Il bugiardo/Atto II

Atto II

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Atto I Atto III

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ATTO SECONDO.
SCENA PRIMA.
Camera in casa del Dottore.
Il Dottore1 e Florindo.

Florindo. Creda, signor Dottore, glielo giuro sull’onor mio. In casa questa notte non è venuto nessuno.

Dottore. So di certo che alle mie figlie è stata fatta una serenata.

Florindo. È verissimo, ed esse l’hanno goduta sul terrazzino, modestissimamente. Le serenate non rendono alcun pregiudizio alle figlie oneste. Far all’amore con onestà2 è lecito ad ogni civile fanciulla.

Dottore. Ma ricevere di notte la gente in casa? Cenare con un forestiere? [p. 342 modifica]

Florindo. Questo è quello che non è vero.

Dottore. Che ne potete saper voi? Sarete stato a letto.

Florindo. Sono stato svegliato tutta la notte.

Dottore. Perchè svegliato?

Florindo. Per causa del caldo io non poteva dormire.

Dottore. Conoscete il signor Ottavio?

Florindo. Lo conosco.

Dottore. Egli mi ha detto tutto ciò, ed è pronto a sostenere che ha detto la verità...

Florindo. Il signor Ottavio mentisce. Lo troveremo; si farà che si spieghi con qual fondamento l’ha detto, e son certo ritroverete essere tutto falso.

Dottore. Se fosse cosi, mi spiacerebbe aver date tante mortificazioni alle mie figliuole.

Florindo. Povere ragazze! Le avete ingiustamente trattate male.

Dottore. Specialmente Rosaura piangeva dirottamente, nè si poteva dar pace.

Florindo. Povera innocente! Mi fa compassione3. (si asciuga gli occhi

Dottore. Che cosa avete, figliuolo, che sembra che piangiate?

Florindo. Niente: mi è andato del tabacco negli occhi. (mostra la tabacchiera

SCENA II.
Colombina e detti.

Colombina. Presto, signor padrone, presto. La povera signora Rosaura è svenuta, e non so come fare a farla rinvenire; correte per carità ad aiutarla. (al Dottore

Florindo. (Smania.

Dottore4. Presto, un poco di spirito di melissa.

Colombina. Se sentiste come le palpita il cuore! Avrebbe bisogno d’una cavata di sangue.

Dottore. Signor Florindo, andate a vederla, toccatele il polso, e [p. 343 modifica] se vi pare che abbia bisogno di sangue, pungetele la vena. So che siete bravissimo in queste operazioni. Io intanto vado a prendere lo spirito di melissa. (parte

Colombina. Per amor del cielo, non abbandonate la povera mia padrona5.

Florindo. Ecco l’effetto de’ rimproveri ingiusti di suo padre. La soccorrerò, se potrò. (parte

SCENA III.
Camera di Rosaura con sedie.
Rosaura svenuta sopra una sedia; poi Colombina6, poi Florindo, e poi il Dottore.

Colombina. Ecco qui, poverina! non è ancor rinvenuta, e sua sorella non la soccorre, non ci pensa; vorrebbe che ella morisse. Queste due sorelle non si amano, non si possono vedere.

Florindo7. Dove sono? Io non ci vedo.

Colombina8. Come non ci vedete, se siamo in una camera così chiara? Guardate la povera signora Rosaura svenuta.

Florindo. Oimè! non posso più. Colombina, andate a prendere quel che bisogna per cavarle sangue.

Colombina. Vado subito. Per l’amor del cielo, non l’abbandonate. (parte, e poi ritorna

Florindo. Son solo, nessuno mi vede, posso toccar quella bella mano. Sì, cara, ti tasterò il polso. Quanto è bella, benchè svenuta! (le tocca il polso) Ahimè, eh io muoio. (cade svenuto in terra, o sopra una sedia vicina

Colombina9. Oh bella! Il medico fa compagnia all’ammalata. (portando il cerino e qualche altra cosa per il sangue

Dottore10. Son qui, son qui; non è ancor rinvenuta? [p. 344 modifica]

Colombina. Osservate. Il signor Florindo è venuto meno ancor esso per conversazione.

Dottore. Oh diavolo! Che cos’è quest’istoria? Presto, bisogna dargli soccorso. Piglia questo spirito e bagna sotto il naso Rosaura, ch’io assisterò questo ragazzo.

Colombina. Ecco, ecco, la padrona si muove. (bagnandola collo spirito

Dottore. Anche Florindo si desta. Vanno di concerto.

Rosaura. Oimè! Dove sono?

Dottore. Via, figlia mia, fatti animo, non è niente.

Florindo. (Povero me! Che mai ho fatto?) (s’alza, Vede il Dottore, e si vergogna

Dottore. Che cosa è stato, Florindo? Che avete avuto?

Florindo. Signore ... non lo so nemmen io... Con vostra buona licenza. (parte confuso

Dottore. Se ho da dire la verità, mi sembra un pazzerello.

Colombina. Animo, signora padrona, allegramente.

Rosaura11. Ah signor padre, per carità...

Dottore. Figlia mia, non ti affligger più. Sono stato assicurato non esser vero ciò che mi è stato detto di te. Voglio credere che sia una calunnia, un’invenzione. Verremo in chiaro della verità.

Rosaura. Ma, caro signor padre, chi mai vi ha dato ad intendere falsità così12 enormi, così pregiudicievoli alla nostra riputazione?

Dottore. È stato il signor Ottavio.

Rosaura. Con qual fondamento ha egli potuto dirlo?

Dottore. Non lo so. Lo ha detto e s’impegna di sostenerlo.

Rosaura. Lo sostenga, se può. Signor padre, si tratta dell’onor vostro, si tratta dell’onor mio: non vi gettate dietro le spalle una cosa di tanto rimarco.

Dottore. Sì, lo ritroverò e me ne farò render conto.

Colombina. Aspettate. Anderò io a ritrovarlo. Io Lo condurrò in casa e, cospetto di bacco, lo faremo disdire.

Dottore. Va, e se lo trovi, digli che io gli voglio parlare.

Colombina. Or ora lo conduco qui a suo dispetto.13 (parte [p. 345 modifica]

SCENA IV14
Rosaura e il Dottore15.

Rosaura. Gran dolore mi avete fatto provare!

Dottore. Orsù via, medicheremo il dolore sofferto con una nuova allegrezza. Sappi, Rosaura, che io ti ho fatta la sposa.

Rosaura. A chi mai mi avete voi destinata?

Dottore. Al figlio del signor Pantalone.

Rosaura. Deh, se mi amate, dispensatemi per ora da queste nozze.

Dottore. Dimmi il perchè, e può essere che ti contenti.

