Storia di Torino (vol 1)/Libro IV/Capo V

Libro IV - Capo V

../Capo IV ../Capo VI IncludiIntestazione 4 ottobre 2023 75% Da definire

Libro IV - Capo IV Libro IV - Capo VI
[p. 294 modifica]

Capo Quinto


Ludovico ed Anna di Cipro. — Privilegi concessi nel 1451 ai co­muni del Piemonte. — Consiglio supremo di giustizia stabilito in perpetuo a Torino, nel 1459. — Preponderanza francese sul go­ verno dello Stato. — Amedeo ix (il Beato). — Yolant di Francia, reggente. — Discordie civili. — Filiberto i. — Carlo i. — Carlo ii. — Filippo. — Filiberto ii.


In quanto ai grandi avvenimenti, la storia di Torino è ornai quella de’ principi di Savoia. In quanto ai fatti d’interesse puramente locale, meglio se ne di­scorrerà riferendoli secondo le rispettive, materie nel seguente libro. Ora diciamo dei deboli ed infelici successori d’Amedeo viii .

Quando Amedeo viii accettò l’offertogli papato, pigliò il governo della monarchia e il titolo di duca Ludovico suo figliuolo, che dopo la morte del fratei primogenito s’intitolava principe di Piemonte. Lu­dovico avea tolto in moglie la sposa destinata al fra­tello, Anna di Cipro, principessa bella ed altiera, [p. 295 modifica]che seppe insignorirsi dell’animo imbelle del marito in guisa, ch’essa sola regnava, la sua sola volontà era efficace, e al duca era un gioco ritrattar una promessa, e mutar pensiero, sol che la diva moglie il volesse. Felice ancora lo Stato, se, supplendo con giustizia e con vigore alla girevol mente del duca, Anna avesse voluto e saputo governare. Ma costei non amava che i suoi Cipriotti. Suo studio era il far denari e spedirli all’isola natia. E però avea discordie tra i proprii figliuoli, discordie tra i principali baroni, le miserie eran grandi, i rimedii pochi, o male apparecchiati, la giustizia scarsa.

Per buona sorte di queste contrade il maggior male era in Savoia, residenza della corte. Il Piemonte trovavasi più quieto.

Ludovico ebbe alla morte di Filippo Maria Visconti, duca di Milano, nel 1447, una propizia occasione d’occupar quello Stato, i cui popoli, devoti alla gran fama di Amedeo viii, parteggiavano per Savoia. Ma le gravi spese sostenute pel papato di Felice v, e le prodigalità della duchessa, non consentirono l’im­piego di que’ mezzi pronti e poderosi, che soli po­tevano assicurare il buon successo dell’impresa. Acquistò invece nel 1450 la signoria di Friburgo, e morì in gennaio del 1465. Degno di memoria per una legge, con cui nel 1445, ad imitazione di Francia, dichiarò inalienabili i beni demaniali; per avere, co’ riformatori generali mandati per tutto lo [p. 296 modifica]Stato, dimostrato la santa intenzione di correggere gli abusi e le ingiustizie, sebbene poi divenisse quel­l’invio un novello aggravio, una perturbazione del corso ordinario della giustizia; e per certi capitoli concessi in agosto del 1451 al Piemonte, con cui confermò tutti i privilegi e le franchezze concedute ai nobili ed ai comuni dal padre e dal fratello; volle che le cause civili si giudicassero nel luogo ove fa­rebbe dimora il convenuto, e che non potessero trarsi avanti alla sua persona, nè avanti al Consiglio resi­dente con essa, nè avanti al Consiglio di Torino; che le commissioni da farsi per esami di testimonii, si dessero agli uffiziali ed ai giureconsulti de’ luoghi in cui essi testimonii risiedessero; salvo che la parte instante facesse diversa richiesta; che il giudice fra certo termine dovesse pronunziar la sentenza, senza dar luogo a soverchi incumbenti, pe’ quali non sareb­bero, in caso diverso, dovute nè le sportule, nè il dritto di sigillo;

Che i tesorieri ed altri ricevitori di danaro ducale fosser tenuti di spedire senza costo di spesa le quitanze de’ pagamenti de’ sussidii;

