Apri il menu principale

Gli amori pastorali di Dafni e Cloe/Ragionamento primo

Ragionamento primo

../Proemio ../Ragionamento secondo IncludiIntestazione 5 novembre 2013 100% Romanzi

Longo Sofista - Gli amori pastorali di Dafni e Cloe (III secolo)
Traduzione dal greco di Annibale Caro, Sebastiano Ciampi (XVI secolo)
Ragionamento primo
Proemio Ragionamento secondo
[p. 5 modifica]

RAGIONAMENTO PRIMO





Grande e bella città di Lesbo è Metellino; il suo sito è in su la marina posta in fra canali di mare e striscie di terra. Nella terra son d’ambe le sponde edificj bellissimi, e per mezzo, strade popolatissime. A’ piedi degli edificj corrono i canali; e sopra ciascun canale, dall’una striscia di terra all’altra, sono ponti di finissimo marmo, e d’artificiosa struttura; laonde a vederla ti parrebbe piuttosto un’isola, che una città. Fuora di Metellino, poco più di due miglia lontano, era la villa d’un ricchissimo gentiluomo, bellissima, e grandissima possessione con montagnuole [p. 6 modifica]piene di fiere, con pianure di grani, poggetti di vigne, pascioni di bestiami, d’ogni cosa comoda, abbondante, e dilettevole assai, e posta lungo la riva del mare talmente, che l’onde la battevano, e leggermente di rena l’aspergevano; stanza veramente del riposo, e del recreamento dell’anima. Per questa villa pascendo un capraro, il cui nome era Lamone, trovò in questa guisa un picciol bambino, e con esso una capra, che lo nutriva. Era in una boscaglia, presso a dove egli pasceva, una folta macchia di pruni d’ellera, e di vilucchi, in modo da ogni banda avvinchiata e tessuta, che d’una deserta capanna teneva somiglianza. Questa casa avea la fortuna provvista all’esposto bambino, e la sua cuna era ivi dentro un cespuglio di tenera e fresca erbetta. Usava di venire a questo luogo una delle sue capre, la più cara che avesse, e più volte il giorno entrandovi, per buona pezza senza esser vista vi dimorava, e poco del suo figliuol curandosi, lattando l’altrui, e intorno badandogli, la più parte del tempo vi si stava. Lamone fatto compassionevole dell’abbandonato capretto, si diede a por mente alle gite di questa bestiuola, ed una volta tra molte, in sul mezzo giorno appunto, quando tutto il branco meriggiando si stava, veggendola dall’altre sbrancare, e per l’orme seguendola, vide prima, che dietro a certe ginestre mettendosi, poi di cespo in cespo aggirandosi, e spesso rivolgendosi, se ne giva leggiermente saltellando, e come scegliendo sentiero da non vi lasciar pedata, donde potesse dal suo pastore essere ormata. Nè mai d’occhio perdendola, per il medesimo foro guardando, per onde immacchiata s’era, la vide, che subito recatasi sopra il bambino, gli porse da poppar tanto, che sazio lo vedesse. Poscia a guisa d’innamorata madre, ora belandogli intorno, ed ora leccandolo, parea che teneramente lo vagheggiasse; e meravigliandosi, come dovea, si trasse dentro la macchia, e trovandolo maschio, fresco, colorito, e bello, gli parve tra quelle erbe un fiore, e di gran legnaggio tenne che fosse veggendolo involto in arnesi più orrevoli, che alla fortuna di un che in abbandono [p. 7 modifica] [p. 8 modifica]fosse gittato non si convenia; perciocchè egli aveva indosso una vesticciuola di scarlatto, al collo una collana d’oro, ed a canto un pugnaletto guarnito d’avorio. Pensò Lamone in prima di tor solamente gli arnesi, e lasciare il bambino; poscia, vergognandosi che una capra lo vincesse d’umanità, aspettando la notte, condusse ogni cosa a Mirtale sua moglie, gli arnesi, il bambino, e la capra stessa. Restò Mirtale tutta stupefatta, e domandandogli se le capre partorivano bambini, egli le raccontò tutto il fatto; come esposto l’avesse trovato, come nutrir l’avesse veduto, e come si vergognasse a lasciarlo che morisse: poi di comun parere, ordinato di celare i contrassegni, e di tenere il bambino per lor figliuolo, fecero vezzi alla capra; e perchè il nome del putto paresse pastorale, sempre da indi innanzi per Dafni lo chiamarono. Di poi due anni che questo fu, nel contorno medesimo, un pecoraro Driante nomato s’abbattè per avventura ancor egli a vedere e trovare una cosa simile. Era dentro al suo pascolo una grotta consacrata alle Ninfe, cavata d’un gran masso di pietra viva, che di fuora era tonda, e dentro concava: stavano intorno a questa grotta le statue delle ninfe medesime, nella medesima pietra scolpite; avevano i piedi scalzi insino a’ ginocchi, le braccia ignude insino agli omeri, le chiome sparse per il collo, le vesti succinte ne’ fianchi, tutti i lor gesti atteggiati di grazia, e gli occhi d’allegria, e tutte insieme facevano componimento di una danza. Il giro dentro della grotta veniva appunto a rispondere nel mezzo del masso. Usciva dall’un canto del sasso medesimo una gran polla d’acqua che, per certe rotture cadendo e mormorando rendeva suono, al cui numero sembrava che battendo s’accommodasse l’attitudine di ciascuna ninfa, e giunta a terra, si riducea in un corrente ruscello, che passando per mezzo di un pratello amenissimo, posto innanzi alla bocca della grotta, lo teneva col suo nutrimento sempre erboso, e per lo più tempo florito; d’intorno vi pendevano secchj, ciotole, pifari, cornamuse, sampogne e molti altri doni d’antichi pastori. A questa grotta usando di tornar [p. 9 modifica]sovente una pecora di Driante, che novellamente aveva figliato, gli diede molte volte sospetto d’averla perduta; e cercando col castigo di ridurla a pascer con l’altre, come soleva, prese un vinciglio verde, e fattone ritortola a guisa di un