Guerra e malaria

Giuseppe D'Urso

1918 Indice:D'Urso - Guerra e malaria, Milano, 1918.djvu guerra/malaria Guerra e malaria Intestazione 4 maggio 2022 100% Da definire


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ISTITUZIONE

GIUSEPPE VISCONTI DI MODRONE

Dott. GIUSEPPE D’URSO


GUERRA e MALARIA


..... “Già vedo fra i sinistri bagliori del campo di battaglia, i segni precursori di un nuovo mondo, di una nuova coscienza in tutte le classi sociali umili e alte, la concezione di una nuova vita, rifulgente di alte idealità!„ .....

MILANO

PEI TIPI DEL «CAPITAN FRACASSA»

Via S. Pietro in Gessate, 9

1918

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Questa lunga ed immane guerra, che con disperata monotonia di stragi insanguina la terra e il mare, e viola, calpesta, rinnega tutti i sentimenti e le tradizioni che erano l’orgoglio e la fede dell’uomo civile; se ci ha risparmiato la calamità delle grandi epidemie di un tempo (quali il tifo, il colera, la dissenteria, il vaiuolo ecc.1); ci ha messo innanzi agli occhi la visione di una spaventevole recrudescenza di morbilità per tubercolosi e malaria.

La tubercolosi, rivelata dalla presente guerra, non poteva non impressionare i Governi ed i Parlamenti degli Stati belligeranti, massime di [p. 4 modifica]Francia e d’Italia2. L’Itaila e la Francia, per le condizioni del problema tubercolare prima della guerra, avevano molti punti di simiglianza3. In Italia mancavano, come in Francia, le potenti risorse delle «Assicurazioni obbligatorie» contro le malattie4; ancora più deficiente era l'opera delle varie «Società di Assistenza»; occorrevano a noi altri mezzi, più che la scarsa iniziativa [p. 5 modifica]privata, per far nascere e vivere le «Istituzioni antitubercolari». È dovere riconoscere, che fu la guerra — l’orrenda guerra, che mena ancor oggi tanta rovina nel mondo — a mettere in piena luce questo assillante problema della tubercolosi in Italia. Fu la guerra, che, tra l'orrore delle sue stragi ed i bagliori dei suoi incendii, illuminò nello spirito dei nostri legislatori questo problema del mutilati del polmone, non meno essenziale per la vita e l'avvenire della Nazione di quello degli altri mutilati5.

Ma con i provvedimenti dello Stato a favore dei soldati tubercolotici e degli altri mutilati è tutt’altro che risoluta la questione degli invalidi di guerra, la quale rimane gravissima.

A misura che la guerra si prolunga sorgono nuovi problemi e nuovi bisogni, che hanno non [p. 6 modifica]solo un contenuto sentimentale e patriottico, ma involgono anche supreme necessità di riforme sociali. La guerra attuale, che ha così moltiplicato le occasioni della lesività bellica, pone sul tappeto della vita nazionale il problema dell’esame giuridico di tale lesività non tanto dal punto di vista della funzione professionale, quanto da quello del compimento da parte dello Stato di un dovere sociale verso il presente e verso l’avvenire (Cabrini)6.

Noi ora non vogliamo indagare, se — dopo questa fumida e corrusca epopea italica, quando nel cielo ci riderà l’alba di un giorno più umanamente bello di lavoro concorde e di pace — altri feriti (oltre i mutilati degli arti, i ciechi, i sordomuti), uguali dritti prospetteranno all’assistenza sociale: quali i feriti del cuore, delle arterie, [p. 7 modifica]dei reni, dei reumatismi deformanti, delle infezioni varie, provocate e sostenute da questa lotta devastatrice, che strugge implacabilmente le energie, le forze vive, tutto il fiore giovanile delle nazioni. V’ha, però, una malattia, sulla quale occorre richiamar subito l’attenzione non solo dei legislatori e degli organizzatori di eserciti, ma di quanti si preoccupano dell’integrità della razza e della prosperità della Patria. Questa malattia crea una categoria di... feriti silenziosi, che forse colpiranno meno la sentimentalità umana, perchè non hanno la tragica esteriorità, che impressiona, degli altri feriti; ma lasciano pensosi il medico ed il sociologo per le tristi ripercussioni, che la loro invalidità può produrre sulla razza e sulla discendenza. Questa malattia, che insieme alla tubercolosi (e forse più della tubercolosi!) insidia la salute dei nostri soldati; questa malattia, che è stato un vero flagello del nostro esercito, è... la malaria!

Ora una concezione più larga e più umana intorno al problema degli invalidi di guerra, come una reazione alla lotta di rapina e di sterminio, che ha ripiombato l'umanità nella barbarie tenebrosa degli istinti, dovrebbe entrare nella mente dei nostri uomini politici e degli uomini di cuore, per modo che tutte le invalidità prodotte dalla guerra e per la guerra abbiano il conforto della scienza e della solidarietà umana7. [p. 8 modifica]

Dopo che la scienza è stata a servizio della barbarie o meglio si è moltiplicata per la barbarie, (secondo la suggestiva espressione del Boutroux), la scienza dovrà contribuire ad elevare il sentimento della solidarietà umana dopo la guerra8.

Questo sentimento in Italia prima dell'immane conflitto, non fu sordo alla voce di alcun dolore. Sarà ora sordo all'appello di quella... popolazione delle trincee, scampata al grande macello ed alle orrende mutilazioni, ma portante con sè l’impronta di tutti i disagi e di tutti i contagi e mutilazioni di organi, che nessuno apparecchio e nessuna rieducazione professionale potranno più [p. 9 modifica]restituire alle normali funzioni? Dovranno questi feriti per... malattie essere alzati e sorretti o dovranno ancora essere spinti col piede, perchè deboli ed inabili, secondo l’evangelico Zarathustra? E vi sono nelle terribili contorsioni di questa guerra, dopo i ciechi, i deformii e tutti gli altri mutilati; vi sono, a fianco dei feriti del polmone, altri superstiti più meritevoli dell’opera salvatrice della nazione dei feriti dalla malaria?

