XX - Il pane dell'anima

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XIX XXI

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Capitolo XX.

Il pane dell’anima.

Lungo il viale dei cipressi che mena al convento, si appressava un suono d’oro: la campana del convento. Intanto la signora Alice dava alle bimbe una piccola ripetizione sul Credo, quel gran viaggio che fece Cristo: scese agli inferi; risuscitò da morte; salì al cielo; siede alla destra del Padre; verrà a giudicare i vivi ed i morti.

Appena Beatus entrò nel convento, sentì un odorino di antichi morti. Nella chiesetta non c’erano che i bimbi e le bimbe della prima comunione. Queste dodici, vestite di candore; quelli quattro, vestiti di nero: poi i parenti, fra cui alcuni ufficiali di marina.

Le monache, tutte nere, avevano preparato quattro banchi parati di bianco, presso l’altare. Nella prima fila esse posero i bambini; nelle altre tre file le bambine.

Una monaca tonda e rosata, che pareva la [p. 157 modifica]superiora, si accostò agli uomini e lievemente disse:

— Monsignore tarderà un po’. Se vogliono intanto visitare il coro.... C’è tutta la vita del nostro Santo Gerolamo.

E precedette a guida. Si attraversò un giardino. Fiori spiravano un languore di santità. Le rose sorpresero Beatus come fossero aperte pupille. Nel mezzo del giardino lo sorprese un albero, armonioso di forme, dai cui rami pendevano luccicando bianchi pomi grandissimi.

— Quel signore? — disse la monaca. — Quel signore era Beatus, che si era soffermato a guardare quell’albero che fu detto del Bene e del Male.

Il coretto era piccino, esagonale; una galanteria del Settecento. Poteva anche sembrare un boudoir. Il soffitto simulava, con artificio di pittura, una costruzione architettonica, e nel centro era dipinto un panneggiamento azzurro, sostenuto da angioletti. Ma questi angioletti parevano amorini; e con gli occhietti maliziosi parevano dire: «Sì, dietro, c’è un’alcova». Se ne erano mai accorte le monache? [p. 158 modifica]

La mano della monaca, trasparente e pingue come un chicco di uva malvasia, fece scorrere su gli anelli una lunga sargia verde, e scoperse una teoria di quadretti di legno, dipinti in sanguigno, entro cornici a enormi fogliami d’oro.

— Qui c’è tutta la vita e miracoli — disse — del nostro santo Gerolamo.

Tutti dissero: — bello! — ma non si soffermarono su l’uno più che su l’altro pannello, forse perchè non sapevano che santo letterarissimo fu mai San Gerolamo: o forse perchè la dichiarazione in latino di quello che faceva lì il Santo, non interessava.

Ma interessò molto Beatus.

In un pannello c’era San Gerolamo, magro, e vestito soltanto con la sua barba. Pareva Tolstoi nella foresta di neve. Pigliava manate di volumi della sua biblioteca e li buttava alle fiamme.

Nell’altro pannello San Gerolamo si flagellava con un flagello; e c’era un angiolo molto ben vestito che guardava con compiacenza, come dire: «Dài, dài! Che ti farà bene!»

La scritta latina dicea: Ob studium [p. 159 modifica]Ciceronis flagellis ceditur quo prophanam litteraturam castigaret.

— Ma quel signore! — disse ancora la monaca. — Presto, presto! È arrivato monsignore.

E uscirono dal coretto, e ritornarono nella chiesetta.

Ma monsignore nella chiesetta non c’era. C’erano i bimbi e le bimbe inginocchiate.

Avrebbe Beatus voluto sapere perchè davanti erano i maschi, mentre sarebbe stata cavalleria mettere davanti le femmine.

Voleva domandare se era rituale o causale questa preminenza al sesso a cui lui apparteneva; e stava per domandare a una di quelle monacelle.

Ma costei era ben singolare: piuttosto piccola della persona; e le bende nere erano così dense che appena si scopriva un po’ del pallore del volto, e il naso arcuato signorilmente. Ma le sue movenze erano graziose e rivelavano la giovinezza. Ella non istava mai ferma, e nella immobilità delle bimbe [p. 160 modifica]spiccava maggiormente questa sua mobilità. Pareva incorporea, eppure dentro quel nero involucro esisteva un sostegno corporeo elegante, perchè, ad ogni moto, le bende volteggiavano e poi si ricomponevano sempre con leggiadrìa.

