I promessi sposi (Ferrario)/Capitolo XXIX

Capitolo XXIX

../Capitolo XXVIII ../Capitolo XXX IncludiIntestazione 6 luglio 2023 100% Da definire

Capitolo XXVIII Capitolo XXX

[p. 120 modifica]


CAPITOLO XXIX.


Qui, tra i poveri spaventati troviamo persone di nostra conoscenza.

Chi non ha veduto don Abbondio, il giorno che si sparsero tutte in una volta le nuove della calata dell’esercito, del suo avvicinarsi, e de’ suoi portamenti, non sa bene che cosa sia impaccio e spavento. Vengono; son trenta, son quaranta, son cinquanta mila; son diavoli, sono ariani, sono anticristi; hanno saccheggiato Cortenuova; hanno messo il fuoco a Primaluna: disertano Introbbio, Pasturo, Barsio; si sono veduti a Balabbio; domani son qui: tali erano le voci che passavano di bocca in bocca; e insieme un correre, un fermarsi a vicenda, un consultare tumultoso, una esitazione tra il fuggire e il restare, un radunarsi di donne, non metter delle mani ne’ capelli. Don Abbondio, deliberato prima d’ogni altro e più d’ogn’altro [p. 121 modifica]a fuggire, in ogni modo di fuga, in ogni luogo di rifugio vedeva ostacoli insuperabili e pericoli spaventosi. “Come fare?” sclamava: “dove andare?” I monti, lasciando stare la difficoltà del cammino, non eran sicuri: già s’era saputo che i lanzichenecchi vi s’arrampicavano come gatti, dove appena avessero indizio o speranza di far preda. Il lago era grosso; tirava un gran vento: oltracciò, la più parte de’ barcaiuoli, temendo d’esser forzati a condurre soldati o bagaglie, s’erano rifuggiti, colle loro barche, all’altra riva: alcune poche rimaste, erano poi partite stracariche di gente; e, travagliate dal peso e dalla burrasca, si diceva che pericolassero ad ogni momento. Per portarsi lontano e fuori della strada che l’esercito aveva a percorrere, non era possibile trovar nè un calesse, nè un cavallo, nè alcun altro mezzo: a piedi, don Abbondio non avrebbe potuto far troppo cammino, e temeva d’esser raggiunto in via. I confini del bergamasco non erano tanto distanti, che le sue gambe non ve lo potessero portare in una tirata; ma era già corsa la voce, essere stato spedito in fretta da Bergamo uno squadrone di cappelletti che costeggiasse il confine, per tenere in rispetto i lanzichenecchi; e quelli erano diavoli in carne, nè più nè meno di [p. 122 modifica]questi, e facevano dalla parte loro il peggio che potevano. Il pover’uomo correva, stralunato e mezzo disensato, per la casa; andava dietro a Perpetua, per concertare una risoluzione con lei; ma Perpetua, affaccendata a raccogliere le migliori masserizie e a nasconderle sul solaio, pei bugigattoli, passava in fretta, affannata, preoccupata, colle mani o colle braccia piene, e rispondeva: “or ora a finisco di metter questa roba in salvo, e poi faremo anche noi come fanno gli altri.” Don Abbondio voleva trattenerla, e dibattere con lei i varii partiti; ma ella, tra la faccenda, e la pressa, e lo spavento che aveva anch’ella in corpo, e la rabbia che le faceva quello del padrone, era, in tal congiuntura, meno trattabile di quel che fosse mai stata. “S’ingegnano gli altri; c’ingegneremo anche noi. Mi scusi, ma non è buono che da impedire. Crede ella che anche gli altri non abbiano una pelle da salvare? Che, vengono per far la guerra a lei i soldati? Potrebbe anche dare una mano, in questi momenti, invece di venir tra’ piedi a piangere e ad impacciare.” Con queste e simili risposte si sbrigava da lui, avendo già stabilito, finita che fosse alla meglio quella tumultuaria operazione, di prenderlo per un [p. 123 modifica]braccio, come un ragazzo, e di strascinarlo su per una montagna. Lasciato così solo, egli si faceva alla finestra, guatava tendeva l’orecchio; e vedendo passar qualcheduno, gridava con una voce mezzo piagnolosa e mezzo rimbrottevole: “fate questa carità al vostro povero curato di cercargli qualche cavallo, qualche mulo, qualche asino. Possibile che nessuno mi voglia aiutare! Oh che gente! Aspettatemi almeno, che possa venire anch’io con voi; aspettate di esser quindici o venti, da condurmi via insieme, ch’io non sia abbandonato. Volete lasciarmi in man de’ cani? Non sapete che sono luterani la più parte, che ammazzare un sacerdote l’hanno per opera meritoria? Volete lasciarmi qui a ricevere il martirio? Oh che gente! Oh che gente!”

