I Marmi/Parte prima/Ragionamento settimo/Visino, Nuto pescatore, il Varlungo calzolaio, Niccolò Martelli e lo Stradino

Visino, Nuto pescatore, il Varlungo calzolaio, Niccolò Martelli e lo Stradino

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Visino, Nuto pescatore, il Varlungo calzolaio, Niccolò Martelli e lo Stradino
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Visino, Nuto pescatore, il Varlungo calzolaio,
Niccolò Martelli e lo Stradino.

Visino. Ritempera cotesta lira, ch’io son deliberato di fare intendere a Nuto che egli non sa ciò che si pesca, e tanto piú quanto la mia professione è di non far versi; perché noi altri bottegai c’importa piú lo stare a pensare di mantener la famiglinola che al rimare.

Nuto. Lascia, di grazia, dir prima al Varlungo quelle stanze d’Orlando che egli ha fatto:

1.

Varlungo. Scriva chi vuole in versi sciolti o rima,
di lucent’armi o d’amorosi accenti,
ch’io fo dell’uno e l’altro poca stima;
e se non foste ad ascoltarmi intenti,
non curo unquanco, ch’io non volo in cima
degli arbor, delle stelle o sopra i vènti,
ma canto da me sol d’un vantatore
detto Fuscello, anzi frappatore.

Stradino. Lascia star Fuscello, ché egli è morto; e poi egli è stato mio ragazzo, quando era in Puglia cavalcatore.

Varlungo. Fuscello è il ciabattino che mi sta presso a bottega, il piú nuovo zugo del mondo, e ha piacer che sia detto di lui, anzi ogni dí fa cose notabili, se ben sono scelerate, per esser bociato su’ Marmi e per le taverne dell’immortalitá.

Niccolò. Lasciatelo dir ciò che gli piace; ma io arei avuto caro d’udir d’Orlando. Tu, Nuto, che di’ di questa mia opinione? Vuoi tu che egli canti d’Orlando o d’un ciabattino gaglioffo? Suona, di’ su, Nuto. [p. 110 modifica]
2.

Nuto.   Esca pur or di liquidi cristalli
e lasci le battaglie gloriose,
le vaghe ninfe per l’erbose valli,
i rapidi torrenti e l’altre cose,
e corra piú spediti ed ampi calli,
le gran viltá mostrando in tutto ascose
di quel parabolano unico e raro
che l’etá nostra non gli trova paro.
3.
Varlungo.   Dond’usciran mai tante e tai parole
che possin risonar quell’arroganza,
quell’ardimento pazzo il qual si vuole
da se medesmo alzar, senza speranza
di venir basso, ma, come ogni or suole
un cantainbanco colmo d’ignoranza,
lodar la trista merce e maladetta,
per buona, di valore e per perfetta?
4.
Nuto.   Cedin gli scettri, avorii, perle ed ostri
per questa volta e le parole altieri;
ché qua non regna stirpe in sacri chiostri
nutrita, eccelsi regni od alti imperi,
Varlungo. ma scogliosi animali e fieri mostri,
orribil setta, arpie malvagie e neri,
Visino. gente perversa d’arruffato pelo,
da spaventar l’inferno, il mondo e’l cielo.

Niccolò. Questa cosa va bene, cosí mi piace; fate de’ versi tutti, perché e’ pare meglio assai l’uscire adosso all’uno all’altro inaspettatamente. [p. 111 modifica]

5.

Varlungo.   Però con umil vena e basso stile,
Nuto. (lira scordata, um, um, um, e tinta)
Varlungo. segnerò i trofei del sangue vile
del cerretan bugiardo che ha giá vinta
la setta de’ furfanti, e del porcile
tratto l’origin sua d’infamia cinta.
Nuto. Udite adunque della razza trista,
che con dire e mal far nome s’acquista;
Varlungo.   però l’orecchio saggio dia perdóno
allo stil rozzo, al discordevol suono.

Stradino. Quella corda m’ha fatto il gran piacere a rompersi, perché non mi piaceva questo tuo suono e manco le rime: voi eri entrati in un pecoreccio e in un lecceto che in tutta notte non ne saresti usciti. E poi, di chi cantavi voi? D’un ciabattino che la sua vita non vale un lupino. Lasciate stare simil genie, ché il meglio de’ fatti loro è non ne favellare. Ecci nessun bel sonetto fra voi?

