Vita di Dante/Libro II/Capitolo III

Capo Terzo - Papa Benedetto XI. Tentativi di ripatriare per pace o per guerra.

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Capo Terzo - Papa Benedetto XI. Tentativi di ripatriare per pace o per guerra.
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Morto (e quasi ucciso nel modo detto) papa Bonifazio, fu pochi giorni dopo eletto a successore di lui un buon frate Domenicano, d’umili natali e dolci virtù, Benedetto XI. Fu in tutto il migliore, se non il solo politicamente buono fra’ Papi contemporanei di Dante; ed affrettiamoci a dirlo, non fu mai tocco dall’ira Dantesca. Era, come avvenne sovente dei Papi, elezione correggitrice delle azioni del predecessore. Così è ritratto dal Muratori, tal compendiatore de’ contemporanei, che ben si può citare fra essi:"Non era nè guelfo nè ghibellino, ma padre comune; non seminava [p. 66 modifica]ma toglieva le discordie; non pensava ad esaltar parenti, non a procacciar moneta, e più all’indulgenza che al rigore era portato il benigno animo suo"1. Certo, era questa miglior indole da piacere, che non quella del magnanimo peccatore; e Benedetto, pacificatosi con li Colonna e con Francia, si rivolse a Firenze, uno de’ fuochi di discordia. Mandòvi di Perugia a legato il cardinale Ostiense Niccolò da Prato, frate predicatore ancor esso:"di piccioli parenti, ma di grande scienza; grazioso e savio, ma di progenie ghibellina"; ondechè fu spedito ad istigazione de’ Bianchi e Ghibellini, e giunse a Firenze addì 10 marzo 13042. Nella quale, intanto, come già i Guelfi vittoriosi s’eran divisi tre anni innanzi, così ora la parte Nera vincitrice s’era di nuovo suddivisa. Messer Corso Donati, non mai contento, era a capo de’ Grandi, naturalmente malcontenti finchè durasse la maggioranza de’ popolani. E messer Rosso della Tosa era a capo di questi, che Dino chiama il popolo grasso, e Giovanni Villani i buoni huomini di Firenze3. [p. 67 modifica]Sono a vedere nel primo le nuove liste di famiglie accostantisi quinci e quindi alle nuove Parti, come già si trovano poche pagine addietro tra la Bianca e Nera. E come già quelle del 1301 erano più o meno pendenti a’ fuorusciti Ghibellini, così queste del 1304 si distinguevano principalmente per più o meno di mansuetudine ai fuorusciti Bianchi. Messer Corso, o per il nuovo parentado con Uguccione della Faggiola4, o per la ragione solita d’accostarsi a que’ di fuori chiunque si sente men forte addentro, ad ogni modo era per la pace. Il cardinale, ricevuto in Firenze con rami d’ulivo e con gran festa, "riposato alcuni dì, domandò balìa dal popolo di poter costringere i cittadini a pace; la quale fu concessa perfino a’ calen di maggio 1304, e poi prolungata per un anno"5. Incominciò con far pace coi divisi addentro; diede uffizi ai partigiani di messer Corso, e fecelo esso capitano di parte Guelfa; che, come [p. 68 modifica]s’è veduto in più luoghi, era ufficio di grande importanza. Addì 26 d’aprile principalmente, "raunato il popolo sulla piazza di Santa Maria Novella, nella presenza de’ Signori, fatte molte paci, si baciarono in bocca per pace fatta; e contratti se ne fece ... E tanto parea che la pace piacesse a ognuno, che vegnendo una gran piova, niuno si partì ... I fuochi furono grandi, le chiese suonavano ... ma il palagio de’ Gianfigliazzi che per la guerra facea gran fuochi, la sera niente fece, e molto se ne parlò per li buoni". Diceano:non era segno di pace6. Finalmente, il cardinale tanto gli umiliò con dolci parole, che lo lasciarono chiamar sindaci, cioè deputati de’ fuorusciti, a trattar pace con quelli d’addentro. Due per parte ne nomina Dino; il VillaniVillani dice che furon dodici per parte, ma non li nomina7.
