La Secchia rapita/Canto undecimo

Canto undecimo

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Canto decimo Canto duodecimo


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la


SECCHIA RAPITA


CANTO UNDECIMO.

________


ARGOMENTO.


Il Conte di Culagna entra in furore,
     E sfida a duellar Titta prigione.
     Ma sciolto che lo vede, ei perde il core,
     4E cerca di fuggir dal paragone.
     Vi si conduce alfine, e perditore
     Un nastro rosso il fa della tenzone.
     Della vittoria sua spande la nuova
     8Titta, e pentito poi se ne ritrova.

I.


Poichè la fama alfin con mille prove
     Mostrò l’infamie sue scoperte al Conte,
     E gli fece veder come si trove
     12Colla corona d’Atteone in fronte;1
     Contra la moglie irato in forme nuove
     Si volse a vendicar l’ingiurie e l’onte;
     E per farla morir con vituperio,
     16L’accusò di veleno e d’adulterio.

II.


Per tutto il campo allor si fe’ palese
     Quel ch’era prima occulto o almeno in forse.
     La donna francamente si difese,
     20E le querele in lui tutte ritorse;
     E fe’ rider ognun quando s’intese
     Com’ella seppe al suo periglio opporse,
     E d’inganno pagar l’ingannatore
     24Ch’ebbe poscia a cacar l’anima e ’l core.

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III.


Il Conte che si vede andar fallato
     Contra la moglie il suo primier disegno,
     Pensa di vendicarsi in altro lato,
     28E volge contra Titta ogni suo sdegno.
     Sa che, per ritrovarsi imprigionato,
     Per forza ha da tener le mani a segno.
     Lo chiama traditor solennemente,
     32E aggiugne che se ’l nega, ei se ne mente;

IV.


E che gliel proverà con lancia e spada
     In chiuso campo a pubblico duello;
     E perchè la disfida attorno vada,
     36La fa stampar distinta in un cartello.
     E vantasi d’aver trovata strada
     Da non poter in qualsivoglia appello
     D’abbattimento, o giusto o temerario,
     40Sottoporsi al mentir dell’avversario.

V.


Ma gli amici di Titta avendo intesa
     La disfida, s’uniro in suo favore,
     E feron sì, che la sua causa presa
     44E terminata fu senza rigore.
     Anzi perch’ei serviva in quella impresa
     Contra Bologna e ’l papa suo signore,
     Fu scarcerato come ghibellino,
     48Senza fargli pagar pur un quattrino.

VI.


Sciolto ch’ei fu, rivolse ogni pensiero
     Alla battaglia, pronto e risoluto.
     Preparò l’armi e preparò il destriero.
     52Nè consiglio aspettò, nè chiese aiuto.
     Poco avanti da Roma un cavaliero
     Nel campo modanese era venuto,
     Di casa Toscanella, Attilio detto:
     56E fu da lui per suo padrino eletto.

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VII.


Questi era un tal piccin pronto ed accorto,
     Inventor di facezie, e astuto tanto,
     Che non fu mai Giudeo sì scaltro e scorto,
     60Che non perdesse in paragone il vanto.
     Uccellava i poeti, e per diporto
     Spesso n’avea qualche adunata accanto;
     Ma con modi sì lesti e sì faceti,
     64Che tutti si partian contenti e lieti.

VIII.2


In armi non avea fatto gran cose;
     Però ch’in Roma allor si costumava
     Fare alle pugna, e certe bellicose
     68Genti il governator le gastigava.
     Ma egli ebbe un cor d’Orlando; e si dispose
     D’ire alla guerra perchè dubitava
     De’ birri, avendo in certo suo accidente
     72Scardassata3 la tigna a un insolente.

IX.


Il Conte allor che vide al vento sparsi
     Tutti i disegni, e ’l suo pensier fallace,
     Cominciò cogli amici a consigliarsi
     76Se v’era modo alcun di far la pace.
     Vorrebbe aver taciuto; e ritrovarsi
     Fuor della perigliosa impresa audace;
     Che sente il cor che teme e si ritira,
     80E manca l’ardimento in mezzo all’ira.

X.


Ma il Conte di Miceno, e ’l Potta stesso,
     E Gherardo e Manfredi e ’l buon Roldano
     Gli furo intorno, e ’l vituperio espresso,
     84Dov’ei cadea, gli fer distinto e piano.
     Indi promiser tutti essergli appresso,
     E la pugna spartir di propria mano.
     Ond’ei riprese core, e per padrino
     88S’elesse il Conte di san Valentino.

