Storia di Torino (vol 1)/Libro IV/Capo VI

Libro IV - Capo VI

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Capo Sesto


Indole di Carlo iii, detto il Buono. — Suoi lunghi e moltissimi tra­vagli. — Torino occupato dai Francesi nel 1537. — I tre Stati. — Restaurazione della monarchia di Savoia nel 1559 per opera di Emmanuele Filiberto. — La città di Torino restituita al duca di Savoia in dicembre del 1562.


Carlo in avea mente ornata di buone lettere, animo retto e pio, volontà perpetuamente inclinata a giustizia; ma niuna delle qualità che si ricercano nei tempi procellosi e difficili, e tra l’urto delle passioni con­ citate, non la sagacità che prevede e provvede ai futuri pericoli; non la prontezza che risolve, l’ener­gia che soccorre con rimedio improvviso ai casi impensati; non quello che pare talvolta dispera­zione, ed è coraggio sublime, avventurarsi ai partiti estremi in casi estremi.

Cominciò la sua disgrazia dalla peggior di tutte, il disagio di danaro. Dopo il ruinoso papato di Ame­deo viii, le minorità, le guerre civili, il gran numero de’ principi dotati d’appannaggio, l’erario non poteva [p. 307 modifica]esser fiorente. Quando Carlo iii prese lo scettro, viveano tre duchesse vedove, le quali, secondo lo stile, teneano con ragion di doario o di pension vedovile le migliori terre della monarchia. Bianca, vedova di Carlo i, usufruiva non poche terre in Pie­monte, Margarita, vedova di Filiberto ii, la Bressa, parte del paese di Vaud, Faucigny e la contea di Villars; Claudia, vedova di Filippo ii, il Bugey. A questa inoltre, come madre del duca regnante, con­veniva dar modo di tener più grande Stato. Inoltre, Luisa di Savoia, figliuola di Giano conte del Geno­vese, occupava la miglior parte del Ciablese ed alcune terre nel paese di Vaud.

Le rendite ducali giù tanto assottigliate dovettero sopportar nuove spese. Il marchese di Rothelin, conte di Neufchâtel, domandò le doti di Maria di Savoia sua moglie. Dicono le memorie del tempo che chiedea troppo, e non avea ragione. Ma era protetto dagli Svizzeri, e bisognò pagare. Erano gli Svizzeri in fama di terribili soldati; eran forti. Cercavasi a gran prezzo il loro aiuto: ed essi lo ven­devano, sia che si trattasse solo d’impaurire od an­che di combattere. La casa di Savoia aveva antiche leghe con loro; abbiam veduto e vedremo come mantenesser la fede.

Poco dopo un Fumo, segretario ducale, fabbricò lettere false di supposti crediti di Berna, di Friborgo e d’altri cantoni verso Savoia; essi, armati di quei [p. 308 modifica]titoli, domandarono con minacce il pagamento. Invano mandò il duca i suoi ministri a chiarirne la falsità. Bisognava pagare o lasciarsi torre il paese di Vaud. Chi assalta il viandante alla strada non fa peggio. Il duca pagò.

Francesco i, re di Francia, era figliuolo di Luisa, sorella del duca. Avea guerra cogli Svizzeri. Il buon zio, amico di pace, per far servizio al re, quietò le discordie, e trasse que’ popoli a far lega con Francia. La Francia glie ne rendette questa mercede; che tanto poi si travagliò, finché ruppe la lega che Sviz­zeri aveano con Savoia onde poterne a man salva occupare, come fece più tardi, lo Stato.

Frattanto fu eletto imperatore Carlo Quinto re di Spagna. Morto l’ultimo duca di Milano, Spagna e Francia ne voleano la successione. Il duca di Savoia, posto in mezzo a que’ due grandi monarchi, molto affanno si diede onde metter pace tra loro e non dispiacere a nissuno.1

I suoi ambasciadori si tragittavano dal re all’im­peratore, dall’imperatore al papa. E poco frutto olteneano, se non che ambedue si lodavano di lui, e pareano veder volentieri ch’egli si travagliasse e spendesse pe’ loro interessi. Ma intanto gli eserciti dei due forti campioni disertavano il Piemonte. Senza contare gli omicidii, i furti, le depredazioni, le sole spese occorse per le genti spagnuole ed i denari estorti, sommavano nel 1526 alla somma di un [p. 309 modifica]milione cinquecento diecimila quattrocento novantasei scudi, secondo la stima fattane da D. Lopez Hurtado de Mendoza commissario imperiale.