Che i medesimi tesorieri fossero tenuti d’accettare le monete d’oro e d’argento al corso che avranno al momento del pagamento (e non a quello che avevano al momento della concessione), purché i debi­tori non fossero in mora;

Ancora: che niun di loro s’attentasse di voler [p. 297 modifica]riscuotere essi sussidii, prima che scadessero i rispet­tivi termini; pronunciando la nullità radicale d’ogni lettura compulsoria che si spedisse, e d’ogni atto cui si procedesse;

Che nel tempo intermedio tra la concessione e il pagamento d’un sussidio, non potesse il duca mutar il valore della moneta d’oro o d’argento, ma lo la­sciasse qual era al tempo della concessione;

Che finalmente i deputati de’ nobili e dei comuni non potessero, durante la loro missione, per qualsi­voglia titolo, essere arrestati od impediti, o pregiu­dicati nella persona e nelle cose, a pena di 100 lire forti; e che nondimeno non fossero essi deputati te­nuti d’obbedire a quelli ordini e impedimenti illegali, eccettuando solo il caso di delitto commesso, o di contratto fatto nel tempo della loro legazione. Dalla qualità de’ rimedii conceduta dal principe s’argo­menti la natura del male.

I Torinesi ottennero da questo principe, con paga­mento di dugento ducati d’oro, varii privilegi, che non erano in sostanza per la maggior parte che con­ferme e ricognizioni di tutti i preesistenti: gabella del vino; privilegio di non esser chiamato in giu­dizio fuori della giurisdizione torinese; facoltà di stabilire un collegio di notai. L’obbligo del sinda­cato pel vicario, pel giudice, e per gli altri ufficiali; I’obbligo a tutti i possidenti di far allibrare le loro proprietà, stabili e mobili, eccettuali solamente gli [p. 298 modifica]arredi delle case; il divieto d’alienar beni a persone od a corpi immuni; infine il diritto di riporre nel­l’archivio del comune le filze, note, abbreviature e protocolli de’ notai defunti1 ond’esservi custoditi a benefizio degli interessati. Disposizion salutare che onora ugualmente il comune che l’ha sollecitata, e il principe che l’ha conceduta.

Ludovico vedendo lo Stato debole e diviso, e te­mendo l’ambizion de’ vicini, giudicò doversi ristrin­gere in confederazione colla Francia, colla quale un doppio matrimonio avea già unita la sua casa. Di Carlotta sua figliuola col delfino; di Violante fi­gliuola del re, con Amedeo principe di Piemonte. Se non che il re, conoscendo il mutabil pensiero del duca, e la confusion del suo governo, volle che la lega con lui contratta venisse approvala dai tre stati. Radunaronsi per questo fine a Borgo in Bressa nella state del 1456, innanzi a Ludovico ed agli ambasciadori del re, ed il cancelliere esposé con appro­priate parole ciò che s’era fatto, e ciò che da loro si voleva. Nulla per altro si conchiuse, non avendo molli fra i deputati sufficiente mandalo. Imperocché non pochi comuni, e fra gli altri Torino, temeano che quella lega, con forme così straordinarie e col­l’assenso di tutto il paese contratta, inducesse una specie di vassallaggio ver la corona di Francia; che ad ogni modo, se il duca fallisse ad alcuna delle condizioni di quel trattalo, il re venisse contro al [p. 299 modifica]paese che facevasi solidario in quelle promesse: consideravano che un re potente poteva ravvisar in quella confermazion dei tre stati una specie di gua­rentigia reale, per cui intendesse poi, non eseguen­dosi i patti, d’aver azione sul paese stesso. Questi ed altri rumori serpeggiavano; ma il duca li quietò dando ai Torinesi e ad altri de’ suoi comuni una formale promessa, che il loro concorso alla lega colla Francia, non indurrebbe la menoma dipendenza del paese da quella corona.2