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XI.


Questi che nella scherma avea grand’ arte,
     Subito gl’insegnò colpi maestri
     Da ferire il nemico in ogni parte,
     92E modi da parar securi e destri:
     Indi rivide l’armi a parte a parte
     Del cavaliero, e i guernimenti equestri.
     Ma un petto senza cor, che l’aria teme,
     96Non l’armerian cento arsenali insieme.

XII.


La notte alla battaglia precedente,
     Che fra i due cavalier seguir dovea,
     Volgendo il Conte l’affannata mente
     100Al periglio mortal ch’egli correa,
     Ricominciò a pensar, tutto dolente,
     Di nol voler tentar s’egli potea:
     E innanzi l’alba i suoi chiamò fremendo,
     104Un gran dolor di ventre aver fingendo.

XIII.


Il padrin che dormia poco lontano,
     Tutto confuso si destò a quell’atto.
     Con panni caldi e una lucerna in mano
     108Bertoccio suo scudier v’accorse ratto:
     E ’l barbier della villa, e ’l sagrestano
     Di sant’Ambrogio v’arrivaro a un tratto.
     E ’l provido barbier ch’intese il male,
     112Gli fe’ subitamente un serviziale.

XIV.


Ed egli, per non dar di se sospetto,
     Cheto sel prese, e si mostrò contento.
     Ma fingendo che poi non fesse effetto,
     116Nè prendesse il dolore alloggiamento;
     Chiamò gli amici e i servidori al letto,
     E disse che volea far testamento:
     Onde mandò per Mortalin notaio,
     120Che venne con la carta e ’l calamaio.

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XV.


La prima cosa lasciò l’alma a Dio:
     E lasciò il corpo a quell’eccelsa terra
     Dov’era nato; e per legato pio
     124Danari in bianco, e quantità di terra.
     Indi tratto da folle e van desio
     A dispensar gli arredi suoi da guerra,
     Lasciò la lancia al re di Tartaria,
     128E lo scudo al soldan della Soria;

XVI.


La spada a Federico imperatore,
     Ed al popol romano il corsaletto;
     Alla Reina del mar d’Adria, onore
     132Del secol nostro, un guanto e un braccialetto;
     L’altro lasciollo alla città del Fiore;4
     E al greco imperator lasciò l’elmetto:
     Ma il cimier che portar solea in battaglia,
     136Ricadeva al signor di Cornovaglia.

XVII.


Lasciò l’onore alla città del Potta,
     Poi fe’ del resto il suo padríno erede.
     D’intorno al letto suo s’era ridotta
     140Gran turba intanto, chi a seder, chi in piede:
     Fra’ quali stando il buon Roldano allotta,
     Che non prestava alle sue ciance fede,
     Gli diceva all’orecchia tratto tratto:
     144Conte, tu sei vituperato affatto.

XVIII.


Non vedi che costor t’han conosciuto
     Che per tema tu fai dell’ammalato?
     Salta su presto, e non far più rifiuto;
     148Che tu svergogni tutto il parentato.
     Noi spartiremo e ti daremo aiuto,
     Subito che l’assalto è incominciato.
     Il Conte si ristrigne e si lamenta;
     152E si vorria levar, ma non s’attenta.

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XIX.


Di tenda in tenda intanto era volata
     La fama di quell’atto; e ognun ridea.
     Renoppia che non era ancor levata,
     156Un paggio gli mandò, che gli dicea
     Che stava per servirlo apparecchiata,
     E accompagnarlo in campo; e ben credea
     Ch’egli si porterebbe in tal maniera,
     160Ch’ella n’avrebbe poscia a gire altiera.

XX.


Quest’ambasciata gli trafisse il core,
     E destò la vergogna addormentata;
     E cominciaro in lui viltà ed onore
     164A combatter la mente innamorata.
     S’alza a sedere, e dice che ’l dolore
     Mitigato ha il favor della sua amata;
     E s’adatta a vestir: ma la viltade
     168Finge che ’l dolor torni; e giù ricade.

XXI.


