Roma e lo Stato del Papa/Capitolo V

Capitolo V

../Capitolo IV ../Capitolo VI IncludiIntestazione 23 giugno 2021 75% Da definire

Capitolo IV Capitolo VI
[p. 70 modifica]

CAPITOLO V.

Si ridesta la grande vita internazionale.



Sommario: 1852-1853. — Il Papa a Castelgandolfo riceve la famiglia Reale di Napoli. — La salma della madre di Napoleone I è trasportata da Corneto ad Aiaccio. — Particolari della cerimonia. — Luigi Napoleone annunzia al Papa il plebiscito. — Si canta un Te Deum in San Luigi dei francesi. — Festa più clamorosa per il ristabilimento dell’impero. — Succede a monsignor Rufini monsignor Matteucci. — Sue prime ordinanze e sue debolezze col sesso gentile. — La Nina. — Muore il generale dei gesuiti. — Notizie sul conto di lui. — Riapertura dell’Università. — Prediche in Sant’Andrea della Valle. — Torna nel 1853 il granduca di Toscana. — Il Papa gli offre una colazione nei giardini Vaticani. — Visita del duca di Modena e del conte di Trapani. — Nell’inverno del 1853 si riafferma la grande vita internazionale. — Accademie ed accademici. — Balli e ricevimenti. — Gran ballo di Torlonia al palazzo del Bramante. — È stabilito un turno per i ricevimenti. — Ricomincia la stagione dei forestieri e si riprendono le vecchie abitudini. — Il carnevale, i bàrberi e i moccoletti. — Disperazione del banchiere Hooker — Dà un ballo di giorno.



L’anno 1852 non passò senza notevoli avvenimenti. Il Papa, stando a Castelgandolfo, ebbe la visita, il 3 luglio, del re e della regina di Napoli con una parte della figliolanza e un piccolo seguito, nel quale erano i brigadieri di marina Roberti e Del Re. Imbarcatisi a Gaeta, i Reali erano scesi a Porto d’Anzio, dove furono ricevuti dal cardinale Antonelli col quale proseguirono per Castelgandolfo. Vi si fermarono due giorni, e fecero escursioni a Marino, a Grottaferrata, ad Ariccia, ad Albano e a Galloro, accompagnati sempre dal Papa, il quale andava nella stessa vettura col Re e col principe ereditario, mentre la Regina con gli altri gitanti seguiva in altre carrozze. Manco a dirlo, il generale Gemeau fu dei primi ad andare a presentare i suoi omaggi ai sovrani. Nell’accomiatarsi, Pio IX e Ferdinando II si scambiarono le più espansive dimostrazioni di affetto e di simpatia, le quali furono, ahimè, le ultime, perchè non si rividero più. Tornato a Gaeta, il Re inviò di là parecchie [p. 71 modifica]corazioni, e fra queste, la croce di cavaliere di san Gennaro al Gemeau, e quella di commendatore di Francesco I a monsignor De Merode, allora cameriere segreto partecipante.

Il giorno 2 dello stesso mese si compì in Corneto una pietosa cerimonia. È da premettere, che madama Letizia Bonaparte, madre di Napoleone I, era morta a Roma il 2 febbraio 1836, a 86 anni. Il Larrey, che dedicò due volumi a lei1, ricorda che la madre di Napoleone, divenuta interamente cieca, morì senza sofferenze, che fu assistita dal dottor Ramolino suo parente, che il Thorwaldsen, di passaggio per Roma, ne levò la maschera, e la campana del vicino Campidoglio ne sonò l’agonia.

Il governo aveva ordinato che la cerimonia funebre fosse estremamente semplice. Si proibì alla famiglia Bonaparte di far mettere sulla porta della chiesa di Santa Maria in via Lata le armi imperiali, ma non si potè impedire che le dette armi fossero attaccate al drappo del feretro, e sormontate dall’aquila, con le lettere L. R. B. (Letizia Ramolino Bonaparte), con questa breve ed eloquentissima iscrizione: Mater Napoleonis.