laccio, venne al sasso con esso per accappiarla; dove giunto, vide cosa, che non sperava; perciocchè trovò la semplice pecorella, che molto umanamente faceva officio di balia, tenendo fra’ gambe una bambina, sutavi più giorni avanti gittata, e accoccolatasi sopra le si porgea con le poppe in una agevole e quasi donnesca attitudine, quando l’un capezzolo di esse, e quando l’altro offerendole; ed ella senza mai guaire, or questo or quello succiando, ingordamente le s’avventava. Era in viso tutta festosa e polita; perciocchè la buona balia, poichè satolla l’aveva, tutta leccandola la forbiva. Avea d’intorno per involgimenti e contrassegni un frontaletto tessuto d’oro, certi calzaretti indorati, ed un paio di brachine d’imbroccato. Tenne Driante per fermo d’aver trovato cosa divina; ed imparando dalla pecora amorevolezza e compassione, recatalasi in braccio e riposti i contrassegni nel zaino, si volse a pregare le ninfe, che gli concedessero grazia di nutrirla in buona ventura. E quando fu l’ora di ricondur la greggia alla mandra, tosto che fu giunto alle stanze, chiamata la moglie, le disse ciò ch’egli aveva veduto, mostrolle ciò che aveva trovato, presentolle la bambina e comandolle che senza altro dire per sua propria l’allevasse. La buona Nape (che così si chiamava la moglie del pastore), veduta che l’ebbe, le divenne subito madre: e per compiacere al marito, e per non parere manco amorevole che si fosse una pecora, l’amava, e vezzeggiava da figliuola: e perchè l’avesse anch’ella nome pastorale, volle che si chiamasse la Cloe. Ambedue questi bambini, subitamente crescendo, vennero in una più che villanesca bellezza. E sendo già Dafni di quindici anni e la Cloe di due manco, Driante e Lamone lor balii, in una medesima notte videro in sogno una tal visione. E’ parve loro che le ninfe della grotta donde usciva la fontana, e dove fu la Cloe trovata, [p. 10 modifica]presentassero questi due garzonetti ad un fanciullo bellissimo, e superbo, con l’ali in su gli omeri, con un archetto in mano, ed un turcassetto al fianco, e che egli con uno dei suoi strali toccati ambedue comandasse loro, che da indi innanzi, l’uno di capre, e l’altra di pecore pastori si facessero. Questo sogno afflisse molto Lamone e Driante, dovendoli far pastori, dove pensavano per lo contrassegno degli arnesi, che, come di gran legnaggio li tenevano, così di più alta fortuna fossero degni; in sulla qual speranza gli avevano sempre ben nutriti, bene accostumati, ammaestrati, ed esercitati in tutte quelle buone parti, che può dare una civil contadinanza: tutta volta parendo loro di dover obbedire in questo agli Dei, poichè per provvidenza di quelli erano scampati, comunicando il sogno tra loro, e nella grotta delle ninfe sacrificando all’alato fanciullo, il cui nome non sapevano, li mandarono con li loro greggi alla pastura, avendo lor prima mostrato quanto avessero a fare, come pascere avanti mezzo giorno, come dopo, quando a menare a bere, quando a dormire, quando bisognasse usar la mazza, e dove bastasse solamente il fischio e la voce. Presero i fanciulli il grado con grandissima allegrezza, come se fossero stati investiti di un gran principato, e presero affezione ciascuno alle sue bestiuole più che non è solito de’ pastori; perciocchè l’una teneva d’aver la vita per le pecore, e l’altro si ricordava di non esser morto per beneficio di una capra. Era nel principio di primavera, allor che i boschi, i monti, i prati sono tutti fronzuti, erbosi, e fioriti, e quando pe’ prati ronzan le pecchie, pe’ boschi cantan gli uccelli, pe’ monti scherzan gli agnelli; e per la dolcezza della stagione indolciti parimente i due pastorelli in sì fresca età, in sì gioiosa stagione tutti festosi, ciò che sentivano e che vedevano, tutto contraffacevano: udendo cantar gli uccelli, cantavano; vedendo ruzzar gli agnelli, ruzzavano; e per far come le pecchie, ancor essi coglievano fiori, e di quelli, altri si mettevano in seno, d’altri intrecciando quando un festoncino, e quando una ghirlandetta, or le ninfe ne ornavano, ed or le stesse [p. 11 modifica]fronti ne incoronavano. Faceano ogni cosa a comune, pasceano sempre insieme; e quando qualche randagia pecora si sbrancava, Dafni la rimetteva; quando qualche dissoluta capra danneggiava, o da qualche pericoloso greppo pendeva, Cloe la garriva, e spesse fiate, mentre l’uno d’essi per qualche suo diletto si dipartiva, l’altro alla guardia d’ambedue le greggi restava: ed erano i loro diletti tutti pastorali e fanciulleschi. La Cloe se ne andava ora in qualche stoppiaro a lavorar gabbie da grilli, o tesser frontali di paglia, ora in un giuncheto, o in un vetriciaio a far cestole, sportole, fiscelle, paneruzzoli, a cor delle fragole, degli sparagi, degli spruneggi e talor a cercar delle chiocciole. Dafni se ne calava or in qualche canniccio a scer calami per sampogne, or saliva al bosco per tagliare un arco, or si metteva sopra certi pelaghetti a saettar folaghe, giva talora procacciando delle frutte, tendendo lacciuoli, appostando nidiate d’uccelli; ed in così fatte cose occupati, l’uno all’altro le greggi si accomandavano, e tornando si pigliavano piacere di mostrarsi i lavori che [p. 12 modifica]facevano, di presentarsi di quel che portavano, e così lietamente vivendo mettevano a comune il latte, il vino, e tutta la vettovaglia, che si recavano la mattina dalle stanze, e scambievolmente portavano quando uno la tasca, e quando l’altro la fiasca, e più tosto spartire l’una greggia dall’altra, che Dafni e la Cloe non fossero sempre insieme.