Ma a chi diceva egli queste cose? Ad uomini che passavano curvi sotto il peso del loro povero mobile, e col pensiero a quello che lasciavano in casa esposto al saccheggio, quale cacciando dinanzi a se la sua vaccherella, quale traendosi dietro i figli, carichi anch’essi quanto potevano, e la donna portante in braccio quelli che non potevano camminare. Alcuni tiravano di lungo, senza rispondere nè guardare in su; altri diceva: [p. 124 modifica]“eh messere! faccia anch’ella come può; fortunato lei, che non ha famiglia a cui pensare; s’aiuti, s’ingegni.”

“Oh povero me!” sclamava don Abbondio: “oh che gente! che cuori! Non c’è carità: ognuno pensa a sè; e a me nessuno vuol pensare.” E tornava in cerca di Perpetua.

“Oh appunto!” gli disse questa: “e i danari?”

“Come faremo?”

“Li dia a me, che andrò a sotterrarli qui nell’orto di casa, insieme colle posate.”

Ma....

“Ma, ma; dia qui; tenga qualche soldo, per quel che può occorrere; e poi lasci fare a me.”

Don Abbondio obedì, andò al forziere, cavò il suo tesoretto, e lo consegnò a Perpetua; la quale disse: “vo a sotterrarli nell’orto, appiè del fico;” e andò. Ricomparve poco di poi con un canestro, entrovi munizione da bocca, e con una picciola gerla vota; e si diede in fretta a collocarvi nel fondo un po’ di biancheria sua e del padrone, dicendo intanto: “il breviario almeno, lo porterà ella.”

“Ma dove andiamo?”

“Dove vanno tutti gli altri? Prima di tutto, [p. 125 modifica]andremo in istrada; e là sentiremo e vedremo che cosa convenga di fare.”

In questo entrò Agnese, pure con una gerletta in sulle spalle, e in aria di chi viene a fare una proposta importante.

Agnese, risoluta anch’ella di non aspettare ospiti di quella sorta, sola in casa, com’era, e con un po’ ancora di quell’oro dell’innominato, era stata qualche tempo in forse del luogo dove ritirarsi. Il residuo appunto di quegli scudi, che nei mesi della fame le avevano fatto tanto pro, era la cagione principale della sua angustia e della irresoluzione, per aver essa inteso come, nei paesi già invasi, quelli che avevan danari s’eran trovati a più terribile condizione d’ogni altro, esposti insieme alla violenza degli stranieri, e ad insidie di paesani. Era vero che, del bene cadutole per così dire in grembo, ella non aveva fatta confidenza a nessuno, salvo a don Abbondio; dal quale andava, volta per volta, a farsi cambiare uno scudo in moneta, lasciandogli sempre qualche cosa da dare a qualche più povero di lei. Ma i danari nascosti, massime chi non è avvezzo a maneggiarne molti, tengono il possessore in un sospetto continuo del sospetto altrui. Ora, mentre andava anch’ella appiattando qua e là alla meglio ciò che non [p. 126 modifica]poteva portar con sè, e pensava agli scudi, che teneva cuciti nel busto, le sovvenne che, insieme con essi, l’innominato, le aveva mandate le più larghe proferte di servigi; le sovvenne di ciò che aveva inteso raccontare di quel suo castello posto in luogo così sicuro, e dove, a dispetto del padrone, noi potevano andar se non gli uccelli; e si risolvette di portarsi a chiedere un asilo colà. Pensò al come potrebbe farsi conoscere da quel signore, e le venne tosto in mente don Abbondio; il quale, dopo quel colloquio così fatto coll’arcivescovo, le aveva sempre fatte dimostrazioni particolari di benevolenza, e tanto più di cuore, che lo poteva, senza commettersi con nessuno, e che essendo lontani i due giovani, era anche lontano il caso che a lui venisse fatta una richiesta la quale avrebbe messa quella benevolenza a un gran cimento. Suppose che, in un tal parapiglia, il poveruomo doveva essere ancor più impacciato e più sbigottito di lei, e che il partito potrebbe parer molto buono anche a lui; e glielo veniva a proporre. Trovatolo con Perpetua, fece la proposta ad entrambi.

