Colombi e sparvieri/Parte II/VI

Parte II - Capitolo VI

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VI.


Mariana entrò, avanzandosi a passetti saltellanti. Era vestita di bianco, con un gran cappello nero una cui falda le calava fino all’omero e l’altra lasciava scorgere i suoi capelli lucidi e la rosa di nastro sull’orecchio. Il suo ombrello era alto quasi come lei e una borsa a maglie d’argento come se ne vedono nei libri illustrati delle fate dondolava appesa al suo braccio nudo sottile.

Un profumo che Jorgj conosceva già, lo stesso che impregnava il suo libriccino, si sparse per la stamberga; e ancora prima di distinguer bene il volto della visitatrice egli credette di averlo già altre volte veduto: era il viso bianco, erano gli occhi severi e scintillanti che gli erano apparsi a Nuoro nel chiarore fantastico di una sera di festa. Egli cominciò a tremare.

— Buon giorno; come sta? — ella domandò semplicemente con voce un po’ velata, fermandosi davanti al letto e guardando il mendicante.

Anche Jorgj lo guardava, ma non ricordava più perchè l’uomo era lì. Solo in confuso vedeva, accanto alla figura nera di Dionisi, la figurina bianca della visitatrice e provava una grande umiliazione a venir sorpreso in quella compagnia, con quell’uomo in quella posizione.

— Alzati e vattene! — gridò aspramente, ma subito si pentì. — Oh scusi, è un noioso.... un idiota....

L’uomo si alzava pesantemente e accennava a dire qualche cosa.

— Vattene, ritornerai più tardi, vattene, — [p. 196 modifica]ripetè Jorgj stendendo il braccio e ritirandolo subito, vergognoso che la visitatrice vedesse la manica slacciata della sua camicia.

Dionisi guardò in alto, poi piano piano se ne andò.

Allora parve a Jorgj che la stamberga si allargasse, diventasse spaziosa e fragrante come un paesaggio primaverile. Una pace luminosa, un trepido sogno di bellezza e di luce si stesero attorno al suo letto, attorno alla casupola e via via per tutto il mondo.

— Ma lei sta bene! — disse Mariana con meraviglia, sedendosi sullo sgabello accanto al letto e appoggiando le mani e il mento al pomo dell’ombrello. — Ha la voce sonora, il colorito naturale, e non è poi neppure tanto magro!

Con gli occhi bassi fissi sulla borsa dondolante e scintillante, egli cominciò a ridere; rideva e tremava.

— Non c’è male! — disse rozzamente. — Lei parla così per confortarmi!

— Ma le pare! Non sono bugiarda a quel punto!

— Oh, scusi! Sono rozzo, sa! È tanto tempo che non vedo nessuno! Solo quel mendicante, ha veduto? viene qualche volta, si mette in ginocchio, prega, chiacchiera.... Io non posso mandarlo via; come faccio? È così sporco.... Lei non si insudicierà, su quello sgabello?

— Chi altri viene a trovarla? — ella domandò senza badare alle ultime frasi di lui.

— Chi vuole che venga? Qualche donnicciuola e il dottore....

— E bravo il dottore?

— Così! E un po’ strano, ma buono e generoso in fondo.

— Lei non s’è mai fatto visitare da altri? Ha fatto le cure elettriche? [p. 197 modifica]

— Tutto, ho fatto! Sono stato tre mesi all’ospedale.... Per me non c’è rimedio!

Tutti i malati dicono così! Bisognerebbe che lei andasse in una buona clinica, in continente....

Ma egli fece un gesto di spavento.

— No, no, signorina! Sono ritornato qui per morire e qui voglio morire!

Ma che dice! ella gridò con impazienza.

Egli sollevò gli occhi e la guardò arrossendo; poi disse in fretta:

— Non soffro molto; se sto immobile non sento alcun dolore, e neanche se mi muovo: solo una gran vertigine, che mi esaurisce e mi fa svenire. Ma non parliamo di questo, adesso. Io sono contento; sono felice.... Lei non ci crede, vero?

Ella era diventata pensierosa. Che credesse o no alla felicità di lui non traspariva dal suo volto serio; sembrava piuttosto preoccupata da un altro pensiero.

Senta, e questo dottore dunque cosa dice? Nella sua lettera lei mi scrisse che da bambino era stato malato....