E la Pittrice già dell’orìente,
     Pennelleggiando il ciel de’ suoi colori,
     Abbelliva le strade al dì nascente,
     172E Flora le spargea di vaghi fiori;
     Quindi usciva del sole il carro ardente,
     E di raggi e di luce e di splendori
     Vestiva l’aria, il mar, la piaggia e ’l monte;
     176E la notte cadea dall’orizzonte.

XXII.


Quando comparve il Conte di Miceno
     Col medico Cavalca in compagnia.
     Il medico, all’orina, in un baleno
     180Conobbe il mal che l’infelice avia:
     E fattosi recare un fiasco pieno
     Di vecchia e dilicata malvagia,
     Gli ne fece assaggiar tre gran bicchieri,
     184Ed ei pronto gli bebbe e volentieri.

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XXIII.


Cominciò il vino a lavorar pian piano,
     E a riscaldar il cor timido e vile,
     E a mandare al cervel più di lontano,
     188Stupido e incerto, il suo vapor sottile:
     Onde il Conte gridò ch’era già sano
     Che ’l dolor gli avea tolto il vin gentile;
     E balzando del letto i panni chiese,
     192E tosto si vestì l’usato arnese.

XXIV.


Indi tratto, fremendo, il brando fuora,
     Tagliò Zeffiro in pezzi e l’aura estiva;
     E se non era il suo padrino, allora
     196Alla battaglia senz’altr’armi ei giva.
     L’almo liquor che i timidi rincora,
     Puote assai più che la virtù nativa.
     Ben profetò di lui l’antica gente;
     200Ch’era, sovra ogni re, forte e possente.

XXV.


Or mentre s’arma, ecco Renoppia viene,
     E ’l coraggio gli addoppia e la baldanza;
     Che con dolci parole, e luci piene
     204D’amor, gli fa d’accompagnarlo istanza.
     Egli che ’l foco acceso ha nelle vene,
     Commosso da desio fuor di speranza,
     E da furor di vino, ambo i ginocchi
     208A terra inchina, e dice a que’ begli occhi:

XXVI.5


O del cielo d’Amor ridenti stelle,
     Onde della mia vita il corso pende;
     D’amorosa fortuna ardenti e belle
     212Ruote dove mia sorte or sale or scende;
     Immagini del sol, vive facelle
     Di quel foco gentil che l’alme incende,
     Il cui raggio, il cui lampo, il cui splendore
     216Ogn’intelletto abbaglia, arde ogni core;6

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XXVII.


Occhi dell’alma mia, pupille amate,
     Lucidi specchi ove beltà vagheggia
     Sè stessa, archi celesti, ond’ infocate
     220Quadrella avventa Amor ch’in voi guerreggia;
     Delle vostre sembianze, onde il fregiate,
     Così splende il mio cor, così lampeggia,
     Ch’ei non invidia al ciel le stelle sue,
     224Benchè sian tante, e voi non più che due.

XXVIII.


Come ai raggi del sole arde d’amore
     La terra, e spiega la purpurea veste;
     Così ai vostri be’ raggi arde il mio core,
     228E di vaghi pensier tutto si veste.
     Quest’alma si solleva al suo Fattore,
     E ammira in voi di quella man celeste
     Le meraviglie, e dal mortal si svelle,
     232O degli occhi del ciel luci più belle.

XXIX.


Rimiratemi voi con lieto ciglio,
     Del cieco viver mio lumi fidati:
     Siate voi testimoni al mio periglio,
     236E scorgetemi voi co’ guardi amati;
     Che fia vana ogni forza, ogni consiglio:
     Cadrà l’empio e fellon ne’ propi aguati;
     E non che di pugnar con lui mi caglia,
     240Ma sfiderò l’Inferno anco a battaglia.

XXX.


Così detto, risorge, e il destrier chiede,
     Tutto foco negli atti e ne’ sembianti;
     E fa stupire ognun che l’ode e vede
     244Sì diverso da quel ch’egli era innanti.
     Ma Titta armato già dal capo al piede,
     Con armi e piume nere e neri ammanti,
     In campo era comparso accompagnato
     248Dal solo suo padrin, senz’altri allato.

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XXXI.


La desìosa turba intenta aspetta
     Che venga il Conte, e mormorando freme:
     S’empiono i palchi intorno, e folta e stretta
     252Corona siede in sulle sbarre estreme;
     E dai casi seguiti omai sospetta
     Che il Conte ceda, e la sua fama preme.
     Quando a un tempo s’udir trombe diverse
     256Da quella parte, e ’l padiglion s’aperse:

XXXII.


