I due Gentiluomini di Verona/Atto secondo

Atto secondo

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William Shakespeare - I due Gentiluomini di Verona (1590-1596)
Traduzione dall'inglese di Carlo Rusconi (1859)
Atto secondo
Atto primo Atto terzo
[p. 154 modifica]

ATTO SECONDO


SCENA I.

Milano. - Un appartamento nel palazzo del Duca.

Entrano Valentino e Speed.

Sp. Messere, il vostro guanto.

Val. Non è mìo; i miei guanti gli ho nelle mani.

Sp., Questo potrebbe ben nonostante esser vostro, quantunque unico.

Val. Ah! lasciami vedere: sì, dammelo, è mio; dolce ornamento che fregia una cosa divina! Oh Silvia, Silvia!

Sp. (gridando) Madonna Silvia, madonna Silvia!

Val. Che fai, mariuolo?

Sp. Ella non può udirci, signore.

Val. Chi ti comandò di chiamarla?

Sp. Vossignoria, se non m'ingannai.

Val. Tu fosti sempre troppo ardito.

Sp. E nondimeno fui, non ha molto, ripreso per essere stato timido.

Val. Basta di ciò; dimmi, conosci Silvia?

Sp. Quella che Vossignoria adora?

Val. Come sai tu che l’adoro?

Sp. Per questi segni: prima perchè avete imparato, come messer Proteo, ad incrociare le braccia, a mo’ degli uomini malcontenti, poi a piacervi in una canzone d’amore come un pettirosso, e a passeggiar solo quasi foste un appestato, e a sospirare come uno scolaro che ha perduto il suo A. B. C., e a piangere come una giovinetta che ha veduto morire sua nonna, e a digiunare come un malato a cui è stata imposta la dieta, e a vegliare come chi teme d’esser derubato, e a parlare con tuono lagrimevole come un mendico alla porta d’una chiesa. Voi eravate avvezzo quando ridevate a cantare come un gallo; quando passeggiavate a passeggiare come un leone; non digiunavate che dopo un buon pranzo; non eravate mesto che per mancanza di danaro: ed ora la vostra amante v’ha tanto mutato, che quando vi contemplo, dubito che siate il mio padrone. [p. 155 modifica]

Val. Si veggono elle tutte queste cose in me?

Sp. Si veggono al di fuori di voi.

Val. Al di fuori di me? Non può essere.

Sp. Sì, al di fuori di voi, nulla è più vero; perocchè voi siete così fuorì di voi che nulla vi rimane all’interno. Le vostre follie veggonsi traverso al vostro corpo come l’urina in un pitale; talchè nessun occhio può guardarvi senza divenir tosto un abile medico, e indovinare la vostra malattia.

Val. Ma dimmi, conosci tu la mia Silvia?

Sp. Quella su cui fermate sempre gli occhi durante la cena?

Val. Hai tu notato ciò? Sì, quella.

Sp. Ebbene, signore, non la conosco.

Val. La osservasti pel mio guardarla, e non la conosci?

Sp. Non è ella una fanciulla rozza, signore?

Val. Gentile, più che bella.

Sp. Questo io ben sapeva.

Val. Che cosa?

Sp. Che non è tanto bella quanto gentile per voi.

Val. Intendo che la sua bellezza è eccelsa e la sua bontà infinita.

Sp. È perchè l’una è dipinta, e l’altra non si può misurare.

Val. Che vuoi tu dire?

Sp. Ch’ella si è tanto studiata di parer bella, che ha imparata la lezione a memoria.

Val. E che cosa giudichi di me che la reputo divina?

Sp. Voi non l’avete mai veduta dacchè divenne brutta.

Val. Da quanto tempo è ch’è divenuta brutta?

Sp. Dacchè l’amate.

Val. Io l’ho amata dacchè l’ho veduta, e l’ho veduta sempre bella.

Sp. Se l’amate non potete vederla.

Val. Perchè?

Sp. Perchè l’amore è cieco. Oh se aveste i miei occhi; o se i vostri avessero la luce che solevano avere quando rampognavano Proteo per la sua cecità...

Val. Che cosa vedrei?

Sp. La vostra presente follìa, e la sua poca bellezza: perocchè quegli che ama non ci vede neppur tanto da allacciarsi le calze, e voi amando, siete sepolto in dense tenebre.

Val. Tu pure dunque ancora sei innamorato, perocchè ieri mattina non fosti da tanto da affibiarmi le scarpe.