Niccolò. Io qui n’ho uno che m’è stato mandato da Vinegia, perché vo adunando rime e ne voglio fare un libro e stamparlo, di diversi, con altre prose nuove e belle. Oh che bel libro voglio io che sia! in brava carta, con margini, in bel carattere, e correggere e ricorregger ben bene, acciò che si vegga un bel libro.

Visino. Voi state fresco! Come entrate in cotesto umore? Non vi sará egli ristampato súbito in minor forma, con tanto margine che a pena si potrá legare il libro e tagliare, corretto poi per qualche ignorante, che voi vi dispererete? E saranno le migliara di quegli che si venderanno, perché saranno a miglior mercato; e poi, per uno che voi ne stampiate qui a Firenze, mille ve ne saranno fatti di fuori.

Niccolò. Basta che si vegghino la prima volta.

Visino. I libri si consumano e si ristampano e vanno poi a benifizio di natura. [p. 112 modifica]

Niccolò. Adunque non si debbe far nulla?

Visino. Far quello che l’uomo può, ma non se la pigliar cosí calda; basta che la passi; e non aver quella passione grande, se egli vi fosse scritto «prencipe» per «principe» o un punto in luogo di còma, o còma in luogo di due punti.

Niccolò. A ogni modo, io voglio una sera che noi ci raguniamo qui e la disputiamo di questo scrivere, appuntare e non appuntare.

Visino. Non ci son buono a cotesta faccenda; chiamate qualche un altro.

Stradino. Non piú ciance; dove è il sonetto?

Niccolò. Eccolo, e lo leggo; ed è il sonetto della rabbia:

     S’alcun vien morso da rabbiosa fèra,
súbito che ’l velen al cor s’invia,
teme dell’acqua, ove gli par che sia
de la belva crudel la forma vera;
     e tanto aborre quella vista altiera,
che fugge, ancóra che di ber desia,
per la membranza ch’entro al cor gli cria
la piaga, onde sanarsi unqua non spera:
     pur io, che son da due folgori ardenti
d’una fèra gentil percosso a morte,
bramo sempre veder quell’alma imago;
     né so con altro oggetto far contenti
gli occhi miei né sanar per altra sorte
la piaga, ché del mal medesmo appago.

Varlungo. Io vorrei qualche cosa in burla.

Visino. E’ dice il vero. Quando mi volete voi dare il mio capitolo in lode del carnieri?

Stradino. A me tocca averlo.

Niccolò. Poi che egli viene a tutti due in lode, son contento di cavarlo fuori: or togliete; e Nuto lo leggerá. [p. 113 modifica]

AL PADRE STRADINO

Niccolo Martelli salute.

     Io mi stava fantastico l’altr’eri,
quando mi venne voglia di cantare
3la traditora usanza de’ carnieri,
     che incominciata s’è tanto ad usare
che chi non ha alla mano un carnierino
6par che non possa al paragone stare:
     chi l’ha di terzanel, chi d’ermisino,
chi di velluto il vuole, chi altrimenti,
9rompendo il capo tutto dì a Visino;
     e chi fa alla tedesca i fornimenti,
chi gli vuol di straforo per graffiarsi
12la man, per trarne od oro od arienti.
     D’altro non s’ode mai tra noi parlarsi
che di carnieri in questa foggia e ’n quella,
15per potersi poi vago altrui mostrarsi;
     cosí l’antica usanza di scarsella
è ritornata a noi per foggia nuova,
18se ’n altro modo per nome s’appella.
     Vorria saper che piacer vi si trova,
portar un cotal peso ciondolone,
21che vada in qua ed in lá quando ti muova.
     Un caval vi portava il cavezzone,
un logoro, una lascia, anco tal ora
24un pollo freddo o qualche salsiccione.
     Colui che ’l primo fu che ’l messe fuora
per usanza a portarlo meritava
27di stare in gogna almen del giorno un’ora:
     e’ doveva alla bocca aver la bava
o gli occhi scerpellin, perch’in tal modo
30il fazzoletto commodo portava.
     ’N un vecchio non la biasmo e non la lodo
che tal commoditá abbia alla mano
33senza al benduccio avere a sciorre il nodo,