La guerra non ha creato nei riguardi della malaria un problema sociale nuovo, come quello dei mutilati; ma la malaria ha innegabilmente trovato nella guerra un potente alleato per svilupparsi e diffondersi.

L’Italia aveva già fatto un gran passo nel campo della medicina sociale con la lotta contro la malaria; ma la conflagrazione europea ci ha fatto fare all’improvviso uno sbalzo indietro, per la rilassatezza nell’opera di prevenzione e di tutela davvero colpevole nelle zone extra-belligeranti, per cui abbiamo avuto l’inquietante fenomeno di una enorme proporzione di morbilità sia nelle nostre campagne, sia fra i soldati combattenti9. [p. 10 modifica]

La gravità di questa pandemia è data da un complesso ben determinato di fattori individuali e localistici, che hanno creato e mantengono tuttora elevata una densità malarica nel nostro esercito, caratteristica delle pandemie di guerra. Sta fra i fattori predisponenti in primo luogo, come sostrato di tutte le infezioni, lo strapazzo fisico. Tutte le malattie, più o meno, possono essere favorite nel loro decorso dallo strapazzo, ma è stata dimostrata specialmente nella presente guerra, combattuta da uomini per età e condizione fisica non tutti allenati ai disagi, l'intimità dei rapporti fra strapazzo e malaria. La diminuita resistenza organica dei soldati in trincea, denunziata dai [p. 11 modifica]medici militari come una delle cause più predisponenti alle infezioni castrensi, ha dimostrato in modo assoluto non solo la possibilità dello sviluppo di gravi febbri malariche recidive, ma anche meglio, dato il facile nesso fra uomo infetto e zanzara, dello sviluppo di febbri in soldati sicuramente immuni10. [p. 12 modifica]

Tra le cause localistiche è da mettersi anzitutto la trincea, ambiente malarico per eccellenza11. Ma v’hanno nel presente conflitto «speciali condizioni», che dànno alla infezione malarica, che [p. 13 modifica]da 3 anni miete innumerevoli vittime fra i nostri soldati, una impronta di particolare gravità. Per cui, senza tema di esagerare, possiamo fin d’ora prevedere, che la grande guerra scoppiata nel 1914 sarà seguita da una recrudescenza di malaria in Italia ed in Europa12. Tali speciali condizioni sono date dal paludismo, importato presso di noi (ed in Francia, in Inghilterra), dall’Albania, dalla Macedonia, (oltre che dalla Libia, dall’Eritrea, dall’Asia Minore): paludismo, che nella sua evoluzione si distingue facilmente per la sua virulenza; per la molteplicità, gravezza, ed irregolarità degli accidenti, che provoca; per la sua mortalità globale relativamente elevata13. I nostri corpi di spedizione, provenienti dall’Oriente, traverso un lungo pellegrinaggio nei varî stabilimenti di cura (ospedali da campo, ospedali territoriali, convalescenziari), ritornano, dopo una breve licenza in famiglia, ai depositi dei Reggimenti e da questi depositi o vengono ricondotti [p. 14 modifica]all’Ospedale o passano nelle compagnie di complemento, dalle quali sono ricacciati in... trincea!

Guariti? No! Essi solo da poco hanno cessato di febbricitare!

Chiunque visiti le caserme dei nostri depositi non sarà, colpito tanto dallo spettacolo dei mutilati, quanto dalla vista di quest’altra categoria di sventurati: categoria notevolissima, se non per le atrocità delle sofferenze, per il numero e per l’aspetto. Sono giovani imberbi, con gli occhi spenti e le faccie sparute, ove l’anemia ha cancellato i lineamenti della loro età; e sono adulti, con viso terreo o gialli come brasiliani, con pancie gonfie, con le prime note della cachessia. Sono soldati di ogni parte d’Italia; ma appartengono a preferenza alla gran famiglia dei lavoratori della terra: molti, quindi, sono già tarati dalla prima età dalla malaria; altri, ieri vigorosi, oggi sarebbero incapaci di attendere ad un lavoro proficuo. Dopo le angoscie della trincea; dopo gli orrori della lotta, nella quale riportarono anche altre ferite; dopo una lunga degenza nei così detti luoghi di cura, essi sono messi a contatto con altri reduci, con altri invalidi, con i feriti degli arti; con questa differenza, che questi ultimi, prima di essere riformati, sono oggetto di provvide cure e passano da una stazione di «fanghi minerali» ad un istituto di «terapia fisica» e da questo ad una «scuola di rieducazione professionale», e quando ritornano alla vita comune vi sollevano ammirata pietà; mentre i malarici..... non hanno che eccezionalmente la riforma, e [p. 15 modifica]quando sono rinviati a casa, la loro malattia è... guarita — o — non dipende da causa di servizio!14

