Faust/Parte seconda/Atto primo/Palazzo imperiale

Atto primo - Palazzo imperiale

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Johann Wolfgang von Goethe - Faust (1808)
Traduzione dal tedesco di Giovita Scalvini, Giuseppe Gazzino (1835-1857)
Atto primo - Palazzo imperiale
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PALAZZO IMPERIALE.


Sala del trono. — Il Consiglio di Stato in attesa dell’Imperatore.

Suono di strumenti a festa.


CORTIGIANI abbigliati sfarzosamente con varie fogge di vesti. L’IMPERATORE sale sul trono: gli siede a destra l’ASTROLOGO.


L’Imperatore. Salute a’ miei fedeli e diletti qui raunatisi da presso e da lunge. Io veggio il Savio al mio fianco; ma e il folle? Che n’è dunque di lui?

Un giovine Gentiluomo. Intricatosi nello strascico del tuo manto, s’è capovolto dallo scalèo, e la corpulenta mole venne tosto via trasportata. Era desso morto, o cotto dal vino? Chi lo sa?

Un secondo Gentiluomo. E con tale una prestezza che tien del prodigio, eccoti un altro offerirsi in sua vece. Egli si copre di vestimenta sontuose, ma stranie e fantastiche per modo da muovere a stupir chicchessia. Le guardie che stanno in sul limitare appuntano le alabarde loro ad impedirgli l’entrata. — Ciò malgrado, vedilo colà, il folle temerario!

Mefistofele, piegando il ginocchio appiè del trono. — Chi è il maladetto sempre, e pur sempre il benvenuto? Chi è, cui si spasimi ognora di possedere, e che ognor si discacci? Chi è, cui faccia ognuno a gara di proteggere? Chi è, cui si biasimi, cui più duramente si accusi? Chi è quegli che invocar tu non dei, quegli onde ognuno gode intendere il nome? Chi è, che si appressi a’ gradini del tuo soglio? Chi è, che spontaneo se ne parte e vassene in bando? [p. 208 modifica]

L’Imperatore. Per ora, tregua alle chiacchiere: gli enimmi sono qui fuor di stagione, e l’usarne si aspetta a codesti messeri. Spiegati alla buona, e te ne saprò grado. Il mio pazzo antico temo forte non siasene partito pel gran viaggio. Occupa tu il luogo di lui, e vienmi da canto.

(Mefistofele sale i gradini del trono, e va a sedersi a sinistra dell’Imperatore.)

Rumori nella calca. Un nuovo pazzo! — Nuovo tormento! — Or donde vien egli? — Come mai s’è quivi introdotto? — Quel di prima è caduto? — Poneva egli sossopra ogni cosa! — Colui era una botte! — Questi è uno zolferino!

L’Imperatore. Or dunque, o miei diletti e fedeli, siate i benevoli da presso e da lunge; una stella propizia qui vi raccoglie; gli astri ne impromettono salute e felicità. Ma perchè dunque cotesti giorni scevri da cure, riserbati alla mascherata, cotesti giorni in cui tutti i nostri desiderii son vôlti solo a godere delle più squisite dolcezze, li andiamo noi consumando raunati a consiglio? Nulla di meno, dacchè lo giudicate a proposito, sia pure!

Il Cancelliere. La più eroica virtù, a guisa di sacra aureola, cinge all’Imperatore la fronte; nè altri che lui può esercitarla condegnamente: la giustizia! Ciò che gli uomini tutti prediligono, ciò ch’e’ pretendono e bramano, ciò di che non sanno far a meno senza sforzo, sta in lui amministrarlo al popolo. Ma, oh Dio! che vale la intelligenza dell’umano spirito, la rettitudine del cuore, la destrezza della mano, se una febbre ardente scommuove poi da imo a sommo lo Stato, e se il male va il male [p. 209 modifica]covando? Chiunque dall’alto di codeste rocce profonde avvalli lo sguardo sul vasto nostro impero, credesi in balia di un mal sogno, nel quale schifosi mostri vengono e vanno continuo, l’illegalità regna legalmente, e si svolge via via una catena di errori infinita.