— Sì, sono caduto da cavallo.

— E dopo?

— E dopo sono stato sempre sensibilissimo. All’ospedale i medici parlavano di atonia di nervi e di paralisi parziale, conseguenza di quel malanno infantile; il nostro dottore dice invece che è una forma di nevrastenia acuta, causata da dispiaceri e da affanni.... E forse ha ragione: i dolori mi hanno abbattuto; ero così sensibile.... così.... così.... come una foglia d’erba che ad ogni soffio si curva.... Anche adesso, veda, tremo tutto.... Perchè lei è qui! Tremo eppure sono contento.... Mi perdoni, signorina! Io sono così.... così contento.... [p. 198 modifica]

Si nascose il viso col braccio o scoppiò in pianto. Ella sollevò il viso meravigliata, aprì la bocca ma non parlò; no, bisognava lasciarlo piangere; era un pianto, se non di gioia, come egli voleva far credere, di consolazione e di amore; e mentr’egli nascondendosi il viso vergognoso versava tutte le lagrime che da tanto tempo gli gonfiavano il cuore, ella non molto commossa si guardava attorno.

Vedeva le ragnatele agli angoli delle pareti, l’avanzo del focolare, la cassa preistorica, il tavolinetto così nero che sembrava più antico della cassa, la brocca sgretolata, la forchetta di latta con un dente mozzo, la coperta del letto piena di macchie, la camicia di lui scolorita e rattoppata sul gomito.... E il tanfo di umido che impregnava la stamberga la colpiva lugubremente come un odore di tomba. Le pareva di trovarsi davanti ad un sepolto vivo, e i racconti, le insinuazioni, le suggestioni di zia Giuseppa Fiore, la quale non le parlava d’altro che del disgraziato Jorgeddu, spingendola a proteggerlo, a difenderlo, a vendicarlo, le parvero mille volte meno crudi e tristi della realtà. Ed egli piangeva come un povero bambino seviziato da gente iniqua, solo in fondo a quella caverna; egli che era pieno di intelligenza e di pensiero e che amava la vita al punto di sentirsi ancora qualche volta felice nella sua spaventosa tomba di vivente!

Un fremito di orrore la fece balzare in piedi, smaniosa di muoversi per assicurarsi che era sana ed agile: poi le parole che zia Giuseppa Fiore ripeteva ad ogni momento le punsero il cuore come un rimorso.

«Lei che è ricca e potente deve aiutare il disgraziato ragazzo....»

Aiutarlo? Come? Ella depose i suoi impacci [p. 199 modifica]preziosi, intrecciò le piccole mani e le scosse, disperata e impotente davanti all’angoscia di Jorgj. Ma ebbe un’idea: ricordò che un suo adoratore una volta le aveva detto che l’uomo infelice è come un bambino; basta spesso una carezza e una promessa per confortarlo. Sciolse le mani e ne posò una sulla testa di Jorgj.

— Signor Giorgio! Si faccia coraggio! L’aiuteremo....

Il contatto della mimo di lei diede quasi una convulsione al malato; furono gemiti, singulti, parole indistinte: l’ascesso d’ira, di dolore e di umiliazione che da mesi e mesi era andato formandosi entro il cuore di lui parve scoppiare e sciogliersi in lagrime. Poi ad un tratto egli cessò di piangere e tacque immobile ma col viso ancora nascosto, più che mai vergognoso della sua debolezza.

— Adesso basta, — disse Mariana, tirandogli dolcemente la manica della camicia.

Il viso di lui apparve deformato dal pianto, ma con gli occhi tra le palpebre rosse limpidi e vivi come due stelle sul cielo ancora torbido dopo l’uragano.

Ella si rimise a sedere e appoggiò il gomito al tavolinetto.

— Così va bene; adesso possiamo chiacchierare con calma. Prenda qualche cosa. Il suo servetto non viene?

— Verrà sul tardi; no, non ho bisogno di nulla, grazie.

— Quel ragazzo ha abbastanza forza per assisterla? È intelligente, vero?

— Oh. molto intelligente, ma è anche un gran chiacchierone.

— Del resto son tutti intelligenti, qui! E il paese è così pittoresco! Dalla casa dove sto io....

— Lei sta da zia Giuseppa Fiore, — interruppe [p. 200 modifica]Jorgj guardandola con diffidenza. — E questa donna che le ha parlato di me?