Mentre in questa vita, ed in cotali piaceri dimoravano, parve ad Amore di farsi lor contro, e l’occasione fu tale. Era in quel contorno il covo di una lupa, la quale, allevando di molti lupacchini, aveva bisogno di far carne assai; perchè, danneggiando tutto il paese, rapiva ogni giorno qualche bestia degli altri poco avveduti pastori; laonde convenuti una notte molti di loro insieme, cavarono in più luoghi alcune buche larghe d’un cubito, ed alte di quattro, e spargendo il cavaticcio di lontano, attraversarono la bocca d’esse di cannucce, di fuscelli, e di sermenti secchi, e stendendovi sopra leggermente una mano di pagliccio, ed un suolo di quella terra cavata, che vi rimaneva, stavano in modo bilicate, che passandovi sopra pur una lepre, si fiaccavano, mostrando che non erano terra, come parevano. Di questa sorte buche fecero assai e nei monti, e ne’ piani; tuttavolta non venne lor fatto d’acchiapparvi la lupa, perciocchè la maliziosa s’avvide, che ’l terreno [p. 13 modifica]era posticcio; ma le furon ben cagione di disertar molte pecore, e molte capre, e poco men che le non furono la rovina di Dafni in questa guisa. Due becchi, ambedue bizzarri, per amor questionando, prima alle cornate, e di poi agli urti venendo, nell’ultimo cozzo sì tempestosamente si scontraro, che all’uno di essi un corno si svelse; perchè dolendosi, e sbuffando in fuga messosi, e ’l vincitore incalzandolo senza mai dargli posa, Dafni della scornatura dell’uno crucciato, e della tracotanza dell’altro mal sofferente, con un pezzo di querciuolo in mano il persecutore iniquitosamente perseguitando, e quello fuggendo, ed esso aggiungendolo, l’uno per la paura, l’altro per la stizza non veggendo dove i piedi ponessero sopra una delle cieche fosse giugnendo, ambedue dentro vi caddero, il becco innanzi, e Dafni dietrogli. Di che, certo, o morto, o storpiato restato sarebbe, se non che addosso barcollandogli, gli venne a cadere sopra a cavalcione, e caduto si stava piangendo, ed aspettando se qualch’uno per avventura vi capitasse, che quindi lo traesse. Ma la Cloe, tosto che cader lo vide, corse alla buca, e vivo trovandolo chiamò per soccorso un bifolco, che arava in un campo vicino, il [p. 14 modifica]quale venuto, e cercando di corda per calargliene, e non vi si trovando, la Cloe scioltosi di capo il nastro dell’acconciatura, e quello porgendogli ne fecero prima legare le corna del becco, poscia ambedue all’orlo della buca tenendolo forte, e Dafni aggruppandovisi e del becco medesimo facendosi cavalletta, egli prima ne uscí fuora, e di poi tutti e tre ne tirarono il becco, al quale mancava l’un corno e l’altro per lo castigo avuto dell’altro becco vinto da lui: e questo disegnando poco dopo di sacrificare, lo donarono al bifolco per premio di averlo liberato, con animo, che se quelli di casa lo ricercavano, di dir loro che i lupi se l’avevano mangiato: e tornati alle lor greggi, vedendo che cosí le pecore, come le capre pascevano al solito lor ordine, postisi a sedere sopra un tronco di quercia si dettero a considerare se Dafni per la sua caduta fosse ferito, o infranto in qualche parte; e niuna di queste cose essendo si trovò solamente i capegli, e la persona intrisa di creta. Parve dunque loro, che si dovesse lavare, avanti che Lamone, e Mirtale si avvedessero del fatto: e [p. 15 modifica]andatosi all’antro con lei, si spogliò, e le diede la veste, e la tasca a tenere, baciandola, e ricevendone molti baci;1 e accostatosi alla fontana i capegli e tutta la persona quivi lavò. Erano i suoi capegli neri e folti, e la persona abbronzatella dal sole; talmente che quel colore potea credersi derivato dall’ombra de’ suoi stessi capegli. In quella occasione Dafni parve bello alla Cloe, che guardavalo fiso; e perchè bello non erale paruto prima, la si credette che questa bellezza dal lavarsi gli fosse venuta. Ne accadde che la Cloe lavandolo giù per le spalle, e sentendosi cedere sotto la mano quelle morbidette carni, di tanto in tanto, in modo che egli non la vedesse, toccava sè stessa per sentire se Dafni fosse più delicato che lei.

Già sendo il sole per tramontare, ricondussero ambidue le greggi alle lor mandre; ma intanto la Cloe grandemente si affliggeva pel desiderio di riveder Dafni a lavarsi. Il giorno seguente, guidate di nuovo le greggi a pascere, e Dafni, sotto l’usata quercia sedutosene, sonava la sampogna guardando le capre, che si giacevano come in orecchio a udire quel suono. Ancora la Cloe sedutagli accanto guardava il branco delle sue pecorelle, ma più assai dava d’occhio a Dafni, che tornò a parerle bello anche quando sonava, e anche allora la si pensò che il suono fosse della bellezza cagione; per lo che, quando ebbe finito Dafni, prese ella subito la sampogna per fare isperienza se mai diventasse bella essa pure. Riuscille finalmente di ridurlo un’altra volta a lavarsi e trattennevisi a vagheggiarlo, e in quel mentre lo volle toccare, e nel lasciarlo, diedegli nuova lode; lode, che era il principio d’Amore. L’effetto che ne provò nel suo core la Cloe fu tutto insolito e nuovo per una fanciullina inesperta, allevata rusticamente in villa, e che il nome d’Amore neanche udì mai. Primieramente la prese una tristezza di spirito grande: non poté più tenere gli occhi a freno davanti a lui, avea sempre in bocca [p. 16 modifica]il nome di Dafni, non si ricordava di mangiare, non pigliava sonno la notte, più non procurava la greggia, dal riso passava al pianto; quando, per istanchezza s’acconciava giù a dormire, quindi subito si rialzava, quando diventava pallida in volto, e poi riaccendevasi tutta; cosa che non avrebbe fatto neppure una giovenca dall’assillo trafitta.