Questi se ne porta un armento, quegli una donna, il calice, la croce, i ceri dell’altare, e per anni ed anni se ne dà vanto, ben disposto della persona, e sano al tutto e illeso nel corpo. Quand’ecco una querela farsi strada fino alle sale de’ tribunali, e grave in atto tenersi il Magistrato al giudizio, intanto che a larghi fiolti irrompe la sdegnosa marea della rivolta che vie più ingrossa. Chi fa assegno sui complici, e’ può gloriarsi della propria infamia e de’ propri delitti, e ti suona all’orecchio il motto colpevole là dove innocenza è sola alle difese. Per tal guisa, tutto quanto il mondo usa ogni arte a sbranarsi, ed ogni fatta diritti al nulla ridurre. In tale stato di cose, come mai presumere che metta radice e si dilati quel sentimento che solo puote al bene avviarci? L’uomo di rette e probe intenzioni, da ultimo incappa nella cortigianeria, e nel malcostume: un giudice cui manchi il modo per gastigare, s’indurrà in fine a far patto col reo. Ben tristo invero è il quadro che vi ho dipinto, e tuttavia duolmi di non aver saputo rinvenire tinte più tetre ancora e più oscure. (Pausa.)

Inevitabili sono i colpi di stato, dappoichè in un’atmosfera quale codesta è di delitti e di patimenti, l’istessa Maestà non andrebbe esente dal caderne vittima. [p. 210 modifica]

Il Gran Maestro delle armi. Qual trambusto in giorni tanto malaugurati! Chi uccide, chi è ucciso, e tutti poi fanno alle gride orecchie di mercante. Dietro a’ bastioni il borghese, il cavaliere nelle merlate sue rocche paiono essere contra noi congiurati, e volere per essi soli muovere il braccio. L’operaio venale s’impazienta, e domanda a voce alta la sua mercede, e dove accadesse che fra noi fossero pareggiate le partite, lo si vedrebbe darla a gambe lesto e spedito. Negare ciò che tutti riclamano, sarebbe lo stesso che stuzzicare un vespaio. Quel regno intanto cui avrebbono debito di conservare, eccotelo messo a ruba, scompigliato, diserto. Da ogni parte s’imbizzarrisce a man franca e s’imperversa a più non posso: e già mezzo il mondo se n’è ito a soqquadro. Ben evvi ancora colaggiù buona mano di re, ma non por uno il quale si avvegga d’esser preso di mira.

Il Tesoriere. Fidatevi dunque ora negli alleati! I sussidii promessi ne mancano com’acqua ne’ fossati, e nel vasto tuo regno, o Sire, in mano di chi sono i più superbi e grassi tenimenti venuti a cadere? Per dove tu vada, incontri sempre nuovi ospiti che tengono a vivere indipendenti, e a noi tocca osservar tutto, e lasciarli fare a lor senno. Tanto e tanto venne allentata la briglia, che de’ nostri diritti, non pur briciolo oggimai ne rimane. Inoltre a tale siam noi che sugli stessi partiti, quali e’ sieno, non puossi far assegno punto nė poco: aderenti o contrari, la simpatia de’ primi, l’astio de’ secondi ci dan pro ad un modo. Così i Guelfi come i Ghibellini per vivere cheti si ascondono. Chi è cui [p. 211 modifica]prema oggidì prestar soccorso al vicino? Ha ben ciascuno abbastanza impicci per sè. Le miniere d’oro sono esaurite, e per razzolare che si faccia la terra, per quanto cerchisi di sparmiare e di far gruzzolo, troviam le casse pur sempre vuote.

Il Maresciallo. E me altresì preme ed affoga il rio flagello! Vo tuttodì mulinando come avanzare un nonnulla, e la spesa ad ogni giorno fassi maggiore, di che, sempre in attesa, più e più cresce la mia inquietudine. Finora per altro il cuoco non n’ebbe a patire sconcerto di sorta; chè cignali, cervi, lepri, capriuoli, polli d’India, capponi, oche, anitrelle non mancano, e le mèsse riescono sufficientemente fornite, nè le rendite cessarono di piovere al tempo dovuto: ma la cánova è ridotta al secco. Se una volta le botti tenevansi una sull’altra ammontate, piene tutte quante del succo de’ migliori poderi, la sete insaziabile de’ magnati ebbe sorbito fino all’ultima stilla. Il consiglio municipale fu anch’egli ridotto a schiudere i suoi saloni: sicchè involato il pecchero e l’orciuolo di stagno, eccoti i convitati sotto la tavola. Tocca poscia a me pagar ciò che manca, e tutti soddisfare dal primo all’ultimo. Il giudeo in tanto si è reso intrattabile coll’inventare ch’e’ fa di obbligazioni di ogni ragione che ci riducono a dar fondo per anticipazione alle entrale degli anni a venire; i maiali han finito d’ingrassare: ogni cosa, nè pure salva la materassa del letto, fu data a pegno, e il desco è ammannito di pane tolto a credenza.