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Noi c’inchiniamo riverenti a coloro, che offrirono in olocausto alla Patria la divina facoltà della vista, o l’integrità dei loro arti, ma siamo fermamente convinti, che l’opera riparatrice sociale non debba limitarsi solo a questi mirabili infortunati della guerra, ma abbia invece il dovere di estendersi a tutti coloro, la cui integrità organica e la capacità lavorativa rimasero, se non in modo così appariscente, certo non meno gravemente colpita in occasione della guerra. Se, adunque, finora lo Stato ha largito il tesoro delle sue provvidenze a favore di determinate categorie d’invalidi, è suprema necessità di giustizia e di previdenza, che essa completi la sua opera di protezione e di assistenza, volgendo meglio la sua attenzione a quegli «altri invalidi», poveri organismi inutilizzati alla gran causa e profondamente compromessi nella resistenza loro ed in quella dei loro discedenti. La famiglia dei mutilati non è ristretta solo a coloro, che tornarono dalla guerra con un occhio enucleato o con un arto asportato. A fianco a quest’infelicissimi vi sono quelli, ve ne sono molti, i quali, per l’azione subdola, lenta, continua di un veleno, inoculato [p. 17 modifica]nell’organismo da un agente infettivo, sono dei mutilati ugualmente e difficilmente guariranno, se saranno abbandonati a sè stessi. L’invalidità dei mutilati e dei ciechi è palese a tutti; ma quanti sanno le mutilazioni viscerali, specialmente della milza, del fegato, del midollo osseo... e quelle ancora meno note dei reni, del polmone, del cuore, delle arterie, del cervello, dei nervi... prodotti dal Plasmodium della malaria?15. [p. 18 modifica]Accanto ai grandes blessés, ai feriti dai proiettili esplosivi, da schegge di granata e di bombe a mano, da pallette di shrapnels, da proiettili indiretti, devono andare considerate seriamente tutte quelle macro- e microscopiche lesioni, prodotte dall’infezione malarica in tutte le sue svariatissime forme: la quale infezione non ha compiuto raccapriccianti devastazioni ossee e viscerali; non ha squarciato le arterie e le vene; non ha prodotto emorragie profuse esterne o cavitarie; non ha pestato la sostanza cerebrale; non ha reciso nervi e tendini; non ha portato nel sangue un’intossicazione acuta rapidamente mortale ecc.; ma ha silenziosamente, lentamente devastata e recisa la sottile trama degli organi deputati alle più importanti funzioni della vita con la tumefazione torbida, la degenerazione amiloide e grassa; ha indotto la progressiva distruzione delle emazie, [p. 19 modifica]senza la possibilità da parte dell’organismo di opporre una barriera ai fenomeni emolitici; ha infiltrati i più tenui capillari di granuli scuri o di pigmento, capaci di embolie e trombosi con le loro conseguenze anatomiche e cliniche ecc. Queste lesioni, che compendiano il quadro delle... ferite della malaria cronica, svolgendosi nel segreto della vita organica, non hanno la tragicità dell’infortunio, che colpisce il sentimento del pubblico; esse determinano un avvelenamento cronico, un disfacimento lento di organi ed una diminuzione del pari lenta di vitalità; esse non fanno apparire evidente agli occhi dei più il facile rapporto di causa ed effetto, come nel caso di violenza improvvisa di un trauma; ma, ciò non ostante, esse dànno effetti, che per la loro gravità non sono meno imponenti di quelli, che si riscontrano negli altri feriti e mutilati di guerra.

Riassumiamo. La gravità di questa malaria di guerra presso le nostre truppe è la risultante della somma di varii focolai d’infezione: alcuni intensissimi (Albania, Macedonia); altri variabili d’intensità e di posizione: (zona fluviale e marittima del nostro fronte orientale, dislocamenti di soldati in località malariche della Penisola, campi d’istruzione). Se a questi focolai di malaria «statica» aggiungiamo il movimento dei malarici dalle zone belliche a quelle extrabelliche e viceversa; se rileviamo la notevole diffusione di [p. 20 modifica]questa malaria migrante nei depositi dei reggimenti, nelle compagnie presidiarie ed altri distaccamenti e fin nelle campagne semi-deserte di alcune regioni del Mezzogiorno; se consideriamo come l’organizzazione del servizio antimalarico nelle zone belliche sia stata annullata dalla deficienza dei mezzi di profilassi e dalla inefficacia delle cure nelle zone extra-belliche; ci possiamo spiegare tutta l’amplitudine di questo fenomeno epidemiologico di guerra.

Il nemico invisibile ed insidioso ha esplicato dovunque il suo genio malefico e nelle decimate popolazioni rurali di alcune nostre province ha finito per esaurire le residuali energie.

Traversando, ad esempio, le vaste pianure di Capitanata non si vedono che uomini logorati e stanchi, non più atti a guidare l’aratro, e vecchi, donne, fanciulli...

La donna, che altrove ha dato tanto di fede e di opera da permettere alla terra, che ci donasse, come nei tempi normali, la sua annuale ricchezza, quivi solo non ha potuto collaborare con l'uomo; e quivi solo, nella mirabile resistenza dimostrata durante la guerra dai contadini meridionali, l’agricoltura fu vinta! Fu vinta dalla malaria!! (Raineri).

Ora l’attività dello Stato Italiano, che pur s’è dimostrata larga nel provvedere a tutti i bisogni della guerra; che per le famiglie dei morti per la guerra e per i mutilati ha fatto tutti gli sforzi, di cui la Nazione era capace; che si è esplicata anche di recente in opere destinate a far [p. 21 modifica]risorgere l’agricoltura ed a preparare ai contadini reduci dalle trincee condizioni di vita migliore; ora questa attività è stata proprio deficiente nei riguardi della malaria e delle sue più numerose vittime, che restano sempre i contadini. Perchè non si è compresa tutta la vastità del problema, che non è solo di medicina militare. Esso è assai più vasto e complesso di quello che si possa credere: nè i varii metodi di chininizzazione16 [p. 22 modifica]potranno restituire a numerose famiglie tutte le operose giovinezze divenute malariche per la guerra, e che domani peseranno sulla società come valori negativi; nè le frammentarie ed ambigue disposizioni, contenute nella legislazione sulle Pensioni di guerra, potranno apportare risultati veramente benefici.

Questi «feriti della malaria» domani verranno ad accrescere il numero, per niente esiguo, dei malarici già esistenti, e così vedremo ancora aumentare le cause, che fanno deperire le nostre classi lavoratrici e rendono spopolate le campagne17. [p. 23 modifica]

Il Mezzogiorno trae tutte le sue risorse dall’agricoltura ed il problema che riguarda la produzione alimentare sorgerà più grave ed impellente al termine di questa guerra lunga e sterminatrice. È necessario essere preparati al grande trapasso dalla guerra all’assetto economico di pace; è necessario di restituire alla terra il maggior numero di uomini validi.