Sp. È vero, signore; ero innamorato del mio letto: vi ringrazio [p. 156 modifica]di questa sferzata che mi date pel mio amore, essa mi farà più ardito a garrirvi del vostro.

Val. Infine, io l’amo.

Sp. Me ne duole.

Val. La scorsa notte ella mi comandò di scrivere una lettera ad uno che le è caro.

Sp. E voi la scriveste?

Val. Sì.

Sp. Andaste dritto nelle righe?

Val. Feci quanto potei: ma silenzio, eccola. (entra Silvia)

Sp. (a parte) Meravigliosa bambola! Meravigliosa affè! Ei le serve d’interprete.

Val. Amabile donzella, mille saluti.

Sp. (a parte) Datele, datele una buona sera! È meglio d’ogni altro complimento.

Sil. Messer Valentino, ve ne ricambio con due mila.

Sp. (a parte) Egli dovrebbe pagarle i frutti, ed è invece lei.

Val. Come imponeste, ho scritto la lettera al fortunato vostro amico che non avete voluto nominare; avrei avuta molta ripugnanza a farlo, se non riputassi un dovere l’adempiere ai vostri ordini.

Sil. Vi ringrazio, gentil cavaliere: siete un ottimo segretario.

Val. Credetemi, la scrissi con molto dolore; perocchè non sapendo a cui fosse indiritta, le frasi escivano dalla mia penna timide e monche.

Sil. Forse pensate che ciò sìa stato troppo faticoso?

Val. No, signora; se voi lo desiderate, ne scriverò mille e nondimeno...

Sil. Un bel periodo! ho indovinato il resto; e quantunque non lo dica... nondimeno potrei... ma riprendete questa lettera: ve ne ringrazio, e non v’importunerò più per l’avvenire.

Sp. (a parte) Eppur lo vorrete; e chi sa quant’altre volte.

Val. Che volete dire? Non vi piace la lettera?

Sil. Sì, è benissimo scritta: ma poichè la faceste con dispiacere, riprendetela. — Riprendetela dico.

Val. Signora, fu scritta per voi.

Sil. Voi la scriveste a mia inchiesta, ma io non la voglio, ella è per voi: avrei voluto che fosse scritta con maggior sentimento.

Val. Se lo desiderate ne farò un’altra.

Sil. E quando sarà fatta, leggetela per amor mio come addirizzatavi da me: se vi piacerà, bene; se no, ne comporrete una terza.

Val. Se mi piacerà, signora? Che cosa? [p. 157 modifica]

Sil. Se vi piacerà, dico, tenetela per premio delle vostre fatiche: per ora buon giorno, signore. (esce)

Sp. Oh astuzia! oh enigma inesplicabile! oh arte invisibile come il naso in mezzo al volto, o un pavone sulla punta di un campanile! Il mio padrone sospira per lei, ed ella ha insegnato al suo schiavo, al suo pupillo, a divenir suo precettore. Oh eccellente stratagemma! Ne fu mai trovato un migliore? Il mio padrone è segretario della sua amata, e scrive a se stesso le lettere ch’ella gli indirizza.

Val. Ebbene, malandrino? Che stai dicendo fra te?

Sp. Facevo rime; ma avete ragione.

Val. In che?

Sp. In servire da interprete alla vaga Silvia.

Val. Verso di chi?

Sp. Verso di voi: ella vi amoreggia sotto figura rettorìca.

Val. Sotto figura?

Sp. Sotto traslato: con una lettera, voglio dire.

Val. Ma ella non mi ha scritto?

Sp. Che bisogno ne ha quando voi vi siete assunto di farlo? Non vi avvedete della beffa?

Val. No in verità.

Sp. Non notaste la sua aria grave?

Val. Udii che mi rimproverò.

Sp. Non vi diede una lettera?

Val. Fu una lettera che scrissi ad un suo amico.

Sp. Ma la lettera è ora andata al suo indirizzo.

Val. Vorrei che non avessi torto.

Sp. Vi assicuro che mi appongo. Voi le avete spesso scritto, ed ella per modestia o per mancanza di tempo non poteva rispendervi; fors’anche temendo che un messaggiere non la tradisse, ha insegnato al suo amante a scrivere al suo amante. — Questo ch’io dico è vero come una cosa stampata: che in istampa trovai tale ammonizione. — A che pensate, messere? È ora di desinare.

Val. Ho desinato.