L’Imperatore, dopo un istante di riflessione, volgendosi a Mefistofele. E tu, pazzo mio, non hai tu, per avventura, conoscenza di alcun’altra miseria? [p. 212 modifica]

Mefistofele. Io? per niun conto, in veggendo quanto e qual fasto circondi te e i tuoi! Come mai scemerebbe la fidanza, dove la Maestà assoluta impera, dove un potere sempre mai all’erta sperde il nemico, dove è presta in ogni tempo la buona volontà, sorretta da una forte intelligenza, e da una attività a tutte prove? Or chi potrebbe dunque convenire pel male, per le tenebre, dove di cosiffatti astri rifulgono?

Rumori. Ah furfantaccio! — Com’e’ sa ben fare il mestiere! — Egli s’apre la via colla menzogna. — Fin che la dura! — Io già indovino a che tende colui! — Che ne vuole scaturire da ciò? — Un progetto.

Mefistofele. Qual è mai uomo nel mondo che non provi di alcuna cosa difetto? Chi in un desiderio si affanna, e chi in un altro; costoro poi han fame di argento. Per verità, non se ne vede a fioccare sull’impalcato; ma la sapienza riesce a cavarnelo di là dov’è riposto. Nelle viscere de’ monti, sotto alle fondamenta degli edifizi, rinviensi l’oro greggio ed il monetato; e se mi domandaste chi fia da tanto di impossessarsene, vi risponderei: questo opra la forza della Natura e dello Spirito in un uomo di senno.

Il Cancelliere. Natura, Spirito! Propositi non son questi da tenersi parlando a cristiani: e gli atei vengono bruciati vivi per ciò appunto che nulla può tornare di maggior danno al mondo quanto cosiffatti discorsi. La Natura è peccato, lo Spirito è dimonio, ciascun de’ quali ci alimenta il Dubbio, essere informe ed ermafrodito nato da loro. Finiamola dunque una volta con codeste eresie! — Dagli antichi Stati [p. 213 modifica]dell’imperatore vennero prodotte due caste e non più, le quali condegnamente proteggono il trono: i santi, dico, e i cavalieri. Affrontano eglino qualsiasi oragano, e a retribuzione di loro fatiche, dividonsi la Chiesa e lo Stato. Soli riottosi a tale ordinamento, mercè sentire basso e plebeo di certi sviati cervelli, sono gli eretici e gli stregoni, corruttori spacciati delle città e delle campagne. E una tal razza di gente vorresti tu in un celo così nobile introdurre cogl’impudenti tuoi scherzi! Va! tu ami i cuori corrotti, che appunto a’ folli tuoi pari somigliano.

Mefistofele. Riconosco al tuono il dottore. Ciò che non si tocca, è millanta miglia lungi da voi; ciò che voi non ghermite, per voi punto non esiste; ciò che non valete a calcolare, falso è per voi senza meno; ciò che voi non pesate non ha secondo voi peso alcuno; ciò che non è moneta è al tutto per voi senza pregio.

L’Imperatore. Codesto favellio intanto non provvede al bisogno. Che pretendi tu ora colle tue omelie da quaresima? Sono omai ristucco de’ vostri continui se e ma. Argento vuol essere, e l’argento manca; ebbene, troviamone.

Mefistofele. Io, io troverò, o Sire, ciò che domandi, e più ancora di quello che domandi; il che è facile, non v’ha dubbio, ma il facile è difficile. E’ convien discovrire appuntino il luogo dove giacciono le celate ricchezze: or come far questo? Rifletti, o Sire, che a’ tempi della desolazione, quando una marea inondatrice d’uomini. assaliva paesi e popoli, quelli e questi, sopraffatti dallo spavento, nascondeano qua e colà sotterra i più preziosi loro [p. 214 modifica]tesori. Così accadde non meno a’ bei tempi della potenza di Roma, e così poscia seguito ad accadere fino ad jeri, fino ad oggidì. E tutti codesti tesori giacciono rintanati nel suolo. Ma il suolo appartiene all’Imperatore; a lui dunque tocca di buona ragione il bottino!