Il consiglio di giustizia del Piemonte, che al tempo de’ principi d’Acaia risedeva d’ordinario a Pinerolo, era poi stato trasferito a Torino. Da Torino, per suggestione di cortigiani, erasi trasportalo a Moncalieri. La città di Torino, già nobilitata dallo studio generale, desiderava di veder pure fra le sue mura una corte di giustizia, con suprema autorità di ter­minar ogni controversia, senza che vi fosse più luogo ad appello. Duemila fiorini d’oro offerì pertanto al duca nel 1449 perchè fissasse in Torino la residenza perpetua del consiglio; e tremila altri fiorini perchè lo investisse dell’autorità del prefetto pretorio. E così fu per lettere patenti del 15 di marzo di quel­l’anno. Soggiungeremo che a questo regno debole e ot­tenebralo da intestine discordie, s’aggiunsero molte calami là naturali, le pestilenze, le inondazioni, la fame.

Amedeo ix (il Beato), la cui egregia indole non s’accomodava agli umori ed alle tempeste della corte [p. 300 modifica]di Savoia, viveasene appartato con Violante di Fran­cia, sua moglie, nella sua baronia della Bressa, quando la morte del padre lo chiamò alla successione. Se pei frequenti accessi che pativa di mal caduco, e il breve suo regno, e la tristizia de’ tempi, non potè giovar gran fatto alla cosa pubblica, edificò nondimeno i suoi popoli coll’esempio delle cristiane virtù che gli meritarono poi l’onor degli altari. Anzi la cosa pub­blica, lui vivo, peggiorò; perchè Filippo di Savoia, suo fratello, uscito dal castello di Loches, ove il re di Francia l’avea sostenuto molto tempo in carcere, e fatto luogotenente generale dello Stato durante la malattia del duca, molte violenze commise in Pie­monte, massime contra gli ecclesiastici; egli usava termini assoluti in Piemonte e nella sua baronia di Baugè, come gli altri sui fratelli a Ginevra e nella contea di Romont. Anzi questi ambiziosi, sdegnati dell’utile influenza che Violante esercitava sull’animo del marito, vollero di viva forza averlo con loro onde regolarne l’arbitrio secondo i loro privati interessi. La duchessa, costretta ad invocare l’aiuto del re suo fratello, accrebbe, colla sempre maggior preponde­ranza che l’astuto ed infido Ludovico xi vi venne acquistando, i mali della patria. E perduto il marito (1472) essa medesima, mentre ondeggiava fra il duro imperio fraterno, e le proferte di Carlo il Temerario, duca di Borgogna, fu da quest’ultimo fatta prigione, e tenuta tre mesi nel castello di Rouvre: e per poco [p. 301 modifica]non cadde nel laccio teso dai Borgognoni lo stesso giovinetto duca Filiberto. Quando fu liberata, molto ebbe a travagliarsi per difendersi contra l’ambizion de’ cognati, e massime del più torbido ed avventato fra loro, Filippo conte di Bressa, che voleva ad ogni costo partecipar al governo. E nondimeno governò con prudenza e con cuor virile, e mantenne giustizia, per quanto le tristi condizioni de’ tempi lo permetteano.