Sp. A meraviglia; ma uditemi, signore: sebbene il camaleonte ancora si nutra d’aria, io mi pasco di vivande, e mi diletto di cibi più materiali. Oh imitate la nuova scuola degli amatori: mangiate, mangiate. (escono) [p. 158 modifica]

SCENA II.

Verona. — Una stanza nella casa di Giulia.

Entrano Proteo e Giulia.

Prot. Abbi pazienza, gentil Giulia.

Giul. Forza è bene, poichè non vi è rimedio.

Prot. Appena potrò, ritornerò.

Giul. Se non mi dimenticate ritornerete presto; abbiate intanto questo pegno per ricordarvi dell’amore di Giulia. (dandogli un anello)

Prot. Faremo un cambio; eccovi il mio.

Giul. E suggelliamo questo patto con un santo bacio.

Prot. Prendi la mia mano che ti giura una eterna fede, e se mai scorre un’ora del dì in cui io non sospiri d’amore per la mia Giulia, l’ora che la consegue mi arrechi qualche gran sventura per punirmi d’avere dimenticata la mia amante! Mio padre mi aspetta: non mi dir più nulla! È l’ora della maréa: non sparger lagrime. Le tue lagrime mi farebbero fermare più che non debbo. Addio, Giulia. (Giul. esce) Oh ella mi lascia senza dirmi una parola! Così adopera il vero amore: esso non ha detti; e la sua sincerità vien meglio provata dalle azioni che dai discorsi. (entra Pantino)

Pant. Messer Proteo, siete aspettato.

Prot. Va; vengo, vengo. Oimè queste separazioni rendono muti i poveri amanti. (escono)

SCENA III.

Una strada.

Entra Launzio con un cane.

Laun. No; anche quest’ora passerebbe prima che avessi finito di piangere; tutta la razza dei Launzii ha questo difetto: io ne ho ricevuta la mia parte, come il figliuol prodigo, e vado con messer Proteo alla Corte dell’imperatore. Credo che il mio cane Crab sia il cane di cuor più duro che esista: mia madre piangeva, mio padre sospirava, mia sorella gridava, la fante gemeva, il gatto si travolgeva le zampe, e tutta la casa era sossopra, e nondimeno questo cane dal cuor di roccia non spargeva una lagrima: egli è una pietra, una vera pietra, e non sente in sè più [p. 159 modifica]pietà che non ne senta un cane. Un giudeo avrebbe pianto vedendo quella nostra separazione: la mia avola, quantunque cieca e senz’occhi, pure lagrimò. Vuo’ descrivere come ciò accadde. Supponiamo che questa scarpa sia mio padre; no; questa scarpa a sinistra è mio padre: no, no; questa scarpa a sinistra è mia madre; no; non può essere;... pure è così, è così; perchè ha il tomaio più cattivo. Questa scarpa sdrucita è mia madre; e questa, mio padre. Ch’io sia appeso se non è vero: poi questo bastone è mia sorella; perocchè ella è bianca come un giglio, e piccola come una verga: questo cappello è Nanne, nostra serva; io sono il cane... no; il cane è lui stesso, ed io son io: così sta bene. Ora vado da mio padre; padre, la vostra benedizione! Ecco che la scarpa piange tanto che non può proferire una parola; adesso debbo baciare mio padre; ebbene ei piange anche di più. Eccomi alfine da mia madre: oh se ella potesse ora parlare! Ma è frenetica e disperata. Bene, l’abbraccierò: oimè! ha perduta la respirazione: ora vado da mia sorella; udite come geme: e il cane durante tale scena non versa una lagrima, non proferisce un lamento: io invece fo della polvere fango coll’umore de’ miei occhi. (entra Pantino)

Pan. Launzio, alla nave, alla nave; il tuo padrone è imbarcato, e devi raggiungerlo coi remi. Che v’è? Perchè piangi? Via, asino; perderai il flusso se ti fermi ancora1.

Laun. Che me ne cale, se è il flusso più villano che mai gonfiasse?

Pan. Perchè lo chiami villano?

Laun. Perchè mi obbliga ad abbandonare queste amate sponde.

Pan. Poni fine alle ciance, o non farai più il viaggio; non facendo il viaggio perderai il padrone; perdendo il padrone, perderai il servigio; perdendo il servigio... perchè mi chiudi la bocca?

Laun. Per tema che tu non perda la lingua.

Pan. Dove dovrei perder la lingua?