Tre giorni dopo ricorreva l’anniversario dell’incoronazione di Gregorio XVI; e mentre tutta Roma correva a San Pietro, un modesto carro funebre, seguito da qualche fedele amico e da pochi pezzenti, usciva in silenzio dal palazzo Rinuccini (che si chiamò poi palazzo Bonaparte), e si recava pel Corso in Santa Maria di via Lata. Qui il cadavere venne consegnato al parroco, perchè lo tenesse a disposizione del cardinale Fesch, fratello uterino della defunta, il quale ordinò poi che la salma di sua sorella fosse portata, come in luogo di deposito, nella notte dal 4 al 5 febbraio, nella chiesa delle Dame della Passione a Corneto. In quella stessa fossa volle esser sepolto lui, che morì tre anni dopo in Roma, nell’età di 68 anni. Come fosse scelto Corneto, nessun biografo di «madama-madre» lo dice. La città di Aiaccio, dunque, alla quale la defunta aveva lasciato in eredità il suo cuore, reclamò la salma di lei e del cardinal Fesch. La domanda trovò, e dovea trovare da parte del Papa, facile accoglimento, [p. 72 modifica]essendo stata appoggiata da Luigi Napoleone, presidente della repubblica, e nipote diretto della defunta.

Una deputazione di Aiaccio, con a capo il maire, sbarcata a Civitavecchia dalla fregata Vauban, andò a Corneto per la consegna delle due salme. Alla mesta cerimonia assistevano il generale Gemeau con pochi ufficiali, e dei parenti la sola nipote dell’estinta, Letizia Bonaparte, vedova Wyse, che viveva a Viterbo in un suo villino, e madre di Maria de Solms, che fu poi signora Rattazzi in Italia, e signora de Rute in Ispagna.

Nè fu questo il solo avvenimento napoleonico di quell’anno. Per effetto del plebiscito del 20 dicembre 1851, ratificante il colpo di Stato del giorno 2, Luigi Napoleone aveva ottenuta la presidenza decennale col mandato di formare una nuova costituzione, e si avviava all’impero. Egli aveva annunziato al Papa, con lettera autografa, il risultato del plebiscito, e l’8 gennaio 1852, in rendimento di grazie, fu cantato, in San Luigi de’ francesi, un Te Deum. La cerimonia fu modesta in confronto di quella, che si celebrò nella stessa chiesa, proprio undici mesi dopo, per il ristabilimento dell’impero, e alla quale assistettero il Rayneval col personale dell’ambasciata, il Gemeau coi generali Cotte e Brueut, e al lato del Vangelo tutt’i congiunti e amici di casa Bonaparte residenti a Roma, e molti francesi. Finita la messa, le truppe furono raccolte in piazza Colonna per udire l’ordine del giorno, che annunziava il fausto avvenimento, ed indi sfilarono al grido di viva l’imperatore, viva Napoleone III. La sera stessa furono sfarzosamente illuminati gli edifizi, e i vari palazzi della famiglia Bonaparte, le sedi dell’ambasciata e del comando, e la sera successiva fu dato dal De Rayneval un pranzo di 65 coperti, nella grande galleria del palazzo Colonna, ad alti personaggi, ecclesiastici, militari e civili, con profusione di brindisi e di champagne.


*


Agli 8 novembre 1852 morì monsignor Rufini, direttore generale di polizia, egli succedette nel dicembre monsignor Antonio Matteucci di nobile famigila di Fermo, prelato, non prete. Era nel pieno vigore della virilità, perchè toccava appena i cinquant’anni; e benchè non ricordasse Adone nelle fattezze, non [p. 73 modifica]era insensibile alle seduzioni femminili: uomo di maniche larghe, relativamente ai tempi e alla sua posizione ufficiale. Fece ridere la sua prima ordinanza sui pubblici spettacoli, nella quale vietò i bis senza speciale autorizzazione delle autorità presenti in teatro; proibì i fischi e le disapprovazioni clamorose, e obbligò la deputazione teatrale a metter fuori questa curiosa ordinanza sulla polizia del palcoscenico:

Per evitare gl’inconvenienti che derivano dal copioso numero delle persone, che sotto vari pretesti s'introducono sul palcoscenico di ciascun teatro, e che talvolta impediscono il libero esercizio agli attori ed artisti, la presenza de’ quali è indispensabilmente necessaria nel tempo dell’opera, si ordina quanto segue:

Sul palcoscenico non siano ammesse altre persone se non che le seguenti:

il capo d'ufficio di polizia e commesso;
l'ufficiale di polizia addetto al palcoscenico;
l'ufficiale di guardia del distaccamento che arma il teatro;
gli ufficiali di carabinieri e di piazza che sono d'ispezione;
il revisore delle opere teatrali e gl’inservienti tutti.