Il Tesoriere. Folle com’egli è, non la ragiona poi tanto male. In fede mia, gli è proprio questo diritto dell’antico imperatore.

Il Cancelliere. Satana vi ha tese le sue reti d’oro. Qui gatta ci cova.

Il Maresciallo. Purchè ne fossero per venire alla corte le desiderate lautezze, vorrei di buon grado mostrarmi corrivo su certi punti.

Il Gran Maestro delle armi. Il folle non è poi sì gonzo: egli impromette ad ognuno quanto vassi desiderando. Il soldato del come ciò gli avvenga non sen piglia fastidio.

Mefistofele. E se avete sospetto ch’io v’inganni, eccovi tal uomo.... consultate l’Astrologo; ei sa leggere ne’ pianeti le sorti di questo medesimo istante. Ebbene! Dichiara or tu quanto il cielo ne rivela.

Rumori. E’ sono un bel paio di birbe. — Han fatto presto ad intendersela. — Un pazzo e un saccente — così da presso al trono! — La è vecchia canzone — ripetuta le mille volte. — Il pazzo detta, — il dotto parla.

L’Astrologo (ripete a voce alla ciò che Mefistofele gli va sussurrando.) Il Sole medesimo è d’oro pretto.1 Mercurio l’ambasciadore lo serve qual [p. 215 modifica]mercenario. Madonna Venere vi ha un per uno infinocchiati, e fa agli occhi con voi dal mattino alla sera. La pudica Febe non lascia d’avere i suoi capricci, Marte, se non l’ha con alcuno in particolare, è minaccioso con tutti, e Giove fia mai sempre splendido quant’altri e più. Grande è Saturno, ma lontano e piccolo all’occhio. Come metallo non ne facciamo gran conto; poco de apprezziamo il valore, molto il peso. Così è veramente; ma quando la Luna al Sol si marita, e l’argento all’oro si aggiunge, oh! allora il mondo bello diventa; chè tutto il rimanente conquistare facil cosa e piana riesce. Palazzi, giardini, gole di alabastro, guance rosate, ecco i tesori che ne porge il sapiente, la cui possanza nessuno fra noi, varrebbe non che a vincere, ad agguagliare!

L’Imperatore. Enimmatico mi riesce quel ch’egli dice, e nulla ostante non me ne sento meno convinto.

Rumori. Che rileva a noi tutto questo? — Viete buffonerie — ciurmeria — alchimia, — l’ho inteso a dire molte fiate — fora invano sperarlo. — E ove pure succedesse? — Pasquinata.

Mefistofele. Tutti così, perdio! E’ si meravigliano,

[p. 216 modifica]e affettano di non credere alla grande scoperta! Questi vaneggia parlando di mandragore, quegli ti dice mirabilia di un can nero. Scommetto ch’eglino si danno, quale a motteggiare, e quale a gridare allo Stregone, appena che loro avvenga d’incespicare, o di sentire al piede un po’ di pizzicore!

Eppure sentite voi quanti siete un sobbollimento arcano della natura, continuamente attiva; e dalle cavità più profonde si sprigiona la vita che tende serpeggiando inverso la luce. Se mai vi accada di provare nelle membra non so quale inquietudine, se mal potete star fermi in un punto, scavate allora risolutamente, e vangate a dilungo! che là il mio tesoro è sepolto.

Rumori. Io ho il piede di piombo. Mi ha preso una contrazione nel braccio. Provo le trafitte della podagra. — Il pollice del mio piè destro si aggranchia. Sento le reni tutte indolenzite. A tali indizi, chi non vede quant’abbia ad essere la ricchezza sotto alla terra cui stiamo per cavare?

L’Imperatore. Presto dunque alla prova!.... Tu non mi sfuggirai.... Dànne a conoscere sull’istante che non son vane parole le tue, e metti all’aperto codeste miniere preziose. Quanto a me, depongo la spada e lo scettro, e se non fosti menzognero, vo’ compir l’opera colle mie proprie mani imperiali: che se poi ti colgo in fallo, giuraddio! ti caccio di filato all’inferno.