Il duca, sposando nel 1522 Beatrice di Portogallo, era divenuto cognato dell’imperatore. Questi, in occasione della sua incoronazione a Bologna, molto aveva accarezzato la bella cognata, e le avea fatto dono della contea d’Asti, stata un tempo posseduta dai Francesi; inoltre il primogenito di Savoia era stato mandato in Spagna ond’essere allevato col primogenito dell’imperatore. Tutte queste cose ac­cesero l’animo del re d’un odio inestinguibile contro allo zio; onde gli domandò Nizza, la Bressa, il Faucigny, Vercelli e varie terre in Piemonte, sulle quali pretendeva d’aver diritto, o come conte di Provenza, o come duca di Milano (che non era, ma voleva essere), o come figliuolo ed erede di Luisa di Savoia. Tutte queste domande erano già prima dallo stesso re state promosse; ma chiaritane l’in­sussistenza, si era quelato e v’avea anzi per let­tere patenti rinunziato. Ora per coglier cagione contro al duca si rimisero in campo. Combattute validamente dai ministri ducali, il presidente Poyet finì per dire essere inutile ogni maggior discussione, tale essendo la risoluta volontà del re; a cui fu ri­sposto egregiamente dal presidente Porporato: Non troviamo tal testo di legge nei nostri libri.

Il re sempre più infellonito, dopo d’aver al duca [p. 310 modifica]usalo tutti i mali termini, gli sprezzi, le minute vio­lenze che il forte può usar impunemente contro al debole, mandò nel 1536 un esercito ad occuparne gli Stati, non senza avergli fatto intendere da un Solaro, sire di Moretta, che osò incaricarsi dell’ambasciata: si desse con tutta la famiglia nelle mani del re, ri­mettendosi al suo clemente arbitrio; il re gli assegne­rebbe ampio Stato in Francia, e gli perdonerebbe ogni passata rancura; questa sola via di salvezza rimanergli. Per tutta risposta il duca ordinò all’am­basciatore di ritirarsi, facendogli con severità com­prendere, che non faceva in quel momento opera di buon suddito, nè di buon vassallo.

Frattanto gli errori della pretesa riforma aveano invasa gran parte della Svizzera; la città di Ginevra ne fu agevolmente corrotta, e dopo d’essersi fatta dare la borghesia di Berna, si ribellò a Savoia e ne cacciò il vescovo (1535). Il duca avrebbe potuto riaverla facilmente, sol che avesse promesso di la­sciarle professare la religion riformata e di tener lontano il vescovo; ma non volle niuno di tali patti, onde fu irremissibilmente perduta.

Quando l’esercito francese s’approssimò, i Bernesi occuparono il paese di Vaud, i Vallesiani il Ciablese. Nel futuro saccheggio della monarchia di Savoia, non voleano que’ buoni antichi alleati rimanere spet­tatori colle mani vuote. I Francesi non trovarono quasi opposizione. Il tradimento aperse loro le porte [p. 311 modifica]di Monmegliano. Fu mandato un corpo di truppe per arrestarli al passo del Moncenisio. Ma giunse che i Francesi erano già calati a Susa. Il duca non area nè genti nè danari; uso a ne­goziare non a combattere, tardo nel risolvere, come potea resistere alla furia francese? Avvicinandosi l’esercito nemico a Torino, dove s’era appena co­minciata qualche opera di fortificazione, il duca chia­mati li sindaci della città, espose loro: « Ch’egli per non veder venire il danno che sogliono patire le città prese per forza, si volea partir da loro; che non parendo vi fosse modo da potersi difendere, si accomodassero alle necessità del tempo, senza pregiudicio di sue ragioni; e che, rendendosi il ne­mico padrone delle facoltà, essi gli riserbassero al­meno il cuore ».

Lasciò Torino a’ 27 di marzo. All’indomani giunse alle porte un araldo minacciando ferro e fuoco se non si rendevano. Al primo d’aprile giunse l’eser­cito nemico ai sobborghi. I cittadini ne diedero av­viso al duca che si trovava ancora in S. Germano, ed egli rescrisse: obbedissero alla necessità. Aprirono allora i Torinesi le porte, protestando che non in­tendevano con ciò di pregiudicar le ragioni del loro principe naturale, nè di pregiudicare la libertà ed i privilegi che aveano. I Francesi entrarono in città addì 2 d’aprile del 1536.

La città di Torino era stata nel 1515 rallegrata [p. 312 modifica]dal passaggio festivo ed amichevole di Francesco i che andava all’impresa di Milano (20 d’agosto); poco prima v’era giunto Giuliano de’ Medici, fra­tello di papa Leone x, futuro sposo di Filiberta, so­rella del duca; e nel mese di febbraio eran seguite le illustri nozze. S’era a ciò indotta la casa di Sa­voia per compiacere all’imperatore e al re di Fran­cia, credendo nel resto d’apparentarsi bassamente, avuto riguardo alle chiare alleanze che era solita contrarre; ma avrebbe mutato opinione se avesse preveduto a qual grandezza per due pontificati e per due matrimonii coi re di Francia, doveva in breve arrivare quella stirpe, i cui membri un secolo, prima usavano il titolo modesto di banchieri della corte romana.