E fra questi non nominati, congetturò un biografo che pur fosse Dante. Ma prima, non ce n’è memoria; poi, se fosse vero tal suo ripatriare, [p. 69 modifica]quantunque temporario, certo ne sarebbe qualche cenno nella Commedia, che dà tutte le fasi principali dell’esilio. Bensì lo troviamo in un documento autentico, uno dei dodici consiglieri adunati un mese dopo in Val d’Ambra, nel castello di Gargonza, per dirigere i trattati e e gli apparecchi di guerra della Parte; e si può congetturare, che anche poco innanzi que’ medesimi consiglieri pur dirigessero i negoziati con Firenze8. Ad ogni modo, vedesi così tornato Dante dal suo primo rifugio di Verona, e tornàtone non solo in buon accordo con sua Parte, ma uno de’ capi di essa; ond’è chiaro che, qualunque fossero i suoi interni disprezzi, ei non s’era per anco diviso da essa. Bastante e troppa mutazione di parte fece Dante una volta: non gliene aggiungiamo due altre, facendolo, senza necessità nè documento, dividersi e tornare a’ suoi.
A quel 1° di maggio, che fu più volte fatale a Dante, e così osservabile in Firenze, che dal festeggiarlo più o meno si giudicava della tranquillità e felicità de’ cittadini, narra qui il {{Ac|Giovanni Villani| [p. 70 modifica]Villani}}, che, come al buon tempo passato del tranquillo e buono stato di Firenze, si fecero questa volta le solite brigate e feste "a gara l’una contrada dell’altra, ciascuno che meglio sapea e potea. Infra le altre, come per antico aveano per costume quelli di Borgo San Friano di fare più nuovi e diversi giuochi, sì mandarono un bando per la terra, che chi volesse saper novelle dell’altro mondo, dovesse essere al dì di calen di maggio in sul ponte alla Carraia e d’intorno all’Arno. Ed ordinarono in Arno sopra barche et navicelle palchi; et fecionsi la somiglianza et figura dello inferno, con fuochi ed altre pene et martorii, con huomini contraffatti e demonia, horribile a vedere; et altri i quali aveano figura d’anime ignude; et mettevanli in quelli diversi tormenti con grandissime grida et strida et tempesta, la quale parea odiosa cosa e spaventevole a udire e vedere. Et per lo nuono gioco, vi trassono a vedere molti cittadini; et il ponte, pieno et calcato di gente, essendo all’hora di legname, cadde per lo peso con la gente che v’era suso. Onde molta gente vi morìo et annegò in Arno, et molti se ne guastarono la persona; sì che il giuco [p. 71 modifica]da beffe tornò a vero, com’era ito il bando; chè molti per morte se n’andarono a saper novelle dell’altro mondo, con gran pianto e dolore a tutta la città, che ciascuno si credea avere perduto o figliuolo o fratello. E fu questo segno del futuro danno che in certo tempo dovea avvenire alla nostra città, per lo soperchio delle peccata de’ cittadini"9. Da questo fatto nacque poi la favola, che Dante n’avesse presa l’idea del Poema; del quale noi vedemmo la vera origine tredici anni addietro. Altri argomentarono, che, all’incontro, dal Poema divulgato avessero i Fiorentini presa l’idea della festa. Ma il Poema qual’è, non era certo pubblico nè fatto ancora, nemmen la prima cantica; benchè non è impossibile che il gran pensiero di esso, e i primi canti, o saggi latini, fossero già noti e famosi. Ad ogni modo, vedesi quì ciò che sempre delle opere grandi, com’esse concordino col pubblico gusto. La pretensione di scrivere per la posterità sola, è propria di coloro che poi non ci arrivano: i veri grandi scrivono senza questi freddi calcoli, per impeto [p. 72 modifica]e bisogno di parlar alla propria generazione, la quale riconoscente li tramanda ai posteri poi.