La grida naturalmente lasciò il tempo di prima, e si seguitò a chiedere i bis, a fischiare e a frequentare i palcoscenici. Monsignor Matteucci restò in carica parecchi anni, e più che per i suoi eccessi polizieschi e per la sua intimità col colonnello Nardoni, salì in fama per i suoi notori rapporti amorosi con la celebre Nina, donna dalle forme giunoniche, già amante del principe di Piombino; e che, già nota col nome di Nina di Piombino, divenne notissima come la Nina di Matteucci. Moglie di un umile possidente di campagna, sfoggiava ricchi gioielli; aveva un palco al Tordinona, ostentava nelle passeggiate domenicali, dopo la messa, ricchi abiti, ed era di una volgarità propria del suo ceto. Morì dopo il 1870 in una casa di via dell’Anima, soggiogata da forti scrupoli religiosi. Andava ogni mattina alla Chiesa Nuova, passandovi lunghe ore a pregare; e sembra che destinasse il suo patrimonio ad opere di culto e di beneficenza. Monsignor Matteucci fu creato cardinale nel 1866, e morì due settimane dopo, non senza sospetto di veleno, come si dirà più innanzi.

[p. 74 modifica]

*


Il giorno 8 maggio 1853 morì, dopo due anni dal suo ritorno, il padre Giovanni Roothaan, preposito generale della compagnia di Gesù. Nato ad Amsterdam nel 1785, entrò nella compagnia il 18 giugno 1804, e fu eletto generale il 9 luglio 1825, succedendo al padre Fortis. Resse l’ordine per 24 anni con fortezza d’animo ed una rettitudine di coscienza, che dovettero riconoscere anche i malevoli. Nelle tempeste del ’48 egli raccomandò ai suoi freddezza e pazienza, e ingiunse loro di ubbidire ai governi costituiti, anche ai rivoluzionari. Lasciò che i padri, cacciati dai conventi, andassero dove loro meglio gradisse; e fu così che il padre Secchi andò negli Stati Uniti e il padre De Vico si rifugiò anch’egli all’estero, portando seco l’obiettivo del grande telescopio dell’osservatorio romano. Memore dell’esistenza di quel grande strumento, Mattia Montecchi mandò durante l’assedio a prenderlo al Collegio romano per osservare l’accampamento francese a villa Santucci, ma non vi fu trovato che un cilindro inutile. Il padre Roothaan ebbe la grande fiducia del re Carlo Felice di Sardegna, quando nel 1823 vi andò rettore del collegio delle provincie, riaperto con indirizzo più ortodosso da quel Re, che ne volle affidata la direzione ai padri della compagnia di Gesù. Il Roothaan seppe così bene cattivarsi l’animo dell’aristocrazia torinese e della corte, che il Re e il principe di Carignano, Carlo Alberto, non muovevano passo senza il suo consiglio; e quando, pochi anni dopo, divenne generale, fu nel Piemonte, e soprattutto nel patriziato e nella corte, che esercitò la sua maggiore influenza.

Al tatto del padre Roothaan si deve, se nel 1848, mentre l’onda rivoluzionaria incedeva al grido di «abbasso i gesuiti», i danni subiti dalla compagnia in Italia e fuori fossero relativamente limitati. Di essa erano state alquanto gonfiate dal Gioberti le magagne e gli eccessi; ma a temperare la profonda impressione del Gesuita moderno non valsero le polemiche confutazioni, succedutesi fin dopo il 1848, del Curci, del padre Taparelli, fratello di Massimo e Roberto d’Azeglio, e del padre Pellico, fratello di Silvio. E se ciò nonostante i padri [p. 75 modifica]ripopolarono le loro case e riacquistarono l’antica influenza, meno forse nel regno di Napoli, fu dovuto alla prudenza del loro generale ed alla cieca reazione, che seguì nella penisola, tranne in Piemonte. Il cadavere del padre Roothaan fu esposto nella sua cella a Sant’Ignazio, e onorato di solenni esequie al Gesù, dove pontificò il cardinale Gaude, assistito da tutti’i padri residenti in Roma e dai domenicani. L’aristocrazia v’intervenne quasi tutta, nè mancarono cardinali e prelati. Il corpo venne chiuso in una cassa di piombo, sulla quale fu incisa questa iscrizione:

heic situs est
IOANNES ROOTHAAN
praepositus generalis s. i.
ab ignatio patre xxi
dec·viii·id·mai·a·mdcccliii
aet·a·lxvii·m·v·d·xv


Il 2 luglio successivo fu eletto il padre Pietro Beckx, che aveva 58 anni, ed era nativo della diocesi di Malines. A un olandese succedeva un fiammingo.