Molte volte radunò Carlo iii i tre stati. L’assemblea si tenne d’ordinario nella città di Torino. Sebbene le pestilenze, le fami, i passaggi devastatori d’eser­citi s’avvicendassero per desolare il misero paese, non fallì al buon duca l’aiuto de’ sudditi, sebben per le cause già raccontate sempre inferiore al bisogno. E il duca dal suo canto li contentava nella riforma degli abusi che impedivano il corso della giustizia od aggravavano le riscossioni fiscali, li confermava ne’ loro antichi privilegi; concedeva, fra le altre cose, che pel caso d’indugiato pagamento d’alcuna tassa, non potesse porsi in arresto l’intero consiglio del comune, ma sibbene i soli sindaci e le altre persone [p. 313 modifica]deputate alla riscossione. Convennero i tre stati nel 1509, 1514, 1518 a Torino. Nel 1522, a Vigone, in occasione del primo giocondo arrivo della bella ed altiera duchessa Beatrice di Portogallo; nel 1530 a Torino, quando il duca e la duchessa dovean recarsi a Bologna per l’incoronazione di Carlo Quinto; nel 1533 finalmente di nuovo a Torino. Ed importa d’os­servare. che non erano quelli gli stati generali della monarchia, ma i soli tre stati della patria cismon­tana, cioè del Piemonte e dei paesi di nuovo aggre­gati, esclusa la valle d’Aosta che avea una costuma speciale, e sue particolari adunanze di stati.

La prima cura de’ Francesi, poiché furono padroni di Torino, fu d’afforzar la città sicché potesse resi­stere ad un assedio che prevedevano imminente. Epperciò cominciarono dall’atterrare i quattro ampi sobborghi che si stendevano fuor delle porte, e che, insigni per chiese e monasteri, abbondanti di po­polo e d’edifizii, formavano quasi un’altra città. Poi costrussero bastioni, aggiunsero nuove opere di di­fesa alle già esistenti, sicché, giungendo poco dopo appiè delle mura il duca di Savoia e Antonio di Leyva con un esercito, la città si trovò forte abba­stanza da poter resistere, finché la sconsigliata spedizion di Provenza di Carlo Quinto li obbligò a levar l’assedio.

Con non minore felicità sfuggì. Torino alla sor­presa tentata il 26 di luglio del 1537 dal capitano [p. 314 modifica]imperiale Cesare di Napoli, il quale, avvicinale le scale, era già salito co’ suoi compagni sul bastion di S. Giorgio, e già era alla porta per cui si scendeva in città, quando imbarazzandosi nell’aprirla, diè tempo a chi la difendeva d’accorrere, e di respin­gere gli agressori. Un’altra ingegnosa sorpresa imaginò in febbraio del 1543 lo stesso capitano; e fu di condurre in Torino sei grandi carri coperti in apparenza di fieno, ma dentro stipati di valorosi guerrieri. Due carri erano già entrati da porta Pa­lazzo, quando addatisi i custodi della frode, ed ab­bassata di repente la saracinesca, vietarono l’ingresso agli altri carri. I soldati che già eran dentro non s’avvilirono; ma sguainati i ferri combatterono sino all’ultimo fiato e caddero da forti.

In febbraio del 1537 il re Francesco adulando nelle sue lettere patenti con abbondanza d’encomii la città di Torino, capitale del Piemonte, la unì ed incorporò in perpetuo alla corona di Francia; con­fermò tutti i suoi privilegi, e volle che fosse sede d’una corte suprema di giustizia, che si chiamò poi parlamento; d’uno studio generale od università; d’un tribunal supremo demaniale, che si chiamò camera dei conti.

Frattanto le insolenze e le ruberie de’ soldati francesi martoriavano la povera città di Torino, la quale moveva intorno a ciò perenni querele; ma con poco frutto; poiché la disciplina militare, dalle [p. 315 modifica]occasioni di battaglia in fuori, era assai rilassata; nè potendo i principi) sempre male agiati di danaro, provvedere in modo che le paghe corressero rego­larmente, erano costretti a tollerar disordini per non sollevar sedizioni.