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     perché tal or penava un pezzo invano
a cercar della tasca e bene spesso
36in cambio d’essa al brachier pon la mano;
     ma che composizion, dicami adesso
uno, è l’avere una bandiera in testa,
39spada e pugnale ed un carniere appresso?
     Gli è come avere intorno a sé una festa
con nappe e frappe e parer un merciaio
42quando gli avvien ti spogli o che ti vesta.
     Stu mi dicessi; — Il portar del danaio,
torna pur bene — ed io a te rispondo:
45Qual è piú bel che nel petto del saio?
     Ch’ogni gran quantitá non molto pondo
t’arreca e con la man sempre gli senti,
48cagion di farti star lieto e giocondo;
     e puoi andare e stare infra le genti,
dormir ben sodo, e mai non dubitare
51ch’alcun ti tocchi che non ti risenti;
     dove i carnieri insegnerien rubare,
per la commoditá, ad ogni santo,
54nel vederlo da lato spenzolare.
     Se portar vuoi una lettera a canto,
una scrittura, hai mille modi altrove,
57senza a’ notai volerne tôrre il vanto;
     se tu t’abbatti a ritrovarti dove
sia una tua signora o cittadina,
60di porviti la man par che le giove,
     e cosí in tua presenza t’assassina
ed in su e’ fatti tua fa assegnamento,
63sentendoti pesar la cotalina.
     Disse un, vedendo tale abbusamento,
che fior d’ingegno avea, seco ridendo:
66 — Quanti sonagli se ne porta il vento! —
     E cosí, dunque, da ogn’uno essendo
questa usanzaccia antica biasimata,
69di biasimarla solo anch’io intendo;
     e dico che la piú scomunicata
né la piú ladra mai, secca né fresca
72non fu nei tempi nostri ritrovata;

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     non è da secolar, non è fratesca,
se non fosse da voi, padre Giovanni,
75che la portaste sempre alla tedesca
     né per volger di cieli o correr d’anni
mai non mutaste foggia, e ’l mostra ancóra
78le vostre usanze antiche di mill’anni:
     però questo capitol vi mando ora
e quant’io posso ve lo raccomando
81che lo mostriate a tutto ’l popol fuora.
     E s’io potessi, faria porre un bando,
che chi non mostra d’aver il brachieri
84non possa tal usanza ir seguitando
     di portar la scarsella o ver carnieri.

Stradino. Piacemi, messer Niccolò, che voi vi siate dato al poeta, perché voi non siate manco valente che nelle prose. Ma ditemi: in ricompensa di tanto onore che voi mi fate, non volete voi che io vi doni una bella canzona nuova nuova di trinca?

Niccolò. Non vo’ canti, ché io non son musico.

Stradino. Io dico parole; e son di quel raro uomo e mirabil ingegno che disse giá all’improviso a papa Lione, che sonava tanto suavemente la viola.

Niccolò. Quale?

Stradino. Maestro Iacopo de’ Servi.

Niccolò. Come avete voi fatto ad averla, ché non vuole che le sue cose vadino a processione?

Stradino. In modo d’archetti.

Niccolò. A me farete voi un singularissimo piacere e ve ne avrò obligo grandissimo.

Stradino. Togliete; eccovela: ed è una delle belle cose che si possin lèggere:

     Quando ’l sol parte e l’ombra il mondo copre
e gli uomini e le fère
3ne l’alte selve e tra le chiuse mura
le loro asprezze piú crudeli e fère
scordan, vinti dal sonno, e le lor opre,

