egli rimarrà soddisfatto. Mi pare di un carattere singolare. Non vuol vedere nessuno; si è chiuso in camera; e quando ho mandato le genti di casa mia per servirlo in tavola, prima d’aprire ha voluto sapere chi erano, cosa volevano, e ha fatto loro cento interrogazioni.

Friport. Caratteri, temperamenti: il mondo è bello per questo.

Fabrizio. Quest’uomo mi dà sospetto. È troppo guardingo; teme troppo di tutto.

Friport. Caro amico, voi siete un albergatore. Fate il vostro mestiere, e non pensate più in là.

Fabrizio. Dite benissimo. Così soglio far per l’appunto; e così ho fatto finora con questa giovane sconosciuta.

Friport. A proposito. Non mi ricordava più che ci fosse.

Fabrizio. Possibile che non vi ricordaste di lei?

Friport. Da galantuomo, non mi passava1 per mente.

Fabrizio. Vi ricorderete bene d’averla beneficata.

Friport. Non è necessario ch’io me lo rammenti. Chi fa del bene senza interesse, può scordarselo senza difficoltà.

Fabrizio. Non ha voluto ricevere le cinquanta ghinee.

Friport. Peggio per lei.

Fabrizio. Io per altro, se vi contentate, le terrò in deposito per le sue occorrenze.

Friport. Sono nelle mani di un galantuomo.

Fabrizio. (Questi è veramente uomo dabbene!)

Friport. Oggi non ho niente che fare. Sono venuto qui a passare il resto della giornata. Fatemi portare il caffè. Se vuol venire l’incognita, mi divertirò. (siede al tavolino)

Fabrizio. Sapete il di lei costume. Sarà difficile ch’ella venga.

Friport. Se non vuol venire, tralasci. Andate dal mio compagno di viaggio: ditegli ch’io sono qui. Ditegli se vuole che ci rivediamo prima ch’io parta.

Fabrizio. Siete in disposizione di partir presto? [p. 229 modifica]

Friport. Prestissimo.

Fabrizio. Per dove?

Friport. Siete un poco curioso, signor Fabrizio.

Fabrizio. Scusatemi. Egli è perchè ho dell’amore per voi.

Friport. Egli è perchè avete della curiosità.

Fabrizio. Siete voi disgustato per questo?

Friport. Buon amico, fatemi portare il caffè, buon amico. (con giovialità)

Fabrizio. Vi servo subito. (Di questi uomini se ne danno pochi nel mondo. (s’accosta alla scena) Ehi! porta il caffè per il signor Friport.

Fabrizio2. Ecco il caffè, signore.

Friport. Lasciatemi qui le tazze, la coccoma, lo zucchero ed ogni cosa. Voglio berne una, due, tre chicchere, quante voglio: andate. (al servitore, che parte)

Fabrizio. Lasciatevi servire. (vuol versar il caffè)

Friport. No, voglio far da me: mi diverto. (si va servendo da sè)

Fabrizio. (Accomodatevi). Come! Un messo del Criminale? Qui non vengono di queste genti: che cosa vorrà costui? (osservando)

SCENA II.

Un Messo e i suddetti.

Messo. Siete voi, messer Fabrizio?

Fabrizio. Sì, signore, son io.

Messo. Il padrone di questo albergo?

Fabrizio. Per l’appunto.

Messo. Avete voi presentemente una Scozzese che si chiama Lindana?

Fabrizio. È verissimo.

Messo. Io vengo ad arrestarla per ordine della Corte. Ecco la mia commissione in iscritto. (mostra un piccolo foglio)

Fabrizio. (io non ho più una goccia di sangue). [p. 230 modifica]

Friport. (Povera fanciulla! me ne dispiace infinitamente).

Fabrizio. Che vuol dire? Che cosa è questa? ti ella forse in sospetto? Mi maraviglio. Ella è onestissima, e nel mio albergo non alloggiano avventuriere.

Messo. Con me non vagliono queste ragioni. Serbatele per chi ha da farne la cognizione. Io ho da eseguire gli ordini che mi son dati. O venga meco in prigione, o dia una sicurtà di stare agli ordini della Giustizia.