Laun. In mezzo al tuo racconto. — Perderò il padrone, il viaggio e il servizio? Non sai che se il mare fosse asciutto lo empirei colle mie lagrime? e che se il vento più non soffiasse, farei andar la barca co’ miei sospiri?

Pan. Vieni, vieni; fui mandato per chiamarti.

Laun. Chiamami fin che vuoi.

Pan. Ti piace seguirmi?

Laun. Sia pure, verrò. (escono) [p. 160 modifica]

SCENA IV.

Milano. — Un appartamento nel palazzo del Duca.

Entrano Valentino, Silvia, Turio e Speed.

Sil. Mi fido...

Val. Madonna?

Sp. Padrone, messer Turio vi guarda bieco.

Val. Ne è cagione l’amore.

Sp. Non di voi.

Val. Della mia amante dunque.

Sp. Sarebbe bene che lo correggeste.

Sil. Mi fido, voi siete malinconico.

Val. Davvero, signora, lo sembro.

Tur. Sembrate voi quel che non siete?

Val. Forse.

Tur. Dunque fingete?

Val. Così fate pur voi.

Tur. Che! Sembro io quel che non sono?

Val. Sembrate savio.

Tur. Che prova avete dell’opposto?

Val. La vostra follia.

Tur. E come osservate la mia follia?

Val. L’osservo nel vostro giubbone.

Tur. Il mio giubbone è da uomo posato.

Val. E rende più vivo il contrasto della vostra insensatezza.

Tur. Come?

Sil. Siete in collera, messer Turio? Cangiate colore.

Val. Lasciatelo fare, signora; egli è una specie di camaleonte.

Tur. Che ha molta più volontà di nutrirsi del vostro sangue, che della vostra aria.

Val. È detto, signore.

Tur. E sarà anche fatto.

Val. Lo so bene che voi avete sempre fatto prima di cominciare.

Sil. Un’arguta salva di parole, signori, e assai bene vibrata.

Val. È vero, madonna; e ne ringraziamo la causa.

Sil. Qual fu essa?

Val. Voi medesima, amabile donzella; perocchè voi apprestaste il fuoco. Messer Turio prende a prestito il suo spirito dai vostri vezzosi sguardi, e epende gentilmente quel ch’egli assorbe in vostra compagnia. [p. 161 modifica]

Tur. Messere, se volete spender meco parola a parola farò fallire in breve il vostro intelletto.

Val. Lo so, signore, che siete ricco in parole, e che è la sola moneta con cui pagate i vostri seguaci: dalle loro misere livree apparisce il loro povero guiderdone.

Sil. Basta, gentiluomini, non più; viene mio padre. (entra il Duca)

Duc. Ora, figlia Silvia, sei bene assediata. Messer Valentino, vostro padre è in ottima salute. Che direste della lettera di uno dei vostri amici, che vi annunzia ottime novelle?

Val. Sarei riconoscente, signore, al felice messaggiere che me le recasse.

Duc. Conoscete don Antonio, vostro concittadino?

Val. Sì, mio buon signore, lo conosco per uomo di gran riputazione, e che ben la merita.

Duc. Non ha egli un figlio?

Val. Appunto; un figlio degno dell’amore e della stima di un tal padre.

Duc. Voi lo conoscete?

Val. Al par di me; perocchè fin dalla nostra infanzia abbiamo conversato e passato le ore insieme; e sebbene io sia stato un ozioso perdigiorni trascurando i benefizii di quelle ore in cui avrei potuto abbellire il mio spirito colle perfezioni degli angeli, pure sir Proteo, perocchè tale è il suo nome, ne faceva uso, e traeva gran partito de’ suoi dì. Egli è giovine d’anni, ma vecchio d’esperienza; la sua persona è anche adolescente, ma il suo senno è maturo, e in una parola (perocchè il suo merito è al disopra di tutte le lodi ch’io potrei accordargli) egli è perfetto di corpo come di spirito, nè gli manca nulla delle grazie che adornar possono un gentiluomo.

Duc. In verità, signore, se è quel che dite, merita tanto il cuore di un’imperatrice, come la confidenza di un imperatore. Ebbene, signore, quel gentiluomo è giunto alla mia Corte con lettere commendatrici; e pensa di passar qui qualche tempo. Credo che non vi riesca sgradita tale notizia.

Val. Se avessi avuto qualche cosa da desiderare era questa.