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     6quando la notte è piú queta e sicura,
allor l’accorta e bella
mia vaga pastorella
a la gelosa sua madre si fura
e dietro agli orti di Mosso soletta
11a piè d’un lauro corcasi e m’aspetta.
     Ed io, che tanto a me stesso son caro
quanto a lei son vicino,
14o la rimiro o in grembo le soggiorno;
né prima dall’ovil torce il camino
l’iniqua mia matrigna o ’l padre avaro
17che annoveran due fiate il gregge il giorno,
questa i capretti e quelli
i mansueti agnelli,
quando di mandra il levo e quando il torno,
che giunto son a lei veloce e lève
22ov’ella in grembo lieta mi riceve.
Quivi al coll’io, d’ogni altra cura sciolto,
l’un braccio allor le cingo
25sí che la man le scherza in seno ascosa,
con l’altra il bel suo fianco palpo e stringo
e lei che, alzando dolcemente il vólto,
28su la mia destra spalla il capo posa
e ’n le braccia mi chiude
sovra il gomito ignude,
bacio negli occhi e ’ n la fronte amorosa,
e, con parole poi ch’Amor m’inspira,
33cosí le dico; ella m’ascolta e mira:
  — Ginevra mia, dolce mio ben, che sola,
ov’io sia in poggio o ’n riva,
36mi stai nel cor, oggi è la quarta state,
poi che, ballando al crotalo, alla piva,
vincesti il specchio a le nozze di Iola,
39di che l’Alba ne pianse piú fiate;
tu fanciulletta allora
eri ed io tal ch’ancóra
quasi non sapea gir a la cittate:
possa morir or qui, s’a me non sei
44piú cara che la luce agli occhi miei. —

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Cosí dich’io. Ella poi tutta lieta
risponde sospirando:
     47 — Deh, non t’incresca amar, Selvaggio mio;
ché poi ch’in cetra e’ n zampogna sonando
vincesti il capro al natal di Dameta,
50onde Montan di duol quasi morio,
tosto n’andrá il quart’anno,
s’al contar non m’inganno;
pensa qual eri allor, tal era anch’io:
tanto caro mi sei che men gradita
55m’è di te l’alma e la mia propria vita. —
     Amor, poi che si tace la mia donna,
quivi senz’arco e strali
58sceso per confermar il dolce affetto,
le vola intorno e salta, aprendo l’ali;
vago or riluce in la candida gonna,
61or tra i bei crin, or sovra il casto petto:
d’un diletto gentile,
cui presso ogni altro è vile,
n’empie scherzando ignudo e pargoletto;
indi tacitamente meco ascolta
66lei c’ha la lingua in tai note giá sciolta:
     — Tirsi ed Elpin, pastori audaci e forti
e di etá giovanetti,
69ambi leggiadri e belli senza menda,
Tirsi d’armenti, Elpin d’agni e capretti
pastor, coi capei biondi ambi e ritorti
72ed ambi pronti a cantar a vicenda,
sprezzano ogni fatica
per farmi a loro amica:
ma nullo fia che del suo amor m’incenda;
ch’io, Selvaggio, per te cureria poco,
77non Tirsi o Elpino, ma Narciso e Croco. —
  — E me — rispond’io — Nisa ancor ritrova
e l’Alba e l’una e l’altra
80mi chiede e prega che di sé mi caglia,
giovanette ambe, ogn’una bella e scaltra
e non mai stanche di ballar a prova;
83Nisa, sanguigna, di color agguaglia

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le rose e i fior vermigli,
Alba i ligustri e i gigli:
ma altre arme non fia mai con che m’assaglia
Amor né altro legame ond’ei mi stringa,
88benché tornasse ancor Dafne e Siringa. —
     Di nuovo Amor scherzando come pria,
d’alto diletto immenso
91n’empie e conferma il dolce affetto ardente.
Cosí le notti mie lieto dispenso;
e pria ch’io faccia da la donna mia
94partita, veggio al balcon d’oriente
da l’antico suo amante
l’Aurora vigilante
e gli augelletti odo suavemente
lei salutar ch’ai mondo riconduce
99nel suo bel grembo la novella luce.
     Canzon, crescendo con questo ginebro
mostrerai che non ebbe unqua pastore
102di me piú lieto o piú felice amore.

Niccolò. Oh che bella canzone! mai senti’ meglio! E mi piace, perché l’è scritta bene e senza tante sorte di punti, con còme solamente. Cascar possi la penna di mano a chi non la scrive come la sta qui appunto! Oh che bella canzonetta amorosa! Io ve n’ho un obligo eterno.