Rosaura. Una figlia obbediente e rispettosa non deve celar cos’alcuna al suo genitore. Sappiate, signore, che un cavaliere forestiere, di gran sangue e di grandi fortune, mi desidera per consorte.

Dottore. Dunque è vero che vi è il forestiere, e sarà vero della serenata e della cena.

Rosaura. È vero che un forestiere mi ama, e che mi ha fatta una serenata, ma mi ha parlato una sol volta sotto del terrazzino, e mi fulmini il cielo s’egli ha posto piede mai in questa casa.

Dottore. È un signor grande, e ti vuole per moglie?

Rosaura. Così almeno mi fa sperare.

Dottore. Guarda bene che egli non sia qualche impostore.

Rosaura. Oggi si darà a conoscere a voi. Voi aprirete gli occhi per me.

Dottore. Senti, figlia mia: quando il cielo ti avesse destinata questa fortuna, non sarei sì pazzo a levartela. Con Pantalone ho qualche impegno, ma solamente di parole; non mancheranno pretesti per liberarmene.

Rosaura. Basta dire ch’io non lo voglio.

Dottore. Veramente non basterebbe, perchè son io quello che comanda: ma troveremo una miglior ragione. Dimmi, come si chiama questo cavaliere?

Rosaura. Il marchese Asdrubale di Castel d’Oro.

Dottore. Capperi! figlia mia, un marchese?16 [p. 346 modifica]

SCENA V17.
Beatrice che ascolta, e detti.

Rosaura. È un anno ch’è innamorato di me, e solo ieri sera si è dichiarato.

Dottore. Ti vuole veramente bene?

Rosaura. Credetemi, che mi adora.

Dottore. Sei sicura che ti voglia prender per moglie?

Rosaura. Me ne ha data positiva parola.

Dottore. Quando è così, procurerò di assicurare la tua fortuna.

Beatrice. Signor padre, non crediate sì facilmente alle parole di mia sorella. Non è vero che il marchese Asdrubale siasi dichiarato per lei. Egli ama una di noi due e, senza troppo lusingarmi, ho ragione di credere ch’egli mi preferisca18.

Dottore. Oh bella! Come va questa storia? (a Rosaura

Rosaura. Dove appoggiate le vostre speranze? (a Beatrice

Beatrice. Dove avete appoggiate le vostre19. (a Rosaura

Rosaura. Signor padre, io parlo con fondamento.

Beatrice. Credetemi, ch’io so quel che dico. (al Dottore

Dottore. Questa è la più bella favoletta del mondo. Orsù, sentite cosa vi dico per concluderla in poche parole. Intanto state dentro delle finestre, e non andate fuori di casa senza licenza mia. Se il signor marchese parlerà con me, sentirò se sia vero quello m’avete detto, e chi di voi sia la prediletta; se poi sarà una favola, come credo, avrò motivo di dire, senza far torto nè all’una, nè all’altra, che tutte due siete pazze. (parte

SCENA VI20.
Rosaura e Beatrice.

Beatrice. Signora sorella, qual fondamento avete voi di credere che il signor Marchese si sia dichiarato per voi?

Rosaura. Il fondamento l’ho infallibile, ma non sono obbligata di dirvi tutto. [p. 347 modifica]

Beatrice. Sì, sì, lo so. Siete stata fuori di casa in maschera. Vi sarete ingegnata di tirar l’acqua al vostro mulino; ma giuro al cielo, non vi riuscirà forse di macinare.

Rosaura. Che pretensione avete voi? Ha egli detto essere per voi inclinato? Ha dimostrato volervi?

Beatrice. Ha detto a me quello che ha detto a voi; e non so ora con qual franchezza lo pretendiate per vostro.

Rosaura. Basta, si vedrà.

Beatrice. Se saprò che mi abbiate fatta qualche soverchieria, sorella, me la pagherete.

Rosaura. Mi pare che dovreste avere un poco di convenienza. Io finalmente son la maggiore.

Beatrice. Di grazia, baciatele la mano alla signora superiora.

Rosaura. Già, l’ho sempre detto. Insieme non si sta bene.

Beatrice. Se non era per causa vostra, sarei maritata che sarebbero più di tre anni. Cinquanta mi volevano. Ma il signor padre non ha voluto far torto alla sua primogenita.

Rosaura. Certo gran pretendenti avete avuti! Fra gli altri il garbatissimo signor Ottavio, il quale forse per vendicarsi de’ vostri disprezzi, ha inventate tutte le indegnità raccontate di noi a nostro padre.

Beatrice. Ottavio n’è stato inventore?

Rosaura. Testè me lo disse il genitore medesimo.

Beatrice. Ah indegno! Se mi capita alle mani, vo’ che mi senta.

Rosaura. Meriterebbe essere trucidato.

SCENA VII21.
Colombina, poi Ottavio, e detti.

Colombina. Signore padrone, ecco qui il signor Ottavio che desidera riverirle.

Ottavio22. Son qui pien di rossore e di confusione23...

Rosaura. Siete un mentitore. [p. 348 modifica]

Beatrice. Siete un bugiardo.

Ottavio. Signore, il mentitore, il bugiardo non sono io.

Rosaura. Chi ha dettto a nostro padre che abbiamo avuta una serenata?

Ottavio. L’ho detto io, ma però ...

Beatrice. Chi gli ha detto che abbiamo ricevuto di notte un forestiere in casa?

Ottavio. Io, ma sappiate ...

Beatrice. Siete un bugiardo.

Rosaura. Siete un mentitore.

Ottavio. Sappiate che Lelio Bisognosi...

Rosaura. Avete voi detto che siamo state sul terrazzino?

Ottavio. Sì, signore, ascoltatemi...

Beatrice. Avete detto che siamo state trattate dal forestiere?

Ottavio. L’ho detto, perchè egli stesso ...

Beatrice. Siete un bugiardo. (parte

Rosaura. Siete un mentitore. (parte

SCENA VIII24.
Ottavio e Colombina.

Ottavio. Ma se non mi lasciate parlare... Colombina, ti raccomando l’onor mio. Va dalle tue padrone, di’ loro che, se mi ascolteranno, saranno contente.

Colombina. Che cosa potete dire in vostra discolpa?

Ottavio. Moltissimo posso dire, e che sia la verità, senti e giudica tu, se ho ragione ...

Colombina. Veniamo alle corte. Voi avete detto al padrone che il forestiere è entrato in casa di notte.

Ottavio. Ma se...

Colombina. Voi avete detto che ha dato loro una cena.

Ottavio. Sì, ma tutto questo... [p. 349 modifica]

Colombina. L’avete detto o non l’avete detto?

Ottavio. L’ho detto...