Duc. Accoglietelo dunque come merita; dico a voi. Silvia, e a voi, Turio: perocchè per Valentino non ho bisogno di istigarvelo. Lo manderò tosto qui da voi.

Val. È quel gentiluomo di cui vi avevo parlato, signora, e che sarebbe venuto con me, se i begli occhi della sua amante non gliene avessero impedito. [p. 162 modifica]

Sil. Forse ella lo avrà rimesso in libertà, contentandosi di ricevere qualche pegno della sua fede.

Val. No; credo che gli occhi di Proteo siano ancora schiavi de’ suoi.

Sil. Ei sarebbe allora cieco; e se lo fosse come potrebbe trovare la sua via, per venir qui?

Val. Oh! bella Silvia, l’amore ha più di due occhi.

Tur. Molti però dicono che non ne ha neppur uno.

Val. Per vedere amanti come voi, Turio. L’occhio dell’amore non discerne un oggetto così volgare. (entra Proteo)

Sil. Cessate, cessate: ecco il gentiluomo.

Val. Ben venuto, Caro Proteo! Signora, vi supplico di confermare il mio benvenuto con qualche special favore.

Sil. Il suo merito gli è garante d’ogni più lieto ricevimento, se è il nobile cavaliere di cui avete desiderato tante volte d’udir novelle.

Val. È egli appunto, bella Silvia: mia amabile fanciulla, permettetegli d’unirsi a me nel dovere di servirvi.

Sil. Sono troppo umile signora per un tanto servitore.

Prot. Non lo dite, dolce donzella; son io invece troppo umile servo, per ottenere uno sguardo di così illustre dama.

Val. Cessate dallo scusarvi: amabile Silvia, accoglietelo qual servo vostro.

Prot. Non potrò vantarmi che del mio zelo in riempire i miei doveri; ma di null’altro.

Sil. E lo zelo non mancò mai di guiderdone, siate dunque il servo ben venuto di un’indegna signora.

Prot. Chiunque altro osasse dirlo morrebbe di mia mano.

Sil. Che voi siete il benvenuto?

Prot. No; che voi siete indegna. (entra un domestico)

Dom. Signora, il duca vostro padre vorrebbe parlarvi.

Sil. Vado da lui. (il dom. esce) Venite, messer Turio, venite con me: una volta ancora siate il ben arrivato, o mio nuovo servo: vi lascio per conferire sulle cose di casa vostra; quando avrete finito spero di rivedervi.

Prot. Seguiremo entrambi Vostra Signoria. (escono Sil. Tur. e Speed)

Val. Ora dimmi come stanno tutti gli amici del luogo da cui vieni.

Prot. I tuoi stan bene, e mi commisero mille saluti per te.

Val. E i tuoi?

Prot. Li lasciai tutti in ottima salute. [p. 163 modifica]

Val. Come sta la tua amante? Come va il tuo amore?

Prot. I miei racconti d’amore solevano fastidirti: so che non ti piaci in discorsi d’amore.

Val. Ah Proteo! i tempi sono ora ben mutati, e ben punito mi veggo de’ miei antichi dispregi. L’amore si è vendicato della mia noncuranza con privazioni crudeli, sospiri dolorosi, lagrime di notte e angoscie di giorno, senza lasciarmi un istante di tregua. In punizione de’ miei dispregi l’amore ha bandito il sonno dagli stanchi miei occhi, e gli ha costretti a vigilare e a vedere i dolori del mio cuore. O mio caro Proteo! L’amore è un signor possente: ed ei mi ha tanto umiliato, che confesso che non vi son mali comparabili ai suoi castighi, nè v’è felicità sulla terra paragonabile a quella che dà il servirlo. Non mi parlar più ora che dell’amore. Il solo amore mi basta; e per udir ripeter sempre tal nome acconsentirei a privarmi di nutrimento e di sonno.

Prot. Basta; leggo la tua sorte ne’ tuoi occhi. E quale è l’idolo che adori?

Val. La fanciulla che era qui dianzi: non è ella una celeste cosa?

Prot. No; è una beltà della terra.

Val. Chiamala divina.

Prot. Non voglio adularla.

Val. Oh! adula me, perocchè l’amore si piace nelle lodi.

Prot. Quand’ero infermo mi davate pillole più amare; e convien ch’io ne ministri di simili a voi.

Val. Dunque di’ il vero di lei, e se non vuoi chiamarla divina chiamala almeno la più bella creatura.