Fabrizio. Mi farò io mallevadore: la mia casa, i miei beni, la mia persona.

Messo. La vostra persona è lo stesso che niente. La casa può essere che non sia vostra; e i vostri beni, dove sono fondati? Le parole non servono. Vi vogliono capitali, o contanti.

Friport. Ehi! galantuomo (se non isbaglio), venite qui. Io mi chiamo Friport; son conosciuto alla Borsa; son negoziante; ho de’ fondi, de’ capitali: mi rendo io cauzione della fanciulla.

Messo. Perdonatemi, signore, io non vi conosco.

Friport. Aspettate. (tira fuori una lunga borsa) Questi li conoscete? (mostrando la borsa piena d’oro)

Messo. Sì, signore: depositate cinquecento ghinee, e sottoscrivetevi.

Friport. Cinquecento, mille, duemila, e quanto bisogna. Ma a chi devo depositarle?

Messo. Nelle mie mani.

Friport. Voi non vi fidate di me, ed io non mi fido di voi; le depositerò al magistrato.

Messo. Andiamo dunque.

Friport. Andiamo.

Fabrizio. Ah! signor Friport, questa è una carità fioritissima.

Friport. Non parlate: lo faccio assai volentieri. (incamminandosi)

Fabrizio. E di più avete ancora da incomodarvi colla persona.

Friport. Chi non s’incomoda, non fa servizio. Fate che il mio caffè si mantenga caldo. Verrò a terminare di prenderlo. (parte col messo) [p. 231 modifica]

SCENA III.

Fabrizio. I Giovani vengono a levare il caffè.

Fabrizio. Io non so da che possa provenir questo fatto. Non crederei che monsieur la Cloche avesse macchinato, per vendicarsi e di lei e di me. Fortuna che si è trovato il signor Friport! Quella povera figlia sarebbe morta di spasimo, di rossore: non vo’ nemmeno ch’ella lo sappia. Non si deggiono dire i pericoli alle persone, se non quando son del tutto passati.

SCENA IV.

Marianna e il suddetto.

Marianna. Signor Fabrizio, di voi appunto veniva in traccia.

Fabrizio. (E di questa povera disgraziata che cosa sarebbe stato?)

Marianna. La mia padrona si è risolta a prender cibo. Mandatele qualche cosa di buono, qualche galanteria di buon gusto.

Fabrizio. È inutile ch’io gliela mandi. Ella non mangia; e voi per oggi non ne avete bisogno.

Marianna. Oh, ella non è più tanto afflitta: si ristorerà volentieri.

Fabrizio. (Se lo sapesse, sarebbe più addolorata che mai).

Marianna. Che dite? Non vi pare ch’io ancora sia più del solito rasserenata?

Fabrizio. Così mi pare.

Marianna. Ciò viene perchè la mia padrona principia anch’ella a rasserenarsi.

Fabrizio. (Prego il cielo che non venga a penetrare la sua disgrazia!)

Marianna. Mi pare, signor Fabrizio, che siate ora più rattristato di noi.

Fabrizio. Sì, è vero: ho qualche cosa che mi conturba.

Marianna. Mi dispiace, perchè ora vorrei che principiassimo a divertirci un poco. [p. 232 modifica]

Fabrizio. Da che procede questo nuovo spirito d’allegrezza?

Marianna. Oh! procede da qualche cosa che ci fa piacere.

Fabrizio. Consolatemi dunque. Mettetemi a parte di qualche nuova felice.

Marianna. Io non parlo, signor Fabrizio. Io non sono di quelle serve che palesano i fatti delle padrone.

Fabrizio. Per questa parte vi lodo.

Marianna. Per altro, s’io non avessi palesato un certo fatto, non ci sarebbe arrivato quel bene che ci è arrivato.

Fabrizio. E partecipando a me qualche cosa, potrebbe darsi che non vi chiamaste scontenta.

Marianna. Sentite: a parlarvi schietto, ho più volontà io di dirvelo, che voi di saperlo. Ma ho promesso di non parlare.

Fabrizio. Ha ricevuto qualche lettera la vostra padrona?

Marianna. No, non ha avuto lettere.

Fabrizio. È stato qualcheduno a parlar con lei?

Marianna. Piuttosto.