— Un po’ lei, un po’ gli altri. Ma io sapevo già la sua storia; me la raccontò il vetturale, mentre venivo in diligenza quassù. Io venivo per visitare il paese, poichè mio fratello me ne aveva decantato i paesaggi e i costumi; appena arrivai dissi che volevo venire da lei, signor Giorgio, ma me ne dissuasero. Non riceve nessuno, dicevano, diffida di tutti e si è chiuso nella sua casa come in un carcere; non vada a trovarlo se non vuole recargli dolore. Io stetti a lungo indecisa; finalmente, d’accordo col vetturale, mandai il primo pacco; il resto ella lo sa. No, nessuno mi ha parlato male di lei, solo, tutti, dal prete a mio fratello, che non venne ancora da lei per non destar attriti e chiacchiere in questa popolazione così facile agli appigli, tutti, dicevo, hanno paura di lei! —

Sì, come d’un cane arrabbiato!

— Si sbaglia! Senta, io studio questo sentimento strano che i suoi compaesani nutrono verso di lei. Sa cosa è? È vergogna. Essi hanno soggezione di lei perchè sanno che lei è stato calunniato, ed essi.... essi non han saputo difenderlo! Lei è, me lo lasci dire, lo spettro del villaggio; parlando di lei tutti diventano inquieti e pensierosi. Hanno vergogna di presentarsi qui, ma già sentono il peso di questa loro viltà; e verrà un giorno, creda a me, che tutti insorgeranno per difenderla, per vendicarla, a meno che....

— A meno che?

— Che i suoi nemici non riconoscano prima il loro errore!

— Fantasie, signorina! — disse Jorgj con tristezza. — È lei che è buona e s’immagina quindi che lo sieno anche gli altri, lo devo tutto a lei; se lei non veniva nessuno si ricordava di me.... [p. 201 modifica]— Perchè lei li ha respinti tutti! Il prete....

— Ah, quel prete! — interruppe Jorgj, — venne per farmi disperare maggiormente; mi parlava di morte, mentre tutto è ancora vita in me! Senta come batte il mio polso.... senta come batte il mio cuore.... Io non sono stato mai così vivo come dopo che i miei nemici mi hanno inchiodato qui come Cristo, e come Lui sento l’amore per gli uomini e la compassione per i loro errori....

— Se lei compatisse, non andrebbe in collera contro quel disgraziato prete! Egli è più infelice di lei. Quante volte, mi disse, è venuto qui fino alla porta e non ha osato entrare! Egli è più solo di lei: lo lasci venire, signor Giorgio; sarà lei che farà un’opera buona. Gli dico che venga?

Ella aveva tratto le dita dal guanto e gli stringeva il polso.

Che benessere, che senso di dolcezza, quasi di ebbrezza, trasfondeva quel lieve contatto in tutte le vene di lui!

Ma la fanciulla lasciò il polso ed egli tornò in sè.

— Ed anche gli altri, — ella riprese. — Tutti le vogliono bene e verranno a dirglielo. Veda, mi lasci parlare, anche zia Giuseppa Fiore, per esempio.... Lei l’ha cacciata via, eppure quella donna le vuol bene come ad un figlio. È una donna primitiva, che ha il culto dell’odio e della vendetta, è vero: ma qui veniva spinta da un sentimento di protezione: univa al suo odio l’odio che, ella si immaginava, Giorgio Nieddu doveva provare per il comune nemico....

— Lei è buona, signorina, — ripetè Jorgj sorridendo come fra sè, — ma lei non conosce ancora a fondo la psicologia complicata dei miei compaesani.... Io le farò leggere certe pagine che [p. 202 modifica]ho scritto qualche tempo fa: credevo di dover morire abbandonato da tutti, e scrissi così, come il naufrago che caccia i suoi ricordi entro una bottiglia e la butta in mare.... Vedrà; ho scritto verità dolorose.... Del resto non importa; perdono a tutti, non odio nessuno.... Sì, — aggiunse pensieroso, — appunto come il Maestro posso ripetere: essi non sanno quel che si fanno!

Arrossì e ricordò il suo primo incontro col vecchio Arras, la sera del venerdì santo. Come era felice allora! Ma anche adesso provava una gioia simile a quella che l’aveva accompagnato su per i sentieri della valle: se il suo povero corpo era immobile, l’anima viaggiava attraverso uno spazio pieno di luce e di armonia. La vita, personificata in Mariana, gli stava accanto e lo accarezzava: come non perdonare ai nemici e non credere che l’unica verità dell’universo è l’amore?