Prot. Dopo la mia amante.

Val. Dopo nessuna, amico: o tu offenderai l’amata mia.

Prot. Non ho io ragione di preferire quella che amo?

Val. Ed io pure t’aiuterò a preferirla. Ella meriterà l’onore supremo di sostenere la veste a coda della mia amante, per tema che la terra troppo ignobile non involi un bacio alle sue vestimenta, e che superba di un tanto favore non isdegni di produrre i vaghi fiori dell’estate, e non faccia l’inverno più aspro ed eterno.

Prot. Che vuoi tu dire, Valentino, con tutte queste parole?

Val. Perdonami, Proteo, non posso mai dire abbastanza per lodar quella, il di cui merito ne cancella ogni altro. Ella è unica della sua specie.

Prot. Ebbene lasciala sola.

Val. No, pel mondo intero! Sai tu, Proteo, che è mia, e che [p. 164 modifica]io sono così ricco possedendo quel raro tesoro, come lo sarebbero venti mari di cui tutti i granelli di sabbia fossero altrettante perle, i flutti un nettare delizioso, e gli scogli un puro oro? Perdonami se la violenza del mio amore non mi consente di pensare a te. Il mio imbelle rivale, amato dal padre a cagione soltanto delle sue immense ricchezze, è partito con lei, e bisogna ch’io li segua: perocchè l’amore, tu il sai, è pieno di gelosia.

Prot. Ma ella però ti ama?

Val. Ci siamo promesso amore scambievolmente. V’è di più: abbiamo prese disposizioni segrete pel nostro matrimonio, e per la nostra fuga, e pel modo con cui debbo rapirla, salendo nelle sue stanze con una scala di corda; in una parola, abbiamo concertati tutti i disegni e abbiamo tutto ordinato per assicurare la nostra felicità. Mio caro Proteo, vieni meco, e in quest’importante bisogna soccorrimi coi tuoi consigli.

Prot. Va innanzi: ti seguirò fra poco. Debbo andar prima sulla nave per aver certi oggetti, poi sarò teco.

Val. Sii sollecito.

Prot. Non dubitarne. (Val. esce) Come un calore dissipa un altro calore, o come un chiodo ne caccia un altro, la memoria del mio amore è quasi interamente svanita dinanzi a un nuovo oggetto. Ne fu cagione l’impressione de’ miei occhi o gli elogi di Valentino? È il vero merito di Silvia, o il falso giudizio della mia infedeltà che mi fa dir così? Ella è bella, ma bella è pure la Giulia ch’io amo, o che ho amata; perocchè il mio amore è spento, e simile a un’imagine di cera discìolta davanti ad un gran fuoco, non me ne rimane alcun segno. Sento che la mia amicizia per Valentino è intepidita, e che non l’amo più come lo amavo. — Oh! amo, amo troppo la sua amante, ed ecco perchè amo lui così poco. Che diverrà la mia passione quando la conoscerò meglio, io che comincio ad adorarla in tal modo quasi senza conoscerla? Non ho a così dire veduto che il suo ritratto esteriore, ed esso ha di già tanto abbagliato gli occhi della mia ragione! Ma allorchè contemplo lo splendore delle sue doti, veggo che ne perderò la vista; e nondimeno voglio, se è possibile, resistere ad un amore che mi fa traviare; se poi ciò non posso, adoprerò ogni arte per esserne contento. (esce) [p. 165 modifica]

SCENA V.

Una strada.

Entrano Speed e Launzio.

Sp. Launzio, sulla mia onestà! sii il benvenuto a Milano.

Laun. Non renderti spergiuro, dolce amico; perocchè io non sono il benvenuto. Sappi che un uomo non è mai perduto interamente finchè non è appiccato, e che non è il benvenuto in alcun luogo finchè non gli è stato pagato da bere, e la sua ostessa non gli ha detto: andate in pace.

Sp. Vien con me, pazzo, ti condurrò ad un’osteria, dove con cinque soldi ti udirai dire mille volte va in pace. Ma dimmi; in qual guisa si separò il tuo padrone dalla bella Giulia?

Laun. Dopo essersi abbracciati con gran serietà, si sono divisi ridendo.

Sp. Ma lo sposerà ella?

Laun. No.

Sp. Come dunque? La sposerà egli?

Laun. Neppure.

Sp. Allora si son disuniti?

Laun. No, stanno anche insieme come le due metà di un pesce.