Rimasta sola, talvolta si rammaricava così: Eccomi ammalata, ma senza sapere che male sia il mio. Spasimo, e non ho ferita: sono melanconica, eppure non mi trovo niente scemo l’armento: avvampo dal caldo, quantunque a sì grand’ombra mi assida. Oh! quante volte mi punsero gli spini, eppure non ne piansi mai; mi trafissero con l’ago loro, tante volte, le pecchie; non però io perdetti mai l’appetito: di certo quel che ora trafiggemi il core è di tutte queste cose pungente più assai. Sì: Dafni è bello! ma anche i fiori son belli! sì; è soave il suono della sua sampogna, ma soave è pure il canto degli usignuoli, che ora io niente valuto. Oh! se trasmutar mi potessi nella sampogna di Dafni perchè in me il suo fiato inspirasse! oh diventassi una capra per essere condotta a pascere da lui; Onda malvagia, che solo a Dafni sei di bellezza cortese, e niente a me poverella, che mi sono inutilmente lavata! O ninfe care, io già me ne muoio; e voi potete soffrirlo, nè vi movete a pietà di salvare una fanciulletta tra voi stesse allevata? E chi dopo me vi tesserà più ghirlande? E chi, ditemi, alleverà i poveri agnellini? Chi terrà conto del garrulo grillo, che acchiappai con molta fatica, onde col suo cantare m’addormentasse nell’antro? Ma ora più non dormo a cagion di Dafni; e il grillo inutilmente susurra. Queste e simili angosce pativa la sconsolata Cloe: questi e altri erano i suoi lamenti, cercando il nome di Amore che proferir non sapea.

Intanto Dorcone bifolco, quegli stesso che Dafni e il becco aveva tirato su dalla cieca fossa, giovinetto di poca età, ma bene istrutto dell’opere e dei nomi d’Amore, subito da quel giorno incominciò a invaghirsi della Cloe, e perchè [p. 17 modifica]quanti più dì passavano, tanto più ardeva il suo core, fattosi gabbo di Dafni, come fanciulletto che era, stabilì Dorcone di venire a capo del suo disegno con doni, o con la forza scoperta.

Primieramente presentò a Dafni una sampogna da bifolco di nove canne, legate insieme con cera no, ma con oro; e alla Cloe una bella nebride all’uso delle Baccanti, dipinta come a chiazze di bianco. Da qui, Dafni e la Cloe l’ebbero per amico leale e sincero; ma di Dafni però e’ si curava pochetto, e alla Cloe portava ogni giorno in dono o una morbida caciuola, o una ghirlanda di fiori, o de’ bei pomi maturi. Un giorno donolle anche un lattonzolino nato di fresco; un’altra volta un secchio da mugnere tutto in dorato, e una nidiata di uccelletti salvatici di montagna. Ma la Cloe, che niente intendevasi delle arti di Amore, accettava lietamente tutti que’ doni, tanto più aggradendoli, perchè vedeasi ricca di che presentare il suo Dafni.

Finalmente anche Dafni dovea pur farsi pratico dei nomi e delle arti d’Amore. Un giorno Dorcone venne in lite con lui sul punto della bellezza. Giudice ne fu scelta la Cloe, e il premio a chi vinceva si deliberò che fosse di dare un bacio alla stessa Cloe. Dorcone dunque parlò il primo così: io certamente, o bella fanciulla, sono molto da più di Dafni; che io sono bifolco, ed egli è capraro, e lo supero tanto più, quanto i buoi son dei capri maggiori. Bianco, son quanto il latte; biondo, come la messe matura; e non ebbi mica per balia una belva, ma bensì la mia buona mamma. Vedi là costui come egli è piccolo della persona, qual feminella sbarbato, e moro come fosse un lupo. Pascola i becchi, e dal fetore di quelli è fetentissimo anche esso: povero poi è tanto, che neppure ha da mantenersi il cane. Basta: se, come raccontano, lo nutrì una capra, niente la perde coi capretti davvero.

Tali e simili vanti si dava Dorcone, e Dafni rispose: Sì, mi nutrì una capra, che però nutrì Giove stesso. È vero, io guardo le capre, ma posso mostrarle da più de’ suoi buoi. Del loro mal odore io non ne so, come non ne sa nè [p. 18 modifica]anche Pane, quantunque nel più della persona sia capro. Se son povero, ho per altro il mio bisognevole di cacio, di pane cotto sulla gratella e di vin bianco; che è quanto aver può un benestante della campagna. Se non ho barba, non l’ha neppur Bacco. Son moro? lo è anche il giacinto; e per questo? Bacco val ben più dei Satiri, e più de’ gigli il giacinto. Dorcone è di pel rosso come la golpe, barbuto qual becco, e sbiancato come una donnicciuola della città. Che se a me toccherà di baciarti, o Cloe, tu ribacerai la mia bocca nettissima: se poi ti bacia Dorcone, avrai da ribaciargli il pelo della sua barba. Hai da sapere, o fanciullina, che, t’abbia pure allevato la greggia, nondimeno sei bella.

