Il guarany/Parte Prima/Capitolo VI

Parte Prima - VI. L'arrivo

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José de Alencar - Il guarany (1857)
Traduzione dal portoghese di Giovanni Fico (1864)
Parte Prima - VI. L'arrivo
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CAPITOLO VI.


L’ARRIVO.

Al tempo medesimo che accadeva questa scena nel giardino, due uomini passeggiavano dall’altra parte dello spianato, in un raggio d’ombra disegnato dall’edifizio.

Uno di loro, di grave portamento, si facea tosto conoscere per un fidalgo, stante l’alterezza del gesto e il vestito da cavaliere.

Indossava un abito di velluto nero con alamari di seta color di caffè al petto e nello sparato delle maniche; le brache della stessa stoffa, anch’esse nere, cadeangli sopra i lunghi stivali di cuoio bianco, armati di sproni d’oro. Un semplice colletto di lino candidissimo al giubbetto lasciava allo scoperto il collo, che sosteneva con grazia una bella e nobile testa di vecchio.

Di sotto al suo cappello di feltro grigio, senza [p. 49 modifica]penne, staccavansi le ciocche de’ suoi bianchi capelli, che cadeangli sopra gli omeri; a traverso la lunga barba, bianca come la spuma di una cascata, brillavano le sue guancie rosate, la sua bocca ancora piena di espressione, i suoi occhi piccoli, ma vivaci.

Questo fidalgo era don Antonio de Mariz, che non ostante i suoi settant’anni mostrava tuttavia un vigore di corpo non ordinario, dovuto per avventura alla sua vita attiva; incedeva ancora con portamento diritto, e avea il passo fermo e sicuro, come se ancor fosse nel fiore dell’età.

L’altro vecchio, che camminavagli al fianco col cappello in mano, era Ayres Gomes, suo scudiero e antico compagno della sua vita di ventura; il fidalgo poneva la maggior fiducia nella discrezione e nello zelo di lui.

La fisonomia di quest’uomo, sia per la sagacità inquieta, ch’era la sua espressione ordinaria, sia pe’ suoi lineamenti che tiravano al lungo, avea una certa somiglianza col muso della volpe; somiglianza ch’era ancor più accresciuta dal suo bizzarro modo di vestire.

Sopra il giubbetto di velluto di cotone color di pinocchio portava una specie di veste del pelo di quell’animale, di cui pure avea formati i lunghi stivali, che serviangli quasi di brache.

— Perchè lo neghi, Ayres Gomes, dicea il fidalgo al suo scudiero, misurando a passi lenti il terreno; son certo che sei del mio parere.

— Nol nego in tutto, signor cavaliere; [p. 50 modifica]confesso che don Diego commise un’imprudenza uccidendo quell’Indiana.

— Di’ una barbarie, una follia!... Non creder già ch’io lo discolpi, perch’è mio figlio!

— Giudicate con soverchia severità.

— E lo debbo, perchè un fidalgo, che uccide una creatura debole e inoffensiva, commette un’azione bassa e indegna. Da quarant’anni che m’accompagni, sai come tratto i miei nemici; son certo che la mia spada, che abbattè tanti uomini in guerra, mi cadrebbe di mano il dì che io la levassi sconsigliatamente sopra una donna.

— Ma convien badare che sorta di donna è cotesta, una selvaggia...

— So quello che mi vuoi dire; ma io non partecipo alle idee che sono in voga fra i miei compagni: per me gl’Indiani, quando ci assalgono, sono nemici che dobbiamo combattere; quando ci rispettano, sono vassalli di una terra che conquistammo, ma sono uomini!

— Vostro figlio non la pensa così, e ben sapete le massime che gli inspirò la signora donna Lauriana.

— Mia moglie!... replicò il fidalgo con qualche amarezza. Ma non è di questo che discorriamo.

— Sì; parlavate dei sospetti che v’inspirava l’imprudenza di don Diego.

— E che ne pensi tu?

— Già ve lo dissi che non veggo le cose sì nere come voi, signor don Antonio. Gli Indiani [p. 51 modifica]vi rispettano, vi temono, e non ardirebbero assalirvi.

— Dico che t’inganni, o piuttosto che procuri ingannarmi.

— Non sono capace di tal cosa, signor cavaliere!

— Conosci al pari di me, Ayres, il carattere di cotesti selvaggi; sai che la loro passione dominante è la vendetta, e che per essa sacrificano tutto, la vita e la libertà.

— Non lo nego, rispose lo scudiero.

— Essi mi temono, tu dici; ma dal momento che si credessero offesi da me, tutto soffrirebbero per vendicarsi.

— Avete più esperienza di me, signor cavaliere; ma prego Dio che v’inganniate.

Giunti sull’orlo dello spianato e voltandosi per continuare il loro passeggio, don Antonio de Mariz e il suo scudiero videro un giovane cavaliere, che attraversava lo spazio in faccia alla casa.

— Lasciami, disse il fidalgo ad Ayres Gomes; e pensa a quello che ti ho detto: che in ogni caso siamo apparecchiati a riceverli.