Fabrizio. Quando?

Marianna. Quando per grazia vostra io era a tavola a desinare con voi.

Fabrizio. Si può sapere chi fosse?

Marianna. Non posso dirlo. Bastavi di sapere per ora, che quanto prima si saprà la mia padrona chi è; e la vedrete forse in un altro stato.

Fabrizio. Ha parlato con persona che la conosce?

Marianna. Sì, certo; quella persona l’ha conosciuta, e le farà del bene; ed io ho il merito di avere fatto questa scoperta,

Fabrizio. Ah! Marianna, guardatevi che non siate tradite.

Marianna. Come! perchè tradite?

Fabrizio. So io quel che dico. Non vi fidate. Vi sono in aria de’ tradimenti.

Marianna. Eh! quella persona non è capace.

Fabrizio. Non so chi sia la persona di cui parlate; ma posso dirvi di certo che la vostra padrona è in pericolo.

Marianna. Eh! via; voi lo fate per iscavarmi. [p. 233 modifica]

Fabrizio. Io non son uomo da inventare artifizi; e se vi dicessi una cosa, vi farei tremare.

Marianna. Ditemela, per amor del cielo.

Fabrizio. Se potessi sperare che non lo diceste a Lindana....

Marianna. Non sapete chi sono? Non vedete con qual gelosia custodisco i segreti?

Fabrizio. Basta; non so che dire. Volea risparmiare a lei ed a voi una novella afflizione; ma veggendo ch’ella si confida in persona che potrebbe tradirla, son forzato a dire quel ch’è accaduto; e se vi pare, fate ch’ella lo sappia, che non mi preme. Poc’anzi è qua venuto un messo della Corte per arrestarla.

Marianna. Chi?

Fabrizio. La vostra padrona.

Marianna. E io?

Fabrizio. Può essere ancora voi.

Marianna. Povera me! possibile che quell’inumano ci abbia tradite? Ah! sì, non può esser altri. Egli solo sa chi è la padrona. Egli solo può aver interesse nella sua rovina. Ha ingannato me; ha ingannato la povera sfortunata.

Fabrizio. E chi è questi? Si può sapere?

Marianna. Sì, è quel perfido, è quell’ingrato di milord Murrai.

Fabrizio. Ah! che dite mai? Milord non è capace di un tradimento.

Marianna. Non può esser altri, vi dico. So io quel che parlo; non può esser altri; ed è necessario che la mia padrona lo sappia.

Fabrizio. No, sospendete. Assicuriamoci prima donde venga la indegna azione.

Marianna. E che? Vogliamo aspettare che vengano a prender lei e me, ed a condurci in prigione?

Fabrizio. Non vi è pericolo. Quel buon uomo del signor Friport è andato ora a farsi mallevadore per lei,

Marianna. E per me?

Fabrizio. Ci s’intende. [p. 234 modifica]

Marianna. Eh! non so niente io. Dubito che la sicurtà non basti.

Fabrizio. Perchè non ha da bastare? Non vi sono delitti; è un semplice sospetto contro di una persona non conosciuta.

Marianna. Sì, sì, sospetti! Sapete voi che si tratta di un padre bandito e di una famiglia disterminata?

Fabrizio. Come, come? Raccontatemi.

Marianna. No, no, non voglio che possano dire ch’io dico. Ho parlato una volta; e così non avessi parlato. Voglio avvisar di ciò la padrona. (in atto di partire)

Fabrizio. No; sentite....

Marianna. Oh! la voglio avvisare sicuramente. (entra in camera)

Fabrizio. Faccia quel che diamine vuole. Mi son finora imbarazzato anche troppo. Ho sentite cose da inorridire. Sarei in caso di licenziarla subito da quest’albergo, ma non mi dà l’animo; son di buon cuore. Finalmente un albergatore non è risponsabile de’ forestieri. Mi spiacerebbe il suo male, e non mi pentirò mai d’averle fatto del bene. Viene Milord.... Mi pare impossibile.... Eppure potrebbe darsi. Vo’ stare in attenzione di quel che accade. (parte)

SCENA V.

Milord Murrai.