— Come fa a scrivere? — ella domandò per distrarlo, sembrando e di averlo stancato.

E parlarono di piccole cose, del paese e dei paesani, del servetto e del vetturale; Jorgj si fece coraggio e le raccontò di averla già veduta una volta, a Nuoro, come in sogno.

— Avevo già tanti dispiaceri e.... bevevo, quella sera! A un tratto vidi lei con un’altra signora.

Che sguardo mi diede! Terribile....

— Io non ricordo, — ella disse ingenuamente.

— C’era tanta folla: eppoi tutti guardavano lei.... Era la più elegante; aveva un vestito color d’argento e un velo scintillante.... Chi avrebbe detto che l’avrei riveduta qui?

Poi come pauroso di rivelarle tutta la passione romantica che l’apparizione di lei gli aveva destato si affrettò a domandarle:

— Qui le piace, dica? Ha veduto che panorama, dalla terrazza del Municipio? C’è un [p. 203 modifica]posto, dietro la chiesa, che io amo tanto, sa, all’angolo dell’abside: vada là verso il tramonto, vedrà l’altipiano tingersi di rosso, poi di violetto, e le parrà di essere ai piedi d’un castello barbarico. Tutto il paesaggio ricorda l’epoca dei feudatari, col paesetto aggruppato e recinto di roccie, coi sentieri che sembrano fatti apposta per gli agguati, con le figure solitarie incappucciate e armate che attraversano a cavallo, guardinghe, le chine solcate da muriccie a secco. Tutto ha un senso di poesia antica e selvaggia.

— Sì, è vero! Anche dalla casa dove sto io si godono i meravigliosi panorami, ed io corro da una finestra all’altra ricordando i versi del poeta:

               Il re veniva alle finestra a mare,
               Il re veniva alle finestre a monte....
               Avessi l’ale, potessi volare!

— Le piace Pascoli?

— Lo so quasi tutto a memoria.

— E D’Annunzio?

Allora fu uno sgranare di versi, un lieve discutere, un ripetere, «oh, anche a me piace!"», «no, era migliore prima», «oh, è sempre giovane» «io dimentico i titoli», «oh, ricorda quei versi»....

Mariana intanto s’era voltata verso il tavolino e toccava gli oggetti, dapprima timidamente, poi con curiosità, infine con prepotenza, accomodando i volumi gualciti che non volevano star chiusi, allontanando dalla penna la forchetta zoppa: mandando giù per terra un pezzetto di biscotto che attirava tutte le primaticce mosche della stamberga.

Jorgj lasciava fare e non sentiva più umiliazione della sua povertà. Fra lui e la sua amica s’era squarciato il velo dell’ignoto: Mariana era penetrata nel mondo di lui e poteva oramai [p. 204 modifica]muoversi, guardare, frugare e disporre tutto come sul tavolino: ella non portava che ordine e gaiezza.

L’ora intanto correva e il sole stendeva ai piedi di lei un breve tappeto d’oro; una scintilla brillava sul viso del piccolo Cristo come una lagrima di gioia, e dalla valle saliva l’odore del biancospino.

A un tratto nella straducola risuonò di nuovo il coro dei ragazzetti che imploravano la pioggia. Mariana, vinta, da una curiosità infantile, ed anche dal bisogno di muoversi, balzò su e corse nel cortile.

Jorgj ricordò le parole del servetto: «ella sembra una bambina» e un sentimento di tenerezza s’unì all’entusiasmo che lo rendeva così felice. Ma ella tardava a rientrare: come tardava! e tutto intorno taceva, aspettando il suo ritorno. E se non ritornava? Se tutto era stato un sogno? E lui che aveva da dirle ancora tante cose e voleva sapere tante cose da lei! Cercò il taccuino che voleva offrirle, si pentì di non averle fatto preparare da Pretu una tazza di caffè. Ma perchè ella non rientrava? Il coro dei ragazzetti non s’udiva più; la straducola era animata di persone curiose. Egli riconosceva la gente dai passi: quello forte o un po’ lento era il passo del marito di Banna, quello alquanto più rapido ma più strascicato era il passo di zio Remundu.... Forse Columba era alla finestra o sul limitare della porta e vedeva Mariana. Egli si sentiva battere il cuore, non sapeva se per gioia o per timore, e avrebbe voluto gridare richiamando la sua amica.... Ah, ecco un fruscio nel cortile, un passo saltellante simile a quello di Pretu; ella rientra e nella stamberga tutto ritorna a vivere ed a risplendere.