“Che ne dite, Perpetua? chiese don Abbondio.

“Dico che è una inspirazione del cielo, e [p. 127 modifica]che bisogna non perder tempo, e mettersi a la via tra le gambe.”

“E poi....

“E poi, e poi, quando vi saremo, ci troveremo ben contenti. Quel signore, adesso si sa che non vorrebbe altro che far servizio al prossimo; e avrà ben piacere di ricoverarci. Là, in sul confine, e così per aria, soldati non ne verrà certamente. E poi e poi, vi troveremo anche da mangiare; che, su pei monti, finita questa poca a grazia di Dio,” e così dicendo, l’allogava nella gerla, sopra la biancheria, “ci saremmo trovati a mal partito.”

“Convertito, è convertito da vero; neh?”

“Che, c’è da dubitarne ancora, dopo tutto a quello che si sa, dopo quello che anch’ella a ha veduto?”

“E se andassimo a metterci in gabbia?”

“Che gabbia? Con codeste sue vesciche, mi a scusi, non se ne verrebbe mai a una conclusione. Brava Agnese, v’è proprio venuto un buon pensiero.” E posta la gerla sur un tavolino, passò le braccia nelle cigne, e se la recò in ispalla.

“Non si potrebbe,” disse don Abbondio a “trovar qualche uomo che venisse con noi, per far la scorta al suo curato? Se [p. 128 modifica]incontrassimo qualche birbone, che pur troppo ne va in volta parecchi, che aiuto m’avete da dare voi altre?”

“Un’altra, per perder tempo!” sclamò Perpetua. “Andarlo a cercare adesso l’uomo, che ognuno ha da pensare ai fatti suoi. Alto; a vada a pigliare il breviario e il cappello; e andiamo.”

Don Abbondio andò, tornò tosto col breviario sotto il braccio, col cappello in capo, e col suo bordone in mano; e uscirono tutti e tre per una porticina che metteva in sul sagrato. Perpetua la richiuse, più per non trascurare una formalità, che per fede che avesse in quella toppa e in quelle imposte; e si pose la chiave in tasca. Don Abbondio diede, nel passare, un’occhiata alla chiesa, e disse fra i denti: “al popolo tocca di custodirla, che serve a loro. Se hanno un po’ di cuore per la loro chiesa, ci penseranno; se poi non hanno cuore, tal sia di loro.”

Presero la via pe’campi, quatti quatti, pensando ognuno ai casi suoi, e guardandosi attorno, massime don Abbondio, se apparisse qualche figura sospetta, qualche cosa di mal fidato. Non s’incontrava nessuno: la gente era o nelle case, a guardarle, a far fagotto, a riporre, o per le vie che menavano dirittamente alle alture. [p. 129 modifica]

Dopo aver sospirato a molte riprese, e poi lasciato scappare qualche interiezione, don Abbondio cominciò a brontolare più seguitamente. Se la pigliava col duca di Nevers, che avrebbe potuto stare in Francia a godersela, a fare il principe, e voleva esser duca di Mantova a dispetto del mondo; coll’imperatore, che avrebbe dovuto aver senno per l’altrui follia, lasciar andar l’acqua all’ingiù, non tanti puntigli: chè finalmente, egli sarebbe sempre stato l’imperatore, fosse duca di Mantova Tizio o Sempronio. Sopratutto la aveva col governatore, a cui sarebbe toccato di fare ogni cosa, per tener lontani i flagelli dal paese, ed era quegli che ce li attirava: tutto pel gusto di far la guerra. “Bisognerebbe,” diceva, “che fossero qui quei signori a vedere, a provare, che gusto è. Hanno un bel conto da rendere! Ma intanto, ne va di mezzo chi non ci ha colpa.”