La preoccupazione e l’assistenza per gli invalidi malarici non vogliono soltanto essere un dovere di umanità o di giustizia riparatrice, ma sono sopratutto un atto di previdenza politica e sociale pel nostro Paese. Il quale, se vorrà a guerra finita affermarsi e vincere nei campi pacifici del lavoro, dovrà fare assegnamento sulla sempre più alta integrità personale, sull’ideale attitudine fisica dei suoi lavoratori. (Devoto).

D’altra parte, che cosa desiderano i nostri contadini? Questi, che oggi sostengono i sacrifizii più dolorosi della guerra, ritornando dalle trincee, non potranno contentarsi della... riconoscenza della Nazione e di quella pensione, che potrà loro concedere lo Stato. I nostri cafoni, che hanno battuto e percorso per anni la terra dei loro padroni, ricavando dalle fatiche nemmeno di quanto sfamarsi, non potranno desiderare, ritornando alle proprie case ed al lavoro, la stessa terra ingrata e maledetta. Nè potranno compiacersi di quella meschina legge sugli «infortuni sul lavoro agricolo», in cui si vede rinnovata l’ingiustizia di quell’altra legge sul «lavoro industriale», per la quale s’indennizza, per esempio, chi sul lavoro [p. 24 modifica]perde anche una sola falange, mentre resta senza alcun indennizzo, chi, nell’esercizio del proprio mestiere, muore di... polmonite! Nè vorranno aspettare quelle Assicurazioni contro le malattie, anche di recente promesse dal Consiglio Superiore di Sanità, per vedersi rinnovati dalla redenzione igienica ed economica!...

I nostri contadini hanno un... desiderio più positivo, più chiaro e legittimo: desiderano di essere restituiti alle proprie famiglie col «maximum» della loro integrità fisica e capacità al lavoro; anelano ad un ambiente di vita, che li rimuneri del lavoro, senza deprimere le loro forze e avvelenare e distruggere la loro esistenza.

La «Questione della malaria», già gravissima in Italia, si ripresenterà dopo guerra con un aspetto anche più minaccioso. Essa dovrà essere affrontata risolutamente; essa non potrà più essere contenuta nei limiti di un problema di «terapia», per quanto la cura dei nostri contadini debba essere il primum movens della grande riforma; essa è di tale gravità igienico-economico-sociale, da non poter essere risoluta senza riformare e trasformare tutta la struttura economico-sociale delle classi rurali!

Noi invochiamo, intanto, per i militari malarici18 provvedimenti rapidi ed efficaci, che [p. 25 modifica]valgano ad attenuare, se non ad eliminare i danni gravissimi, che da tre anni la guerra ha apportato nell’esercito o nella popolazione dei campi: provvedimenti simili a quelli, che l’on. Orlando, con larghe vedute umanitarie e liberali, ha emanato per il ricovero dei tubercolotici.

Tutti i colpiti da infezione malarica, intervenendo in tempo ancora utile per prevenire e curare gli esiti di «mutilazioni organiche irrimediabili», possono oggi proseguire o riassumere il servizio militare. Oggi non v’ha più dissenso: tutti convengono che la malaria, oltre che col chinino e gli altri mezzi di profilassi e di cura, può essere prevenuta e combattuta col supremo rimedio del rinvigorimento dello organismo. È necessario, adunque, che i malarici gravi vengano tolti alle «diete anemizzanti» degli ospedali e dei convalescenziari e ricevano le cure più adeguate per migliorare e guarire, così come le ricevono tutti gli altri soldati malati e feriti. Queste cure non possono aversi che in «Ospedali specializzati», cioè nei «Sanatorii» che dovrebbero sorgere in località saluberrime, lontane dai «centri abitati» e dalle «zanzare», (che trasportano l'infezione, la mantengono e la rinnovano), con le «condizioni di vita più igieniche» e più atte ad esaltare, anzichè deprimere, il processo dei leucocitosi, al [p. 26 modifica]quale dobbiamo le barriere organiche viventi contro la diffusione delle malattie.

L’istituzione di «Sanatorii per malarici» se si rivelò utilissima in tempo di pace, è di una necessità ineluttabile dopo l’azione devastatrice di questa guerra, che ha aggravato le condizioni preesistenti.

Il popolo ha una concezione semplice anche della... giustizia distributiva; il popolo non può vedere che una classe d’invalidi di guerra riceva tutte le cure più sollecite fin dal campo di battaglia... ai grandi e meravigliosi Istituti per la rieducazione dei mutilati, e che un’altra classe trascini la sua... «silente» sventura da un ospedale all’altro, dalla casa di riposo all’infermeria...; il popolo reclama, come un atto di riparazione, come un compito morale, l’assistenza sollecita di tutti gli invalidi.

«Aequum inter omnes cives ius sit!».

Sorgano quindi subito questi «Sanatorii Militari per malarici»: essi saranno centri «per la cura specifica della malaria non meno efficaci degli altri centri per cure specializzate» essi potrebbero costituire l’esempio, dietro il quale verrebbero i «Sanatorii civili» per ricoverare i malarici poveri in genere; essi, infine, potrebbero diventare i «Centri» di quelle «Scuole professionali per contadini adulti», le quali sono ormai un bisogno improrogabile delle classi agricole. Così la guerra ci avrebbe fornito, come per la lotta contro la tubercolosi, la buona occasione per dar vita alfine ad una delle principali [p. 27 modifica]istituzioni necessarie per la lotta contro la malaria, e per l’elevazione intellettuale dei lavoratori della terra.