I tre stati cismontani radunati in Torino in ottobre del 1539 rimostravano a monsignor d’Annebault, luogotenente generale in Italia, essere il paese stato costretto a dar le sue derrate per fornimento delle fortezze e piazze del re; non rimaner pane per tutto gennaio; e da ogni lato esservi divieto d’entrarne; morrebber di fame, sé il re non ne faceva condurre di Francia. Delle derrate cedute in’ servizio del re, non aver potuto ottener pagamento; essere stato il paese così calpestato ed angariato dagli Imperiali e dai Francesi, ed oppresso con tante contribuzioni d’olio, legne, candele e capisoldi, che non v’avea più danaro, nè animali, nè roba, e non rimanea altro di salvo che la vita. Essere le castellanie e gli uffizi, quasi tutti in mano di mercatanti e di capitani, i quali aveano la strana pretensione di voler essi medesimi personalmente amministrar la giustizia, cosa troppo aliena dal loro mestiere; lagnavansi an­cora gli stati di nuove gabelle imposte, d’abuso nel mercimonio che si faceva delle monete, di violazione de’suoi antichi privilegi, e d’altri mali. Alla maggior parte di tali domande monsignor d’Annebault rispose soavemente, facendo le migliori provvisioni che si poteano in quella necessità. [p. 316 modifica]

Morto Francesco i nel 1547, gli succedette il re Arrigo ii, il quale nell’anno seguente, nel mese d’agosto, venne a Torino, e vi dimorò dieci giorni.

Ne’ dodici anni che seguitarono, fino alla pace di Cateau Cambresì, niun successo degno di particolar memoria accadde nella città di Torino, ver la quale i viceré francesi che vi risiedeano, desiderosi di con­servarla, si dimostravano piuttosto benigni, dai mali in fuori che le guerre traggono seco, e che allora erano per la poca disciplina de’ soldati assai più gravi.

Era morto frattanto miseramente ed infelicemente, come era vissuto, nella prima ora del giorno 17 d’a­gosto 1553 in Vercelli Carlo il Buono. Ma l’esercito di Carlo Quinto contava, tra i più valorosi suoi capitani l’unico figliuolo di lui, Emmanuele Filiberto, il quale, educato alla scuola della sventura, tanto profittevole a tutti, ma più ancora ai principi, ridusse a tale estremo la fortuna di Francia alla battaglia di S. Quin­tino, combattuta il giorno di S. Lorenzo del 1557, che da quel momento la ristaurazione della monarchia di Savoia, sperata tante volte da Carlo iii che le­niva con quella imagine le presenti miserie, cessò d’essere un sogno.

In aprile del 1559 la pace di Castel Cambresì, restituì gli Stali aviti al duca Emmanuele Filiberto. Ma Torino fu una delle cinque piazze che i Francesi doveano conservare in Piemonte, finché dal matri­monio del duca di Savoia con madama Margarita, [p. 317 modifica]sorella del re, nascesse un figliuolo maschio. Nacque diffatto in gennaio del 1562 Carlo Emmanuele, e in dicembre dell’anno medesimo, non ostante la per­tinace resistenza del maresciallo di Bordigliene, che si doleva di veder sfuggire alla Francia le più belle gemme della sua corona, la città di Torino fu renduta al duca di Savoia, suo antico signore, con al­legrezza inestimabile de’ cittadini, che prima ancora della restituzione non dissimulavano il desiderio di ridivenire sudditi di Savoia ed Italiani. Ai dodici di dicembre Amedeo Valperga conte di Masino ne pi­gliò possesso a nome del duca; due giorni dopo giunse improvviso Emmanuele Filiberto e ricevette il giuramento di fedeltà. A’ 7 di febbraio fece la solenne entrata madama Margarita di Francia, du­chessa di Savoia, con pompa regia, sotto ad un bal­dacchino di tela d’oro, portato dalle quattro prin­cipali casate di Torino che n’aveano antico privilegio. Non vi mancarono nè gli archi trionfali, nè i canti delle muse, nè compagnie di scelti giovanetti a ca­vallo, nè ordinanze de’ balestrieri e degli archibu­gieri. La città offerì graziosi presenti al duca e alla duchessa, ed anche un piccolo toro d’oro al prin­cipino di Savoia, e cento scudi alla moglie del pre­sidente Porporato, sua governatrice. Queste alle­grezze non furono, come in tanti altri casi, mostrate vane ed inutili dal processo de’ tempi. Erano vera­mente come si presentiva: auspicium melioris aevi.

Note

  1. [p. 326 modifica]Beatrice di Portogallo scrivea più tardi al marito esserle stato detto dai ministri imperiali: Que l’empereur vous tenait pour affectionné envers luy; mais que si vous avyez desliberé vous entretenir envers France, comme avyez faict jusques-cy, que ce vous serait chose bien difficile pour vivre avec tous deulx, sans mescontenter ou l’un ou l’autre, ou tous deux. — Eppure quest’era il sogno di Carlo iii, il quale finì per disgustare il re, e gradir poco all’imperatore.