Dopo queste parole più non potè contenersi la Cloe, e per la lode ingalluzzita, e disiando da gran tempo di baciar Dafni, corse, spiccato un salto, a baciarlo; e sebbene rozzo e senz’arte fosse quel bacio, era però ben atto a rinfocolar tutta l’anima. Fatto questo rattristossene Dorcone e si mise a ritrovare un’altra via d’amore. Dafni intanto come se non un bacio, ma un morso ricevuto avesse dalla Cloe, diventò subito melanconico, si sentì venire per la vita spesso spesso del brividore, nè potè reprimere il batticore. Disiava mirare in volto la Cloe, ma nel mirarla arrossiva. Allora la prima volta s’accorse, meravigliandosi, e de’ bei capegli biondi, e di quegli occhi belli e grandi, al paro di que’ di giovenca, e di quel viso più bianco dello stesso latte caprino. E’ pareva proprio che in quel punto solamente avesse incominciato a vedere, e che prima fosse stato senz’occhi. Cibo non si accostava alla bocca se non che appena per assaggiarlo. Di bere non se ne curava, che tanto da bagnarsi le labbra, e anche obbligato; di più garrulo d’un grillo, si fece cheto cheto; e di più svelto che era d’una capra, diventò pigrissimo. Più non avea pensiero della greggia, gittò via la sampogna, in volto si fece scolorito e smorto più che l’erbetta appassita la state; per la Cloe sola aveva parole2; quindi poichè fu solo in questa [p. 19 modifica]guisa tra sè stesso vaneggiava: Oimè! che bacio è questo? che nuovo effetto farà egli in me? che cosa è questa, ch’io mi sento andar per la vita? Come è che le sue labbra siano più morbide che le rose? la sua bocca più dolce che ’l mele? e che ’l bacio sia così pungente, che più non trafigge un ago di pecchia? Io ho pur baciati di molti capretti, ho baciati assai cagnolini, baciai pure il lattonzolo che mi diede Dorcone, tante volte; non però io sentii mai tal cosa. Per certo il bacio della Cloe debbe essere d’altra maniera, che non sono gli altrui. Oimè! che gli spiriti mi tremano, il cor mi batte, l’anima mi si consuma, e pur desio di baciarla. Oh! mal conquistata vittoria, oh! nuova sorte di malattia, di cui non so pur dire il nome. Avrebbemi la Cloe con qualche suo incanto per avventura ammaliato? o come non sono io morto? Come esser può, che i lusignuoli cantino sì dolcemente, e che la mia sampogna si stia mutola? e che i capretti saltino e che io mi giaccia così neghittoso? che i fiori siano così vigorosi, e che io non tessa ghirlande? i giacinti cominciano ora a vigorire, e Dafni è già passo. Oimè, sarà mai che Dorcone le paia più bello di me? Queste, e simili cose pativa, e diceva il buon Dafni; e questo fu il primo saggio degli effetti e delli ragionamenti d’amore; nè però d’essere innamorati s’avvedevano. Ma Dorcone bifolco, della Cloe oltra modo invaghito, appostando Driante, che appresso d’una vite poneva una pianta, fattoglisi avanti con una sampogna nuziale gli presentò certi buoni caci, perciocché tenea seco amistà da quando egli era pastore, e per insino da quel tempo gli avea ragionato di voler la Cloe per moglie. Ora di nuovo pregandolo, e stringendolo perché seco la maritasse, gli proferiva secondo suo pari di molte gran cose: una pelle di toro per fare usatti, e ogn’anno del suo armento un giovenco; dalle cui promesse adescato Driante, fu tutto mosso di consentire: tuttavolta ripensando, che la fanciulla era degna di maggior sposo, e temendo non per gabbo cadere in un male, che non avesse rimedio, scusandosi, e ringraziandolo del suo dono, rifiutò l’offerte, [p. 20 modifica]e disdisse il maritaggio. Schernito Dorcone già due volte dalla sua speranza, e perdendo i suoi buoni caci senza profitto alcuno, si deliberò di appostare una volta che la fanciulla fosse sola, e conquistarla per forza. Laonde avvertendo, che vicendevolmente menavano le greggi alla fontana, un giorno Dafni, e l’altro la Cloe, trovò una sua astuzia veramente pastorale, e fu questa: egli aveva tra le sue tattere una gran pelle d’un lupo vecchio, il quale combattendo già con un suo toro avanti alla rimessa delle vacche, era stato da quello bravamente occiso a colpi di corna. Di questa si vestì egli dagli omeri insino ai piedi talmente, che le zampe dinanzi coprivano le braccia, e le mani, e di dietro vestivano le gambe, e i piedi fino a’ calcagni: della bocca, e del capo si fece in testa come una celata di uomo d’arme; ed in questo modo allupandosi di fuori, come era dentro, se ne venne alla fontana, dove le pasciute greggi bevevano. Giaceva questa fontana, come un catino avvallata da ogni banda, e dintorno era ogni cosa salvatica, e piena di spini, di rovi, di ginepri, e di cardi talmente, che un vero lupo vi si sarebbe agevolmente imboscato. Ivi acquattatosi Dorcone, si stava aspettando l’ora dell’abbeverare; nè guari stette, che la pastorella cantando con ambe le gregge innanzi si mosse verso la fontana, lasciando Dafni a far della frasca per li capretti; ed i cani, guardiani dell’una gregge e dell’altra, come sogliono, catellon catelloni le venivano secondando. Appressati alla fonte, come quelli, che erano di buon naso, sentendo quel sito lupigno, stettero all’erta, e vedendo tra quei gineprai un certo frascheggiare, vi corsono, e credendo che lupo fosse, tutti insieme fieramente gli s’avventavano; e torniandolo, prima che la subita paura lo lasciasse