La malaria dell’esercito:

1) diminuisce il valore dell’individuo, e questa diminuzione si produce proprio nel tempo in cui la Nazione ha bisogno del massimo sforzo di energia fisica ed intellettuale;
2) data la necessità di cure molto lunghe, diminuisce gli effettivi utili alla guerra; i soldati sono costretti a prestare un servizio saltuario con poco o nessuno rendimento;
3) crea, se i soldati si trovano in località, ove alberga l’«anopheles», infiniti nuovi focolai d’infezione per gli individui sani;
4) dato il numero notevole di ammalati, costituisce una perdita altissima pel bilancio dello Stato;
5) stabilisce la diffusione dell’infezione in località finora assolutamente indenni;
6) diffonde nuovamente l’infezione in località, in cui la mirabile lotta della bonifica umana e del terreno, vanto della nuova Italia, avevano avuto definitivamente ragione del flagello;
7) riacutizza ed esacerba l’infezione già esistente nelle campagne con l’importazione di forme parassitane più gravi e prima sconosciute;
8) crea fra i colpiti un indebolimento cronico, una diminuzione di vitalità, che prepara là via a tutte le malattie acute.
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Con l’istituzione sollecita dei «Sanatorii» il problema della malaria, dal lato strettamente militare, potrebbe ben dirsi avviato alla sua soluzione.

Ma il problema, come emerge dall’anzi detto, ha anche un contenuto squisitamente politico e sociale.

La gran famiglia dei contadini meridionali, la più colpita dalla malaria, ha un’altra legittima aspirazione: si tratta di un’aspirazione già confortata dalla realtà in altri paesi civili minori e maggiori, e l’opinione pubblica in Italia è ormai concorde (per dare la giusta ricompensa nazionale ai reduci della guerra) a soddisfare nel modo migliore i desiderii dei contadini.

Il nostro Governo ha emanato una serie di provvedimenti per venire in aiuto dell’economia nazionale durante e dopo la guerra: provvedimenti di una illuminata legislazione sociale, specialmente per la protezione dell’agricoltura. Per la agricoltura meridionale, però, occorrono rimedii più radicali. Le regioni d’Italia non sono solo diverse per condizioni climatiche, demografiche, economiche..., ma per il regime della Proprietà Fondiaria, ancora qui in gran parte a sistema latifondistico19. Ora questo sistema, che persiste [p. 29 modifica]solo per la renitenza ostinata di alcune classi agiate a «collaborare all’opera di ricostituzione del territorio e della reintegrazione dell'igiene, deve essere rotto e spazzato per dare il respiro alla terra, la salute agli uomini.

Se, proprio in quest’ora di dolore, c’è un problema italiano della guerra, è questo delle... terre del silenzio del Mezzogiorno. L’unità morale si deve raggiungere includendo nella Nazione le anime delle classi più umili dei contadini (Labriola), sopratutto dei contadini meridionali. Si [p. 30 modifica]è chiesto a costoro la vita, che cosa si promette ai reduci? E più segnatamente che daremo a quell’esercito di lavoratori, scacciati dalle nostre terre dalla fame e dalla malaria e che rispose all’appello della Patria ed accorse dai remoti esilii a versare il suo sangue generoso..., bello glebaque superbus — per riabilitare in faccia al mondo l’Italia ed in faccia alla Nazione... l’Homo meridionalis? Questi, nell’avversità diuturna della terra, che lo condannava alla decadenza; dopo aver lottato silenziosamente tra la malaria e la miseria; dopo aver portato oltre i contini della Patria la manifestazione magnifica della sua esuberante vitalità..., ritornò a rinverdire in una primavera improvvisa la grande tradizione dell’antico valore italiano!

Pertanto, la riforma larga e democratica della vita dei nostri contadini non potrà ancora una volta essere evitata e rinviata. Essa va dalla redenzione igienica a quella economica «Sanatorii Popolari» e la «terra ai contadini»: tali i due pilastri della grande, auspicata riforma, che la guerra ha reso necessaria; tali i due capisaldi della nostra opera di propaganda all’interno!20. [p. 31 modifica]

In attesa che dalla guerra esca una forte e numerosa schiera di piccoli proprietari — gli oscuri militi delle trincee — diamo tutta la nostra opera a curare i reduci malarici e diamo vita alla istituzione dei Sanatorii.

Tra le flagranze dei castagni, dei faggi, dei pini dei nostri monti, come nei tesori di sole, di aria, di acque delle nostre limpide marine noi possediamo le armi migliori per affrontare e vincere il secolare nemico della salute e della vita dei nostri lavoratori delle terre — che si sono resi ben degni di essere sacrati alla felicità — aveo sempiterno — come tutti coloro, che Patriam conservaverint, adiuverint, auxerint!

Lo Stato non deve essere avaro dei suoi mezzi — e non deve spegnersi la fiamma della solidarietà nazionale!

L’esercito... dei contadini (non dico soltanto i meridionali) continuerà a combattere con fede ed indomito ardore, ma deve sapere che tutta la Nazione seco palpita, soffre, combatte; che i suoi eroici sacrifìci saranno compensati; che tutti i cittadini, rimasti in casa, hanno la stessa fede, lo stesso ardore, lo stesso impeto di sacrifizio!

Oggi, nell’ora avversa, ma non meno ricca di gloria, i nostri doveri vanno raddoppiati!

Per i combattenti e per i reduci quello che hanno fatto lo Stato e la Nazione non è poco, ma bisogna fare di più! Occorrono virtù più vive, più intense, più operanti. Occorrono sacrifizii maggiori: ogni nostra privazione è un nulla al confronto dei pericoli di chi trovasi sulla linea del [p. 32 modifica]fuoco; ogni nostra sofferenza non può stare al paragone delle sofferenze di chi è ferito o malato; ogni nostro dolore è un pallido riflesso dei dolori dei nostri gloriosi mutilati!

Nell’appello finale, che facciamo alla solidarietà nazionale ed alla resistenza interna, nel nome di tutti i nostri invalidi, non vi è soltanto il gemito della loro sventura, non vi è soltanto il loro grido di rivendicazione contro i barbari, che calpestano il suolo della Patria...; vi è la gran voce dell’Italia, tutrice di tutti i suoi figli, che non oblierà i sublimi sacrifizii di coloro, che le diedero e le daranno la forza di compiere, dopo l’unità geografica, l’unità politica e morale degli Italiani!