“Lasci un po’ stare questa gente; che già non son quelli che ci verranno ad aiutare,” diceva Perpetua. “Codeste, mi scusi, sono di quelle sue solite chiacchiere che non concludono niente. Piuttosto, quel che mi dà fastidio....

“Che cosa c’è?”

Perpetua, la quale, in quel tratto di via, [p. 130 modifica]aveva riandato a bell’agio il nascondimento fatto in furia, cominciò a dolersi d’aver dimenticata la tal cosa, d’aver mal riposta la tal’altra; qui, d’aver lasciata una traccia che poteva guidare i ladroni, là....

“Brava!” disse don Abbondio, rassicurato a poco a poco della vita, quanto bastava per potere angustiarsi della roba: “brava! così avete fatto? Dove avevate il capo?”

“Come!” sclamò Perpetua, fermandosi un momento sui due piedi, e mettendo le pugna in sui fianchi, a quel modo che la gerla glielo permetteva: “come! ella verrà adesso a farmi di codesti rimproveri, quando era a ella che me lo toglieva il capo, invece di aiutarmi e di darmi coraggio! Ho pensato forse più alla roba di casa che alla mia; non ho avuto chi mi desse una mano; ho dovuto far da Marta e da Maddalena: se a qualche cosa andrà male, non so che dire: ho fatto anche più del mio dovere.”

Agnese interrompeva queste quistioni, entrando anch’ella a parlare de’ suoi guai; e non si rammaricava tanto del travaglio e del danno, quanto del vedere svanita la speranza di riabbracciar presto la sua Lucia: chè, se vi ricorda, era appunto quell’autunno, sul quale avevan fatto assegnamento: nè era da [p. 131 modifica]supporre che donna Prassede volesse venire a villeggiar da quelle parti, in tali circostanze: piuttosto ne sarebbe partita, se vi si fosse trovata; come facevano tutti gli altri villeggianti.

La vista dei luoghi rendeva ancor più vivi quei pensieri d’Agnese, e più acerbo il suo desiderio. Usciti dai sentieri de’ campi, avevan presa la strada publica, quella medesima per cui la povera donna era venuta riconducendo, per così poco tempo, a casa la figlia, dopo aver soggiornato con lei, appresso al sarto. E già si vedeva il villaggio.

“Andremo bene a salutare quella brava gente,” disse Agnese.

“E anche a riposare un pochetto; chè di questa gerla io comincio ad averne a bastanza; e poi per mangiare un boccone,” disse Perpetua.

“Con patto di non perder tempo; chè non siamo mica in viaggio per divertimento,” conchiuse don Abbondio.

Furono ricevuti a braccia aperte, e veduti con gran piacere: rammentavano una buona azione. Fate del bene a quanti più potete, dice qui il nostro autore; e vi occorrerà tanto più spesso d’incontrar dei volti che vi portino allegria.

Agnese, nell’abbracciar la buona donna, [p. 132 modifica]diè in un pianto dirotto, che le fu d’un gran sollievo; e rispondeva con singulti alle domande che quella e il marito le facevano di Lucia.

“Sta meglio di noi,” disse don Abbondio: “è a Milano, fuor dei pericoli, lontano da queste diavolerie.”

“Scappano, eh? il signor curato e la compagnia,” disse il sarto.

“Sicuro,” risposero ad una voce il padrone e la serva.

“Li compatisco.”

“Siamo avviati,” disse don Abbondio, al castello di ***.

“L’hanno pensata bene: sicuri come in paradiso.”

“E qui non hanno paura?” disse don Abbondio.

“Dirò, signor curato: propriamente in ospitazione, come ella sa che si dice, a parlar pulito, qui non dovrebbero venire coloro: siamo troppo fuori della loro strada, grazie al cielo. Al più al più, qualche scappata, che Dio non voglia: ma in ogni caso c’è tempo: s’hanno prima da sentire altre notizie dai poveri paesi dove andranno a porsi proprio di casa.”