Dopo la sua morte, accaduta nel 1478 nel castello di Moncrivello in cui faceva ordinaria residenza, passò il reggimento dello Stato, non già al duca suo figliuolo, ancor fanciullo e di complession delicata, ma si ai baroni che il re di Francia deputò, cioè al sire di Miolan e al conte della Camera. Essendo po­scia nel 1479 quest’ultimo, pe’ suoi mali portamenti e le ribalderie commesse a Cuneo, stato rimosso dal governo, al quale fu deputato in sua vece Gian Ludovico di Savoia, vescovo di Ginevra, non si fece la cosa tanto chiusamente, che non gliene fosse re­cata notizia in Savoia, dove allora si trovava; onde pieno di fiele immaginò un colpo de’ più arditi, coll’impadronirsi della persona del duca che s’avviava, inseguito ad invito del re, verso la Francia. Il che facendo, potea velare, come spesso accade, il ben proprio, col colore del pubblico bene, quasiché vo­lesse sottrarre il principe all’insidie ed alla pre­ potenza francese. Una notte pertanto del mese di novembre giunse con gran numero di congiunti e di [p. 302 modifica]aderenti, tutti mollo bene in armi, a Yenne, dove il duca dormiva nella casa del tesoriere generale Richardon, insieme col suo governatore il sire di Grolèe d’Eslins. Pigliò d’Eslins, e così come si trovava in berretto da notte, lo mandò in uno de’ suoi castelli in Moriana, ed egli rimase a custodire il duca; il quale, benché in età fanciullesca, pur gli andava con autorità e franchezza dicendo: « Tu sei un traditore, che con onta mia hai preso il governatore che m’ ha dato il re di Francia mio zio, ma un giorno o l’altro te ne pentirai »; al quale il conte gra­ziosamente rispondeva: « Illustrissimo duca, ho fatto quésto per certi buoni rispetti che vi esporrò a quattr’occhi; se sapeste la cagione, direste che ho fatto bene ». Raccolse poscia il conte della Camera un piccolo esercito, e venne in Piemonte per cacciai’ dal governo il vescovo di Ginevra, ma dopo varie fazioni, in gennaio del 1480 trovandosi egli col duca nel castello di Torino, coricalo, dicono alcuni, nel suo medesimo letto, fu sorpreso anch’esso alla sua volta dal conte di Bressa, il quale lo carcerò in nome dei re di Francia.

Ma passiamo questi casi che appartengono alla Storia della Monarchia, e non a quella della Città di Torino. Il duca Filiberto, che regnò solo di nome, mancò di vita in Lione, il 22 d’aprile del 1482. Negli otto anni che seguitarono, le cose si rassetta­rono alquanto, e cominciarono di nuovo ad ordinarsi: [p. 303 modifica]anzi gli spiriti guerrieri, e l’indole risoluta di Carlo i, prometteano di ristorare le travagliatissime fortune di questo Stato, quando una morte immatura, attribuita dai contemporanei a veleno lento, lo colpì il 15 di marzo 1490.

Questo funestissimo caso ripiombò lo Stato nella confusione e nel disordine a Torino, e v’ebbero se­dizioni e tumulti. La sera della festa di S. Giovanni dell’anno medesimo essendosi sparsa la voce che nella casa di Tommaso di Gorzano, ove dimorava Ludovico, sire di Miolans, erano sostenuti tre cit­tadini che si voleano uccidere, il popolo minuto corse verso Porta Palazzo (ora strada delle Quattro Pietre), dov’era situata quella casa, ne arse la porta, uccise varie persone del seguito del sire di Miolans, guastò e saccheggiò gli arredi, respinse a furia di sassate il vicario ed i sindaci che cercavano di acquetar quel tumulto; nè miglior trattamento usò all’araldo mandalo da Francesco di Savoia, arcive­scovo d’Auch.

Trovossi allora di nuovo un bambino sul trono, sotto alla tutela della duchessa Bianca, sua madre, assistita dall’arcivescovo d’Auch già mentovato.

Questo gentil duchino, cui s’era dato per governa­tore fra Merlo di Piossasco cavaliere di Rodi, morì nel 1496. Gli succedette il prozio, quel Filippo, conte della Bressa, che, per brama di Stato, aveva intor­bidato i regni precedenti. Provetto guerriero, per [p. 304 modifica]esperienza di molte e varie fortune prudente, gran bene se ne poteva aspettare. Ma un anno solo portò la corona. Cinque ne regnò il suo figliuolo primogenito, Filiberto ii, principe anch’egli d’egregie parli, al quale nel 1504 succedette Carlo iii, detto il Buono, padre d’Emmanuele Filiberto. I duchi di Savoia risedeano già da molti anni in Piemonte. Amedeo ix e Violante avean fatto lunga dimora a Vercelli. Carlo i e Bianca aveano preferito Torino, Carignano, Moncalieri, Pinerolo. Ma la vera capitale, fin dalla metà del secolo xv, era Torino, sede del consiglio su­ premo di giustizia e dell’Università.


Note

  1. [p. 313 modifica]Le lettere patenti del duca hanno la data del 20 d’aprile 1454.
  2. [p. 313 modifica]Lettere patenti del 20 d’agosto 1456.