Del resto, il malaugurio cominciò a verificarsi presto. Un appressarsi a Monte Accianico dei Bianchi e Ghibellini che tornarono dal soccorso di Forlì, mise sospetto ne’ reggitori di Firenze10. Rosso della Tosa, capo della parte popolare addentro, metteva indugi e ostacoli a’ negoziati. Addì 6 maggio, l’esecuzione della pace universale, che solo poteva farsi con ripatriamente e accomunamenti d’uffici, fu commessa al cardinale stesso, e a quattro uomini potenti ma forestieri, e probabilmente lontani; messe Mastino della Torre da Milano, messer Antonio da Fostierato da Lodi, messer Antonio de’ Brusciati da da Brescia, e messe Guidotto de’ Bagni da Bergamo. Certo, non era questo modo da conchiuder nulla. Poi, "i contrarii alla volontà del Papa feciono tanto con false parole, che rimossono il cardinale da Firenze, dicendogli: Monsignore! anzi che andiate più avanti con l’esecuzione della pacie, fateci certi che Pistoia ubbidisca; perchè facendo noi pace, e Pistoia [p. 73 modifica]rimanesse co’ nostri avversari, noi saremmo ingannati. Pistoja, origine della divisione dei Bianchi e Neri, era la sola città di Toscana rimasta Bianca. Ma gli avversarii del Cardinale "non diceano questo perchè avendo Pistoia volessono la pace, ma per prolungare il trattato; e tanto con colorate parole il mossono, che addì 8 maggio si partì di Firenze11".
Quinci passò a Prato sua patria, e poi a Pistoja; e provatosi a pacificare l’una e l’altra, non ascoltato da Pistoja e cacciato da Prato (ch’egli scomunicò), tornò a Firenze; dove riprese l’opera e ottenne di far venire quattordici commissarii de’ fuorusciti12. Principale di questi era Baschiera della Tosa. Dei commissarii addentro erano principali i due capi della cosa pubblica, Corso Donati e Rosso della Tosa; onde si vedono dune della medesima famiglia dei Tosinghi dalle due parti, come succede in tali discordie civili. Fecersi onore reciprocamente, e molta speranza ne prese il popolo13. Ma [p. 74 modifica]stavano con sospetto i Bianchi Oltrearno in casa i Mozzi, fortificati con chiuse di legname e guardie; e i Neri non concedevan nulla. I Bianchi furon consigliati d’entrare in città e farsi forti in casa i Cavalcanti; ma questi, richiestine, non acconsentirono. E così, finalmente, si partirono i Bianchi da sè addì 8 giugno, e il cardinale, minacciato, il dì 9, "dicendo ai Fiorentini:Da poi che volete essere in guerra et in maladittione, et non volete udire et ubbidire il messo del vicario di Dio, nè havere riposo nè pace tra voi; rimanete con la maladittione di Dio e con quella di Santa Chiesa"14. Nel medesimo giorno 9, o nel seguente, le due Parti interne si mostrarono armate per la città; e il dì 10, non senza sospetto contro la Parte di messer Corso, s’appiccò un grande incendio, che guastò mezza Firenze. Così finì quel malaugurato trattato. E così poi lo ricorda Dante nel X dell’Inferno, scritto non molto dopo con ancor calde impressioni, in quella vera scena [p. 75 modifica]drammatica tra Farinata degli Uberti, il gran Ghibellino della generazione anteriore, e lui Dante, di sangue Guelfo. Dopo avendo Dante detto de’ proprii maggiori, dice Farinata:

....fieramente furo avversi
A me ed a’ miei primi ed a mia parte;
Sì che per due fiate gli dispersi;

e Dante:

S’ei fur cacciati, el tornar d’ogni parte
E l’una e l’altra fiata;
Ma i vostri non appreser ben quell’arte;

E Farinata, dopo l’interruzione fatta da Cavalcante Cavalcanti:

S’elli han quell’arte, disse, malle appresa,
Ciò mi tormenta più che questo letto.

Ma non cinquanto volte fia raccesa
La faccia della donna che quì regge,
Che tu saprai quanto quell’arte pesa.

INF. X. 77-82.