Varlungo. Ella è certo bella; ma perché ogni bel gioco rincresce, io voglio leggervi un capitolo del mirabile Orsilago, che non è due ore che egli è stato portato da Livorno. A ogni modo la lira non si può adoprare; e cosí or con stanza or con sonetti or con canzoni avremo passato il tempo fastidioso.

Nuto. Or leggi, via, e dacci spasso tosto. [p. 119 modifica]

DELL’ORSILAGO

sopra il buon esser di Livorno

al vescovo de’ Marzi.

     Monsignor mio, se voi sapeste bene
l’affezion ch’io vi porto quanta sia,
3avereste pietá delle mie pene
     e con trovar qualche coperta via
mi trarreste da l’aer di Livorno,
6letto di febri e nido di moria.
     Potrei pur ancor io starvi d’intorno
e servir nella corte il signor duca,
9e non star qui come un bel perdigiorno.
     Deh, cavatemi fuor di questa buca,
di cui m’ha il tanfo in tal modo conquiso
12che ho fatto proprio un vólto di bezuca;
     e quel che me da me stesso ha diviso
è, monsignor, veder che in questo loco
15non c’è viso che viso abbia di viso.
     Per questo mi sto in casa intorno al foco,
ora a questo scrivendo ed ora a quello
18le mie disgrazie e di fortuna il gioco
     che m’ha condotto in questo Mongibello
che manda fuor piú velenoso odore
21che di cloaca o puzzolente avello.
     Gli è il vangel quel che io dico, monsignore;
e chi qual voi non lo credessi, vegni
24a starci ed uscirá forsi d’errore.
     Gli uomin qui si fan verdi, gialli e pregni,
e chiaman questo mal la livornese,
27che guasta i corpi e molto piú gl’ingegni.
     S’Ippocrate, Avicenna e ’l Pergamese,
com’io, fosser qui stati a medicare,
30arien forsi imparato alle lor spese.
     Mosè ci fu; ma, quando vidde il mare,
fuggissi, come nel Burchiello è scritto,
33lassandoci una legge singulare;

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     qual è che s’alcun fa qualche delitto,
per cui debba a morte esser condennato,
36qua vuol si mandi per maggior conflitto.
     Onde ogni ladroncello e scelerato,
senza altre forche né tagliar di testa,
39qua da varie giustizie è confinato.
     O fiorentini miei, non fate festa
d’essere eletti a regger questo perno,
42perché venite a morte manifesta.
     Sia di state, d’autunno o sia di verno,
nulla val, ché questo aer l’alma invola,
45come fosse una bolgia dell’inferno.
     Per tutto ne saprei lèggere in scola;
cosí non lo sapessi, ed ogni sciocco
48m’avessi a dir: tu menti per la gola!
     So parlar di libeccio e di scilocco,
di garbin, di maestro e di molt’anco,
51che sbalordito m’han com’uno allocco:
     tosse, catarri, punte e mal di fianco
generan questi, infin che in sepoltura
54ne va l’infermo e ’l san tosto vien manco.
     Nel spirar loro (o cosa orrenda e scura!)
i’ gli ho veduti (e chi ’l crederá mai?)
57rodere i ferri e consumar le mura.
     Ma molto peggio fan di questo assai
i fossi, i stagni, i putridi pantani,
60cagion di porne in sempiterni guai;
     che si veggion per tutti questi piani,
e, lor mercé, convien sopra noi fiocchi
63un vapor che ne amazza come cani.
     Dipoi vólti un, se sa, d’intorno gli occhi,
ch’or bòtte trova or qualche aspido sordo
66tra le schiere di grilli e di ranocchi.
     S’in questo loco a star poco m’accordo,
voglio senza giurar che ’l creda ognuno,
69ché altrimenti arei troppo del balordo:
     qui son condotto e non ci trovo alcuno
ch’abbi segno di fede o di pietate;
72onde nel petto molto sdegno aduno.