Nocera Inferiore, novembre 1917.

Note

  1. Le guerre napoleoniche vennero flagellate dal tifo petecchiale; la spedizione di Crimea ebbe a lottare con il colera; nella guerra del ’70 le truppe francesi vennero duramente provato dal vaiuolo e dalla dissenteria; durante tutta la guerra anglo-boera infierì la febbre tifoidea; in quella balcanica si scatenò il colera, ecc.
  2. Era il Prof. Landonzy, il compianto decano della Facoltà Medica di Parigi, il primo che nel marzo 1915 lanciò in Francia il grido di allarme, e la Camera dei Deputati il 2 aprile invitava il Governo a prendere le misure necessarie, perchè, avanti il rinvio alle loro case, i militari suscettibili di essere riformati come tubercolotici, ricevessero le cure sufficienti. Venne così la legge 15 aprile 1916 con la quale si istituivano col concorso dello Stato, delle Provincie, dei Comuni, ecc., in tutta la Francia i «dispensarii d’igiene sociale e di preservazione anti-tubercolare».
  3. Francia: 70 mila morti all’anno; 10% della mortalità generale; 12 sanatorii popolari con 1162 letti.
    Italia: 55 mila morti all’anno; 12% della mortalità generale; 5 sanatorii popolari con 464 letti.
  4. Sono state le Casse malattie, che hanno dato alla Germania i molti sanatorii popolari; sono state queste assicurazioni, che hanno esercitato un’enorme influenza sulla resistenza del popolo tedesco nella guerra attuale. Gli istituti di assicurazione hanno istituito 88 sanatorii popolari con 10 mila letti; in essi sono ricoverati annualmente 50 mila tubercolotici, i quali ne escono migliorati nell’alta proporzione del 92%!
  5. Nella discussione del disegno di legge sulla «protezione ed assistenza degli invalidi di guerra», (approvato dal Parlamento Italiano il 25 marzo 1917), la questione principale agitata fu quella dei così detti Feriti della tubercolosi. Il dibattito, sia nel Senato, che nella Camera, fu largo ed elevato. La conclusione fu riassunta in un ordine del giorno, presentato dal compianto On. Magliano: «La Camera riafferma il concetto, che la tubercolosi sia da considerarsi come causa d’invalidità, incontrata per ragione della guerra e ciò a tutti gli effetti di legge». L’interessamento vivo del Parlamento fu concretato nel decreto legge 25 luglio 1917.
  6. È dovere, ma insieme interesse dello Stato, che tutte le migliaia d’invalidi di guerra non restino a carico della società e trovino lavoro, perchè il peso economico del loro mantenimento ritorna sempre a detrimento di tutti.
    D’altra parte è tutt’altro che trascurabile, nella lotta che si fa sempre più viva per la supremazia economica fra i diversi paesi, il contributo che al lavoro potranno portare gli invalidi. Occorre, pertanto, che un’attiva propaganda da parte della stampa politica e scientifica, di istituzioni pubbliche e private..., da parte di quanti hanno vivo il sentimento di italianità, dimostri la necessità di far rientrare tutti gli invalidi nel circolo della vita sociale.
  7. Tutti gli Stati belligeranti rivelano una nobile gara nella ricerca e nell’attuazione delle provvidenze migliori a favore dei combattenti e delle loro famiglie. La vita moderna ha sviluppato il sentimento della solidarietà nazionale e dell’assistenza sociale; per cui, anche in Italia, sono sorti dovunque Associazioni e Comitati per gli invalidi di guerra, che vogliono, con altri Enti pubblici, integrare e completare l’opera dello Stato. Così, accanto ai varii Istituti «pro mutilati» si sono visti aprire mano a mano Istituti per tubercolotici, per sordi, per muti, per ciechi, per nevropatici e psicopatici... e financo per l’assistenza medico legale degli invalidi di guerra. In Roma si pubblica un Bollettino della Federazione nazionale dei comitati di assistenza ai militari, ciechi, storpi, mutilati, ecc.
  8. Solo il Governo germanico (triste e malvagio esempio!) ha proibito mesi or sono l’esportazione delle pubblicazioni medico-scientifiche temendo che le miriadi di soldati doloranti delle nazioni nemiche possano profittare dei nuovi ritrovati della scienza medica teutonica!
  9. L’organizzazione igienico-sanitaria delle truppe è stata oggetto delle maggiori cure da parte del Comando Supremo. Nelle zone di operazioni, a disciplinare la lotta antimalarica, fu inviato uno dei nostri più distinti malariologi. Tutte le vie di sangue — (del sangue più puro della gioventù italiana!) della valle del medio e basso Isonzo; tutta la bassa pianura della Venezia Giulia, lungo il cammino glorioso delle nostre truppe da Cervignano, Monfalcone alle pendici del Carso; tutta la bianca laguna di Grado, in cui acqua e terra sembrano sovrapporsi o compenetrarsi per lasciare il predominio all’acqua e la libertà agli... anofeli di crescere e moltiplicarsi; tutta questa zona fluviale e marittima, testimone dell’epico eroismo dei nostri soldati, fu assicurata con una opportuna profilassi contro gli attacchi del plasmodio malarico. Costituito l'organismo della difesa terrestre e marittima, il Comando si trovò di fronte a questo primo nemico interno da debellare. Occorrevano persone e mezzi adatti; bisognava iniziare la profilassi individuale; bisognava curare le prime manifestazioni della malattia: tutta una somma di lavoro, che veniva sottratta all’attività guerresca. E la complessa operosità sanitaria doveva estendersi e diffondersi su tutta la superficie di una grande zona acquitrinosa e aveva esplicarsi non solo nella tutela dei soldati combattenti, ma anche nell’assistenza della popolazione civile. S’intuì subito, come la «Bonifica degli abitati» fosse il mezzo radicale di estirpazione della malaria dalle zone infette. Ma l’opera completa di sistemazione idraulica, che richiedeva il lavoro di anni, è stata interrotta dall’ondata barbarica, che tenta sommergere con l’unità nazionale l’opera di civiltà della nuova Italia! I risultati della profilassi, se non furono tutti corrispondenti alla complessa ed ordinata organizzazione del servizio, non furono affatto trascurabili. Se il chinino non sempre riuscì ad impedire l’infezione, la protezione meccanica individuale e collettiva (dove si potè attuare) fece scendere il numero dei colpiti dal 65%, raggiunto sotto l’ultimo periodo della dominazione austriaca nella zona del Basso Isonzo al 0%!