— Se verranno! soggiunse il pertinace scudiere, appartandosi.

— Don Antonio si avviò lentamente verso il giovane.

Vedendo suo padre che si accostava, don Diego de Mariz levossi, e scoprendosi, lo aspettò in un’attitudine rispettosa. [p. 52 modifica]

— Signor cavaliere, disse il vecchio con aria severa, ieri trasgrediste gli ordini che vi diedi.

— Signore...

— Ad onta delle mie espresse raccomandazioni, offendeste uno di questi selvaggi, ed eccitaste contro di noi la loro vendetta. Metteste a rischio la vita di vostro padre, di vostra madre e della gente che ci serve. Dovete essere soddisfatto dell’opera vostra.

— Mio padre!...

— Commetteste un’azione malvagia, assassinando una donna, un’azione indegna del nome che vi diedi; ciò mostra che ancora non sapete far uso della spada che portate al fianco.

— Non merito quest’ingiuria, signore! Castigatemi, ma non avvilite vostro figlio.

— Non è vostro padre che vi avvilisce, signor cavaliere, bensì l’azione che commetteste. Non voglio farvi arrossire, togliendovi quest’arma che vi diedi per combattere pel vostro re; ma poichè ancora non sapete servirvene, vi proibisco di trarla dal fodero, eccetto che per difendere la vostra vita.

Don Diego inchinossi in segno di obbedienza.

— Partirete in breve, appena sarà il dì della spedizione del Rio de Janeiro; e andrete a chiedere a Diego Botelho che vi ammetta al suo servizio nelle scoperte. Siete portoghese, e dovete serbar fedeltà al vostro legittimo re; ma combatterete come fidalgo e cristiano in pro della religione, conquistando ai gentili questa terra, [p. 53 modifica]che un giorno tornerà sotto il dominio del Portogallo libero.

— Eseguirò i vostri ordini, padre mio.

— Da questo momento, continuò il vecchio fidalgo, non vi allontanerete da questa casa senza mio ordine. Andate, signor cavaliere; ricordatevi che ho settant’anni, e che vostra madre e vostra sorella saranno prive in breve di un braccio valente per difenderle, e di un consiglio assennato per proteggerle.

Il giovane sentì spuntarsi le lagrime sugli occhi, ma non balbettò una parola; curvossi e baciò rispettosamente la mano di suo padre.

Don Antonio de Mariz, dopo averlo guardato un istante con una severità, sotto la quale trasparivano i moti dell’amore paterno, voltossi per la stessa via, e andava a continuare il passeggio, quando sua moglie comparve sulla soglia della porta.

Donna Lauriana era una signora di cinquantacinque anni; asciutta, ma forte e ben conservata come suo marito; avea ancora i capelli quasi tutti neri, e quei pochi che biancheggiavano, ascondeansi entro la fastosa acconciatura del capo, coronato da uno di que’ larghi pettini, che cingendolo tutto all’ingiro rassomigliava a una specie di diadema.

Il suo vestito di tibet nero, con busto molto lungo e falda più corta sul davanti, avea uno strascico rispettabile, che ella si traeva dietro con certa alterigia da fidalga, avanzo della sua bellezza già da molto svanita. [p. 54 modifica]

Lunghi orecchini d’oro con pendenti di smeraldo, che le battevano quasi sulle spalle, e un monile con una croce d’oro al collo, erano tutti i suoi ornamenti.

Quanto alla sua indole, già dicemmo che era un misto di alterigia e di bacchettoneria; lo spirito di nobiltà, che in don Antonio de Mariz rialzava il suo carattere, convertivasi in lei in una esagerazione ridicola.

Nell’eremo in cui si trovava, invece di studiarsi a far isvanire un poco la distinzione sociale che potea esservi tra lei e la gente fra cui viveva, prevalevasi al contrario del fatto di essere l’unica dama fidalga del luogo, per abbassare gli altri colla sua superiorità e regnar dall’alto della sua seggiola con baldacchino, che per lei era quasi un trono.

In materia di religione accadeva lo stesso; e uno dei maggiori dispiaceri che provava in quella vita di solitudine, era il non vedersi accerchiata da tutto quell’apparato di culto, di cui don Antonio, come gli uomini di una fede robusta e di uno spirito diritto, avea saputo far senza.

Malgrado questa differenza di carattere, don Antonio de Mariz, fosse indulgenza o severità, vivea in perfetto accordo con sua moglie; procurava di soddisfarla in tutto, e quando non era fattibile, esprimeva la sua volontà in un certo modo, che la dama accorgeasi immediatamente che era inutile resistergli.

Solo in un punto la sua fermezza era stata [p. 55 modifica]vana; nel voler vincere la ripugnanza che donna Lauriana provava per sua nipote; ma siccome il vecchio fldalgo sentiva forse rimordersi la coscienza a questo riguardo, lasciò che sua moglie fosse libera di procedere come meglio le piacesse, e rispettò i suoi sentimenti.