Ognora s’accrescono le mie confusioni. Miledi è arrestata; ed havvi chi sagrifica per la di lei libertà l’importante somma di cinquecento ghinee? Non crederei tutto questo, se non lo avessi riscontrato cogli occhi miei. Dunque non sono io solo a parte de’ suoi segreti; ma sono il solo a cui si volevano tener celati, e sono l’ultimo a rilevarli. Il mercatante non si farebbe mallevadore di una fanciulla senza conoscerla, e non arrischierebbe tal somma senza esserne interessato. Ah! chi sa che l’interesse che lo conduce non sia l’amore? Oh cieli! Mentre io lavoro per la sua salvezza, mi veggio a fronte degli sconosciuti rivali: altri per perderla, altri per conquistarla, e [p. 235 modifica] tutti per render vane le cure dell’amor mio. Ed io seguirò dunque ad amarla? Non cercherò di staccarmela dalla memoria e dal seno? Ah! una stilla di quell’odio ch’ebbe il padre mio per la sua famiglia, basterebbe a farmi estinguere la mia passione. Ma oh dei! la pietà è il mio sistema; ed è troppo in me radicato l’amore. Stelle! A che son io qua venuto? A piangere o a rimproverarla? Non lo comprendo io medesimo. Il cuore mi ci ha condotto, e il piede ha seguitato le traccie della mia passione. Oimè! si apre la camera di quell’ingrata. Il sangue mi si gela nel petto: pavento de miei trasporti. Veggiam chi n’esce; prendiamo tempo a risolvere. (si ritira)

SCENA VI.

Lindana e Marianna.

Marianna. Andiamo, signora mia, andiamo fuori di questa casa. Qui non siamo sicure.

Lindana. Oh cieli! non so quel che mi faccia. Parlo, e non mi capisco da me medesima. M’incammino, e non so per dove. Sono in pericolo nelle mie stanze: lo accresco, se all’altrui vista mi espongo. Mi abbandona Fabrizio; tu sola mi animi, tu mi consigli, tu incauta, tu sciagurata, che mi hai per imprudenza precipitata!

Marianna. Ammazzatemi per carità, ma non mi rimproverate d’avvantaggio. Son così afflitta, sono a tal segno mortificata.... (piange)

Lindana. Ah! chetati, s’è ver che mi ami: compatisci le smanie d’un cor perduto. Non condanno la tua fedeltà, ma la soverchia tua confidenza. E questa ancora è degna di qualche scusa. Ti fidasti di milord Murrai, di cui io medesima mi son fidata. Chi mai avrebbe creduto che l’uomo perfido, menzognero, celasse l’antico sdegno sotto la maschera dell’amore, e mi strappasse dal labbro la sicurezza dell’esser mio, non per altro che per tradirmi? Ah! Murrai, tu assassinarmi? Tu darmi in braccio della Giustizia? [p. 236 modifica]

SCENA VII.

Milord e le suddette.

Milord. Ah! qual perfida lingua, qua! lingua indegna può macchiar di sì nera colpa il mio nome, l’onor mio, la mia fede?

Lindana. Sostienmi: non mi reggo in piedi. (a Marianna, appoggiandosi)

Marianna. Un cane, una tigre non avrebbe il cuore che voi avete. (a Milord, sostenendo Lindana)

Milord. A me un tale insulto? In faccia mia si ardisce ancora di sostenere una calunnia sì orrida, sì vergognosa?

Marianna. E chi era altri che voi informato della padrona?

Milord. Lo sarà stato meglio di me chi avrà meritato prima la sua confidenza; lo sarà per lo meno colui che collo sborso di cinquecento ghinee si è fatto un merito nel cuore della tua padrona.

Lindana. Non insultate una sventurata nella parte almen dell’onore. Il denaro che questa mane mi ha offerto Friport, fu da me ricusato. (con mestizia)

Milord. Vorreste farmi anche in ciò travedere. L’ho veduto io stesso depositar il danaro nelle mani del ministro di Corte, per liberarvi dalla carcere in cui vi volevano rinserrata.

Lindana. Ah misera! Ah disperata ch’io sono! A me carcere? A me un tale sfregio? Evvi per me chi ardisce pagar denaro? Io la favola del paese? Io il ludibrio del mondo? Oh rossore! Oh vergogna! Non vo’ più vivere; non vo’ più soffrire. Un ferro, un veleno, una morte: una morte per carità!