Colombina. Dunque siete un mentitore, un bugiardo. (parte

SCENA IX25.
Ottavio, poi il Dottore.

Ottavio. Anche la cameriera si burla di me? Vi è pur troppo il bugiardo, ma non sono io quello, e non posso giustificarmi. Il signor Fiorindo mi assicura non esser vero che Lelio sia stato introdotto in casa, e molto meno che abbia seco loro cenato. Una serenata non reca pregiudizio all’onestà d’una giovine, onde mi pento d’aver creduto, e molto più mi pento d’aver parlato. Lelio è l’impostore, Lelio è il bugiardo, ed io, acciecato dalla gelosia, ho avuta la debolezza di credere e non ho avuto tempo di riflettere che Lelio è un giovinastro, venuto recentemente da Napoli. Come l’aggiusterò io con Beatrice? E quel che più importa, come l’aggiusterò con suo padre? Eccolo ch’egli viene; merito giustamente i di lui rimproveri 26.

Dottore27. Che c’è, signor Ottavio? Che fate in casa mia?

Ottavio. Signore, eccomi a’ vostri piedi.

Dottore. Dunque mi avete raccontate delle falsità.

Ottavio. Tutto quello ch’io ho detto, non fu mia invenzione, ma troppo facilmente ho creduto, e troppo presto vi ho riportato, quanto da un bugiardo mi fu asserito.

Dottore. E chi è costui?

Ottavio. Lelio Bisognosi.

Dottore. Il figlio del signor Pantalone.?

Ottavio. Egli per l’appunto.

Dottore. È venuto a Venezia?

Ottavio. Vi è giunto ieri, per mia disgrazia.

Dottore. Dov’è? È in casa di suo padre?

Ottavio. Credo di no. È un giovine scapestrato, che ama la libertà. [p. 350 modifica]

Dottore. Ma come ha potuto dire questo disgraziato tutto quello che ha detto?

Ottavio. L’ha detto con tanta costanza, che sono stato forzato a crederlo, e se il signor Fiorindo, che so essere sincero e onorato, non mi avesse chiarito, forse forse ancora non ne sarei appieno disingannato.

Dottore. Io resto attonito come colui, appena arrivato, abbia avuto il tempo di piantare questa carota. Sa che Rosaura e Beatrice sieno mie figlie?

Ottavio. Io credo di sì. Sa che sono figlie d’un medico.

Dottore. Ah disgraziato! Così le tratta? Non gli do più Rosaura per moglie.

Ottavio. Signor Dottore, vi domando perdono.

Dottore. Vi compatisco.

Ottavio. Non mi private della vostra grazia.

Dottore. Vi sarò amico.

Ottavio. Ricordatevi che mi avete esibita la signora Beatrice.

Dottore. Mi ricordo che l’avete rifiutata.

Ottavio. Ora vi supplico di non negarmela.

Dottore. Ne parleremo.

Ottavio. Ditemi di sì, ve ne supplico.

Dottore. Ci penserò.

Ottavio. Vi chiedo la figlia, non vi disturberò per la dote.

Dottore. Via, non occorre altro, ci parleremo. (parte)

Ottavio. Non mi curo perder la dote, se acquisto Beatrice. Ma vuol essere difficile l’acquistarla. Le donne sono più costanti nell’odio, che nell’amore. (parte

SCENA X28).
Camera in casa di Pantalone.
Lelio ed Arlecchino.

Lelio. Arlecchino, sono innamorato davvero.

Arlecchino. Mi, con vostra bona grazia, no ve credo una maledetta.

Lelio. Credimi che è così. [p. 351 modifica]

Arlecchino. No ve lo credo, da galantomo.

Lelio. Questa volta dico pur troppo il vero.

Arlecchino. Sarà vero, ma mi no lo credo.

Lelio. E perchè, s’è vero, non lo vuoi credere?

Arlecchino. Perchè al busiaro no se ghe crede gnanca la verità.

Lelio. Dovresti pur conoscerlo ch’io sono innamorato, dal sospirar ch'io faccio continuamente.

Arlecchino. Siguro! perchè non savì suspirar e pianzer, quando ve comoda. Lo sa la povera siora Cleonice, se savì pianzer e suspirar, se savì tirar zo le povere donne.

Lelio. Ella è stata facile un poco troppo29.

Arlecchino. Gh’avì promesso sposarla, e la povera Romana la v’ha credesto.

Lelio. Più di dieci donne hanno ingannato me; non potrò30 io burlarmi di una?

Arlecchino. Basta; preghè el cielo che la ve vaga ben, e che la Romana non ve vegna a trovar a Venezia.

Lelio. Non avrà tanto ardire.

Arlecchino. Le donne, co se tratta d’amor, le fa delle cosse grande.

Lelio. Orsù, tronca ormai questo discorso odioso. A Cleonice più non penso. Amo adesso Rosaura, e l’amo con un amore estraordinario, con un amore particolare.

Arlecchino. Se vede veramente che ghe volì ben, se non altro per i bei regali che gh’andè facendo. Corpo de mi! Diese31 zecchini in merlo.

Lelio. (Ridendo) Che dici, Arlecchino, come a tempo ho saputo prevalermi dell’occasione?

Arlecchino. L’è una bella spiritosa invenzion. Ma, sior padron, semo in casa de vostro padre32 e gnancora no se magna?

Lelio. Aspetta, non essere33 tanto ingordo. [p. 352 modifica]

Arlecchino. Com’elo fatto sto vostro padre, che no l’ho gnancora visto?

Lelio. È un buonissimo vecchio. Eccolo che viene.

Arlecchino. Oh, che bella barba!

SCENA XI34.
Pantalone e detti.

Pantalone. Fio mio, giusto ti te cercava.

Lelio. Eccomi a’ vostri comandi.

Arlecchino. Signor don Pantalonea, essendo, come sarebbe a dire, il servo della mascolina prole, così mi do il bell’onore di essere, cioè di protestarmi di essere, suo di vussignoria!.. Intendetemi senza ch’io parli.

Pantalone. Oh, che caro matto! Chi elo costù?

Lelio. È un mio servitore, lepido ma fedele.

Pantalone. Bravo, pulito. El sarà el nostro divertimento.

Arlecchino. Farò il buffone, se ella comanda.

Pantalone. Me farè servizio.

Arlecchino. Ma avvertite, datemi ben da mangiare, perchè i buffoni mangiano meglio degli altri.

Pantalone. Gh’avè rason. Non ve mancherà el vostro bisogno.

Arlecchino. Vederò se sì galantomo.

Pantalone. Quel che prometto, mantegno.

Arlecchino. Alle prove. Mi adesso gh’ho bisogno de magnar.

Pantalone. Andè in cusina, e fèvene dar.