Si conchiuse di fermarsi quivi un poco a riposo; e, come era l’ora del pranzo, [p. 133 modifica]“signori,” disse il sarto: “hanno da onorare la mia povera tavola: alla buona: ci sarà «un piatto di buon viso.”

Perpetua disse d’aver con sè qualche cosa da rompere il digiuno. Dopo un po’ di cerimonie vicendevoli, si venne all’accordo di por tutto insieme, e di pranzare in compagnia.

I ragazzi s’eran messi con gran festa attorno ad Agnese loro vecchia amica. Presto, presto; il sarto ordinò ad una figliuoletta (quella che aveva portato di quel ben di Dio a Maria vedova: chi sa se ve ne ricorda!) che andasse a cavar del riccio quattro castagne primaticce, che erano riposte in un canto; e le ponesse arrostire.

“E tu,” disse ad un ragazzo, “va nell’orto, a dare una scossa al pesco, da farne cader quattro, e portali qui: tutti; vè.”

“E tu,” disse ad un altro, “va sul fico, a spiccarne quattro dei più maturi. Già lo conoscete anche troppo quel mestiere.” Egli, andò a spillare un suo bariletto; la donna a prendere un po’ di biancheria; Perpetua cavò le provigioni; si mise la tavola: un mantile e un tondo di maiolica al posto d’onore, per don Abbondio, con una posata che Perpetua aveva nella gerla; fu imbandito; si sedettero, e si desinò, se non in grande allegria, [p. 134 modifica]almeno con molta più che nessuno dei commensali si fosse aspettato di goderne in quella giornata.

“Che ne dice, signor curato, d’uno scombussolamento di questa sorta?” disse il sarto: “mi par di leggere la storia dei mori in Francia.”

“Che ho da dire? Mi doveva venire addosso anche questa!”

“Però, hanno scelto un buon rifugio,” riprese quegli: “chi ha da andare lassù per forza? E troveranno compagnia: chè già s’è inteso che vi si sia rifuggita molta gente, e che ve ne arrivi tuttavia.”

“Voglio sperare,” disse don Abbondio, “che saremo ben accolti. Lo conosco quel bravo signore; e quando ho avuto un’altra volta l’onore d’esser con lui, fu così compito!”

“E a me,” disse Agnese, “m’ha fatto dire dal signor monsignor illustrissimo, che, quando avessi bisogno di qualche cosa, bastava che andassi da lui.”

“Gran bella conversione!” ripigliò don Abbondio: “e persevera, n’è vero?, persevera.”

Il sarto si fece a parlare alla distesa della santa vita dell’innominato, e come, dall’essere [p. 135 modifica]il flagello del contorno, ne era divenuto l’esempio e il benefattore.

“E tutta quella gente che teneva con sè..... quella famiglia....” riprese don Abbondio, il quale ne aveva più d’una volta inteso dir qualche cosa, ma non era mai assicurato abbastanza.

“Sfrattati la più parte,” rispose il sarto: “e quei che sono rimasti, hanno mutato vezzo, ma d’una maniera! In somma è diventato quel castello come la Tebaide: ella le sa queste cose.”

Si mise poi a ricordar con Agnese la visita del cardinale. “Grand’uomo!” diceva: “grand’uomo! Peccato che sia passato qui così in furia, che non ho nè anche potuto fargli un po’ d’onore. Quanto vorrei potergli parlare un’altra volta, un po’ più con comodo!”

Levati poi da tavola, le fece osservare una immagine a stampa del cardinale, che teneva appesa ad una imposta d’un uscio, in venerazione del personaggio, e anche per poter dire a chiunque capitasse, che il ritratto non rassomigliava; giacchè egli aveva potuto osservar da vicino e a suo bell’agio il cardinale, in quella stanza medesima.

“L’hanno voluto far lui, con questa [p. 136 modifica]cosa qui?” disse Agnese. Nel vestito gli somiglia; ma....

“N’è vero che non somiglia?” disse il sarto: “lo dico sempre anch’io; ma, se non altro, c’è sotto il suo nome: è una memoria.”