— Parlavate a don Diego con un’aria tanto severa! disse donna Lauriana scendendo i gradini della porta, e venendo all’incontro di suo marito.

— Davagli un ordine, e un castigo che si meritò: rispose il fldalgo.

— Trattate sempre questo figlio con tanto rigore, signor don Antonio!

— E voi con estrema benevolenza, donna Lauriana. Perciò, siccome non voglio che il vostro amore lo perda, mi veggo obbligato a privarvi della sua compagnia.

— Gesù! Che dite, signor don Antonio?

— Don Diego partirà in questi giorni per San Salvatore, ove va a vivere come fidalgo, servendo alla causa della religione e non perdendo il tempo in stravaganze.

— Voi non farete ciò, signor Mariz, sclamò sua moglie; bandire vostro figlio dalla casa paterna!

— Chi vi parla di bando, signora? Volete che don Diego passi tutta la sua vita attaccato alla vostra gonnella, e alla vostra rocca?

— Ma, signore; io sono madre e non posso vivere così lungi da mio figlio, piena di inquietudine sulla sua sorte. [p. 56 modifica]

— Non pertanto ha da esser così, perchè così ho deciso.

— Siete ben crudele, signore.

— Sono soltanto giusto.

Fu in questo istante che si udì il rumore delle bestie, e che Isabella scoprì il drappello di cavalieri, che si avvicinava alla casa.

— Oh! sclamò don Antonio de Mariz; ecco Alvaro de Sà.

Il giovane che già conosciamo, Loredano e i suoi compagni appiedaronsi, salirono l’erta che conduceva allo spianato, e avvicinaronsi al cavaliere e a sua moglie, cui resero ossequio rispettosamente.

Il vecchio fidalgo stese la mano ad Alvaro de Sà, e rispose al saluto degli altri con una certa amorevolezza.

Quanto a donna Lauriana, l’inclinazione del suo capo fu tanto impercettibile, che gli occhi neppur si abbassarono al volto degli avventurieri.

Scambiato questo saluto, il fidalgo fece un segno ad Alvaro, e tutti e due si appartarono, e andarono a conversare in disparte, seduti sopra due grossi tronchi d’albero lavorati in digrosso, che servivano di panche.

Don Antonio desiderava aver notizie del Rio de Janeiro e del Portogallo, ove si eran perdute tutte lo speranze di una ristaurazione della sovranità, che solo ebbe luogo quarant’anni appresso coll’acclamazione del duca di Braganza. [p. 57 modifica]

Il rimanente degli avventurieri avviossi al lato opposto dello spianato, e si mescolò cogli altri compagni che uscivano ad incontrarli.

Quivi furono ricevuti da una tempesta di domande, di risate e detti arguti, cui presero parte; dipoi gli uni curiosi di novità, gli altri avidi di raccontare ciò che avean veduto, cominciarono a parlare tutti ad un tempo in maniera che nessuno si intendeva.

In quel momento le due fanciulle comparvero sulla porta: Isabella arrestossi tremante e confusa; Cecilia, scendendo lievemente i gradini, corse alla volta di sua madre.

Nell’atto che attraversava lo spazio che la separava da donna Lauriana, Alvaro, ottenutane la permissione dal fidalgo, si fece innanzi, e col cappello in mano andò ad inchinare, arrossendo, la fanciulla.

— Siete di ritorno, signor Alvaro! disse Cecilia con molta fretta, come per togliersi all’imbarazzo che pure provava: tornaste molto presto?

— Meno di quanto desiderava, rispose il giovane balbettando; quando il pensiero rimane, il corpo ha premura di tornare al luogo onde mosse.

Cecilia arrossì, e corse al fianco di sua madre.

Mentre accadeva questa breve scena nel mezzo dello spianato, tre sguardi ben differenti dirigevansi a quella parte, e partendo da diversi punti s’incontravano sopra quelle due teste sfolgoranti di bellezza e di gioventù.

Don Antonio de Mariz, seduto a qualche [p. 58 modifica]distanza, considerava quella vezzosa coppia, e un sorriso di felicità spandevasi sul suo volto venerabile.

Più lungi Loredano, un po’ appartato dai capannelli de’ suoi compagni, lanciava sui giovani delle occhiate ardenti, bramose, incisive, come fiera che colle nari dilatate aspira l’aria, e si diletta alla vista di quella che farebbe sua vittima.

Isabella, la povera fanciulla, figgeva sopra Alvaro i suoi occhi neri, pieni di amarezza e di mestizia; parea che la sua anima si stemperasse in quel raggio luminoso e andasse a curvarsi ai piedi del giovane.

Niuno dei muti testimoni di questa scena s’accorse di quello che accadeva fuori del punto ove tenea gli occhi fissi; solo Loredano notò il sorriso di don Antonio de Mariz e lo comprese.

Nell’atto che ciò avveniva, don Diego che erasi ritirato, tornò per riverire Alvaro e i suoi compagni allora arrivati; il giovane recava ancora sul volto un po’ di quella tristezza, che gli aveano lasciato le parole severe di suo padre.