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     Non bisogna pensar con tai brigate
ragionar di virtú, ch’è lor nemica
75piú che non sono ai topi le granate:
     però non vi curate che io vi dica
la lor natura, ché sarebbe certo
78un per impoverir durar fatica.
     Qui la bravura sta, qui l’odio aperto,
qui con le fraude l’avarizia regna
81qui le fatiche altrui stan senza merto;
     qui porta Bacco e Venere l’insegna,
qui la bilancia sotto sopra è volta,
84qui non è cosa di notizia degna:
     tra questi pruni ho mia virtú sepolta;
or, lasso!, i’ me ne pento, i’ me ne pento,
87i’ me ne pento, il dico un’altra volta.
     Non vi dico qual sia mio pagamento
né quanto, perché spero in la bontade
90del mio signor che mi può far contento.
     Piú cose arei da dir, ma non accade,
ché ’l tempo passa, ed io d’angoscia mòro,
93per non trovarmi alla ducal cittade.
     Per me, s’i’ esco d’esto purgatoro,
fo vóto d’ire a Roma l’anno santo
96e farmi dir le messe di Gregoro:
     del che gli uomini e Dio pregato ho tanto
c’ho speranza d’uscirne in tempo corto
99e d’altrove gioir quanto ho qui pianto.
     Al duca ho scritto che quattro anni ho scorto
la vecchia e nuova tórre e ’l gran fanale,
102la fortezza, la terra e ’l molo e ’l porto,
     e che non lassi capitar qui male
un che ’l serve di cor, l’ama e l’adora:
105però, se Dio vi faccia cardinale,
     pregatel che di qui mi cavi fuora.

Nuto. Queste composizioni, allegre per chi l’ode, mi piacciono, ma per chi le servano non mi garbeggian: l’udire gli affanni di uno per dire la va in rima, sappiate che io non ci trovo troppo piacere. Io odo volentieri l’ottava rima [p. 122 modifica] de’ romanci e il sonetto; altro tempo mi piacque la canzone e i capitoli.

Stradino. E le sestine come ti vanno per fantasia?

Nuto. Sestine in lá: le vogliano arte, invenzione e bravi versi; onde, come uno scapuccia in due languidi, tutta la sestina va in un viluppo.

Stradino. Tu me la fai cosí difficile che tu mi fai cascar l’alie: io n’aveva una e pensavo di leggerla; ma, come tu mi hai detto di languidi versi, io credo che, essendo io fiacco, stracco e accasciato quasi tanto che io mi ripiego, che i versi gli sieno alla porta con i sassi a’ casi mia.

Niccolò. Chi sa? forse che la vostra vena è d’oro: naturalmente gli attempati sogliono colpire piú saldo.

Stradino. Cotesto è un latin falso e manca il verbo principale: in una cosa vi sono gli anni, e nell’altra l’ignoranza: pur sia come la si voglia, lègger la voglio. Togliete, messer Niccolò, voi che leggete senza occhiali.

1.
     Chi da fortuna ria in fragil legno
d’intorno è combattuto in mezzo all’onde,
mal puote alzar la travagliata vela,
essendo in periglioso ed aspro fine,
o l’áncora fermar per alcun tempo,
il qual si cangia spesso e muta stato.
2.
     Alla mia pace ogn’or ed al mio stato
sorge crudel tempesta, e ’l picciol legno
si perde infra le nebbie e scuro tempo
né contrastar non può né solcar l’onde.
O miseria del mondo, o tristo fine,
che il mio pensier travaglia e questa vela!
3
     E bench’io aspetti all’affannata vela
prospero vento al mio doglioso stato,
veggio la vita in periglioso fine,

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sí travagliato è l’infelice legno,
perché l’abbatton giorno e notte l’onde
e cresce la fortuna e ’l brutto tempo.
4.
     Poi, quando io prego il ciel che mi dia tempo
ch’io possi amainar la rotta vela,
allora il vento rio mi gonfia l’onde
e confonde il pregar in quello stato;
cosí riman piú che perduto il legno,
per non poter seguire il suo buon fine.
5.
     Ed io, che pur desidro andare al fine,
comincio a confortarmi in sí mal tempo
e tento alleggerir lo stanco legno;
ma contrari mi son l’onde e la vela
e ’l timon lascio solo in reo stato,
tal che la nave se ne portan l’onde.
6.
     Se ’l cielo, adunque, non mi ferma l’onde,
tardi giunge novella del mio fine.
O dell’amara vita, o del mio stato,
O Fortuna crudel, che sí per tempo
hai smarrito il sentier della mia vela
e rotto in mille parti il debil legno!
7.
     Signor, che l’onde arresti e guidi il legno,
deh porgi al fine un vento alla mia vela
e cangia il tristo tempo in buono stato.