Don Abbondio faceva fretta; il sarto s’impegnò di trovare un baroccio che li portasse appiè della salita; ne andò tosto in cerca, e in breve tornò ad annunziare che arrivava. Si volse poi a don Abbondio, e gli disse: “signor curato, se mai desiderasse di portar lassù qualche libro, per passar tempo; da poveruomo posso servirla: chè anch’io mi diverto un po’ a leggere. Cose non da par suo, libri in volgare; ma però....

“Grazie, grazie,” rispose don Abbondio: “sono circostanze, che si ha appena testa da applicare a quel che è di precetto.”

Mentre si fanno e si ricusano ringraziamenti, e si ricambiano condoglianze e buoni augurii, inviti e promesse d’un’altra fermata al ritorno, il baroccio è giunto dinanzi all’uscio da via. Vi pongono le gerle, montan su; e imprendono, con un po’ più d’agio e di tranquillità d’animo, la seconda metà del loro viaggio.

Il sarto aveva detto il vero a don [p. 137 modifica]Abbondio, intorno all’innominato. Dal dì che lo abbiamo lasciato, egli aveva sempre continuato a fare ciò che allora s’era proposto, compensar danni, domandar pace, soccorrer poverelli, ogni bene di che gli venisse opportunità. Quel coraggio che altre volte aveva mostrato nell’offendere e nel difendersi, ora lo mostrava nel non fare nè l’una cosa nè l’altra. Aveva dismessa ogni arme, e andava sempre solo, disposto ad incontrare le conseguenze possibili di tante violenze commesse, e persuaso che sarebbe commetterne una nuova, usar la forza in difesa d’un capo debitore di tanto e a tanti; persuaso che ogni male che gli venisse fatto, sarebbe un’ingiuria riguardo a Dio, ma riguardo a lui una giusta retribuzione, e che dell’ingiuria egli meno d’ogni altro aveva titolo di farsi punitore. Con tutto ciò, era rimasto non meno inviolato di quando teneva armate, per la sua sicurezza, tante braccia e il suo. La rimembranza dell’antica ferocia, e la vista della mansuetudine presente, quella, che doveva aver lasciati tanti desiderii di vendetta, questa, che la rendeva tanto agevole, cospiravano in quella vece a procacciargli e a mantenergli una ammirazione, che gli serviva principalmente di salvaguardia. Era quell’uomo che nessuno aveva potuto umiliare, e che [p. 138 modifica]s’era umiliato. I rancori, irritati altre volte dal suo disprezzo e dalla paura altrui, si dileguavano ora dinanzi a quella nuova umiltà: gli offesi avevano ottenuta, fuori d’ogni aspettazione e senza pericolo, una soddisfazione che non avrebbero potuto promettersi dalla più fortunata vendetta, la soddisfazione di vedere un tal uomo dolente de’ suoi torti e partecipe, per così dire, della loro indegnazione. Più d’uno, il cui cruccio più amaro e più intenso era stato, per molti anni, il non veder probabilità di trovarsi in nessun caso più forte di colui, per ricattarsi di qualche gran torto; incontrandolo poi solo, disarmato, e in atto di chi non farebbe resistenza, non s’era sentito altro movimento che di fargli dimostrazioni d’onore. In quell’abbassamento volontario, la sua presenza e il suo contegno avevano acquistato, senza ch’egli lo sapesse, non so che di più alto e di più nobile; perchè vi appariva ancor meglio di prima, l’assenza d’ogni timore. Gli odii anche i più rozzi e pertinaci, si sentivano come legati e tenuti in rispetto dalla venerazione publica per l’uomo penitente e benefico. Questa era tale, che spesso egli si trovava impacciato a schermirsi dalle dimostrazioni che gliene venivano fatte, e doveva por cura a non lasciar [p. 139 modifica]troppo trasparire nel volto e negli atti il sentimento interno di compunzione, a non abbassarsi troppo, per non esser troppo esaltato. S’era scelto nella chiesa l’ultimo luogo; e guai che nessuno andasse mai a preoccuparlo: sarebbe stato come usurpare un posto d’onore. Offender poi quell’uomo, o anche trattarlo irriverentemente, poteva parere non tanto un delitto e una viltà, quanto un sacrilegio: e quelli stessi a cui questo sentimento altrui poteva servir di ritegno, ne partecipavano anch’essi, più o meno.