Sp. In qual guisa sono dunque le cose?

Laun. Quando l’uno sta bene l’altra pure sta bene.

Sp. Qual ciuco sei? Non riesco ad intenderti.

Laun. Qual bestia sei tu, non intendendomi? La mia mazza intenderebbe.

Sp. Quello che dici?

Laun. Sì, e quello anche che fo: guarda che di quest’ultima cosa non ti dia un saggio.

Sp. Ma il matrimonio si farà?

Laun. Chiedilo al mio cane: se egli dice di sì, si farà; se dice di no, si farà; se scuote la coda e non dice nulla, si farà.

Sp. La conchiusione è dunque che si farà?

Laun. Carpito non mi avresti tal segreto mai fuorchè con una parabola.

Sp. È bene che con essa ci sia riuscito. Ma, Launzio, che dici tu del mio padrone divenuto così caldo amatore?

Laun. Lo conobbi sempre tale.

Sp. Che mai? [p. 166 modifica]

Laun. Amator caldo di sè in difetto di amanza.

Sp. Pazzo, io non t’intendo: dicoti che il mio padrone è divenuto caldo in amore.

Laun. Che me ne cale quand’anche bruciasse? Se vuoi venir con me all’osteria, bene; se no, sei un ebreo, un israelita, non meriti il nome di cristiano.

Sp. Perchè?

Laun. Perchè non hai neppure in te tanta carità quanta basti per andare all’osteria con un crìstiano. Vuoi venire?

Sp. Seguo le tue pedate. (escono)

SCENA IV.

Un appartamento nel palazzo

Entra Proteo.

Prot. S'io abbandono la mia Giulia, sono spergiuro; se amo la bella Silvia, sono spergiuro, se tradisco il mio amico, sono spergiuro; e nondimeno è la potenza stessa, che mi strappò i miei primi giuramenti, che ora mi costringe a questa triplice mancanza. L’amore mi ha comandato di giurare ed ora mi comanda di disdirmi; oh! tu ingegnoso seduttore amore, se mi hai trascinato in una colpa, insegna al tuo suddito travolto dalle tue suggestioni a scusarsi. Prima adoravo una stella brillante, oggi adoro un sole celeste. La riflessione può rompere voti imprudenti, e sarebbe inettitudine il non avere lena bastante per cambiare il cattivo nel buono. Vergognati, lingua insolente, a chiamar cattiva quella, che per mille e mille giuramenti nominasti la regina delle tue voglie. Non posso cessar d’amarla, eppure così faccio; ma se cesso d’amare è perchè debbo amare; perdo un amico, o serbandolo smarrisco me medesimo. Se la sorte poi mi è contraria, allora invece di Valentino ritrovo me stesso, invece di Giulia ritrovo Silvia. Me amo più che non ami un amico: perocchè l’amore di sè è sempre più robusto: e Silvia (ne attesto i cieli che l’han fatta sì bella!) mi fa parere Giulia una nera zingana. Vuo’ dimenticare che Giulia è viva; ricordarmi che il mio amore per lei è spento, e possedendo in Silvia il più dolce degli amici risguardar come nemico Valentino. Ma ora mi è impossibile l’esser fedele a me stesso senza tradire costui; egli intende di salire questa notte con una scala di corda nella camera di Silvia, e confida a me, suo rivale, un tal segreto. Io corro tosto ad istruire il padre del loro travestimento e del loro disegno di fuga; egli nel furor suo esilierà Valentino, perchè [p. 167 modifica]vuole che Turio sposi sua figlia. Valentino partito, impedirò con qualche altra astuzia la celebrazione delle nozze dell’idiota Turio. Amore, prestami le tue ali per attuare il mio divisamento, come mi prestasti il tuo genio per tessere questa tela. (esce)

SCENA VII.

Verona. — Una stanza nella casa di Giulia.

Entrano Giulia e Lucietta.

Giul. Consiglio, Lucietta; gentile fanciulla, assistimi; per amore te ne scongiuro, e supplico te, a cui son noti tutti miei pensieri. Illuminami, e trova qualche espediente perch’io possa intraprendere il viaggio di Milano senza lesione del mio onore, e perchè io raggiunga così il mio Proteo.

Luc. Oimè! è una via assai faticosa e lunga.

Giul. Un pellegrino, i di cui voti sono ardenti e sinceri, non si stanca pel cammino, e molto meno dovrò farlo io, a cui d’amore darà le ali, allorchè andrò verso un oggetto così divino, come è il mio amante.