Niccolò. Padre Stradino, ancóra che la non abbia quello che si conviene a sí fatta testura, la mi piace, per esser uscita di persona naturale come voi; e vi fo certo ancóra che ci son parecchi dozzine di versificatori che non la pestano cosí bene.

Nuto. A me piace ella. Ora mettiam mano a qualche sonetto, e poi ci piglieremo per un gherone. [p. 124 modifica]

Varlungo. Ecco il mio:

     Queste lagrime spargo e questi fiori,
signor, all’onorata vostra tomba,
poscia che ’n me non è si chiara tromba
ch’ardisca risonar vostri alti onori.
     Spargeste al mondo sì soavi odori
d’eterni frutti ch’ogni stil rimbomba
del gran Medico, e quindi qual colomba
volaste al ciel, del mortal velo fuori:
     onde quel successor degno vedete
che virtú abbraccia e ’l vizio calca e atterra,
mentre l'orme de’ vostri passi serba.
     Giusta cagion ch’ambi beati sète:
l’un che ’l ciel gode, l’altro che fa ’n terra
frutti maturi ne l’etate acerba.

Nuto. Piacemi veramente, e l’invenzione è bella, a lodare il duca Alessandro in morte e Cosimo in vita. Voi direte poi che ’l Varlungo non ha ingegno! Che di’, Visino? Tu dormi?

Visino. Sonniferar si dimanda, quando l’uomo tien chiusi gli occhi e ascolta e viene a udire quando una parola e quando un’altra. Io vo’ dire, poi che ogn’un dice, anch’io una canzona da ballo, che io mi feci comporre il primo dì di maggio, e la cantai in quello che io piantavo il maio all’uscio della mia inamorata.

Niccolò. La stava fresca a inamoráti!

Visino. Meglio che a voi; or su lasciatemi dire.

Niccolò. Di’, via, acciò che si dica stasera d’ogni fatta composizione.

Visino.   Nel vago, dolce, dilettoso maggio

cantian, pastori,
a piè di questo faggio
nostri felici amori,
5 ché ’l dio Pan porge orecchia al nostro canto.

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     Il dio Pan porge orecchia al nostro canto

e gli arbuscelli
crollan le verde cime;
ivi i sonori augelli
10s’accordan con suo’ versi a nostre rime.
     S’accordan con suo’ versi a nostre rime
le pastorelle,
che nelle selve ombrose
pascon le pecorelle
15cogliendo gigli e le selvaggie rose.
     Cogliendo gigli e le selvaggie rose,
vidi l’altr’eri
la mia polita rosa
tra secreti sentieri,
20né mai la vidi sí bella e sdegnosa.
     Né mai vidi la mia sí umana e bella
se non il giorno
primo di questo mese,
ch’ella mi cinse intorno
25di verde foglie e d’amorose imprese.
     La pastorella mia nascosta, accorta,
bagnommi a sera,
in un fiorito prato,
perch’io forse non era
30secondo la stagion di fiori ornato.
     Mentre che io pianto inanzi all’uscio il lauro
al mio bel sole,
vidi fulgenti rai
col suon di tal parole:
35«Fortunato per me tosto sarai».


Niccolò. La ballata pastorale è stata bella; ma fatto sta se la ti riuscí come il componitor te la dipinse.

Visino. Basta, io mi contentai di quello. Ècci egli altri che sfoderi nulla? Chi ha dir, dica, ché la candela è al verde.

Nuto. Un madrigal vo’ dir io, e poi netto il paese:

     Qual doppo nuova pioggia
l’arco del ciel ne scopre incontro al sole
mille vaghi colori in varia foggia

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tra nuvoletti adorno
e pinge l’aria intorno
di fior vermigli e pallide viole;
     tal si mostrò nel viso
al mio primo aparir la donna mia,
ond’io da me diviso
pel tanto variar che in lei scopria,
in un punto, non so per qual mia sorte,
mille volte cangiai la vita in morte.