Queste medesime ed altre cagioni, stornavano pure da lui l’animavversione più lontana della publica podestà, e gli procuravano, anche da questa parte, la sicurezza della quale egli non si dava pensiero. Il grado e le parentele, che in ogni tempo gli erano stati di qualche difesa, tanto più valevano per lui, ora che a quel nome già illustre e infame, andava aggiunta la raccomandazione, personale, la gloria della conversione. I magistrati e i grandi, s’erano rallegrati di questa, publicamente come il popolo; e sarebbe paruto strano l’infierire contra chi era stato soggetto di tante congratulazioni. Senzachè, una potestà occupata in una guerra perpetua e spesso infelice contra ribellioni vive e rinascenti, poteva trovarsi [p. 140 modifica]abbastanza contenta d’essere liberata dalla più indomabile e molesta, per non andare a cercar altro: tanto più, che quella conversione produceva riparazioni, che la potestà non era avvezza ad ottenere, nè manco a richiedere. Tormentare un santo, non pareva un buon mezzo di torsi la vergogna del non aver saputo reprimere un facinoroso; e l’esempio che si fosse dato in lui, non avrebbe potuto aver altro affetto, che di stornare i suoi simili dal divenire innocui. Probabilmente anche la parte che il cardinal Federigo aveva avuta nella conversione, e il suo nome associato a quello del convertito, servivano a queste come d’uno scudo benedetto. E in quello stato di cose e di idee, in quelle singolari relazioni dell’autorità spirituale e del poter civile, che battagliavano così di frequente tra loro, senza mirar mai a distruggersi, anzi mischiando sempre alle ostilità atti di riconoscimento e proteste di deferenza, e che, pur di frequente, andavano di conserva ad un fine comune, senza far mai pace, potè parere, in certo modo, che la riconciliazione della prima portasse con sè l’oblivione, se non l’assoluzione, del secondo; quando quella s’era sola adoperata a produrre un effetto voluto da entrambe.

Così quell’uomo sul quale, se fosse caduto, [p. 141 modifica]sarebbero corsi a gara grandi e piccioli, a conculcarlo, messosi volontariamente a terra, veniva risparmiato da tutti e inchinato da molti.

Vero è che v’era pur di molti, a cui quello strepitoso mutamento dovè recar tutt’altro che soddisfazione: tanti esecutori stipendiati di delitti, tanti altri socii nel delitto, che perdevano una così gran forza sulla quale erano avvezzi a far conto, che anche si trovavano in un tratto rotti i fili di trame ordite di lunga mano, nel momento forse che aspettavano la nuova dell’adempimento. Ma già abbiamo veduto che varii sentimenti quella conversione facesse nascere negli scherani che si trovavano allora presso al loro padrone, e che la udirono annunziare dalla sua bocca: stupore, dolore, abbattimento, cruccio; un po’ di tutto, fuorchè disprezzo nè odio. Lo stesso accadde agli altri ch’egli teneva sparsi in diversi posti, lo stesso ai complici di più alto affare, quando riseppero la terribile novella, e a tutti per le cagioni medesime. Molto odio, come trovo nel luogo altrove citato del Ripamonti, ne venne piuttosto al cardinal Federigo. Risguardavano questo come uno che si era inframmesso da nemico nei loro affari; l’innominato aveva voluto salvar l’anima sua: nessuno aveva ragion di lagnarsene. [p. 142 modifica]

Di mano in mano poi, la più parte degli scherani domestici, non potendo accomodarsi alla nuova disciplina, nè veggendo probabilità ch’ella avesse a mutare, se n’erano andati. Chi avrà cercato altro padrone, e per avventura fra gli antichi amici di quello che lasciava; chi si sarà arrolato in qualche terzo, come allora dicevano, di Spagna o di Mantova, o di qualche altra parte belligerante; chi si sarà gettato alla strada, per far la guerra a minuto e a suo proprio conto; chi si sarà anche contentato di andar birboneggiando in libertà. E il simile avranno pur fatto quegli altri che stavano prima ai suoi ordini, in diversi paesi. Di quelli poi che s’erano potuti assuefare al nuovo tenor di vita, o che lo avevano abbracciato di buona voglia, i più, natii della valle, erano tornati ai campi, o ai mestieri appresi nella prima età e abbandonati poi, per la scheraneria; i forestieri erano rimasti nel castello, ai servigi domestici: gli uni e gli altri, come ribenedetti nello stesso tempo che il loro padrone, se la passavano al par di lui, senza fare nè ricever torto, inermi e rispettati.