*


L’Università fu riaperta il 5 novembre 1852 con la consueta messa dello Spirito Santo e un discorso del padre Ricca, professore di sacra scrittura. In quei primi anni l’ateneo romano richiamò scarso numero di studenti, poichè ai giovani delle provincie, e singolarmente ai romagnoli, si vietava, con molti pretesti, di venire a studiare a Roma. Fu solo nel 1857 che la Sapienza cominciò a popolarsi al punto, che dal 1859 al 1861 contò circa mille studenti, e divenne uno dei più molesti grattacapi della polizia. Ma riserbandomi di dedicare più innanzi uno speciale capitolo all’Università, ai suoi professori e studenti, alle dimostrazioni, agli arresti e agli sfratti, ricorderò qui altri avvenimenti. In Sant’Andrea della Valle tre giovani ed eleganti monsignori della corte intima di Pio IX salirono il pergamo in occasione dell’Epifania: Hohenlohe che predicò in tedesco, Thalbot in inglese, e De Merode in francese; nè mancò loro qualche successo di curiosità. Venne a Roma nell’aprile di quell’anno, e vi tornò nel luglio del 1853, il granduca di [p. 76 modifica]Toscana, e tutte e due le volte in istretto incognito, sotto il nome di conte di Pitignano. Fu accompagnato dal figlio primogenito, Ferdinando, da un aiutante di campo e da un servo, e viaggiò con la maggiore parsimonia, in una carrozza di posta, alloggiando, come di consueto, al palazzo di Firenze, dove occupò gli ampii saloni del primo piano, che affacciano sulla piazza. Pio IX con gentile pensiero offrì ai principi una colazione nei giardini Vaticani; ed all’agape geniale, da lui preseduta, invitò i cardinali Antonelli, Patrizi e Wiseman, il ministro Bargagli, il conte Di Rayneval, il conte Gozzi, incaricato d’affari dell’Austria, il cavalier Folgori, incaricato d’affari di Napoli, il principe Orsini, il principe Borghese e don Vincenzo Colonna, che funzionava da senatore di Roma. Terminata la colazione, che fu servita nel casino di Pio IV, il granduca e il figlio visitarono i giardini e i musei, e il di seguente (28 luglio) partirono per Napoli.

La simpatica accoglienza, fatta dal Papa al granduca di Toscana, fu ispirata dalla grata memoria, che quegli serbava dell’affettuosa consuetudine ch’ebbe col principe toscano, durante il comune esilio di Gaeta, ospiti entrambi di re Ferdinando, e anche per il recente concordato, concluso con piena soddisfazione della curia, e il trattato doganale, per cui era venuto a Roma, e vi era rimasto più tempo, il Baldasseroni, primo ministro di Leopoldo II. E fu per tutto ciò, che dei principi italiani, i soli, che in quegli anni si videro più volte in Roma, furono quelli della casa di Napoli e di Toscana, imparentati strettamente tra loro e che, sia per deferenza al Papa, sia per necessità di viaggio, nell’andare da Firenze a Napoli e viceversa, facevano sosta a Roma. Oltre al re Ferdinando e al Granduca, vennero a Roma in quegli anni il conte e la contessa di Trapani. Il conte di Trapani, ultimo dei fratelli di Ferdinando II, era il prediletto del Re. Contava 21 anno, quando tolse in moglie sua nipote Maria Isabella, figliuola del Granduca, e che ne contava 17. Alla prima figliuola fu dato il nome della nonna, Maria Antonietta, ed è oggi la contessa di Caserta. Di altri principi italiani venne in Roma nell’ottobre del 1852 il duca di Modena, in istretto incognito, col titolo di conte di Novellara. Visitò il Papa, e fu visitato dal cardinale Antonelli, nè in quei pochi giorni di sua dimora ebbe altra compagnia, che quella [p. 77 modifica]del conte Esterhazy ministro d’Austria, e del conte Simonetti, incaricato d’affari di Modena. Da Roma il duca andò a Loreto, sempre in incognito, fermandosi ad Ancona.