Cinquanta mesi appunto corsero dal 7 aprile 1300 (data del supposto della discesa di Dante all’Inferno e così del colloquio riferito) fino agli 8 giugno 1304, data della rottura di questi negoziati dei Bianchi: onde vedesi con quanta esattezza ei dicesse, [p. 76 modifica]che dopo tal corso di tempo egli ebbe ad imparare quanto difficile sia quell’arte del ripatriare.
Tornato il cardinale a Perugia al buon papa Benedetto XI, questi chiamò a se, per render conto del mal operato, dodici de’ maggiori caporali di parte Guelfa nera che reggevano Firenze, fra cui naturalmente i due principali, Corso Donati e Rosso della Tosa. I quali, venuti con gran seguito di cento cinquanta cavalli, mentre così s’intrattenevano in corte, i fuorusciti, non senza sospetto di connivenza del cardinale15, apparecchiarono con gran segretezza una sorpresa contra Firenze, priva di questi [p. 77 modifica]suoi capi, divisa dalle parti interne, e poc’anzi guasta dall’incendio. Raunarono gente da tutti i loro all’intorno. Principali erano gli Ubaldini in Mugello. E di questo mese di giugno, trovasi una guarentigia rogata nel coro dell’abbazia di San Gaudenzio, in cui "Torrigiano, Carbone e Vieri de’ Cerchi, Guellino de’ Ricasoli Neri, otto o nove degli Ubertini, Andrea de’ Gherardini, Branca e Chele degli Scolari, Dante Alighieri, Mino da Radda e Bertino de’ Pazzi, promettono ad Ugolino da Feliccione, ai figli di lui e a qualunque altro della casa degli Ubaldini e de’ loro, di ristorare su’ propri beni i danni e le spese in cui incorressero ne’ loro beni temporali od anche benefizi ecclesiastici, in occasione della novità della guerra fatta o da farsi per castello di monte Accianico, o per altra lor fortezza, o pe’ loro fedeli o per sè stessi, ad arbitrio loro, sotto pena di due mila marchi d’argento16". Ed ecco di nuovo Dante de’ principali fuorusciti. [p. 78 modifica]I quali dando appuntamento a messer Tolosato degli Uberti, co’ loro amici Bolognesi, Romagnuoli, Aretini, ed altri a pie’ e a cavallo, a un tratto si trovarono insieme mille dugento uomini d’armi alla Lastra, a due miglia di Firenze17. Dicono gli uni, se fossero scesi quella notte, avrebberi preso la città; altri, se avessero aspettato la notte appresso e l’ajutò dei Pistojesi: ma non fecero nè l’un nè l’altro. Capitano era Alessandro da Romena, ma principale tra i fuorusciti quel Baschiera della Tosa, il quale era stato poc’anzi de’ commissarii in Firenze, e probabilmente vi aveva amici che il pressavano, ed era giovane uomo ed ardito. Adunque, nel giorno 21 o 22 luglio18, senza aspettare nè quegli ajuti nè l’ora fermata con altri congiurati all’intorno, Baschiera "chinò giù co’ cavalieri alla terra .... Vennono da San [p. 79 modifica]s. Gallo e si schierarono presso a s. Marco con le insegne Bianche spiegate e con ghirlande d’ulivo e con le spade ignude, gridando pace, senza far violenza o ruberia a alcuno. Molto fu bello a vederli con segni di pace stando schierati. Il caldo era grande sì che parea che l’aria ardesse.19." Non aveano acqua, il fiume era discosto; le vie del borgo ove era allora S. Marco, sbarrate co’ serragli dai cittadini tornati dalla prima sorpresa. Avanzaronsi tuttavia fino alla porta, e combattendo entrarono per essa alcuni de’ Bianchi fuorusciti; ma quelli di dentro non che unirsi con essi, fecer loro contro per non esser sospetti poi. Ed appiccatosi un fuoco presso alla porta, gli entrati temettero essere rinchiusi, e fuggendo alla spicciolata si raccolsero al grosso loro a S. Marco, e via via attaccarono il mal della fuga alla loro riserva alla Lastra, e fuggirono quinci poi tutti qua e là. Baschiera si portò via due nipoti sue molto ricche dal monistero di S. Domenico. I fuggiaschi sbandati, non inseguiti da’ cittadini, ma presi da’ villani eran impiccati per le vie. Il [p. 80 modifica]grosso incontrò l’Uberti co’ Pistoiesi che venivano in aiuto, e tentarono invano rivolger i fuggiaschi co’ rimproveri. Ma abbondano questi sempre senza frutto in tal frangenti; e così, vergognosamente terminò quel tentativo de’ Bianchi per la leggerezza loro stessa. Morì papa Benedetto il buon paciero quel medesimo dì o il seguento 22 luglio 1304 a Perugia. E nella notte della vigilia od antivigilia dal 19 al 20 ad Eletta Carnigiani moglie di ser Petracco dell’Ancisa uno de’ fuorusciti presenti, nacque un loro figliuolo che fu il Petrarca. Così i due primi poeti nostri furono ambi di questa parte Bianca; e nel medesimo esilio illustrossi il primo e nacque il secondo20. E il fatto sta, che non troviamo in tutto il nostro assunto un italiano di conto che non sia stato fuoruscito. Farinata, Brunetto Latini, i maggiori di Dante, i Cavalcanti, Cino da Pistoia, messer Corso, messer Vieri, Uguccione, Ugolino, i Polentani, Bosone da Gubbio ecc. ecc. tutti furono in esilio, e furono grandi o per cagione o a mal grado di esso.
[p. 81 modifica]Che Dante poi non fosse all’impresa della Lastra, io lo credo per la medesima ragione che non credo all’essere stato esso poc’anzi in Firenze. Forse la stoltezza, non senza ombra di perfidia, di quell’impresa già l’aveva separato già l’aveva separato dalla sua parte ne’ giorni che precedettero. Ad ogni modo ei separossene questa volta sì, e subito dopo, e incominciòa fare com’ei se ne vantò poi, parte da sè stesso. Al pazzo andare di questa impresa fatta quasi a tradimento mentre erano i capi di Firenze in corte del papa, contro al volere di esso papa, e con que’ pazzi modi poi di Baschiera, meglio che a niun altro caso di sua parte si possono applicare quegli epiteti ch’ei le dà di tutta ingrata, tutta matta, ed empia, quel dir, ch’ella non egli ne avrà rotta la tempia, e che, di sua bestialitate, il suo processo farà la prova, e così quel che segue che a lui fia bello aversi fatto parte da sè stesso che sono nello squarcio già citato sul proprio esilio21. Del resto parmi terminato [p. 82 modifica]ogni dubbio dal commento a questi versi dell’anonimo contemporaneo, il quale aggiunge alcuni particolari di quest’ultima partecipazione di Dante alle fazioni di sua parte. "Ciò addivenne, quand’egli s’oppose, che la parte Bianca cacciata di Firenze e già guerreggiante non richiedesse di gente gli amici nel verno, mostrando le ragioni del picciolo frutto; onde poi venuta l’estate non trovarono l’amico com’egli era disposto il verno, onde molto odio ed ira ne portarono a Dante sì ch’egli si partì da loro. E questo è quello che seguita, ch’essa parte della sua bestialitade e del suo processo farà la prova. E certo elli ne furono morti e diserti in più parti grossamente, sì quand’elli vennero alla cittade con li Romagnoli, sì a Piano, sì in più luoghi, ed a Pistoia e altrove"22. Or quì è prima chiaro che l’anonimo contemporaneo intende parlare della impresa della Lastra e della cittade, e così dire, che Dante si separò dalla parte o durante o dopo questa, ma in somma per questa. Men chiara poi è la ragione del volgersi prima la parte contro lui, [p. 83 modifica]onde esso poscia contro la parte, ma parmi pure che si possa intender così: Dante tornato di Verona fin dall’inverno del 1303 al 1304, o per la morte di Bartolomeo Scaligero, o per le speranze sorte dal papa mutato e dall’averne ora uno più opportuno paciero, si congiunse co’ fuorusciti da cui era stato discosto un anno, ma da cui non s’era separato d’interessi e d’azioni. E fatto così (che non si potrebbe intendere in caso contrario) uno dei dodici consiglieri della parte, consigliò di sperare in que’ trattati del papa e in quella legazione del cardinale da Prato; mentre i più caldi, i più avventati della parte pur volevano fin d’allora far l’impresa contro la città, e forse fecero quel muovere de’ Bianchi che spaventò i Neri e ruppe i negoziati. Rotti i quali, il cardinale stesso acconsentì all’esecuzione, e allor si fece, ma male come s’è veduto; e i mal capitati dissero a Dante:Oh se avessimo fatta l’impresa fin da quando volevamo! E Dante ad essi ella vi sarebbe venuta bene, anche adesso se l’aveste fatta bene. Così succede, così è nella natura degli uomini in generale, e in particolare delle parti in tutti i tempi.