Mefistofele. Per verità, la strada che vi mena saprei rinvenirla da solo; pure non so tenermi dal rivelare quanto di ricchezze si asconde in ogni parte aspettando chi si muova a impadronirsene. Il [p. 217 modifica]campagnuolo che va aprendo il solco, alza in un colla zolla un’anfora d’oro. Egli chiedeva alla terra solo un po’ di salnitro: attonito, giubilante, trovasi piene le mani povere e callose di bei rotoli d’oro!... Quante cavità son da esplorare, in quali voragini, in quali petriere e’ conviene addentrarsi giù giù per insino alle porte dei mondi sotterranei, se il talento ci prende di scovrire tesori.... Per entro a vaste caverne chiuse da tutte parti, scorge in bell’ordine collocata ogni maniera di vasellame, e tazze antiche smaltate di rubini, ma non prima allunga la mano a ghermirle, che trovate rifatte vile e vieta fanghiglia. Per altro, avrete voi fidanza in un fino conoscitore? Gli è gran tempo che le doghe del botticello sonosi marcite, e il tartaro basta da sè a chiudere il vino che non si spanda. Restano oggi mai le sole essenze di vini squisiti cotanto, l’oro ed i gioielli, che nel buio e nell’orror si nascondono: l’uomo sapiente fruga senza darsi posa; conoscere le cose al vivo raggio del Sole, la è al postutto una chiappoleria; i misteri si piacciono delle tenebre.

L’Imperatore. Per questo poi, tocca a te il provvedervi. Ma a che pro tanto buio? Qualsia cosa di qualche valsente ha da prodursi alla luce. Chi varrebbe a discernere nella fitta tenebría un malandrino? Tutte le vacche son nere, come ogni gatta è di color bigio. Or su, vengano questi orciuoli sotterrati, colmi sino all’orlo di oro! dà di mano alla tua vanga, e tranneli fuori una volta.

Mefistofele. Pigliati dunque zappa e marra, scava tu medesimo il terreno; la fatica del coltivatore è per farti grande e potente. Un branco di [p. 218 modifica]vitelli d’oro sbucherà di sotterra; franco allora e giubilante potrai di magnifiche gale adornare te e la tua prediletta, chè un diadema sfavillante di rare e preziose gemme decoro aggiunge e non poco alla Bellezza del pari come alla Maestà.

L’Imperatore. Mano dunque al lavoro! Che più si tarda?

L’Astrologo va ripetendo come altra volta ciò che Mefistofele gli va sussurrando all’orecchio. Frena, o Sire, per poco ancora l’impetuoso tuo desiderio! Lascia prima che trascorra la festa gaia e svariata: non è mai che lo sviarci ne porti alla meta. Andiamci preparando in calma al grande atto, e cerchisi meritare quassù quanto di colaggiù ne ha da venire. Chi vuole il bene, sia buono anzi tutto; chi cerca la gioia moderi il bollore del sangue; chi desidera vino, sprema i grappoli maturi; e chi aspetta prodigi, rincalzi ed avvivi la propria fede.

L’Imperatore. E sia! Passino questi giorni in allegrie, chè il mercoledi delle Ceneri non fia tardo a venire! Frattanto sia al postutto più che mai fosse e solenne e brioso per noi il procace e ardente carnevale. (Musica festiva. Exeunt.)

Mefistofele. Fino a qual segno il merito possa andar congiunto alla felicità, nol sapranno gl’insensati giammai: pogniano che venisse loro trovata la pietra filosofale, ove sarebbe il filosofo?





Note

  1. L’astrologo riferisce all’oro tutti i segni celesti, e in tanto gli adopera, in quanto servono nell’alchimia a denotare i metalli. Sappiamo che gli Astrologi erano nel medio evo giudicati abili a leggere pel firmamento e a preconizzare sopra il corso degli astri, il futuro destino delle nazioni e degl’individui; il qual pregiudizio durò fino alla venuta di Copernico, verso il principio del secolo sestodecimo, e anche più tardi, per quanto asserisce Seni, l’uomo di Wallenstein. Nel medio evo ogni reggia contava il proprio astrologo, matricolato furbone che doveva accordarsi a meraviglia col diavolo, se avveniva ch’e’ s’incontrassero. E però Mefistofele trovasi quanto prima in perfetta intelligenza con costui, e ne fa tosto uno strumento di frode e d’impostura.