Ma quando le passò da presso, la domanda di Beatus si era mutata, così: «Satana, ti parla mai, o monacella, da quelle rose e da quell’albero antico?»

Ma ella era come ebbra in quel rito che si apprestava. Ora acconciava un lembo della tovaglia dell’altare, ora il velo ad una bimba, ora bisbigliava un avvertimento, ora segnava il libro delle preghiere, ora passava di cero in cero.

Perchè i bimbi e le bimbe reggevano ciascuno e ciascuna un cero, e le fiammelle dei sedici ceri fiammeggiavano rosse e contrastavano con la luce del mattino. Quei sedici ceri retti dai bimbi e dalle bimbe velate! La fiamma pareva avere continuo alimento, e richiamava paurosi riti antichissimi. Poi tutta la vita assolta per riti! Poi quelle fiamme, rette da quell’infanzia, parevano richiamare la gran fiamma che usciva dalla bocca del [p. 161 modifica]bronzeo dio Moloc, dove i sacerdoti fenici gettavano bimbi e bimbe, allevate per religione nei ginecei.

Ma ancora apparve a Beatus la testa del Cristo, che aveva veduto nel tempio di Romagna, e dicea: «Io venni per liberarvi dal culto di Mammona e di Moloc. Io non son tenebra, son luce. E se gli uomini antepongono la tenebra alla luce, perchè incolpi me?»

Molta luce innondava la chiesetta, e, imbevuta di sole e del verde del giardino, aveva come ondeggiamenti d’azzurro.

Cristo cammina presso l’azzurro lago di Tiberiade, lambisce la testa ai fanciulli, addita i gigli delle convalli.

Quando il sacerdote infine venne, parve aumentare il silenzio.

Costui aveva una cappa paonazza, e Beatus sentì bisbigliare vicino a sè il nome di un alto prelato.

L’uomo, quale si fosse, dimostrava una gran dignità: vigoroso anche della persona, benchè la nuca — che sola si vedeva — apparisse [p. 162 modifica]cinta da una corona di capelli bianchi, più tosto che grigi. Si spoglia? Si tolse la cappa paonazza, e apparve in cotta bianca e setosa. Il diacono gli porgea i paramenti, che quegli prima ad uno ad uno baciava.

Vestito che fu e come dimentico della gente e del tempo, si inginocchiò su di un inginocchiatoio a lui riservato, e in atto di preghiera stette. Beatus avrebbe voluto vedere le preghiere, ma queste non si vedevano. Ma forse le bisbigliava sommessamente, perchè ad un tratto la voce di lui salì, e queste parole furono udite: Omnis qui vivit et credit in me, etiam si mortuus erit, non morietur.

La voce decadde ancora, ma quelle parole diedero un brivido dentro a Beatus; e Beatus se ne voleva andare.

— Pazienza, — gli sussurrò la signora Alice, — ora dice la messa.

Da altri paramenti che il sacerdote vestiva, si capiva che incominciava altra cerimonia.

Ma avevano tanta pazienza quelle povere bimbe coi loro ceri, da tanto tempo immote! Ma la messa era già cominciata. Ma la mano di una bimba esausta, lasciò piegare il cero e la fiamma diede un guizzo. La fiamma si [p. 163 modifica]levò e salì per il velo; ma fu un attimo perchè la monacella accorse con quella sua leggerezza e con le mani prese la fiamma e la schiacciò. Il sacerdote voltò appena gli occhi. La monacella, movendosi come un fantasma, aveva poi ad uno ad uno raccolti i ceri.

Un piccolo organo cominciò a cantare. In un loggiato della chiesetta trasparivano, ogni tanto, due monache che avrebbero fatto paura ai bimbi se da soli le avessero incontrate nel convento, perchè erano le centenarie dai bianchi occhi. Ma ecco che, cessando il piccolo organo, là dal giardino si udirono note anche più dolci.

Un uccelletto mandava trilli nella chiesa e la riempiva di passione.

Improvvisamente il sacerdote si voltò. Allora Beatus lo distinse nel volto: un volto mansueto e chiaro.

Levava l’ostia.

La monacella fece, come per incantesimo, prosternare le bimbe: essa si prosternò in profonde invènie: le teste, anche degli uomini, erano chinate. Beatus guardò quel disco bianco che il sacerdote sollevava sull’altare. Il sacerdote discese i gradini del piccolo [p. 164 modifica]altare, levò la mano, recitò con alta voce quasi trionfale il «Padre nostro» e l’«Ave Maria», ma non in latino, bensì in volgare, spiccando forte le parole le une dalle altre, ma senza ènfasi. Poi recitò quel gran viaggio di Cristo: «scese agli inferi; risuscitò da morte; siede ora alla destra del Padre; verrà a giudicare i vivi ed i morti».