Varlungo. Aspettami, Nuto, non fuggir cosí in furia.

Nuto. Ho fretta; a Dio.

Stradino. Andatevene tutti, lasciatemi messer Niccolò, ché io voglio che mi censuri un’altra sestina.

Visino. Un altro madrigal vo’ dir io, che è mia farina, e vi lascio:

     Viva fiamma nel core
sento con gran dolore;
rivo d’un’acqua viva
da ciascuno occhio mio ogn’or deriva;
non può tal foco ardente
seccar la fredda vena,
che gli dá noia e pena,
né tal passion cocente
spegner la pioggia chiara.
Questo d’amor s’impara:
     unir due gran contrarii (o vita umana!)
ch’un uom sia fatto fornace e fontana.

Niccolò. Egli è súbito scappato; ché noi gli facevamo confessare chi l’aveva fatto.

Stradino. Come vi si farebbe sopra il bizzarro componimento di musica e far con le note combatter quell’acqua e quel fuoco, e poi unire quei due contrarii! Adriano, Cipriano, e il Ruffo1 vorrei che me la spolverizzassino. Oh che bella musica s’udirebbe egli! [p. 127 modifica]

Niccolò. Padre Stradino, ogni uno spulezza: leggete la vostra sestina e poi ritirianci ancóra noi.

Stradino. Togliete, leggetela, e poi ce n’andremo e per la via mi direte il parer vostro.

1.
Dapoi che io venni in questa alpestra valle
contraria in tutto alla beata luce,
fuggo la gente e ’n solitaria vita
mi vivo il piú che io posso in questa morte,
che sembra un sospir breve, un vento, un’ombra,
di pietra un monte e di sterpi una piaggia.
2.
Non è fèra sí cruda in bosco o piaggia
che tollerasse il mal di questa valle,
sí come sopporto io al sole, all’ombra,
privo d’ogni piacer, privo di luce,
bersaglio di fortuna e della morte,
che mi tormenta l’anima e la vita.
3.
Oh che fuoco port’io nella mia vita!
Fuoco ch’accenderia gelata piaggia,
a ogni tronco verde daria morte
e seccherebbe paludosa valle
senza accender favilla di suo luce.
O viver infelice, infelice ombra!
4.
Cosí privo di ben mi seggo all’ombra,
sprezzando i giorni e gli anni in questa vita,
senza speranza mai d’averci luce,
sia in monte, in prato, riva, fiume o piaggia;
e grido ovunque io sia in questa valle
con Ecco che risponde sempre: — Morte. —

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5.
     Ben ebbi al nascer mio per vita morte
e per piacer sí spaventevol ombra,
piú tenebrosa che caverna in valle:
spezzi la Parca il stame di mia vita,
dapoi ch’in questa rovinosa piaggia
non ci apparisce mai giorno né luce.
6.
Quando avren mai, o alma mia, la luce?
quando uscirem di questa lunga morte?
e quando passeren questa vil piaggia?
questa odiosa insopportabil ombra,
viluppo e laccio d’ogni bella vita,
e tenebre ed orror di questa valle?


     Eterno Dio, ch’a ogni piaggia e valle
puoi dar la luce e discacciare ogni ombra,
deh, trai la vita mia di questa morte.

Niccolò. L’è sorella di quell’altra, e vi veggio dentro un buono spirito in tutte due: lascieretemele, perché l’andrò limando e assettando in molti luoghi, ché le n’hanno bisogno.

Stradino. Pur che, volendole acconciare, non bisogni farsi da capo e rifarle, ogni cosa va bene. Quando vogliamo noi, una sera, ridurci quattro di noi academici Umidi e dir qualche cosa di bello?

Niccolò. Quando volete; io sono al vostro servizio. Or andianci con Dio, ché l’ora è tarda.

  1. Nella prima Libraria, tra i musici, il Doni li registra tutt’e tre: Adriano, Cipriano Rore e Vincenzo Ruffo. [Ed.]