SCENA VIII.

Fabrizio e i suddetti.

Fabrizio. Cosa sono questi rumori?

Milord. Ah! Fabrizio, disingannatele. Sono creduto io il traditore.

Fabrizio. Acchetatevi, signora mia. Ho saputo ogni cosa. So donde il male è venuto. So gli equivoci che si son presi. Vi [p. 237 modifica] dirò tutto. Ma qui non istiamo bene: entriamo nella vostra camera.

Lindana. No; non sarà mai vero....

Fabrizio. Presto, presto: vien gente. Questa volta comando io. (la prende per una mano) (Conviene fare così in questi casi).

Lindana. Ah! sono avvilita; sono perduta. Salvatemi l’onor mio, e sagrificatemi qual più vi aggrada, (parte con Fabrizio. Tutti entrano nelle stanze di Lindana, e si chiude la porta.)

SCENA IX.

Il Conte solo.

Oimè! qual voce intesi? Qua! voce mi ha penetrato nel cuore? Parvemi quella della mia cara figlia. Ma qui non veggio nessuno; e qui mi parve d’averla udita. Oh! amor paterno. Tu fai sognare ad occhi veglianti; e non è strano che un’immagine vivamente impressa nell’animo alteri la fantasia e la riscaldi. Fra l’agitazione del sangue e la violenza del moto mi vacillano le ginocchia talmente, che non son sicuro di poter risalire le scale. La sala è libera; non c’è nessuno; vo’ prender fiato. (siede presso al tavolino)

SCENA X.

Friport, Servitori e il suddetto.

Friport. Portatemi il mio caffè, le mie tazze, il mio zucchero, che non voglio perdere il piacere che ho tralasciato. (al servitore, che porta.)

Conte. Oimè! vien gente. È l’amico Friport: manco male. (s’alza, poi torna a sedere)

Friport. Oh! amico, vi saluto. Ho piacere di vedervi.

Conte. Desiderava io pure sì buon incontro.

Friport. Siete voi contento di quest’albergo?

Conte. Dell’albergo son contentissimo; ma il clima di Londra mi par non mi conferisca. [p. 238 modifica]

Friport. Oh! siete voi di quelli che sentono la differenza dei climi? A me si confanno tutte le arie; io sto ben da per tutto. Mangio, bevo, dormo, fo le faccende mie egualmente in Londra, in Ispagna, nell’America, e dove mi trovo.

Conte. Felice voi, che avete sì buon temperamento.

Friport. Venite qua; prendete meco il caffè.

Conte. Lo prenderò volentieri. (il servitore si accosta per servirlo)

Friport. Andate via: non ho bisogno di voi. (il servitore parte. Friport versa il caffè e Io porge al Conte.)

Conte. Vien gente, mi pare. (colla tazza in mano)

Friport. Lasciate che vengano.

Conte. Scusatemi. (s’alza colla tazza in mano)

Friport. Di che avete paura?

Conte. In quella stanza crediamo noi che ci sia nessuno? (accenna una camera in fondo.)

Friport. Quando è aperta, non ci dovrebbe esser nessuno.

Conte. Permettetemi ch’io goda la mia libertà: son così fatto. Son zotico, lo conosco; scusatemi. (Mi trema la mano, mi trema il cuore). (parte3)

SCENA XI.

Friport, poi Miledi Alton.

Friport. È originale. Non può vedere nessuno. (va prendendo il suo caffè)

Miledi. (Credo sia questi il signor Friport. Ai segni che mi hanno dati, son quasi certa di non ingannarmi. Vo’ sapere da lui chi sia l’incognita ch’egli protegge).

Friport. (Scommetto che in tutta Londra non si dà il caffè sì ben fatto). (senza badare a Miledi)

Miledi. Signore. (a Friport)

Friport. (Si cava un poco il cappello senza alzarsi, e beve.)

Miledi. Voi non mi conoscete.

Friport. Non mi pare. [p. 239 modifica]

Miledi. Io sono miledi Alton.