Ed ecco, da cinquanta accompagnato
     De’ primi dell’esercito possente,
     Il Conte comparir nello steccato
     260Con sopravvesta bianca e rilucente,
     Sopra un caval pomposamente armato,
     Che generato par di foco ardente;
     Sbuffa, annitrisce, il fren morde, e la terra
     264Zappa col piede, e fa col vento guerra.

XXXIII.


Disarmata ha la fronte, armato il petto,
     Nude le mani; e sopra un bianco ubino
     Gli va innanzi Renoppia, e ’l ricco elmetto
     268Gli porta, e ’l buon Gherardo il brando fino,
     Il brando famosissimo e perfetto
     Di don Chisotto; e ’l fodro ha il suo padrino:
     A Voluce lo scudo, e seco accanto
     272Roldan la lancia, e Giacopino un guanto,

XXXIV.


L’altro ha Bertoldo; e l’uno e l’altro sprone
     Gli portano Lanfranco e Galeotto,
     E ’l conte Alberto in cima d’un bastone
     276La cuffia da infodrar l’elmo di sotto.
     Ma dietro a tutti fuor del padiglione
     L’interprete Zannin venia di trotto
     Sopra d’un asinel, portando in fretta
     280L’orinale, un’ombrella e una scopetta.

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XXXV.


Armato il cavalier di tutto punto,
     E compartito il solo ai combattenti,
     Diede il segno la tromba, e tutto a un punto
     284Si mossero i destrier come due venti.
     Fu il cavalier roman nel petto giunto:
     Ma l’armi sue temprate e rilucenti
     Ressero; e ’l Conte a quell’incontro strano
     288La lancia si lasciò correr per mano.

XXXVI.


Ei fu colto da Titta alla gorgiera,
     Tra il confin dello scudo e dell’elmetto,
     D’una percossa sì possente e fiera,
     292Che gli fece inarcar la fronte e ’l petto.
     Si schiodò la goletta, e la visiera
     S’aperse, e diede lampi il corsaletto.
     Volaro i tronchi al ciel dell’asta rotta,
     296E perdè staffe e briglia il Conte allotta.

XXXVII.


Caduta la visiera, il Conte mira,
     E vede rosseggiar la sopravvesta;
     E, Oimè! son morto, grida, e ’l guardo gira
     300Agli scudieri suoi con faccia mesta.
     Aita, che già ’l cor l’anima spira
     (Replica in voce fioca) aita presta.
     Accorrono a quel suon cento persone,
     304E mezzo morto il cavano d’arcione.

XXXVIII.


Il portano alla tenda, e sopra un letto
     Gli cominciano l’armi e i panni a sciorre.
     Il chirurgo cavar gli fa l’elmetto
     308E il prete a confessarlo in fretta corre.
     Tutti gli amici suoi morto in effetto
     Il tengono; e ciascun parla e discorre
     Che non era da porre a tal cimento
     312Un uom privo di forza e d’ardimento.

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XXXIX.


Ma Titta poi che l’avversario vede
     Per morto riportar nelle sue tende,
     Passeggia il campo a suon di trombe, e riede
     316Dove la parte sua lieta l’attende:
     Fastoso è sì, che di valor non cede
     A Marte stesso; e dell’arcion discende,
     E scrive pria che disarmar la chioma,
     320E spedisce un corriero in fretta a Roma.

XL.


Scrive ch’un cavalier d’alto valore
     Di quelle parti, uom tanto principale,
     Che forse non ve n’era altro maggiore,
     324Nè ch’a lui fosse di possanza eguale,
     Avuto avea di provocarlo core,
     E di prender con lui pugna mortale;
     E ch’esso degli eserciti in cospetto
     328Gli avea passato al primo incontro il petto.

XLI.


Spedì il corriero a Gasparo Salviani
     Decan dell’accademia de’ Mancini,
     Che ne desse l’avviso ai Frangipani
     332Signor di Nemi, e ai loro amici Ursini,
     E al cavalier del Pozzo, e ai due romani
     Famosi ingegni, il Cesi e ’l Cesarini;7
     Ma sopra tutti al principe Borghese,8
     336E a Simon Tassi di Pavul marchese.

XLII.