Arlecchino. Sì ben, sì galantomo. Vago35 a trovar el cogo. Sior padron, una parola. (a Lelio

Lelio. Cosa vuoi?

Arlecchino. (Ho paura che noi sia voster padre 36). (a Lelio, piano

Lelio. (E perchè?)

Arlecchino. (Perchè lu el dis la verità, e vu sì busiaro). (parte

Lelio. (Costui si prende troppa confidenza). (da sè [p. 353 modifica]

SCENA XII37.
Pantalone e Lelio.

Pantalone. L’è curioso quel to servitor. E cussì, come che te diseva, fio mio, t’ho da parlar.

Lelio. Son qui ad ascoltarvi con attenzione.

Pantalone. Ti ti xe l’unico erede de casa mia, e za che la morte del povero mio fradello t’ha lassà più ricco ancora de quello che te podeva lassar to pare, bisogna pensar alla conservazion della casa e della fameggia; onde, in poche parole, vôi maridarte.

Lelio. A questo già ci aveva pensato. Ho qualche cosa in vista, e a suo tempo si parlerà.

Pantalone. Al tempo d’ancuob, la zoventù, co se tratta de maridarse, no pensa altro che a sodisfar el caprizio, e dopo quattro zornic de matrimonio, i se pente d’averlo fatto. Sta sorte de negozi bisogna lassarli manizar ai parid. Eli, interessai per el ben dei fioie più dei fioi medesimi, senza lassarse orbarf nè dalla passion, nè dal caldo, i fa le cosse con più giudizio, e cussi col tempo i fioi se chiama contenti.

Lelio. Certo che senza di voi non lo farei. Dipenderò sempre da’ vostri consigli, anzi dalla vostra autorità.

Pantalone. O ben, co l’è cussì, fio mio, sappi che za t’ho maridà, e giusto stamattina ho stabilio el contratto delle to nozze.

Lelio. Come! Senza di me?

Pantalone. L’occasion no podeva esser meggio. Una bona putta de casa e da qualcossa, con una bona dota, fia d’un omo civil bolognese, ma stabilio in Venezia. Te dirò anca, a to consolazion, bella e spiritosa38. Cossa vustu de più?39 Ho chiappà so pare in parolag, el negozio xe stabilio. [p. 354 modifica]

Lelio. Signor padre, perdonatemi; è vero che i padri pensano bene per i figliuoli, ma i figliuoli devono star essi colla moglie, ed è giusto che si soddisfacciano.

Pantalone. Sior fioh, questi no xe quei sentimenti de rassegnazion, coi quali me avè fin adesso parlà. Finalmente son pare, e se per esser sta arlevà lontan da mi, no avè imparà a respettarme, son ancora a tempo per insegnarvelo.

Lelio. Ma non volete nemmeno che prima io la veda?

Pantalone. La vederè, quando averè sottoscritto el contratto. Alla vecchia se fa cussì. Quel che ho fatto, ho fatto ben; son vostro pare, e tanto basta.

Lelio. (Ora è tempo di qualche spiritosa invenzione). (da sè

Pantalone. E cussì, cossa me respondeu?

Lelio. Ah, signor padre, ora mi veggo nel gran cimento, in cui mi pone la vostra autorità; non posso più a lungo tenervi celato un arcano.

Pantalone. Coss’è? Cossa gh’è da niovo?

Lelio. Eccomi a’ vostri piedi. So che ho errato, ma fui costretto a farlo. (s’inginocchia

Pantalone. Mo via, di’ su, coss’hastu fatto?

Lelio. Ve lo dico colle lagrime agli occhi.

Pantalone. Destrighetei, parla.

Lelio. A Napoli ho preso moglie.

Pantalone. E adesso ti me lo disi? E mai no ti me l’ha scritto? E mio fradello no lo saveva?

Lelio. Non lo sapeva.

Pantalone. Levete su; ti meriteressi che te depennasse de fio, che te scazzasse de casa mia. Ma te voio ben, ti xe el mio unico fio, e co la cossa xe fatta, no gh’è remedio. Se el matrimonio sarà da par nostro, se la niora me farà scriver, o me farà parlar, fursi fursi l’accetterò. Ma se ti avessi sposà qualche squaquarinaj ...

Lelio. Oh, che dite mai, signor padre? Io ho sposato una onestissima giovane. [p. 355 modifica]

Pantalone. De che condizion?

Lelio. È figlia di un Cavaliere.

Pantalone. De che paese?

Lelio. Napoletana.

Pantalone. Hala dota?

Lelio. È ricchissima.

Pantalone. E d’un matrimonio de sta sorte no ti me avvisi? Gh’avevistu paura, che disesse de no? No son miga matto. Ti ha fatto ben a farlo. Ma perchè no dir gnente nè a mi, nè a to barbak? L’hastu fursi fatto in scondonl dei sói?

Lelio. Lo sanno tutti40.

Pantalone. Ma perchè tàserm con mi e co mio fradello?

Lelio. Perchè ho fatto il matrimonio su due piedi.

Pantalone. Come s’intende un matrimonio su do41 piè?

Lelio. Fui sorpreso dal padre in camera della sposa...

Pantalone. Perchè gieristu andà in camera della putta?

Lelio. Pazzie amorose, frutti della gioventù.

Pantalone. Ah desgrazià! Basta, ti xe maridà, la sarà fenia. Cossa gh’ala nome la to novizza?

Lelio. Briseide.

Pantalone. E so pare?

Lelio. Don Policarpio.

Pantalone. El cognome?

Lelio. Di Albacava.

Pantalone. Xela zovene?

Lelio. Della mia età.

Pantalone. Come hastu fatto amicizia?

Lelio. La sua villa era vicina alla nostra.

Pantalone. Come t’hastu introdotto in casa?

Lelio. Col mezzo d’una cameriera.

Pantalone. E i t’ha trovà in camera?

Lelio. Sì, da solo a sola. [p. 356 modifica]

Pantalone. De dì, o de notte?

Lelio. Fra il chiaro e l’oscuro.

Pantalone. E ti ha avudo cussi poco giudizio de lassarte trovar, a rischio che i te mazza?n

Lelio. Mi son nascosto in un armadio.

Pantalone. Come donca t’hàli trova?

Lelio. Il mio orologio di repetizione ha suonate le ore, e il padre si è insospettito.

Pantalone. Oh diavolo? Coss’halo dito?

Lelio. Ha domandato alla figlia da chi aveva avuta quella repetizione.

Pantalone. E ella?

Lelio. Ed ella disse subito averla avuta da sua cugina.

Pantalone. Chi èla sta so cugina?

Lelio. La duchessa Matilde, figlia del principe Astolfo, sorella del conte Argante, sopraintendente alle caccie di S. M.