— Ho fatto un piccolo giro d’esplorazione [p. 205 modifica]intorno alla sua fortezza, Signor Giorgio! Com’è bello in fondo alla strada! Si vede tutta la valle. Poi sa chi ho veduto? Quella donna. Sta sul limitare della porta, e l’arco nero di questa e lo sfondo della vecchia casa inquadrano a meraviglia la sua figurina gialla e nera, fina e cupa. E il vecchio col suo cavallo? Sembra un gruppo del Peter: ricorda: «I due amici»? Tutte le donnicciuole sono accorse nella strada e guardavano il vecchio e la ragazza, poi guarda vano me....

— Signorina. — balbettò Jorgj stringendosi nervosamente il taccuino al petto, — non dia attenzione a quella gente.... per carità.... non badi a loro! Possono farle del male.... perchè è venuta qui!

Sono così cattivi? Non mi sembra. La ragazza pare piuttosto infelice....

— Oh, non si fidi! Se sapesse come è finta! È tutto un mistero: tace e abbassa le palpebre, tace e tesse con la mente le sue trame malefiche. Anch’io la vedevo in una bella cornice, lassù, in una specie di veranda; mi sembrava una piccola regina di Saba, con l’agnello ai piedi e la testa avvolta in un velo di sogni.... E invece mi ha fatto tanto male! È il fiore amaro dell’oleandro!... Io le farò leggere tutto.... prenda questi foglietti, ma non li guardi adesso.... Non vuole andarsene, no? È presto ancora; ha freddo? Se sapevo che veniva oggi le facevo preparare il caffè....

Ella sfogliò il taccuino, poi se lo mise sotto il braccio e tornò a guardarsi attorno.

— Vuole che lo faccia io il caffè? Dove è la caffettiera?

Egli si vergognò di dire che Pretu usava il pentolino.

— Mi pare fosse rotta.... Il servetto deve averla [p. 206 modifica]portata ad accomodare. Ma era per lei, non per me.... Eppoi lei si sporcherebbe.... e il suo vestito costa....

Ella si mise a ridere aggirandosi per la stamberga col desiderio di aprir la cassa e di frugarvi dentro.

— Il mio vestito? Sa quanto costa in tutto?

Sedici lire: l’ho fatto io; cosa crede, ch’io sia buona a far niente? Faccio tutto, in casa. Lei sperava forse ch’io fossi una duchessa?

— Lei è una regina. — egli disse galantemente; ma ella cominciò a sospirare.

— Ah, quante cose mi mancano per esser regina!

— Che le manca? E sana, bella, giovine....

— Giovine? Lei crede ch’io sia giovine? Ah, come s’inganna, signor Giorgio! Io non le dirò mai gli anni che ho; neanche se mi dà mezzo milione glielo dico: e se anche glielo dicessi, lei non ci creda perchè non sarà mai la cifra giusta!... Del resto, — aggiunse riprendendo la sua borsa e rimettendosi a sedere accanto a lui, — che importano gli anni? A volte ci sembra di averne sedici e sedici ne abbiamo davvero; a volte ci sembra di averne cento e tanti ne abbiamo.

— E vero, è vero! — egli disse con fervore.

E ricominciarono le piccole confidenze, lo scambio dei pensieri, le citazioni di versi: era come un gioco dolce e puerile, un andare e venire di frasi innocenti, di aforismi, di innocui paradossi, di complimenti. Ma nonostante l’eccitazione che lo animava facendogli dimenticare di essere infermo, Jorgj si sentiva stanco. Aveva troppo parlato; i suoi occhi s’erano cerchiati d’azzurro, la sua mano tremava; il sole salito sul letto gli portava la sua carezza quotidiana, ma da amico appassionato sembrava geloso della straniera e [p. 207 modifica]pareva prendesse gusto a far apparire le membra e il viso del malato in tutta, la loro desolazione. Come erano scarne e rimpicciolite quelle povere membra, e quel viso diafano ove solo gli occhi vivevano com’era triste nella luce e nella gioia che lo irradiava!