  10. Altre cause predisponenti sono: la perfrigerazione del corpo, l’esposizione al sole per varie ore, l’abuso delle bevande alcooliche, le intossicazioni intestinali sia di natura alimentare che infettiva, le ferite e gli interventi chirurgici, i traumi psichici, la vaccinazione antitifica, ecc. Tutte queste diverse cause, fiaccando la resistenza organica, rendono «inefficace la profilassi chimica» perchè sembra che il chinino aumenti il potere parassitolitico-schizontolitico del siero di sangue, o meglio ha virtù profilattica solo in condizioni normali dell’organismo. Diminuita la resistenza organica, tutte le citate cause, isolatamente o complessivamente, esercitano una influenza diretta sullo sviluppo della malaria, sia determinando nuove infezioni, sia contribuendo ad aumentare i momenti patodinamici che esaltano la virulenza della «malaria latente» largamente diffusa fra molti gruppi di soldati. È da aggiungersi, infine, fra le cause predisponenti la mancanza di istruzione e di conoscenza delle cause della malaria e dei mezzi di profilassi e di cura.
    Da queste note epidemiologiche della nostra malaria di guerra ci è dato desumere due conclusioni profilattiche: 1. Il Chinino non impedisce l'infezione negli individui depressi dallo strapazzo e da tutte quelle condizioni che diminuiscono la sua resistenza organica; 2. È la profilassi anti-anofelica quella che preserva sicuramente l’uomo dalle febbri.
    Quindi, il primo mezzo di profilassi contro la malaria è quello non farsi pungere dalle zanzare (Terni).
  11. Dopo la trincea, tutte le acque stagnanti: nei fossati, negli scavi di prestito, nelle buche talvolta enormi prodotte dallo scoppio di grossi proiettili. Inoltre: tutti i terreni umidi, tutti i movimenti del terreno, che alterano il regime idraulico di una determinata superficie: (camminamenti, piazzole, canali). Ancora: l’abbandono dell’agricoltura nelle zone di operazioni, per cui le acque restano ostacolate nel loro deflusso.
  12. Anche in Germania, la malaria, trasportata dal fronte orientale, ha messo il campo a rumore ed ha destato vivaci discussioni.
  13. Questo «paludismo esotico» si mostra molto resistente al trattamento col chinino. Principalmente occasionato dai parassiti della terzana e sopratutto dalla terzana maligna tropicale, può essere paragonato per la sua virulenza al paludismo grave e chinico — resistente particolare di certe colonie tropicali. Se molti migliorano rapidamente al loro ritorno in Italia, molti altri soccombono o restano profondamente infettati.
  14. L’ultimo D. L. sulle «Pensioni di guerra» (2 settembre 1917) ha abolito l’iniqua distinzione fra «causa ed occasione di servizio», e viene considerato come causa di servizio qualsiasi evento, che abbia determinata ed aggravata la malattia preesistente col militare. L’innovazione è larga nella nostra legislazione, tanto più che vengono con lo stesso decreto sistemati gli infortunii nei servizii attinenti alla guerra, anche se fuori della zona ed estese le provvidenze ai corpi operanti in paesi esteri o militarmente occupati e nelle nostre Colonie. Ma gli «invalidi per malaria» restano in gran parte scoperti da questo, come da altri decreti precedenti, o, per meglio dire, sono più degli altri esposti alle controversie ed ai litigi: a) per la natura della malattia; b) per la sua ulteriore evoluzione; c) per la condizione sociale degli infortunati.
    Il Regolamento 20 maggio 1917 (per l’esecuzione dell’art. 22 del D. L. 12 novembre 1916) non fa cenno della malaria in nessuna delle dieci categorie d’infermità per i militari mutilati o invalidi a causa della guerra o di altri eventi di servizio. L’art. 17 della I Categoria e l’art. 13 della II sono troppo vaghi e generali per poter comprendere tutte le manifestazioni della malaria. Bisogna, far capo all’articolo 8 del nuovo «Regolamento delle imperfezioni e delle infermità» per trovare qualche espressione concreta nei riguardi della infezione malarica. Applicato detto articolo, che concede la «Riforma», (in seguito ai risultati dell’Osservazione e delle Cure infruttuose!) — resta tuttavia il dubbio intorno alla categoria da tener presente per la dazione della pensione — o dell’indennizzo. E che cosa otterranno gli altri malarici, che non si trovano nelle condizioni volute dall'art. 8? Il Regolamento del maggio, come si vede, ha favorito tutte le altre categorie di mutilati, in genere più gli operai delle industrie che i contadini. Anche qui sembra che si sia voluto seguire la legge sugli «Infortunii».
  15. Il problema che ha a preferenza occupato e preoccupato le autorità militari (e non pochi fra gli stessi medici) è stato quello della «malaria acuta» e delle «recidive» a scadenza più o meno breve. Invece il problema, per noi, è ben altro! Perchè la malaria, nonostante i suoi episodii acuti iniziali e periodici, è malattia essenzialmente «cronica» nel senso che essa non si esaurisce in un solo ciclo febbrile ed in un tempo determinato, come d’ordinario avviene per le altre infezioni, ma può, inquinando l’organismo, rimanervi latente per mesi e per anni. Essa costituisce un grande pericolo sociale non tanto per le sue mortalità, quanto per la morbilità, in quanto lega alle sue vittime una difettosità di poteri biologici, che le rende poco resistenti, iniettabili e le cui probabilità di sopravvivenza sono di gran lunga inferiori a quelle dei soggetti immuni.