Pantalone. Sta to novizza42 la gh’ha un parentà strepitoso.

Lelio. È d’una nobiltà fioritissima.

Pantalone. E cussi, del relogio cossa ha dito so pare?43 S’halo quietà?

Lelio. L’ha voluto vedere.

Pantalone. Oh bella! Com’ela andada?

Lelio. È venuta Briseide, ha aperto un pocolino l’armadio, e mi ha chiesto sotto voce l’orologio.

Pantalone. Bon; co ti ghel davi, no giera altro.

Lelio. Nel levarlo dal saccoccino44, la catena si è riscontrata col cane d’una pistola che tenevo montata, e la pistola sparò.

Pantalone. Oh poveretto mi! T’hastu fatto mal?

Lelio. Niente affatto.

Pantalone. Cossa hai45 dito? Cossa xe sta?

Lelio. Strepiti grandi. Mio suocero ha chiamata la servitù. [p. 357 modifica]

Pantalone. T’hai trova?

Lelio. E come!

Pantalone. Me trema el cuor. Cossa t’hali fatto?

Lelio. Ho messo mano alla spada, e sono tutti fuggiti.

Pantalone. E se i te mazzava?

Lelio. Ho una spada che non teme di cento.

Pantalone. In semolao, patron, in semola. E cussì, xestu scampà?

Lelio. Non ho voluto abbandonar la mia bella.

Pantalone. Ella coss’hala dito?

Lelio. Mi si è gettata a’ piedi colle lagrime agli occhi. (tenero

Pantalone. Par che ti me conti un romanzo.

Lelio. Eppure vi narro la semplice verità.

Pantalone. Come ha finio l’istoria?

Lelio. Mio suocero è ricorso alla giustizia. È venuto un capitano con una compagnia di soldati, me l’hanno fatta sposare, e per gastigo mi hanno assegnato ventimila scudi di dote.

Pantalone. (Questa la xe fursi la prima volta, che da un mal sia deriva un ben). (da sè

Lelio. (Sfido il primo gazzettiere d’Europa a inventare un fatto così bene circostanziato). (da sè

Pantalone. Fio mio, ti xe andà a un brutto rischio, ma za che ti xe riuscio con onor, ringrazia el cielo, e per l’avegnir abbi un poco più de giudizio. Pistole, pistole! Cossa xe ste pistole? Qua no se usa ste cosse.

Lelio. Da quella volta in qua, mai più non ho portate armi da fuoco.

Pantalone. Ma de sto matrimonio, perchè no dirlo a to barbap?

Lelio. Quando è successo il caso, era gravemente ammalato.

Pantalone. Perchè no scriverlo a mi?

Lelio. Aspettai a dirvelo a voce.

Pantalone. Perchè no hastu menà la sposa con ti a Venezia?

Lelio. È gravida in sei mesi.

Pantalone. Anca gravia? In sie mesi? Una bagattella! El [p. 358 modifica] negozio no xe tanto fresco. Va là, che ti ha fatto una bella cossa a no me avvisar. Dirà ben to messierq, che ti gh’ha un pare senza creanza, non avendoghe scritto una riga per consolarme de sto matrimonio. Ma quel che non ho fatto, farò. Sta sera va via la posta de Napoli, ghe voggio scriver subito, e sora tutto ghe voggio raccomandar la custodia de mia niorar e de quel parto che vegnirà alla luse, che essendo frutto de mio fio, el xe anca parto delle mie vissere. Vago subito... Ma no me arrecordo più el cognome de don Policarpio. Tornemelo a dir, caro fio.

Lelio. (Non me lo ricordo più nemmen io!) (da sè Don Policarpio Carciofoli.

Pantalone. Carciofoli? Non me par che ti abbi dito cussi. Adesso me l’arrecordo. Ti m’ha dito d’Albacava.

Lelio. Ebbene, Carciofoli è il cognome, Albacava è il suo feudo; si chiama nell’una e nell’altra maniera.

Pantalone. Ho capio. Vago a scriver. Ghe dirò, che subito che la xe in stato de vegnir, i me la manda a Venezia la mia cara niora. No vedo l’ora de vèderla; no vedo l’ora de basar quel caro puttello, unica speranza e sostegno de casa Bisognosi, baston della vecchiezza del povero Pantalon. (parte

SCENA XIII46.
Lelio solo.

Lelio. Che fatica terribile ho dovuto fare per liberarmi dall’impegno di sposare questa Bolognese, che mio padre aveva impegnata per me! Quand’abbia a far la pazzia di legarmi colla catena del matrimonio, altre spose non voglio che Rosaura. Ella mi piace troppo. Ha un non so che, che a prima vista m’ha colpito. Finalmente è figlia di un medico, mio padre [p. 359 modifica] non può disprezzaria. Quando l’avrò sposata, la Napolitana si convertirà in Veneziana. Mio padre vuol dei bambini? Gliene faremo quanti vorrà. (parte

SCENA XIV47.
Strada col terrazzino della casa del Dottore.
Florindo e Brighella.

Florindo. Brighella, son disperato.

Brighella. Per che causa?

Florindo. Ho inteso dire che il dottor Balanzoni voglia dar per moglie la signora Rosaura ad un marchese napolitano.

Brighella. Da chi avì sentido a dir sta cossa?

Florindo. Dalla signora Beatrice sua sorella.

Brighella. Donca no bisogna perder più tempo. Bisogna che parlè, che ve dichiarè.

Florindo. Si, Brighella, ho risolto spiegarmi.

Brighella. Sia ringrazià el cielo. Una volta ve vederò fursi contento.

Florindo. Ho composto un sonetto, e con questo penso di scoprirmi a Rosaura.

Brighella. Eh, che no ghe vol sonetti. L’è meio parlar in prosa.

Florindo. Il sonetto è bastantemente chiaro per farmi intendere.

Brighella. Quando l’è chiaro, e che siora Rosaura el capissa, anca el sonetto pol servir. Possio sentirlo anca mi?

Florindo. Eccolo qui. Osserva come è scritto bene.

Brighella. No l’è miga scritto de vostro carattere.

Florindo. No, l’ho fatto scrivere.

Brighella. Perchè mo l’avì fatto scriver da un altro?

Florindo. Acciò non si conosca la mia mano.

Brighella. Mo no s’ha da saver che l’avì fatto vu?

Florindo. Senti, se può parlare più chiaramente di me. [p. 360 modifica]

SONETTO.


     Idolo del mio cor, nume adorato,
          Per voi peno tacendo, e v’amo tanto
          Che temendo d’altrui vi voglia il fato,
          M’esce dagli occhi e più dal cuore il pianto.
     Io non son cavalier, nè titolato,
          Nè ricchezze o tesori aver mi vanto;
          A me diede il destin mediocre stato,
          Ed è l’industria mia tutto il mio vanto.