Quelle parole del grande viaggio cadevano forti dalle labbra del sacerdote. Verrà a giudicare i vivi ed i morti? Cose paurose, inverosimili: e parevano verosimili.

Poi il volto dell’uomo si spianò; un sorriso benevolo si disegnò sul largo volto; e rivoltosi ai bimbi ed alle bimbe, parlò parole semplici con voce quasi lieta, come se nella chiesa non ci fosse stato lui, Beatus, in toga o quegli altri uomini in veste militare; ma soltanto bimbi o femminette.

Però non disse cose puerili, ma un ragionamento naturale, perchè disse:

— Bambini miei, il corpo ha bisogno del pane: senza il nutrimento del pane, il vostro corpo illanguidirebbe e morirebbe. E così è dell’anima: senza il nutrimento, anche l’anima muore.... [p. 165 modifica]

Il sacerdote parlava ai bimbi tuttavia: e le sue parole giungevano agli orecchi di Beatus ad intervalli, benchè egli fosse vicino al sacerdote, e questi parlasse con voce che parea sempre più grande. Ma è che soffiava tempesta e vento contrario, e perciò solo ogni tanto giungevano le parole. Poi dal ciborio d’oro levava il pane dell’anima, le piccole ostie, e, rapido rapido, come fa il medico nell’operare, comunicava.

Le bimbe bianche accorrevano, uti cervi sitientes, come i cervi sitibondi alla fonte; poi la monacella nera quasi con spasimo: «a me, a me!»; poi la signora Alice placidamente col suo bel cappello di girasole.

Le bimbe comunicate si staccavano dall’altare in silenzio, ad una ad una, con le braccia incrociate sul petto senza seno e la testa chinata.

Il diacono levò i paramenti, e il prelato si rimise la cappa. Si genuflesse. Pregò ancora. Si levò infine; si mosse. Non si sottrasse dalla porticina per la quale era entrato, ma passò tra la gente con bella maestà senza fare saluto, senza dire parola.

Beatus era molto malcontento di sè. Il suo [p. 166 modifica]spirito critico lo portava a correr dietro a monsignore e dirgli: «Ma, caro lei, con tutta la suggestione di quell’apparato scenico, è ben facile....»

Ma il campanelluzzo suonò: «Lascia stare adesso lo spirito critico

D’altronde monsignore era già lontano.

Dopo, la signora Alice disse a Beatus:

— Mo’ ci pagate le paste e il gelato. Volete andare, bambine, al caffè di piazza o al caffè del lago?

Le bimbe dissero al caffè del lago che è nei giardini.

La signora Alice andando, diceva tante belle cose alle bimbe. Beatus stava zitto.

— E diteci qualche cosa anche voi, benedett’uomo, a queste creature che mo’ sono santarelle.

Ma Beatus nulla dicea.

Pensava a quel Cristo che aveva imaginato quella portentosa cura di innestare se stesso negli uomini. [p. 167 modifica]

Nulla vale: le cose sono quelle che sono: si nasce, si muore.

Anzi quella continua bestemmia di ostia che gli uomini hanno su le labbra, riconduce a pensare che l’uomo non tollera i portenti.

Su la sponda del piccolo lago erano alcuni ragazzini. Essi fabbricavano con la carta certe barchette e festosamente le gettavano nel lago.

Pareva un quadro della vita.

La vita, un oceano di onde nere: gli uomini, le barchettine di carta.

Le barchettine posseggono un certo loro moto allegro che le porta ad affrontare le onde nere. Ma dopo un po’, sono imbevute, capovolte, sommerse.

Le rive dell’oceano son piene di barchettine fradicie: formano depositi di morti come il guano su le rive del Cile.

Qualcuna di queste barchettine si stacca dalle altre, sembra che voglia attraversare le grandi onde, arrivare di là.

E tutte le barchettine gridano come Scolastica: «l’è mato, tuti dixe che l’è mato.» [p. 168 modifica]

Queste cose pensava Beatus e facea con la mano letto alla guancia sì che la signora Alice gli disse: — Voi che non avete nessun vizio — che si veda! — avete quel viziaccio di aver sempre qualcosa per la testa. Io dico che i pensieri voi ve li fabbricate per divertimento. Su, bimbe, fàtelo ridere.