rizzare, lo cominciarono a mordere di buon denti. Pure, mentre il cuoio lo difendea, il poverello, per vergogna ristringendosi nella pelle, e rincantucciandosi il meglio che poteva nel più forte della macchia, si stava senza far motto. Ma poichè la Cloe, percossa in quel primo incontro chiamò Dafni per soccorso, ed i cani squarciandogli intorno la pelle gli addentarono il vivo, [p. 21 modifica]tosto di lupo divenuto uomo, invece d’urli, piangendo, gridando, e rammaricandosi,3 pregava la fanciulla e Dafni, che di già era comparso, che lo soccorressero; ed eglino allora riconosciutolo, fischiando, e rallentando i cani, come erano soliti, subito li fermarono; e trovandolo per le cosce, e per gli omeri tutto sbranato, lo condussero alla fontana: ivi, cercando degli squarci de’ denti, prima ne gli lavarono; poscia masticando della corteccia dell’olmo verde ne gli fecero impiastro; e perciocchè non avevano ancora esperienza degli amorosi ardimenti, si credettero che Dorcone per una sua piacevolezza pastorale così travestito, ed acquattato si fosse; imperò non se ne crucciando, anzi consolandolo, e gran pezzo di strada accompagnandolo, lo licenziarono; ed egli scampato non (come si dice) dalla bocca del lupo, ma de’ cani, di sì sciocco avviso riprendendosi, s’attese a medicare. Ma Dafni e la Cloe, per rimettere insieme le sparse e dissipate lor greggi, molto per insino alla notte s’affaticarono; perciocchè impaurite dalla pelle del lupo e sgomentate dall’abbaiar de’ cani, tutte sceverandosi, alcune se ne ritirarono sopra a certi sassi, ed alcune altre ne corsono insino al mare: e comecchè le fossino avvezze d’intender le lor voci, d’ubbidire alle lor sampogne, e d’adunarsi ad un solo strepito di mani, allora, per la paura, d’ogni buono ammaestramento si dimenticarono, ed a gran pena, per le pedate, come le lepri, ricercandole, la sera alle mandre le ricondussero. Quella sola notte per istanchezza quietamente dormirono; e la fatica fu lor rimedio all’affanno amoroso. Il giorno seguente tornarono di nuovo alle medesime passioni di prima: sentivano piacer di vedersi, dispiacer di non vedersi: per loro stessi s’affliggevano, non sapendo donde la loro afflizione si venisse, nè quel che si volessero. Una sola cosa sapeano, che l’una pel bagno, e l’altro pel bacio erano in quel travaglio ed in quella inquietudine entrati. A questo ardore amoroso sopravvenne il [p. 22 modifica]caldo della stagione. Era nello scorcio della primavera, e nel principio della state, quando tutte le cose stanno nel colmo della bellezza, e della bontade insieme; allora che i frutti pendono per gli alberi maturi e coloriti, le biade ondeggiano per le campagne bionde e granite; quando l’aure rinfrescando ricreano, l’acque mormorando dilettano, e queste per le scheggiose cadute romoreggiando, e quelle per i fronzuti pini fischiando, facendosi l’une all’altre tenore, s’uniscono insiememente in una dilettevole consonanza; allora che le cicale dolcemente cantano, i pomi soavemente spirano, e d’amoroso color dipinti cadendo, il sole, amator di tutte le bellezze, di bel colore spogliando gli scolora. In questi giorni Dafni dentro e di fuora avvampando, si stava spesso intorno a’ fiumi, si lavava, notava, pescava, bevea, e beendo si credea di smorzare il caldo, che dentro sentiva. La Cloe, munte le sue pecorelle, e gran parte delle capre di Dafni, metteva assai tempo a quagliar latte, a far pizze, e simili altre bisogne; e perciocché in quel mentre le mosche le noiavano, e cacciandole mordevano, compita l’opera, tutta si rinfrescava, si rabbelliva, lavavasi il volto, racconciavasi il capo, e di ramoscelli di pino inghirlandata, e di una pelle di cerbiatto ricinta, empieva, siccome usavano, la sua borraccia di vino e latte, ed in sul mezzo giorno andava a trovar Dafni, ed a bere insieme con lui. Allora cominciava la guerra degli occhi, dove l’uno restava prigione dell’altro. La Cloe vedendo Dafni ignudo, da tutte le parti del suo corpo le pareva che fioccassero bellezze, a guisa d’un nembo di fiori; e vagheggiandolo si consumava a vedere, che nessuna menda in nessuno de’ suoi membri si ritrovasse. A Dafni, mirando la Cloe, mentre con quel batolo a cinta, con quella ghirlanda in testa gli porgea a bere, si rappresentava una ninfa di quelle della grotta, e guardandola fiso, pigliava godimento delle sue fattezze; poscia le rapiva la corona di testa, e baciandola prima, ancor egli se ne coronava. La Cloe, mentre che Dafni si stava ignudo a lavarsi nel fiume, si vestiva del suo tabarro; ma [p. 23 modifica]prima lo baciava anch’ella: alcuna volta si discalzava, e succintasi per insino a mezzo stinco, s’arrischiava ancor essa d’entrarvi. Dafni si tuffava sotto l’acqua, e chetamente riuscendole appresso, o le dava un pizzico per le gambe, o la tirava per un lembo della sua gonnella; ed ella, come se da qualche abitator del fiume fosse rapita, strillando fuggiva. Talora che assisa sopra la ripa, con de’ fiori in grembo faceva ghirlande, Dafni le spruzzolava dell’acqua nel viso, ed ella gli rovesciava addosso i suoi fiori; poscia si tiravano de’ pomi, s’infioravano le fronti, si scioglievano le chiome, di nuovo le si intrecciavano; e la Cloe agguagliava i capegli di Dafni, perchè erano neri, alle coccole della mortella; Dafni