     Io nacqui in Lombardia sott’altro cielo.
          Mi vedete sovente a voi d’intorno.
          Tacqui un tempo in mio danno, ed or mi svelo.
     Sol per vostra cagion fo qui soggiorno.
          A voi, Rosaura mia, noto è il mio zelo,
          E il nome mio vi farò noto un giorno.

Florindo. Ah, che ne dici?

Brighella. L’è bello, l’è bello, ma nol spiega gnente.

Florindo. Come non spiega niente? Non parla chiaramente di me? La seconda quaderna mi dipinge esattamente. E poi, dicendo nel primo verso del primo terzetto: Io nacqui in Lombardia, non mi manifesto per bolognese?

Brighella. Lombardia è anca Milan, Bergamo, Bressa, Verona, Mantova, Modena e tante altre città. Come hala mo da indovinar, che voia dir bolognese?

Florindo. E questo verso, Mi vedete sovente a voi dintorno, non dice espressamente che sono io?

Brighella. El pol esser qualchedun altro.

Florindo. Eh via, sei troppo sofistico. Il sonetto parla chiaro, e Rosaura l’intenderà.

Brighella. Se ghel darì vu, la l’intenderà meio.

Florindo. Io non glielo voglio dare.

Brighella. Donca come volì far?

Florindo. Ho pensato di gettarlo sul terrazzino. Lo troverà, lo leggerà, e capirà tutto. [p. 361 modifica]

Brighella. E se lo trova qualchedun altro?

Florindo. Chiunque lo troverà, lo farà leggere anche a Rosaura.

Brighella. Non saria meio ...

Florindo. Zitto: osserva come si fa. (getta il sonetto sul terrazzino

Brighella. Pulito! Sè più franco de man, che de lengua.

Florindo. Parmi di vedere che venga gente sul terrazzino.

Brighella. Stemo qua a goder la scena.

Florindo. Andiamo, andiamo. (parte

Brighella. El parlerà, quando48 no ghe sarà più tempo. (parte

SCENA XV49.
Colombina sul terrazzino, poi Rosaura.

Colombina. Ho veduto venire un non so che sul terrazzino. Son curiosa sapere50 che cos’è. Oh, ecco un pezzo di carta. Che sia qualche lettera? (l’apre Mi dispiace che so poco leggere. S, o, So, n, e, t, Sonet, t, o, to, Sonetto. È un sonetto. Signora padrona, venite sul terrazzino. È stato gettato un sonetto. (verso la casa

Rosaura51. Un sonetto? Chi l’ha gettato? (viene sul terrazzino

Colombina. Non lo so. L’ho ritrovato a caso.

Rosaura. Da’ qui, lo leggerò volentieri.

Colombina. Leggetelo, che poi lo farete sentire anche a me. Vado a stirare, sin tanto che il ferro è caldo. (parte

Rosaura. Lo leggerò con piacere. (legge piano

SCENA XVI.
Lelio e detta.

Lelio. Ecco la mia bella Rosaura: legge con grande attenzione; son curioso di saper cosa legga.

Rosaura. (Questo sonetto ha delle espressioni, che mi sorprendono). (da sè [p. 362 modifica]

Lelio. Permette la signora Rosaura, ch’io abbia il vantaggio di riverirla?

Rosaura. Oh perdonatemi, signor Marchese, non vi aveva osservato.

Lelio. Che legge di bello? Poss’io saperlo?

Rosaura. Ve lo dirò. Colombina mi ha chiamato sul terrazzino; ha ella ritrovato a caso questo sonetto, me lo ha consegnato, e lo trovo essere a me diretto.

Lelio. Sapete voi chi l’abbia fatto?

Rosaura. Non vi è nome veruno.

Lelio. Conoscete il carattere?

Rosaura. Nemmeno.

Lelio. Potete immaginarvi chi l’abbia composto?

Rosaura. Questo è quello ch’io studio, e non l’indovino.

Lelio. È bello il sonetto?

Rosaura. Mi par bellissimo.

Lelio. Non è un sonetto amoroso?

Rosaura. Certo, egli parla d’amore. Un amante non può scrivere con maggior tenerezza.

Lelio. E ancor dubitate chi sia l’autore?

Rosaura. Non me lo so figurare.

Lelio. Quello è un parto della mia musa.

Rosaura. Voi avete composto questo sonetto?

Lelio. Io, sì, mia cara; non cesso mai di pensare ai vari modi di assicurarvi dell’amor mio.

Rosaura. Voi mi fate stupire.

Lelio. Forse non mi credete capace di comporre un sonetto?

Rosaura. Sì, ma non vi credeva in istato di scriver così.

Lelio. Non parla il sonetto d’un cuor che vi adora?

Rosaura. Sentite i primi versi, e ditemi se il sonetto è vostro:

     Idolo del mio cor, nume adorato,
          Per voi peno tacendo, e v’amo tanto..

.

Lelio. Oh, è mio senz’altro. Idolo del mio cor, nume adorato, Per voi peno tacendo, e v’amo tanto. Sentite? Lo so a memoria.

Rosaura. Ma perchè tacendo, se ieri sera già mi parlaste? [p. 363 modifica]

Lelio. Non vi dissi la centesima parte delle mie pene. E poi è un anno che taccio; e posso dir ancora ch’io peno tacendo.

Rosaura. Andiamo avanti:

          Che temendo d’altrui vi voglia il fato,
          M’esce dagli occhi, e più dal cuore il pianto.

 Chi mi vuole? Chi mi pretende?

Lelio. Solita gelosia degli amanti. Io non ho ancora parlato con vostro padre, non siete ancora mia, dubito sempre e dubitando io piango52.

Rosaura. Signor Marchese, spiegatemi questi quattro versi bellissimi

     Io non son cavalier, nè titolato,
          Nè ricchezze o tesori aver mi vanto;
          A me diede il destin mediocre stato,
          Ed è l’industria mia tutto il mio vanto.

Lelio. (Ora sì, che sono imbrogliato). (da sè

Rosaura. È vostro questo bel sonetto?

Lelio. Sì, signora, è mio. Il sincero e leale amore, che a voi mi lega, non mi ha permesso di tirar più a lungo una favola, che poteva un giorno esser a voi di cordoglio, e a me di rossore. Non son cavaliere, non son titolato, è vero. Tale mi finsi per bizzarria, presentandomi a due sorelle, dalle quali non volevo esser conosciuto. Non volevo io avventurarmi così alla cieca, senza prima esperimentare se potea lusingarmi della vostra inclinazione; ora che vi veggo pieghevole a’ miei onesti desiri, e che vi spero amante, ho risoluto di dirvi il vero, e non avendo coraggio di farlo colla mia voce, prendo l’espediente di dirvelo in un sonetto. Non sono ricco, ma di mediocri fortune, ed esercitando in Napoli la nobil arte della mercatura, è vero che l’industria mia è tutto il mio vanto.