[p. 84 modifica]Ancora, quelle parole dell’anonimo che "venuta l’estate i fuoriusciti non trovarono l’amico com’egli era disposto il verno, onde molto odio ed ira ne portarono a Dante" potrebbe far credere che quest’amico fosse lo Scaligero, non più Bartolomeo, ma Alboino non più amico arrendevole alle domande di Dante ambasciadtore; e ne resterebbe anche meglio spiegata, non solo l’ira de’ compagni contra Dante, ma quella pure di Dante contra Alboino.
Ad ogni modo noi vedemmo fin da principio tante scempiaggini della parte selvaggia, Bianca, o dell’asino di porta, e vedemmo così chiaramente Dante seguirla, quantunque scempia, perchè più giusta o meno ingiusta, che il lodammo per ciò; ma ora poi veggiamo sì chiare e nuove prove di quella scempiaggine, che non possiamo se non lodar Dante d’averla finalmente lasciata, e di quel suo farsi parte da sè stesso, il quale se non è conceduto forse addentro quando fervono le divisioni a niun cittadino e meno a un pubblico magistrato, certo poi è conceduto a un fuoruscito, ed è bellissimo ad uno i cui compagni muovano armati contro la [p. 85 modifica]patria. E credo bene, che ai leggitori stanchi meco oramai di tante divisioni e suddivisioni di quelle parti fiorentine, e del vedervi sempre riuscire felicemente ogni mal opera, e infelicemente ogni buona, non rincrescerà che ci scostiamo finalmente di Firenze coll’esule nostro. Dove poi ei si volgesse, non ci è definito con certezza da niuna memoria. Ma dicendoci il Villani, subito dopo la cacciata di Dante, ch’egli "andòssene allo studio a Bologna, e poi a Parigi, e in più parti del mondo"23; e tale gita a studio parendo adattarsi alle condizioni presenti dell’esule abbandonante il parteggiare, e il soggiorno a Bologna, essendo pur nominato de’ primi dal Boccaccio; ei non mi pare possa rimaner dubbio, che alla vicina Bologna andasse Dante o subito o poco dopo la fuga della Lastra, in luglio 1304, ed ivi poi a’ proprii lavori ripresi rimanesse qualche tempo24.
[p. 86 modifica]Come poi ad uno de’ soggiorni in Verona, senza determinar quale, riferimmo la temporanea gita di Dante su per l’Alpi Trentine, così ad uno de’ soggiorni in Toscana, e probabilmente a questo, è da riferire una gita pel Casentino, e l’ospitare di lui presso a Guido Salvatico, cugino di Alessandro di Romena, il capitano di quest’impresa della Lastra, e signor di Bagno e di Montegranelli. A richiesta di Giuseppina, moglie di Guido Salvatico, diconsi scritti da Dante alcuni versi su un frate25. Ma più certa memoria di tal soggiorno sono due passi della Commedia sul conte Guido Guerra zio dell’ospite, e sulla terra di San Benedetto in Alpe, posseduta da Roggieri da Dovadola, figliuolo del medesimo26.