    Ognuno può vedere, pertanto, come la «Pensione privilegiata» sia troppo poca cosa di fronte al disastro, che la malaria produce con la sua diffusione nell’esercito e nella popolazione rurale.
    Diciamo di più: la legislazione sulle pensioni, di fronte alla malaria, s’è messa su di una strada, che potremo chiamare falsa, perchè, mentre dovrebbe avere un efficace indirizzo sociale, si preoccupa con le sue classificazioni più dei singoli individui. Così essa assicura un indennizzo anche per i casi d’invalidità lievissima: non assicura nulla per «le molteplici complicazioni e successioni morbose della malaria», che, sommandosi, degenerano l’individuo, degenerano la razza. Con questo procedimento si viene a dimenticare la mortalità, ancora alta, per polmonite, tifo, cinosi epatica, favorite o aggravate dalla malaria, che non è più manifesta, non si tengono in dovuto conto le oscillazioni del tumore splenico, le nefriti, le nevralgie (periodiche o sistematiche, primaverili o autunnali...), le nevrosi, le psicosi, le eruzioni cutanee, le emorragie, intermittenti, i catarri e le ectasie gastriche gli stati anemici, peggiorati dalla malaria, che pure non ha più segni palesi!
  16. La pretesa di curare e di guarire radicalmente col chinino tutti i malarici di guerra è vana, perchè la percentuale dei militari colpiti è molto elevata e perchè il chinino, efficace contro le forme lievi primaverili e contro le forme giovani (Schizonti) dei parassiti estivi, non dà alcun risultato in alcune forme più adulte (semilune), nella fase gametica e nelle forme anche iniziali di cachessia.
    Sarebbe opportuno che la diagnosi di malaria si facesse precocemente, perchè una delle cause degli insuccessi del Chinino è nel ritardo e nella cattiva applicazion del rimedio. Solo ripetuti esami del sangue possono dare la certezza della diagnosi e la certezza della guarigione (!) la quale è assai più difficile di quel che comunemente si crede.
    La Chininizzazione, così come è praticata, se tronca gli accessi febbrili, non guarisce il malarico, perchè non distrugge l’agente specifico. Questi, anzi, persiste nell’organismo con le sue forme evolutive che si abituano al Chinino e si riproduce. Così assistiamo alla riviviscenza continua del parassita dopo uno stadio di latenza più o meno lungo. Alla terapia antiquata, saltuaria (perchè avviene sempre di doverla interrompere per ragioni... di sgombero!) bisogna sostituire criterii più rapidi e più efficaci di cura, da farsi in luoghi adatti (Sanatorii).
  17. La Malaria e la Tubercolosi, insieme alla Sifilide, costituiscono il trinomio, intorno al quale si aggirerà la sanità e viceversa la decadenza fisica della nostra popolazione dopo la guerra. Il peso di questi malanni non si fa sentire solo ora...; è a credere, che esso si farà sentire più grave quando sopravverranno alle emozioni e fatiche della guerra le difficoltà della pace. La perdita di energia umana di cui è ora impossibile calcolare l’importanza, si produrrà proprio negli anni in cui la nazione avrà bisogno di vigore per riparare ai danni della guerra.
    La mortalità per malattie infettive acute è per un popolo meno dannosa (considerata anche nella più alta percentuale) della degenerazione, comunque originata, che induce nella prole effetti geometricamente progressivi a causa di genitori affetti da infezioni e da intossicazioni croniche. Queste minano nelle origini le vigorie psico-organiche della nazione e ne affrettano la decadenza (L. Bianchi).
  18. Ed esprimiamo il voto: «Che tali militari agli effetti della pensione, siano considerati tutti come invalidi di guerra; che la pensione (o indennizzo) sia liquidata dopo aver sperimentato tutte le cure in un luogo adatto (Sanatorio)».
  19. La questione del «Latifondo Meridionale» (peninsulare ed insulare), in cui sono circa i 9/10 del la nostra malaria (solo per 1/10 strettamente paludoso) sembra risoluta anche giuridicamente. Il diritto al lavoro sulle terre del latifondo, che prima sembrava un’eresia giuridica ed un’insulsa pretesa del proletariato agricolo, dopo gli studii del Curis appare come un fatto innegabile e scientificamente dimostrato. Comunque sia, tutte le disquisizioni più o meno giuridiche, etiche, politiche, saranno superato dalla grandezza degli avvenimenti, in mezzo ai quali l’Italia freme e si dibatte.
    La grande riforma della terra dovrà pervadere tutto il futuro congegno della protezione e dell’assistenza sociale; dalla lotta contro la malaria, la tubercolosi, la sifilide... all’assicurazione obbligatoria di tutte le malattie; dall’assicurazione dell’invalidità e della vecchiaia alla protezione ed assistenza dell’infanzia; dall’istituzione di «colonie marine» e «montane» alla istituzione di «Sanatorii», ecc.
    Occorre, che quest’opera di rinnovazione e di profilassi sociale abbracci tutta la categoria numerosissima dei feriti della guerra (che l’80% sono contadini), in mezzo ai quali con maggior ferocia il plasmodio della malaria pullula e trionfa.
  20. «Resistere ed insistere!». Mentre i medici militari al fronte o nell’interno continuano a profondere l’opera loro nobilitando il valore del tecnico con l’ardore del patriottismo, il medico, che resta a contatto col popolo, può molto, anzi moltissimo, nel tonificare lo spirito nazionale. La sfera speciale di attività gli conferisce il privilegio felice di addentrarsi nell’intimo di ogni strato sociale, epperò gareggiare col maestro come opera di propaganda.