Che tutti disser poi, ch’egli era matto,
     Quando s’intese ciò ch’era seguito.
     Intanto avean spogliato il Conte, affatto
     340Dal terror della morte instupidito:
     E gían cercando due chirurghi a un tratto
     Il colpo onde dicea d’esser ferito;
     Nè ritrovando mai rotta la pelle,
     344Ricominciar le risa e le novelle.

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XLIII.


Il Conte dicea lor: Mirate bene,
     Perchè la sopravvesta è insanguinata:
     E non dite così per darmi spene;
     348Chè già l’anima mia sta preparata.
     Venga la sopravvesta: e quella viene,
     Nè san cosa trovar di che segnata
     Sia, nè ch’a sangue assomigliar si possa,
     352Eccetto un nastro o una fettuccia rossa

XLIV.


Ch’allacciava da collo, e sciolta s’era,
     E pendea giù perfino alla cintura.
     Conobber tutti allor distinta e vera
     356La ferita del Conte e la paura.
     Egli accortosi alfin di che maniera
     S’era abbagliato, l’ha per sua ventura;
     E ne ringrazia Dio, levando al cielo
     360Ambe le mani e ’l cor con puro zelo;

XLV.


E a Titta e alla moglier sua perdonando,
     Si scorda i falli lor sì gravi e tanti;
     E fa voto d’andar pellegrinando
     364A Roma a visitar que’ luoghi santi,
     E dare intanto alla milizia bando
     Per meglio prepararsi a nuovi vanti.
     Così il monton che cozza, si ritira,
     368E torna poi con maggior colpo ed ira.

XLVI.


Ma come a Roma poi gisse, e trattasse
     In camera col Papa a grand’onore,
     E l’alloggio per forza ivi occupasse
     372Nell’albergo real d’un mio signore;
     E quindi poscia in Bulgaría levasse
     Colla possanza sua, col suo valore
     A quel becco del Turco un nuovo stato,
     376Fia da più degno stil forse cantato:

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XLVII.


Che versi non ho io tanto sonori,
     Che bastino a cantar sì belle cose:
     E torno a Titta che già uscendo fuori
     380Poichè alla tenda sua l’armi depose,
     Pel campo se ne gía sbuffando orrori
     Con sembianze superbe e dispettose;
     Quando accertato fu che la ferita
     384Del Conte nel cercar s’era smarrita.

XLVIII.


Qual leggiero pallon di vento pregno,
     Per le strade del ciel sublime alzato,
     Se incontra ferro acuto, o acuto legno,
     388Si vede ricader vizzo e sfiatato;
     Tale il Romano altier che fea disegno
     D’essersi con quel colpo immortalato,
     Sgonfiossi a quell’avviso; e di cordoglio,
     392Parve un topo caduto in mezzo all’oglio.

XLIX.


Ma il padrin ch’era accorto, il confortava,
     E dicea: Titta mio, non dubitare:
     Non è bravo oggidì se non chi brava,
     396E come diciam noi, chi sa sfiondare.
     Se per vinto e per morto or or si dava
     Il Conte, e al padiglion si fea portare;
     Perchè non possiam noi per tale ancora
     400Nominarlo alle genti in campo e fuora?

L.


A te deve bastar ch’egli sia vinto
     Al primo colpo tuo: che s’ei non muore,
     Non fu il tuo fin ch’ei rimanesse estinto,
     404Ma sol di rimaner tu vincitore.
     Lascia correr la fama: o vero o finto
     Che sia questo successo, egli è a tuo onore;
     Ed io farò ch’immortalato resti
     408Dalla musa gentil di Fulvio Testi.9

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LI.


Fulvio col Conte ha non volgari sdegni;10
     E canterà di te l’armi e gli amori:
     Dirà l’alte bellezze e i fregi degni
     412Ch’ornan colei ch’idolatrando adori;11
     Le compagnie d’uficio, i censi e i pegni
     Che per lei festi già su i primi fiori;
     E i casali e le vigne e gli altri beni
     416Ch’hai spesi in vagheggiar gli occhi sereni.

LII.


Gran contento agli amanti e gran diletto,
     Che possano veder le luci amate,
     Che portano squarciati i panni al petto
     420Per godere il tesor di lor beltade!
     Povero e ignudo Amor senza farsetto
     Dipinse con ragion l’antica etate;
     Che spoglia chi per lui s’affligge e suda,
     424E lo fa vago sol di carne ignuda.