Friport. Miledi. (s’alza un poco, la saluta, e torna a sedere)

Miledi. Siete voi il signor Friport?

Friport. Per obbedirvi. (senza muoversi)

Miledi. Ho desiderio di parlare con voi.

Friport. (Già prevedo cosa vorrà: danari in prestito; sarà una di quelle che spendono più di quello che possono).

Miledi. (Questi uomini ricchi non rispettano la nobiltà). Posso parlarvi, signore?

Friport. Perchè no? (seguendo il fatto suo)

Miledi. Vi veggio occupato.

Friport. Se vi piace, vi farò servire. (offerendole il caffè)

Miledi. No, non m’occorre.

Friport. Lasciate dunque che mi serva io. (beve)

Miledi. Ehi! (chiama, e viene un servitore) Da sedere. (il servitore le dà da sedere, e parte) Signor Friport, vorrei che mi faceste un piacere.

Friport. Ch’io possa.

Miledi. Vorrei che mi faceste la finezza di dirmi chi sia colei che abita in quelle stanze.

Friport. Io non la conosco; ma non credo che le si debba dire colei.

Miledi. È qualche dama di condizione?

Friport. Io non la conosco.

Miledi. Non la conoscete? (burlandosi)

Friport. Io non la conosco, in parola d’onore.

Miledi. Eppure io so che la conoscete.

Friport. Oh bella! Quando vi dico in parola d’onore.... Sapete voi che cosa vuol dire in parola d’onore?

Miledi. Non avete voi sborsato per cauzione di lei cinquecento ghinee?

Friport. Sì, ne avrei sborsate anche mille.

Miledi. E dite di non conoscerla?

Friport. Non la conosco.

Miledi. Sarete dunque invaghito delle sue bellezze. [p. 240 modifica]

Friport. Io? V’ingannate; non ci penso nemmeno.

Miledi. E si fa uno sborso di tal natura senza conoscere la persona e senza esserne innamorato?

Friport. E tutto quello che si fa a questo mondo, si ha da fare per interesse? È bandita la carità, la compassione, la provvidenza? (alterato)

Miledi. Compatitemi. Io non vi credo.

Friport. Se non volete credere, non so che farci. Lasciatemi prendere il mio caffè, e son contento.

Miledi. Se non volete dirmi chi sia colei, sarete obbligato a dirlo a chi avrà la forza e l’autorità di costringervi.

Friport. Il mio caffè. Miledi. (con impazienza)

Miledi. Il vostro silenzio vi fa essere a parte di quei sospetti....

Friport. (Ho capito. Andrò a terminare di prenderlo col mio camerata). (prende tazze, coccoma ecc. e s’incammina)

Miledi. Che maniera è la vostra? (s’alza)

Friport. Miledi. (la saluta, e parte colle suddette cose)

SCENA XII.

Miledi Alton, poi Milord Murrai.

Miledi. Uomo vile, nato nel fango, e reso superbo dallo splendore dell’oro. Ma gli farò costar cara la villania che mi usa. Ah! Murrai, per tua cagione soffrir mi tocca gli insulti; ma stanca sono di menar per te questa vita, e tu non meriti l’amor mio. Sì, mi staccherò dalla memoria e dal cuore quest’inumano. Ma non lascierò invendicati i miei torti. Saranno scopo di mia vendetta Friport, Lindana, Murrai, e tutti quelli che hanno eccitato le mie collere e il mio risentimento.

Milord. (Uscendo dalla camera di Lindana, parla sulla porta) Torno a momenti. Parlato ch’io abbia col signor Friport, tornerò dalla mia adorata Lindana. Fabrizio, aspettatemi.

Miledi. Ah! il perfido esce dalla sua diva. E ho da soffrire il confronto di una donna incognita, di una avventuriera sospetta? [p. 241 modifica] No, non fia vero. Lo tratterò come merita; e non potrà vantarsi almeno....

Milord. Voi qui, Miledi?

Miledi. Sì, ci sono per mio rossore.

Milord. Veramente non è cosa degna di voi il frequentare un pubblico albergo.

Miledi. Frutto del trattamento indegno che mi faceste.

Milord. Ah! Miledi, ritornate in voi stessa. Il cielo non ci ha fatto nascere per unirci insieme. Veggio con estremo cordoglio l’amore, la tenerezza che per me avete....