Mariana provò di nuovo un senso di pietà e di terrore. Pensò:

— Adesso me ne vado: è tempo, — e guardando lo sfondo verde e azzurro della porticina trasalì di gioia al pensiero che poteva andarsene: le pareva di dover da un momento all’altro volare come l’allodola, scappar via per la porta luminosa: ma gli occhi di Jorgj erano pieni di tenerezza e di trepidazione come quelli di un bimbo che interroga, che confida e nello stesso tempo ha paura.

«Che farà quando io me ne andrò? — si domandava Mariana.

— Non parli più, lei! — gli impose. — E stanco. Io resterò un altro momento, poi me ne andrò; l’ho stancata e non le ho detto che sciocchezze. Ma adesso le racconterò un po’ della mia vita.

Aprì la borsa, si guardò nello specchietto che c’era dentro, trasse una caramella e gliela diede. Pareva incerta se metter o no dentro il taccuino: finalmente si decise; chiuse la borsa e lasciò il taccuino fuori.



— Deve sapere — ella ricominciò — ch’io sono una ragazza romantica, amantissima delle emozioni: perciò, forse, non mi è accaduto mai nulla di straordinario! Amo cambiar spesso vita e mi stanco presto dei luoghi e delle cose che [p. 208 modifica]vedo. Mio padre era un industriale; viaggiava di continuo, ed è morto che io ero bambina ancora. Mia madre, invece, non si mai mossa dal nostro paesetto, poco più grande di questo; ma essa è la donna «forte» della Bibbia, industre vegeta prudente: amministra il nostro patrimonio, ed a lei i miei fratelli devono la loro educazione e la loro fermezza di carattere. Ho anche una sorella maritata ad un nobile del mio paese, e che rassomiglia molto a mia madre: economa, buona massaia, il suo più gran divertimento è quello di andare alle festi campestri od a quelle delle piccole città. E con lei che ci siamo recate l’anno scorso alle feste di Nuoro. Io ho già molto viaggiato, invece: dei miei fratelli uno è al Ministero degli Interni, l’altro è capitano d’artiglieria ed ha sposato una donna ricca ed elegante, e l’altro è Giovanni Mariano, quello che è qui: essi mi vogliono con loro un po’ l’uno un po’ l’altro, ed io oggi son qui, nel suo eremo, signor Giorgio, domani sarò a Roma, in estate ad Anzio od a Viareggio, in autunno di nuovo nel mio paese umido e monotono, circondato di paludi, di canneti, con un orizzonte quasi sempre livido solcato dal volo delle folaghe e di altri uccellacci migratori. Laggiù io mi ubbriaco di noia e di melanconia. Abbiamo una casa che era un convento: davanti si stende la pianura pietrosa, desolata e infinita, con le paludi e il mare in fondo. Nuvole e corvi quanti ne voglio, signor Giorgio! Qui è un luogo di vita in confronto: è la Svizzera troglodita, o almeno di un’epoca anteriore a quella degli albergatori. La nostra casa è grande, simile a un alveare vuoto: i miei fratelli son partiti uno dopo l’altro, come partono quasi tutti i giovani intelligenti del paese, e solo di tanto in tanto ritornano, con le loro mogli e i loro figli. Mia madre [p. 209 modifica]tiene sempre pronta la casa per riceverli. Qualche volta le scriverò, dal mio paese, signor Giorgio! Ma anche da Roma le scriverò; non dubiti. Intorno alla mia casa, laggiù al mio paese, abbiamo un orto immenso, ed io mi diverto a coltivare il giardino. Tre anni or sono ho piantato un melograno che dà già frutto. Lei sa come bisogna potare lo piante? bisogna lasciar appena le ultime fronde. Avevo una pianta di oleandro selvatico, che a forza di cure ho fatto diventar doppio; fiori che sembrano rose. Accanto alla nostra casa abita un vecchio, un tipo curiosissimo, uno stregone, che invidiava il mio oleandro e cercava di farmelo disseccare a forza di scongiuri; e come io ridevo, egli una notte penetrò nel mio orto, sradicò il mio oleandro e me ne piantò uno selvatico! Ma io mandai subito un servo nel poderetto dello stregone. Il servo trovò il mio oleandro trapiantato in un angolo ombroso e tutto recinto da siepi! La vita passa così, al paese! Quando non coltivo il giardino, leggo i giornali e le riviste che mi mandano i miei fratelli: o vado a far visite o aiuto mia madre a lavorare. Questo carnevale scorso mi mascherai con una delle nostre serve, che aveva per bauta una pelle di lepre: ma un bel momento tutti i monelli ci furono appresso e un paesano cominciò a molestarci; allora la serva si strappò dal viso la pelle di lepre e gliela cacciò in bocca e tutto il pelo gli andò in gola, di modo che si dovette chiamare il medico perchè al malcapitato veniva un accidente. Ma lei dirà: che cosa mi racconta questa pazzarella?