Rosaura. Mi sorprende non poco la confessione che voi mi fate; dovrei licenziarvi dalla mia presenza, trovandovi menzognero; [p. 364 modifica] ma l’amore, che ho concepito per voi, non me lo permette. Se siete un mercante comodo, non sarete un partito per me disprezzabile. Ma il resto del sonetto mi pone in maggiore curiosità. Lo finirò di leggere.

Lelio. (Che diavolo vi può essere di peggio!) (da sè

Rosaura. Io nacqui in Lombardia sott’altro cielo. Come si adatta a voi questo verso, se siete napoletano?

Lelio. Napoli è una parte della Lombardia.

Rosaura. Io non ho mai sentito dire, che il regno di Napoli si comprenda nella Lombardia.

Lelio. Perdonatemi, leggete le istorie, troverete che i Longobardi hanno occupata tutta l’Italia; e da per tutto dove hanno occupato53 i Longobardi, poeticamente si chiama Lombardia. (Con una donna posso passar per istorico). (da sè)

Rosaura. Sarà come dite voi; andiamo avanti.

          Mi vedete sovente a voi d’intorno.

 Io non vi ho veduto altro che ieri sera; come potete dire, mi vedete sovente?

Lelio. Dice: vedete?

Rosaura. Così per l’appunto.

Lelio. È error di penna, deve dire vedrete; mi vedrete sovente a voi d’intorno.

Rosaura. Tacqui un tempo in mio danno, ed or mi svelo.

Lelio. È un anno ch’io taccio, ora non posso più.

Rosaura. All’ultima terzina.

Lelio. (Se n’esco, è un prodigio). (da sè

Rosaura. Sol per vostra cagion fo qui soggiorno.

Lelio. Se non fosse per voi, sarei a quest’ora o in Londra, o in Portogallo. I miei affari lo richiedono, ma l’amor che ho per voi, mi trattiene in Venezia.

Rosaura. A voi Rosaura mia, noto è il mio zelo.

Lelio. Questo verso non ha bisogno di spiegazione. [p. 365 modifica]

Rosaura. Ne avrà bisogno l’ultimo.

          E il nome mio vi farò noto un giorno.

Lelio. Questo è il giorno, e questa è la spiegazione. Io non mi chiamo Asdrubale di Castel d’Oro, ma Ruggiero Pandolfi.

Rosaura. Il sonetto non si può intendere, senza la spiegazione.

Lelio. I poeti sogliono servirsi del parlar figurato.

Rosaura. Dunque avete finto anche il nome.

Lelio. Ieri sera era in aria di fingere.

Rosaura. E stamane in che aria siete?

Lelio. Di dirvi sinceramente la verità.

Rosaura. Posso credere che mi amiate senza finzione?

Lelio. Ardo per voi, nè trovo pace senza la speranza di conseguirvi.

Rosaura. Io non voglio essere soggetta a nuovi inganni. Spiegatevi col mio genitore. Datevi a lui a conoscere, e se egli acconsentirà, non saprò ricusarvi. Ancorchè mi abbiate ingannata, non so disprezzarvi.

Lelio. Ma il vostro genitore dove lo posso ritrovare?

Rosaura. Eccolo che viene.

SCENA XVII.
Il Dottore54 e detti.

Dottore. E questi? (a Rosaura, di lontano.

Rosaura. Sì, ma ...

Dottore. Andate dentro. (a Rosaura, non sentito da Lelio

Rosaura. Sentite prima...

Dottore. Va dentro, non mi fare adirare. (come sopra

Rosaura. Bisogna ch’io l’obbedisca. (entra

Lelio. (Veramente mi sono portato bene. Gil Blas55 non ha di queste belle avventure). (da sè

Dottore. (All’aria si vede ch’è un gran signore; ma mi pare un poco bisbetico). (da sè [p. 366 modifica]

Lelio. (Ora conviene infinocchiare il padre, se sia possibile). (da sè) Signor Dottore, la riverisco divotamente.

Dottore. Le fo umilissima riverenza.

Lelio. Non è ella il padre della signora Rosaura?

Dottore. Per servirla.

Lelio. Ne godo infinitamente, e desidero l’onore di poterla servire.

Dottore. Effetto della sua bontà.

Lelio. Signore, io son uomo che in tutte le cose mie vado alle corte. Permettetemi dunque, che senza preamboli vi dica ch’io sono invaghito di vostra figlia, e che la desidero per consorte.

Dottore. Così mi piace: laconicamente; ed io le rispondo, che mi fa un onor che non merito, che gliela darò più che volentieri, quando la si compiaccia darmi gli opportuni attestati dell’esser suo.

Lelio. Quando mi accordate la signora Rosaura, mi do a conoscere immediatamente.

Dottore. Non è ella il marchese Asdrubale?

Lelio. Vi dirò, caro amico....

SCENA XVIII.
Ottavio e detti.

Ottavio. Di voi andava in traccia. Mi avete a render conto delle imposture inventate contro il decoro delle figlie del signor Dottore. Se siete uomo d’onore, ponete mano alla spada. (a Lelio

Dottore. Come? Al signor Marchese?

Ottavio. Che Marchese! Questi è Lelio, figlio del signor Pantalone.

Dottore. Oh diavolo, cosa sento!

Lelio. Chiunque mi sia, avrò spirito bastante per rintuzzare la vostra baldanza. (mette mano alla spada

Ottavio. Venite, se avete cuore. (mette mano egli ancora

Dottore. (Entra in mezzo) Alto, alto, fermatevi, signor Ottavio, non voglio certamente. Perchè vi volete battere con questo bugiardaccio? Andiamo, venite con me. (ad Ottavio [p. 367 modifica]

Ottavio. Lasciatemi, ve ne prego.

Dottore. Non voglio, non voglio assolutamente. Se vi preme mia figlia, venite meco.

Ottavio. Mi conviene obbedirvi. Ad altro tempo ci rivedremo. (a Lelio

Lelio. In ogni tempo saprò darvi soddisfazione.

Dottore. Bello il signor Marchese! Il signor Napoletano! Cavaliere! Titolato! Cabalone, impostore, bugiardo. (parte con Ottavio

SCENA XIX.
Lelio, poi Arlecchino.

Lelio. Maledettissimo Ottavio! Costui ha preso a perseguitarmi: ma giuro al cielo, me la pagherà. Questa spada lo farà pentire d’avermi insultato.