Miledi. Io amore? Io tenerezza per voi? V’ingannate: v’odio, vi detesto, v’abborro. Mi pento v’avervi amato: non penso a voi che con ira, e con ispirito di vendetta. Levatevi dal pensiere ch’io v’ami; e perchè la superbia vostra non vi lusinghi a credermi appassionata, ecco una prova dell’odio mio, ecco un testimonio ch’io vi abbandono per sempre. Mirate il foglio de’ vostri impegni, profanato dalla vostra barbara infedeltà. Lo lacero in faccia vostra, e fo di voi quel conto che meritate. (lacera la scrittura e la getta in terra)

Milord. (Raccoglie I pezzi del foglio stracciato, con placidezza) Miledi, io non so se debba dolermi o ringraziarvi di cotal atto. Finchè viveva al mondo un obbligo da me contratto per solo rispetto al mio genitore, dovea da voi dipendere per ottenere la libertà, e dispor di me stesso a seconda delle mie inclinazioni. Ora, sia giustizia o vendetta, mi rendeste libero; mi faceste padron di me stesso. Permettetemi dunque ch’io vi ringrazi....

Miledi. Ah! mi deridete ancora, indiscreto?

Milord. No, calmatevi per un momento, e ascoltatemi. Sapete che noi non siam padroni di noi medesimi: che ci comanda amore, e che siam costretti a obbedire. Sapete che quest’amore è un tiranno, che crudelmente si vendica di chi l’oltraggia. Quanti orribili esempi non ci atterriscono di quest’amore vendicativo! Matrimoni infelici, divorzi ingiuriosi, spose neglette, mariti esuli, famiglie precipitate. Avete mai udito per avven[p. 242 modifica]tura i disperati congiunti caricar di maledizioni il nodo, i consiglieri e gli amici? Noi, Miledi, noi ci troveremmo nel caso, se ad onta delle inclinazioni del cuore, se a dispetto di quell’amore che mi comanda, vi avessi porta la mano?4 Il cielo vi ama e vi protegge, allora quando vi credete più abbandonata. Questa eroica risoluzione che or vi tormenta, è quella stessa di un infermo che troncasi coraggiosamente una mano per non perdere la vita. Voi vi private d’un cuore che non sa amarvi, ed acquistate la libertà di farvi amare da chi più merita gli affetti vostri. Consolatevi adunque: vi concedano i numi sposo più degno, amor più felice, tranquillità più serena.

Miledi. Ah! Milord, il vostro ragionamento è artifizioso, è maligno. Meco non parlereste in tal guisa, se affascinato non foste dalle indegne fiamme di una femmina avventuriera.

Milord. Miledi, giudicate meglio di me e di quella ch’io amo. La sua condizione non mi può far arrossire. Ella non cede a veruna in nobiltà, e supera molte altre in virtù.

Miledi. Ho capito: altri rimproveri da voi non soffro. Godete della di lei bellezza; approfittate delle ammirabili sue virtù. Ma quanto è più virtuosa, se non cambiate costume, tanto meno la meritate. Per me vi lascio, vi abbandono per sempre. Sì, valerommi de’ vostri arguti concetti. Fui lungamente inferma nel cuore: saprò reciderne coraggiosa la parte infetta dal vostro amore; e superato il primo dolore, acquisterò col tempo la pace e la libertà. (parte)

Milord. Sian grazie ai numi. Vadasi subito a consolare Lindana con questo novello trionfo dell’amor mio. Ora posso offerirle un cuore libero da ogni catena. O donne amabili! O donne consolatrici! Pera chi vi rimprovera, chi v’insulta. L’una mi consola coll’amor suo; l’altra mi benefica col suo sdegno. (entra da Lindana)

Fine dell’Atto Quarto.


Note

  1. Così l’ed. Zatta. Nell’ed. Pasquali si legge passa.
  2. Così nelle edd. Pasquali, Zatta ecc. Ma le parole che seguono, sembrano pronunciate dal servitore.
  3. Manca la didascalia nelle principali edizioni.
  4. Nelle edizioni del Settecento c’è il punto fermo.