LIII.


Fra i successi d’amor canterà l’armi
     E l’imprese ch’hai fatte in questa guerra;
     E con sonori e bellicosi carmi
     428Eternerà la tua memoria in terra.
     E già di rimirar la Fama parmi
     Trombeggiando volar di terra in terra,
     E contra ’l Papa di tua mano ai venti
     432La bandiera spiegar de’ malcontenti.

LIV.


Così ragiona il Toscanella, e ride:
     E Titta ride anch’ei per compagnia,
     Ma l’amaro dal cor non si divide;
     436Che non sa ricoprir sì gran bugia.
     Stette pensando un pezzo; e poichè vide
     Di non poter scusar la sua follia,
     Di far morire il Conte entrò in pensiero
     440Per sostener ch’egli avea scritto il vero.12

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LV.


S’armò d’un giacco, e colla spada allato
     L’andò subitamente a ritrovare.
     Il Conte a Sant’Ambrogio era passato,
     444E stava con que’ preti a ragionare.
     Titta gli fece dir per un soldato,
     Ch’uscisse fuor, che gli volea parlare.
     Il Conte caricò la sua balestra,
     448E s’affacciò disopra a una finestra;

LVI.


E a Titta domandò quel che chiedea:
     Ed ei rispose che venisse giuso.
     Il Conte si scusò che non potea;
     452E vedendo che l’uscio era ben chiuso,
     Disse che se trattar seco volea,
     Trattasse quivi, o ch’egli andasse suso.
     Titta allor furìando si scoperse,
     456E l’oltraggiò con villanie diverse.

LVII.


Ma il Conte rispondea con lieta cera:
     Voi siete un uom di pessima natura,
     A tener l’ira una giornata intiera:
     460Io deposi la mia coll’armatura.
     Non occorre a far qui l’anima fiera
     Con spampanate, per mostrar bravura:
     Io v’ho reso buon conto in campo armato,
     464E son stato con voi nello steccato.

LVIII.


Quand’anch’io irato fui coll’armi in mano,
     Voi dovevate allor sfogarvi affatto:
     Or, Titta mio, voi v’affannate invano;
     468Ch’io non ho tolto a sbizzarrire un matto.
     Andate; e come avete il cervel sano,
     Tornate, e so che mi farete patto.
     Io non ho da partir nulla con voi:
     472Però dormite, e riparliamci poi.

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LIX.


Titta ricominciò: Becco, poltrone,
     T’insegnerò ben io; vien’ fora, vieni.
     Più non rispose il Conte a quel sermone,
     476Ma destò anch’egli alfine i suoi veleni,
     E scoccò la balestra, e d’un balzone
     Il colse appunto al sommo delle reni
     Sì fieramente, che lo stese in terra;
     480E saltò fuori a discoperta guerra,

LX.


Gridando: Per la gola te ne menti,
     Romaneschetto, furbacciotto, spia.
     Titta aveva offuscati i sentimenti,
     484E a gran fatica il suo parlar sentia.
     Ma saltaron color ch’eran presenti,
     Subito in mezzo, e ognun gli dipartia:
     E condussero Titta al padiglione
     488Dilombato, e che gía quasi carpone.

LXI.


Quivi dal Toscanella ei fu burlato,
     Che dovendo levare al ciel le mani
     D’aver l’emulo suo vituperato,
     492Fosse entrato in umor bizzarri e strani
     Di volerlo ancor morto; e stuzzicato
     Sì l’avesse con atti e detti insani,
     Che d’una rana imbelle e senza morso,
     496L’avesse alfin mutato in tigre, in orso.

LXII.


Se tu disprezzi la vittoria, disse,
     Che puoi tu dir s’ella da te s’invola?
     Chi va cercando e suscitando risse,
     500Non sa che la Fortuna è donna e vola.
     Tenea Titta le luci in terra fisse,
     Mesto ed immoto, e non facea parola.
     Ma tempo è omai di richiamar gli accenti
     504Ai fatti degli eserciti possenti.