Jorgj ascoltava come cullato da una musica lontana; gli pareva di essere tornato bambino, prima dell’epoca funesta della matrigna, quando ancora sua nonna gli raccontava le puerili storielle della sua fanciullezza. [p. 210 modifica]— Racconti, racconti! — supplicò.

— Al mio paese, poi, ho tutta una coorte di adoratori; tutti piccoli mascalzoni, però, ragazzetti discoli, studentelli, il barbiere, il postino, persino un piccolo mercante di pelli di capretto: ma tutti molto giovani, sa, dai sedici ai diciannove anni. Dopo i diciannove anni non li guardo più.

— Prima dei diciannove sì?

— Cioè.... non mi guardano loro! Dopo i diciannove capiscono che.... non c’è nulla da sperare; mettono giudizio, ecco tutto! Ma i ragazzi dai sedici ai diciotto mi seguono come affascinati: per loro io sono colei che viene dalle terre lontane dove tutto è grande e bello. Essi adorano in me il mondo che sognano: Roma, le spiagge di moda, la vita fantastica dei potenti della terra! Io mi compiaccio di questa loro illusione, mentre mia madre, mia sorella e mio cognato mi sgridano scandolezzati, e in tutto il paese godo una terribile fama di civetta. D’altronde io son contenta di questo, perchè non voglio che agli uomini seri del mio paese, ai nobili che vanno ancora con l’aratro, od ai ricchi proprietari di vacche, salti in testa l’idea di volermi sposare. No, signor Giorgio, meglio morire che sposarsi, meglio morire due volte che sposarsi e rimanere tutta la vita nel paese natìo....

Jorgj rideva, piano, piano, con dolcezza: come le parole di lei lo divertivano e lo consolavano!

— Ma qualche volta avrà fatto all’amore!

— E dunque? Perchè negarlo? Il primo è stato un bel ragazzo pallido, verde anzi, sottile come uno stelo; adesso è morto, non parliamone più. Sono stata anche fidanzata: era un piccolo medico condotto di cui avevo sentito parlare come di un portento di ingegno. Venne a casa nostra, una sera: c’era gente ed egli non aprì bocca. [p. 211 modifica]ed io credetti che lo facesse per sdegno o per posa: ma poi ritornò altre volte, e ci trovammo anche soli, ma occorrevano sforzi inauditi per trargli qualche parola di bocca. Tutt’al più sorrideva e quando era commosso tremava. Morto anche lui.

— Tutti morti, signorina?

— Peggio che morti, dimenticati! — disse Mariana, e s’accostò la borsetta alla bocca per nascondere uno sbadiglio.

Era stanca, oramai, e desiderava che arrivasse qualcuno per potersene andare. Il sole tramontò ed ella era ancora lì, combattuta dal desiderio di andarsene e dalla pietà, dalla certezza che la sua presenza recava un conforto ineffabile al malato.

«Egli forse morrà fra qualche giorno. — pensava, — mentre io vivrò a lungo, forse quaranta, forse cinquant’anni ancora....»

Perchè non sacrificargli qualche ora di questo mezzo secolo di vita?

Tuttavia provò un senso di sollievo quando s’udì nel cortile un passo pesante e il rumore d’un bastone battuto qua e là sui muri e sui ciottoli. Il dottore entrò, sbuffante, già in costume estivo (per lui non esisteva la mezza stagione): larghi calzoni bianchi, giacca di alpaga nera svolazzante, cappellino di paglia con nastro tricolore. Sembrava quasi giovane e i suoi occhi erano d’un azzurro primaverile.