Ma quando, al calar delle bande alemanne, alcuni fuggiaschi di paesi invasi o minacciati capitarono su al castello, a domandar [p. 143 modifica]ricovero, egli, tutto lieto che quelle sua mura fossero cercate come asilo dai deboli, che per tanto tempo le avevano guardate da lontano come un enorme spauracchio, accolse quegli sbandati, con espressioni piuttosto di riconoscenza che di cortesia; fè sparger voce, che la sua casa sarebbe aperta a chiunque vi si volesse rifuggire, e pensò tosto a mettere non solo questa, ma anche la valle in istato di difesa, se mai lanzichenecchi o cappelletti volessero provarsi di venirvi a far delle loro. Ragunò i servitori che gli erano rimasti, pochi e valenti, come i versi di Torti; fè loro una parlata sulla buona occasione che Dio dava loro e a lui, d’impiegarsi una volta in aiuto dei prossimi, che avevano tanto oppressi e spaventati; e con quell’antico accento di comando che esprimeva la certezza dell’obedienza, annunziò loro in generale ciò ch’egli intendeva che facessero, e sopra tutto prescrisse come avessero a contenersi, perchè la gente che veniva quivi a rifugio, non vedesse in essi, se non amici e difensori. Fè poi portar giù da una stanza a tetto le armi da fuoco, da taglio, in asta, che da un pezzo vi stavano ammucchiate; e le distribuì loro; fè dire ai suoi contadini e fittaiuoli della valle, che chiunque avesse buona voglia, venisse con armi al castello; a chi [p. 144 modifica]non ne aveva, ne diede; trascelse alcuni, che fossero come uficiali, e avessero altri sotto i loro ordini; assegnò i posti, all’entrate e in varii luoghi della valle, sulla salita, alle porte del castello; stabilì le ore e i modi delle mute, come in un campo, o come già s’era costumato quivi medesimo, nei tempi della sua vita rubella.

In un canto di quella stanza a tetto, v’erano, separate dal mucchio, le armi ch’egli solo aveva portate: quella sua famosa carabina, moschetti, spade, spadoni, pistole, coltellacci, pugnali, per terra, o appoggiati alla parete. Nessuno dei servitori vi pose mano; ma concertarono di domandare al signore, quali voleva che gli fossero recate. “Nessuna,” rispose egli; e, fosse voto o proposito, restò sempre disarmato, alla testa di quella specie di guarnigione.

Nello stesso tempo, aveva messo in faccenda altri uomini e donne della famiglia e della dipendenza, a preparar nel castello alloggio a quante più persone fosse possibile, a rizzar letti, a dispor pagliericci, stramazzi, sacconi, nelle stanze, nelle sale, che diventavano dormitorii. E aveva dato ordine di far venire provigioni abbondanti, per ispesare gli ospiti che Dio gli manderebbe, e i quali infatti [p. 145 modifica]andavano sempre più spesseggiando. Egli intanto non istava mai fermo; dentro e fuori del castello, su e giù per la salita, attorno per la valle, a stabilire, a rinforzare, a visitar posti, a vedere, a farsi vedere, a mettere e a tenere tutto in regola, colle parole, cogli occhi, colla presenza. In casa, per via, faceva accoglienza a tutti i sopravvegnenti in cui s’abbatteva; e tutti, o avessero già veduto quell’uomo, o lo vedessero per la prima volta, lo guardavano estatici, dimenticando un momento i guai e i timori che gli avevano cacciati colà; e si volgevano ancora a guardarlo, quando egli, spiccatosi da loro, proseguiva il suo cammino.