assomigliava il volto della Cloe a una mela rosa, perciocchè egli era bianco e vermiglio. Ella apparava a sonar di sampogna, o Dafni insegnandole, tosto che la si poneva a bocca la ripigliava, e fattovi suso una ricerca, ed un cotal gruppetto di note, faceva sembiante di ricorreggerle qualche fallo, e con questo avviso per mezzo della sampogna infinite volte la baciava. Avvenne un giorno, tra gli altri, in su la sferza del caldo, mentre che Dafni sonava, e le greggi si stavano al rezzo, che la Cloe per dormire si trasse chetamente dietro ad una macchia di lentischi; di che Dafni avvedutosi ed aspettando, che s’addormentasse, riposta la sampogna, le si mise a canto a vagheggiarla; e non essendo allora da vergogna rattenuto, non si poteva saziare di rimirarla, e rimirando pianamente, sottovoce così tra se stesso bisbigliava: Che occhi son questi che dormono, che chiusi non sono men belli che aperti? che bocca è questa che spira, che tal odor non hanno nè le mele appiole, nè qualsivoglia cespuglio di fiori? Che fo io; baciola? no, che il suo bacio morde il core, e cava altrui di sentimento, a guisa che talvolta a chi mangia del mel nuovo suole avvenire; no, che baciandola la desterei. Scoppiar possiate voi, cicale fastidiose, che per tanto gracchiare non lascerete che la dorma. Male aggiate voi, becchi importuni, con tanto cozzare, e male aggiano i lupi, che divorati non v’hanno; [p. 24 modifica]che ben son più poltroni che le volpi. Mentre che egli così parlando e contemplando si stava, una cicala, fuggendo avanti d’una ingorda rondinella, che per rapirla, di sopra le si calava, cadde per avventura in seno alla Cloe, dove salvatasi, l’uccello, dal volo non si rattenendo, venne con l’ali rombando a strisciare per le guance e per lo petto della fanciulla; per che subito desta, non sapendo che ciò stato si fosse, saltando, e gridando si levò da dormire; ma poscia che vide la rondinella, che ancor d’intorno aliava, e Dafni, che della sua paura rideva, presa sicurezza, ed ancor sonnacchiosa, gli occhi stropicciandosi e ’l petto raffazzonandosi, si sentì la cicala tramezzo le mammelle gracchiare, come se raccomandarle si volesse e della sua salvezza ringraziarla; di che di nuovo la Cloe si mise a strillare; e Dafni di nuovo a ridere; e con questa occasione le mani in seno mettendole, fuora ne la trasse, che fra mano ancora non restava di gracchiare. La Cloe veggendola, rise vezzosamente, ed in vezzi la si prese molte volte baciandola, e solleticandola perchè la cantasse, e così cantando in seno se la rimise. Presero ancora diletto di una palombella, sentendola d’una vicina selva boscarecciamente lamentare, perciocchè domandando la Cloe quel che la sua voce lamentevole volesse dire, Dafni in cotal modo le prese una sua favola a raccontare: E’ fu [p. 25 modifica]già, bella vergine, una vergine bella come tu sei, cantatrice come tu sei, e guardiana in queste selve di vacche, come tu sei di pecore. Del suo cantare molto le vacche si dilettavano; e pascendo non operava nè mazza, nè pungetto, ma col canto solo comandava loro, e sotto un pino sedendosi, di pino inghirlandata, e di Pane e del pino cantava. Pasceva per quel contorno medesimo un garzonetto vaccaro, bello ancor egli, e bonissimo cantore. Questi gareggiando seco di musica, e disfidandola un giorno a cantare, in quel contrasto la melodia del giovinetto riuscì, come di maschio, più grande, e come di putto, più dolce; e la sua dolcezza invaghì tanto le vacche della fanciulla, che tirandole fra le sue, la disarmentò d’otto delle migliori di tutta la sua torma. Prese la vergine tanto dispiacere di vedersi l’armento scemo, e di restar in quella contesa al di sotto, che non solamente non volle tornare all’albergo con quel danno, e con quello scorno, ma pregò gli Dei, che le dessero penne da fuggire lontano dagli altri pastori. Fu la preghiera esaudita, e la sua persona trasformata in [p. 26 modifica]questo uccello salvatico e montagnuolo, come era la vergine, ed ancor canta come prima soleva, e cantando dice la sua disgrazia; e quella sua voce significa che la va cercando le sue vacche perdute. Questi, e simili furono quella state i lor piaceri. La vendemmia, che seguì poi, uscirono di Soria alcuni corsari, che per non parer barbari avevano armata una fusta di Natolia, e con quella corseggiando toccarono la spiaggia di Metellino, dove smontando a terra, armati di scimitarre, e di mezze corazze, di ciò che venne loro innanzi fecero bottino, predando vini, frumenti, mele, e d’ogni sorta bestiami, e spezialmente ne menarono alcune vacche dell’armento di Dorcone; e trovando il povero Dafni, che lungo la riva del mare se n’andava, lo presero. La Cloe non era seco, come quella che sendo fanciulla non usciva la mattina con le pecore, finchè non era ben alto il giorno, temendo non qualche scorretto pastore oltraggio le facesse. I corsari veduto il garzonetto della grandezza, e della bellezza ch’egli era, parendo loro miglior preda d’altra che fare in que’ campi potessero, non curandosi altramente nè delle sue capre, nè di più [p. 27 modifica]altro predare, o danneggiare, comecchè piangendo, gridando, e la Cloe per nome chiamando n’andasse, al mar lo condussero; e tosto sciolto il cavo, e dato de’ remi in acqua, si tirarono in alto.