— Benone, — disse avanzandosi senza guardare Mariana che s’era alzata per cedergli il posto.

Ma all’improvviso, mentre tastava il polso di Jorgj, si volse e gridò additando lo sgabello: — Perbacco, si rimetta a sedere, signorina! Ma cosa fa lì in piedi?

— Grazie; tanto devo andarmene.... [p. 212 modifica]— Come, se ne va già? — disse Jorgj spaventato.

Il dottore prese con ambe le mani lo sgabello, lo sollevò, lo rimise accanto a lei.

— Si rimetta a sedere, la prego, ottima signorina! La sua presenza è l’unico farmaco per il mio cliente. Una canaglia, sa; la sua malattia è tutta una finzione; ma uno di questi giorni lo vedremo alzarsi e andarsene a spasso. Ma si metta a sedere, lei; crede forse di crescere?

E curvo batteva forte la mano sullo sgabello.

— Oh, magari! — disse Mariana andando a sedersi sulla cassa e mettendo in mostra i suoi piccoli piedi lucenti. — Ecco una cosa che la scienza dovrebbe inventare. Quanta gente farebbe felice!

— Se tutti fossero alti, lei sarebbe la prima a domandare il contrario!

Schopenhauer....

— Mi lasci in pace col suo Schopenhauer!

— Ma io volevo dire che egli sbaglia quando afferma che le donne alte piacciono agli uomini di bassa statura mentre le donne piccole....

— Piacciono agli uomini alti e anche a quelli di bassa statura! Purchè siano belle come lei!

— Grazie! — ella disse inchinandosi esageratamente.

Egli rise soddisfatto della sua galanteria e Mariana non sdegnò di civettare allegramente con lui. Jorgj diventò geloso. Gli pareva che quei due si dimenticassero di lui, ed egli a sua volta stanco e triste chiuse gli occhi e vide la figurina di Pretu avanzarsi dal fondo della stamberga, avvicinarsi al letto, curvarsi su lui.

— Se domanda della caffettiera dille che l’hai portata dallo stagnino....

Ma il dottore diede una formidabile bastonata ai piedi del letto gridando: [p. 213 modifica]— Questa donna ha ragione!

Jorgj sussultò, riaprì gli occhi, rivide Mariana tutta bianca seduta sulla cassa nera, e nello sfondo della porticina il ciclo argenteo solcato di nuvole azzurre.

Ella rideva curvando il capo fino a coprirsi le ginocchia con le falde del cappello, e agitava i bei piedini eleganti. Come era allegra! Era la personificazione stessa della gioia e della giovinezza; gli adolescenti del suo villaggio avevano ben ragione di correrle dietro affascinati. Ed egli, egli era là, come una foglia caduta dal grande albero della vita e che piano piano marcisce e ritorna alla terra muta: più nulla per lui; nè riflessi di sole nè fremiti di vento: solo, di tanto in tanto, l’eco della vita lontana, l’ombra delle nuvole, il grido funebre dei corvi che ella odiava. Perchè era venuta? Egli era più felice prima, quando ancora non lo conosceva.

— Lei non viene, signorina? L’accompagno. — disse finalmente il dottore ricordando che doveva andarsene.

Ma ella rimase. Appena il dottore fu uscito si riavvicinò al letto e si curvò sul malato che la guardava con occhi pieni di tristezza.

— Povero signor Giorgio! L’abbiamo stancato, vero? Che tipo, quel dottore...

— E matto da legare! È innamorato della sua serva e fa il grazioso anche con le altre!...

Mariana ricominciò a ridere; una foglia delle roselline del suo cappello cadde sul viso di Jorgj. Quando ella mormorò riprendendo dal guanciale la fogliolina:

— Domani ritornerò.... se non le dò noia, — egli riprese a singhiozzare e a dire:

— Sempre, sempre.... quando vuole.... Ormai lei è tutto.... tutta la mia vita!... [p. 214 modifica]Allora ella tacque di nuovo e impallidì; e mentre nella straducola già invasa dall’ombra del crepuscolo risuonava ancora la voce del dottore:

Amore, mistero.....


e nel cortile s’udiva il passo lieve di Pretu, ella si curvò ancora di più sul malato e lo baciò sulla fronte.

Pretu li sorprese così, e un’ora dopo disse a Columba che, appena guarito, il suo padrone avrebbe sposato la sorella del Commissario.