Note

  1. [p. 279 modifica]Per sapere qual sia la corona d’Atteone diasi un’occhiata alla fronte del cervo, nella di cui figura fu trasformato da Diana, che in atto di lavarsi fu da lui curiosamente vagheggiata.
  2. [p. 279 modifica]Con certe buone coltellate levò l’insolenza e la bestialità a un cocchiero di Roma, che è una delle eroiche azioni, che si possano contare in quella corte, dove l’insolenza de’ cocchieri, de’ birri, de’ barilari, e dei carrettieri non può essere rappresentata con alcun superlativo. Salviani.
  3. [p. 279 modifica]Scardassare lo dicono i Fiorentini del pettinare e raffinare la lana.
  4. [p. 279 modifica]Firenze è detta Città del Fiore dall’antica sua insegna del Giglio bianco, di cui parla il Villani nel primo libro delle sue Istorie, cap. 40. Il Giglio servì poi per insegna delle fiorentine monete, che ebbero perciò il nome di Fiorino. V. Vinc. Borghini. Discorso della Moneta Fiorentina.
  5. [p. 280 modifica]Qui il Conte poeteggia assai meglio che non fece nell’altro Canto, quando non avea bevuto; perciocchè qui poeteggia come mosso da furor divino, e là poetò di suo sapere e natural talento. Ennio, Orazio e Torquato Tasso non sapevano comporre, se prima non avevano ben bevuto: e il Tasso in particolare soleva dire, che la malvagìa sola era quella che gli faceva fare buoni versi, e lo faceva perfettamente comporre. Gli spiriti de’ malinconici si rallegrano e si sollevano e grillano eccitati dal calore del vino possente e buono. Salviani.
  6. [p. 280 modifica]Questa ottava e le tre altre seguenti sono composte ad arte sul gusto passato, che a’ tempi del Tassoni aveva l’applauso maggiore; e sono poste in bocca convenevolmente ad un pazzo innamorato, facendolo comparire più stolto, perchè non trovava maniere di esprimere la sua passione, e frasi accomodate al suo genio; e perciò abbandonavasi a ridicole stravaganze, ora valendosi di vocaboli antiquati e dismessi, come nel Canto precedente, ora adoprando stranissime e scempiate metafore, come in questo luogo. Gli Autori del seicento hanno dette pazzie, quand’hanno cantato sopra gli occhi delle loro donne. Si vegga per divertimento Antonio Bruni nella Canzone quinta e nelle due seguenti della seconda parte della Selva di Parnaso. Egli vale per altri cento di quel suo gusto. Barotti.
  7. [p. 280 modifica]Due ingegni veramente famosi Federigo Cesi, e Virginio Cesarini. Il primo fu Matematico e Filosofo di somma acutezza e dottrina, protettore de’ letterati che nel suo tempo fiorirono, e institutore e principe della celebre Accademia dei Lincei. . . . . L’altro nei pochi anni che visse arrivò a tanto acquisto di scienze, che il titolo meritossi di Fenice del secolo, e che il Bellarmino un nuovo Pico lo riputasse . . . . Barotti.
  8. [p. 280 modifica]Questo Pallavicini nell’età di 23 anni fu eletto principe degli Umoristi, onore non mai conferito in addietro, che ad uomini di soda età o di singolar nome ed erudizione. L’insigni sue opere gli meritarono poi l’onore della porpora.
  9. [p. 280 modifica]Fulvio Testi valoroso Poeta, grande e confidente amico del Tassoni, fu consapevole de’ segreti significati della Secchia, particolarmente in ciò che spetta alle caricature del Conte di Culagna, come ce ne assicurano diverse lettere del Poeta al Canonico Sassi . . . . Barotti.
  10. [p. 280 modifica]Il Barotti è d’avviso, che questi sdegni non volgari del Testi col Conte di Culagna, come di Poeta contro a Poeta, fossero per concorrenza di lettere, e che anzi nascessero dai maneggi del Conte, perchè non fosse il Testi ricevuto nell’Accademia degl'Intrepidi di Ferrara.
  11. [p. 280 modifica]Alcuni interpretano costei per una certa Spagnola nominata [p. 281 modifica]Dogna Maria di Ghir, che stette un tempo in Roma puttaneggiando, che lo spennò leggiadrissimamente, e mandò fallito quest’Erode Romanesco. Salviani.
  12. [p. 281 modifica]Questa è una copia poco alterata d’un fatto verissimo. Certo ribaldo si provò d’ammazzare in Roma il Conte di Culagna per gola ch’egli ebbe della moglie di lui. Non essendogli riuscito il disegno, fu a tempo il Conte di farlo carcerare insieme colla propria sua moglie . . . . . Barotti.