Finalmente, è probabile, che pure a questo [p. 87 modifica]tempo, o prima di andare a Bologna, o durante la dimora di Dante in essa, sia da riferire il soggiorno di lui alla Faggiola o in alcun’altra delle terre d’Uguccione; sempre più Verde ghibellino, più accostantesi a Corso Donati, il reggitor di Firenze, e più discostantesi da’ fuorusciti; ondechè sempre più doveva stringersi l’amicizia tra esso e Dante. Il veder questo fra poco dar una prova chiarissima di tal’amicizia, ci dimostra che dovettero rivedersi intanto e dimorar famigliarmente insieme qualche altra volta dopo quella prima d’Arezzo; e del resto, ci è accennato dal Boccaccio. Ma non v’ha documento da fissarne l’epoca precisa<ref>Il biografo d’Uguccione la fissa (ma non veggo su quali congetture) a un bel circa del 1305. Veltro, p. 76. Ed aggiunge altre gite per quelle parti, fondato sulle reminiscenze del Poema. Ma queste poterono essere di altre gite, quando Dante fu coll’Ordelaffi.</

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Note

  1. Mur. Ann., all’anno 1304. Conf. con Dino, p. 509.
  2. Dino, pp. 509-510.
  3. Dino, pp. 509-510; Vill., p. 401.
  4. Veltro, p. 68.
  5. Dino, pag. 510.
  6. Degno invece di segno, dice, con evidente errore, l’edizione muratoriana, p. 511.
  7. Vill., p. 402.
  8. Leon. Aret., p. 500; Veltro, p. 71.
  9. Vill., p. 403.
  10. Dino, p. 511; Vill., p. 402.
  11. Dino Comp., pag. 511.
  12. Così Dino, p. 512. Villani dice dodici, p. 402; e sono forse dodici nuovi, oltre i due già nominati da Dino, che fanno i quattordici di questo.
  13. Dino, p. 513.
  14. Dino, pp. 512-515. Vill., pp. 402-403, che mette la partenza addì 4; ma è men credibile che Dino, che da questa e le altre concordanti dì per dì.
  15. Villani.
  16. Vedi il testo in Pelli, p. 117, colla data del 1307. Ma l’autor del Veltro ne fissò la data al 1304, molto opportunamente connettendo tal fatto a’ preparativi dell’impresa della Lastra. Le ragioni di lui sono, poi, esposte nell'Antologia di Firenze, T. XXV., p.14.
  17. Dino Comp., p. 515 - Il Villani (p. 496) dice che furono 1600 cavalli e 9.000 fanti.
  18. Dino dice p. 515, il dì di S. Maria Maddalena ai 21. Villani p. 408, il dì di S. Margherita ai 20. Ma, ora almeno, non c’è giorno di S. Margherita ai 20, ond’ei deve voler dir come Dino; e S. Maria Maddalena essendo ai 21, ma ai 22 questo dovrebb’essere. Che del resto importa poco.
  19. Dino Comp., loc. cit.
  20. Vill. pp. 405-406; Dino Comp., pp. 515-516; Ginguené Trad. T. III, p. 7.
  21. Vedi il Cap. I°, versi cit. del Parad. XVII, 64 - 69.
  22. Vedi Ediz. Minerva T. III, p. 440.
  23. Vill., p. 508.
  24. Leon. Aret. (p. 57) fa rimaner Dante in Arezzo fino all’impresa della Lastra, così da marzo 1302 a luglio 1304; e quindi solamente andarne a Verona ai signori della Scala. Ma, 1°, improbabile anzi impossibile è quella lunga dimora in Arezzo, onde tutti i fuorusciti erano stati sforzati di partire. 2° E’ contraria ai cenni che si hanno de’ soccorsi di Verona mandati per opera di lui all’impresa precedente del 1303. 3° E’ contraria al detto commento attribuito a Pier di Dante e all’interpretazioni migliori della Commedia e del Convito, che concordano in far Dante ospite di Bartolomeo Scaligero, e così là andato e dimorato prima del 1304, epoca della morte di questo.
  25. Veltro, p.73; Pelli, p. 134; Bocc., Vita di Dante.
  26. Inf. XVI, 34-39 e 100-102.