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penne, staccavansi le ciocche de’ suoi bianchi capelli, che cadeangli sopra gli omeri; a traverso la lunga barba, bianca come la spuma di una cascata, brillavano le sue guancie rosate, la sua bocca ancora piena di espressione, i suoi occhi piccoli, ma vivaci.

Questo fidalgo era don Antonio de Mariz, che non ostante i suoi settant’anni mostrava tuttavia un vigore di corpo non ordinario, dovuto per avventura alla sua vita attiva; incedeva ancora con portamento diritto, e avea il passo fermo e sicuro, come se ancor fosse nel fiore dell’età.

L’altro vecchio, che camminavagli al fianco col cappello in mano, era Ayres Gomes, suo scudiero e antico compagno della sua vita di ventura; il fidalgo poneva la maggior fiducia nella discrezione e nello zelo di lui.

La fisonomia di quest’uomo, sia per la sagacità inquieta, ch’era la sua espressione ordinaria, sia pe’ suoi lineamenti che tiravano al lungo, avea una certa somiglianza col muso della volpe; somiglianza ch’era ancor più accresciuta dal suo bizzarro modo di vestire.

Sopra il giubbetto di velluto di cotone color di pinocchio portava una specie di veste del pelo di quell’animale, di cui pure avea formati i lunghi stivali, che serviangli quasi di brache.

— Perchè lo neghi, Ayres Gomes, dicea il fidalgo al suo scudiero, misurando a passi lenti il terreno; son certo che sei del mio parere.

— Nol nego in tutto, signor cavaliere; con-