Seguito il caso di poco, eccoti venir la Cloe con le sue pecorelle, la qual portava seco per donare al suo Dafni una sampogna nuova; e perciocchè non era del tutto compita, la veniva per via incerando, intonando, e facendo i soliti cenni della sua venuta. Giunta a capo la piaggia, tostochè vide le capre scompigliate, e sentì la voce di Dafni, che tuttavia la chiamava, abbandonate le pecore, e buttata la sampogna per terra, corse per aiuto a Dorcone, il quale trovò che giaceva innanzi alla rimessa delle sue vacche, lasciato da’ corsari tutto infranto dalle percosse, già vicino a morte per molto sangue che gli era uscito; ma egli, veggendo la Cloe, e preso dall’amoroso caldo alquanto di spirito, così le disse: Cloe mia cara, io di qui a poco sarò morto: qui son venuti i corsari a prendere i miei buoi, e per volerli io difendere, gli spietati, a guisa di bue, m’hanno bastonato e concio come tu vedi. Ora attendi come tu abbi a riscattar Dafni, vendicar me, e rovinar loro. Io ho talmente le mie vacche ammaestrate, che sono a tutti i cenni della mia sampogna ubbidienti, e vengono ad un suono di essa, purchè lo sentano, quantunque lontano si pascano. Prendila dunque e suona quel verso, che io insegnai a Dafni, e che tu poscia da Dafni apparasti; e quel che segue poi, tu lo vedrai. E questa sampogna, con che io sonando ho vinto tanti bifolchi, e tanti caprari, voglio che tua sia, e da te non voglio altro che un bacio avanti che io muora, e morto che sarò, che tu mi pianga: e quando vacche, o vaccaro vedrai, che di me tu ti ricordi. Dorcone così dicendo, e l’estremo bacio baciandola, le lasciò tra le labbra insieme col bacio la voce e l’anima. La Cloe, presa la sua sampogna, e postalasi a bocca, la sonò di tutto fiato, e le vacche sentendo il suono, e riconoscendo il cenno, tutte d’accordo mugghiando in mar si gittarono; e da quella banda donde saltarono il legno, e per lo soverchio peso, [p. 28 modifica]e per la violenza del salto acconsentendo, si venne a rovesciare, e ’l mare aprendosi gli fece letto, e poscia richiudendosi lo ricoperse. Quelli che dentro vi erano tutti caddero, ma non tutti colla medesima speranza di scampare perciocchè i corsari, come quelli ch’erano d’arme gravi, con le scimitarre a lato, con le corazze indosso e con li stinieri in gambe, non molto notarono, che l’armi stesse in fondo li misero. Ma Dafni, che leggiero, scalzo, e mezzo ignudo si trovava, siccome era uso di stare in sul campo allora che la stagione era ancor calda, cavatosi agevolmente il suo tabarro, si gettò subito a nuoto: pur notando durava fatica, come quello ch’era solamente usato a nuotar per li fiumi. Mostrogli poi dalla necessità quel che nol dovesse fare, si spinse fra mezzo le vacche, e dato di piglio con ambe le mani a due corna di due di quelle, portato fra mezzo di esse, se ne venne in terra a seconda allegro, senza fatica e come assiso sopra d’un carro; perciocchè i buoi notano anco più degli uomini e da nessuno altro animale, salvo che dagli uccelli d’acqua, e dai pesci, sono in ciò superati, e notando non periscono mai sino a tanto che l’ugne macerate e intenerite dall’acqua, non si spiccano lor dai piedi: di che fanno testimonianza molti luoghi di mare, che per questo si dicono Bosfori, perchè da’ buoi sono stati valicati; ed a questa guisa Dafni, fuor d’ogni sua speranza, si trovò libero da due grandissimi pericoli, e dalla presura e dal naufragio. Uscito dal mare, approdò in seno alla Cloe, che per la paura, e per l’allegrezza mezzo tra ridente e lacrimosa a braccia aperte in sulla riva l’attendeva: poichè più volte baciata l’ebbe, le domandò la cagione del suo sonare, e quel che sonando volesse inferire. La Cloe tutto per ordine gli spose: come ella ricorresse a Dorcone, come le sue vacche erano ammaestrate; come egli le comandò che sonasse, e come a morte venisse; solamente tacque per vergogna di averlo baciato. E già parendo loro di dover l’esequie del benefattore onorare, vollono insieme co’ suoi prossimani trovarsi a seppellirlo; e fu la sua sepoltura a questa guisa: gli misero [p. 29 modifica] [p. 30 modifica]sopra un gran monte di terra, e poscia vi posero di molte piante di alberi domestici, dove appesero tutte le primizie delle sue opere; di sopra vi sparsero del latte, vi spremerono de’ grappoli d’uva, e vi ruppero di molte sampogne: dintorno s’udirono le sue vacche miserabilmente muggire, si videro mugghiando come forsennate imperversare: e non altrimenti che i pastori ed i caprari parvero anch’elle che sopra il morto bifolco piangessero. Seppellito Dorcone, la Cloe menò Dafni alla grotta delle Ninfe, e messolo nel bagno, lo lavò prima di sua mano; poscia, entrandovi anch’ella (che fu la prima volta che ignuda in presenza di Dafni si mostrasse), lavò quel suo corpo candido, che sì bello e sì netto era, che nulla più gli aggiunsero i bagni nè di bellezza, nè di nettezza; indi cogliendo fiori di quante guise allora si trovavano, ne insertarono ghirlande, e le statue delle ninfe n’incoronarono; ed offerendo loro la sampogna di Dorcone, al sasso l’appesero. Questo fatto, tornandosene a procurar le lor greggi, le trovarono, che si giacevano per terra senza pascere, e senza belare, come quelle che non veggendo i lor pastori stavano desiderando che tornassero. Tosto dunque che li videro, e sentirono i soliti cenni delle voci, de’ fischi e delle sampogne loro, le pecore levandosi di terra si misero a pascere, e le capre cominciarono sbuffando a scherzare, come facendo festa dello scampo e della salute del lor capraro. Ma Dafni, veduta la Cloe ignuda, sendogli quella bellezza rivelata, che prima gli era nascosta, non poteva dispor l’animo a stare allegro: gli doleva il core; e il suo dolore era come d’uno ch’abbi presa medicina: traeva sospiri talora impetuosi e rotti, qual suole ansare uno, a cui sia data la caccia; talora lenti, ed affannosi, come a chi la lena manca per troppo correre: parevagli che ’l bagno fosse cosa più spaventosa che ’l mare: credeva aver l’anima ancora in forza de’ corsari, come quello, che si trovava senz’essa; e, sendo giovine, e contadino, come non aveva ancor notizia d’Amore, così non potea manco aver sospetto del suo ladroneggio.


Note

  1. Qui principia il supplimento ritrovato nel Codice Laurenziano, tradotto da Sebastiano Ciampi.
  2. Qui termina il supplemento.
  3. Il Manz. ha raccomandandosi.