Luc. Sarebbe meglio aspettare il suo ritorno.

Giul. Oh! tu non sai che la mia anima si nutre ne’ suoi sguardi. Abbi pietà di tutto quello che ho dovuto soffrire, veggendomene separata da sì gran tempo. Se tu conoscessi l’impressione interna dell’amore, vedresti che sarebbe così facile il dar fuoco alla neve, come l’estinguerne la fiamma con nude parole.

Luc. Non cerco di estinguere i fuochi ardenti del vostro amore, ma soltanto d’attiepidirli onde non vi abbrucino.

Giul. Più a ciò ti adoperi, e più li raccendi. Il fiume che scorre con placido corso, se arrestar si vuole, lo sai, ribolle. Ma quando nulla s’oppone all’andar suo, i flutti sgorgano con mormorio lusinghiero sopra un letto di sabbia, ei bacia tutti i fiori che trova sulle sue sponde, e dopo i lunghi errori va tranquillo a por foce nell’oceano: lasciami dunque, lascia che la mia via scorra del pari. Sarò dolce e pacifica come il ruscello, e mi allevierò le fatiche, noverando con diletto ogni mio passo, fino a che l’ultimo mi guidi dal mio amico: e là vicino a lui riposerò così voluttuosamente, come riposa agli elisi un’anima virtuosa e pura, dopo tutte le tempeste della vita.

Luc. Ma con qual abito vi andrete?

Giul. Non v’andrò con abito donnesco, per tema degli insulti dei libertini. Trovami, Lucietta, qualche vestimento che valga a mutarmi in un piccolo paggio. [p. 168 modifica]

Luc. Volete recidervi i vostri bei capelli?

Giul. No; gli attaccherò con fettuccie di seta, con cui intesserò mille e mille nodi di amore i più strani. Qualche cosa di bizzarro non istarebbe male ad un giovine di un’età anche più provetta di quella ch’io dimostrerò.

Luc. E come volete ch’io faccia i vostri calzoni?

Giul. Tanto varrebbe il dimandare: in qual guisa, o signore, volete si tagli il vostro guardanfante? Fammeli come vorrai.

Luc. Converrà li portiate attillati, come di moda.

Giul. No no, Lucietta, ciò non starebbe bene.

Luc. Ma un abito non di moda vi farà tosto conoscere.

Giul. Lucietta, se mi ami non mi infestare: trovami tu quello che reputerai più conveniente. Ma dimmi, fanciulla, come credi che possa essere giudicato questo mio viaggio? Non pensi che molti ne saranno scandalizzati?

Luc. Se ciò credete, statevene a casa.

Giul. Non voglio.

Luc. Non vi calga allora del disonore, e partite. Se Proteo approva il vostro viaggio, quando giungerete, che importa se spiace ad altri? Io temerei solo ch’ei pure non potesse riprenderlo.

Giul. Quest’è il più lieve dei miei timori, Lucietta. Mille giuramenti, una sera di lagrime sparse, e le prove ch’ei m’ha date del più ardente affetto, mi assicurano che Proteo mi riceverà con gioia.

Luc. Tutte queste cose sono sempre in potestà dei seduttori.

Giul. E le anime vili se ne servono per incarnare i loro vili disegni. Ma gli astri più gloriosi presiederono alla nascita di Proteo; le sue parole son vincoli sacri, i suoi giuramenti oracoli, il suo amore è sincero, i suoi pensieri son puri, le sue lagrime vengono interpreti del suo cuore, e il suo cuore è così lontano dalle frodi come lo è il cielo dalla terra.

Luc. Pregate il Cielo di trovarlo tale, allorchè lo rivedrete.

Giul. Se mi ami, Lucietta, non fargli l’oltraggio di dubitare della sua sincerità: tu non puoi meritare il mio amore altro che amando il mio Proteo. Seguimi ora nelle mie stanze, per prendervi nota di quello che è necessario mi procacci per questo viaggio che anelo di fare. Lascio in tua balìa tutto ciò che mi appartiene, le mie ricchezze, i miei beni, la mia riputazione: non ti chieggo altro che d’aiutarmi a partire prontamente di qui. Vieni, non dir altro, seguimi tosto: ardo d’impazienza, e ogni indugio mi è intollerabile. (escono)

Note

  1. Occorre qui un giuoco di parole fra tide, flusso, e tied, legato.