Arlecchino56. Sior padron, cossa feu colla spada alla man?

Lelio. Fui sfidato a duello da Ottavio.

Arlecchino. Avi combattù?

Lelio. Ci battemmo tre quarti d’ora.

Arlecchino. Com’ela andada?

Lelio. Con una stoccata ho passato il nemico da parte a parte.

Arlecchino. El sarà57 morto.

Lelio. Senz’altro.

Arlecchino. Dov’è el cadavere?

Lelio. L’hanno portato via.

Arlecchino. Bravo, sior padron, sì un omo de garbo, non avi mai più fatto tanto ai vostri zorni.

SCENA XX.
Ottavio e detti.

Ottavio. Non sono di voi soddisfatto. V’attendo domani alla Giudeccas: se siete uomo d’onore, venite a battervi meco. [p. 368 modifica]

Arlecchino. (Fa degli atti di ammirazione, vedendo Ottavio.

Lelio. Attendetemi, che vi prometto venire.

Ottavio. Imparerete ad esser meno bugiardo. (parte

Arlecchino. Sior padron, el morto cammina. (ridendo

Lelio. La collera mi ha acciecato. Ho ucciso un altro invece di lui.

Arlecchino. M’immagino che l’averì ammazzà colla spada d’una spiritosa invenzion. (starnuta, e parte

SCENA XXI58.
Lelio solo.

Non può passare per spiritoso, chi non ha il buon gusto dell’inventare. Quel sonetto però mi ha posto in un grande impegno. Potea dir peggio? Io non son cavalier, nè titolato; nè ricchezze o tesori aver mi vanto! E poi: nacqui in Lombardia sotto altro cielo! Mi ha preso per l’appunto di mira quest’incognito mio rivale, ma il mio spirito, la mia destrezza, la mia prontezza d’ingegno supera ogni strana avventura. Quando faccio il mio testamento, voglio ordinare che sulla lapide mia sepolcrale sieno incisi questi versi:

     Qui giace Lelio, per voler del fato,
          Che per piantar carote a prima vista
          Ne sapeva assai più d’un avvocato,
          E ne inventava più d’un novellista.
          Ancorchè morto, in questa tomba il vedi:
          Fai molto, passeggier, se morto il credi.

Fine dell’Atto Secondo.




Note dell'autore
  1. Affetta di parlar toscano.
  2. D’oggi.
  3. Giorni.
  4. Padri.
  5. Figliuoli.
  6. Acciecare.
  7. Ho preso suo padre in parola.
  8. Signor figliuolo.
  9. Spicciati.
  10. Donna di mal affare.
  11. Zio.
  12. Di nascosto.
  13. Tacere.
  14. Con pericolo d’essere ucciso.
  15. Mettere la spada nella crusca, detto burlesco derisorio.
  16. Zio.
  17. Suocero.
  18. Nuora.
  19. Isola dirimpetto a Venezia.
Note dell'editore
  1. Nell’ed. Bett. parla il dialetto bolognese: v. Appendice.
  2. Bett.: onoratamente.
  3. Nell’ed. Bett. queste parole di Flor. sono fra parentesi.
  4. Vedasi Appendice.
  5. Bett., Pap. ecc. aggiungono: Signor Florindo, venite Voi, che potrete giovarle più di suo padre.
  6. Bett.: Colombina che l’assiste.
  7. Qui comincia nell’ed. Bett. la sc. IV: Florindo condotto per mano da Colombina.
  8. Così parla nelle edd. Bett., Pap. ecc.: E sì sarà mezzogiorno. Guardate la povera signora Rosaura in accidente.
  9. Sc. V. nell’ed. Bett.: Colombina con pezze.
  10. Comincia la sc. VI nell’ed. Bett. Il dialogo bolognese del Dottore, vedi in Appendice.
  11. Bett.: uccidetemi, per carità.
  12. Bett.: bugie cotanto.
  13. Bett., Paper, ecc. aggiungono: In materia di condur gli uomini dove voglio, non la cedo a nessuno.
  14. Nell’ed. Bett. è unita alla scena preced.
  15. Vedi in Appendice il dialogo bolognese del Dottore.
  16. Pap. continua: Certo che con un Marchese starai sempre meglio.
  17. Sc. VII nell’ed. Bett.
  18. Bett. aggiunge: a Rosaura.
  19. Bett.: Dove avete voi appoggiate le vostre?
  20. Nell’ed. Bett. è unita alla scena preced.
  21. In Bett. è sc. VIII.
  22. In Bett. qui comincia la sc. IX.
  23. Bett.: di rossore e vergogna.
  24. È unita nell’ed. Bett. alla scena preced.
  25. É unita in Bett. alla scena preced.
  26. Bett.: i suoi rimproveri e che mi scacci villanamente di casa.
  27. Comincia nell’ed. Bett. la sc. X. Il dialogo bolognese del Dottore vedasi in Appendice.
  28. Nell’ed. Bett. è sc. XI.
  29. Bettin.: Lei è stata facile a cadere. Io non ne ho colpa.
  30. Bettin.: posso.
  31. Bettin. e Paper.: trenta.
  32. Bettin.: Sem in cà de voster pader.
  33. Bettin.: non ti dimostrar.
  34. Nell’ed. Bett. è sc. XII.
  35. Bett.: vagh.
  36. Bett.: pader.
  37. In Bett. è unita alla scena preced.
  38. Bett., Pap. ecc.: vistosa.
  39. Bett., Pap. ecc. aggiungono: M’è cascà el ballon sul brazzal.
  40. Bett. aggiunge: «Pant. Anca so padre? Lel. Anche lui».
  41. Bett.: fatto su do.
  42. Donna promessa o da poco maritata: v. Boerio, Diz. cit.
  43. Bett.: to missier?
  44. Bett.: borsellino.
  45. Per hali, hanno essi.
  46. Nell’ed. Bett. è unita alla scena preced.
  47. Nell’ed. Bett. è sc. XIII.
  48. Bett.: co.
  49. Nell’ed. Bett. è sc. XIV.
  50. Bett. di sapere.
  51. Comincia in Bett. la sc. XV.
  52. Bett., Pap. ecc. aggiungono: Sentite? faccio versi anco all’improvviso.
  53. Bett.: dominato.
  54. Nell’ed. Bett. parla bolognese: vedasi Appendice.
  55. Pap.: Il Gilblas. - Alludesi al fortunatissimo romanzo di Le Sage, del quale apparvero nel 1715 i primi sei libri.
  56. Qui comincia in Bett. la sc. XIX.
  57. Bett.: donca el sarà.
  58. È unita in Bett. alla scena preced.