*


Fu nell’inverno del 1853 che la grande vita internazionale si affermò in tutto il suo splendore. Si riaprirono tutti gl’istituti d’insegnamento, compresa la facoltà filosofica e teologica al Collegio romano. Dalla congregazione dell’Indice fu pubblicata la prima lista dei libri proibiti, tra i quali figuravano le Operette morali del Leopardi, donec emendentur; le Lettere filosofiche della marchesa Marianna Florenzi-Waddington di Perugia, che laudabiliter se subiecit; del Tommaseo, Roma e il mondo moderno; e poi, a breve distanza, la Filosofia delle scuole italiane di Ausonio Franchi; la Bibbia in versi di Giuseppe Regaldi, e gli Studi storici sul passato di Filippo de Boni. Già prima, cioè nel gennaio 1850, la stessa congregazione, riunitasi a Portici presso il Papa, aveva proibito altri scritti del Mamiani, divenuto, per i fatti del 1848, insopportabilmente antipatico a Pio IX. Prefetto dell’Indice era il cardinale Brignole, creatura del Lambruschini, e segretario il domenicano padre Modena. Cominciarono a rifiorire le accademie, e in Arcadia si affermò poetessa di felice ispirazione la giovane Elena dei conti Gnoli, figlia dell’avvocato concistoriale, e sorella del presente prefetto della Vittorio Emanuele, la quale andò poi sposa al dottor Gualandi di Bologna. In prosa e in versi salì in fama il padre Nicola Borrelli di Foggia, assistente generale delle scuole pie, divenuto poi segretario del cardinal Medici. La pontificia accademia di archeologia, di cui era presidente il principe Pietro Odescalchi, acclamava socio d’onore Federigo Guglielmo, re di Prussia, quale insigne fautore e conoscitore degli studi classici, delle antichità e delle arti, e ne ebbe una lettera lusinghiera di ringraziamento. E commemorava con qualche solennità due cardinali suoi soci, morti alla distanza di due giorni: il conventuale Orioli, e il penitenziere maggiore Castruccio Castracani, vecchi, quasi coetanei, e uomini di grande bontà.

Fu proprio da quell’anno, che da ogni paese del mondo [p. 78 modifica]cominciarono a convenire a Roma principi e personaggi di grido, artisti e uomini di studio; e le feste religiose si alternarono coi balli, le caccie e i ricevimenti mondani. Con la magnificenza delle funzioni sacre, che si svolgevano, gareggiava il fasto delle famiglie dell’aristocrazia, che riaprirono quasi tutte i vecchi saloni. Ai balli dì Doria, di Massimo, di Borghese e di Lancellotti, seguì in quell’anno la festa che li oscurò tutti, data dal principe Alessandro Torlonia la sera del 3 marzo, nel gran palazzo del Bramante, a Borgonuovo. Gl’invitati furono milletrecento; e tra essi diplomatici, cardinali, generali francesi e quanti notevoli forestieri ospitava la città. Il Torlonia, banchiere, volle con quella festa far onore alla sua vistosa clientela, e mirabile fu la signorilità e cortesia della padrona di casa, donna Teresa Colonna, le cui gioie, rappresentanti un valore straordinario, aggiungevano alla bella persona grazia e splendore. Essa aveva sposato, a soli diciassette anni, il Torlonia, che ne aveva quaranta, e questi, sposandola, avrebbe detto, secondo il Gregorovius, «è una statua cui farò un piedistallo d’oro». Ma il matrimonio non portò fortuna alla principessa, la quale impazzì e morì a 52 anni, dopo lunga infermità. Per la morte di lei il palazzo del Bramante non si riapri più a feste, anzi il Torlonia l’affittò a diplomatici e cardinali, riducendosi a vivere, quasi da anacoreta, nell’ultimo piano del palazzo in piazza Venezia dove morì. La festa di quella sera fu memorabile. Vi cantarono i principali artisti dell’Apollo, e il cotillon terminò alle 7 della mattina. I cardinali andarono via a mezzanotte, ma l’Antonelli rimase fino ad ora più tarda, e vi rimase l’Ugolini, cardinale diacono e mondano anch’egli.

Succedendosi gl’inviti, furono stabiliti i principali ricevimenti per turno. La domenica da Borghese; il lunedì da Doria e da Salviati; il martedì da Bargagli e da Aldobrandini; il mercoledì da Lancellotti; il giovedì da Del Drago; il venerdì da Pallavicini e il sabato da Rospigliosi, senza contare i ricevimenti minori e i balli dati dai forestieri. Al palazzo Firenze si verificava uno stridente contrasto fra le parsimoniose abitudini toscane, e quelle grandiose delle famiglie romane. In carnevale cominciavano i pranzi e i balli della diplomazia. Il cardinale Altieri, presidente di Roma e Comarca, dette uno splendido [p. 79 modifica]ricevimento il primo dell’anno 1852, ma l’assenza di signore lo rese monotono. La grande stagione cominciava in novembre, ma fin dall’ottobre eran noti i nomi dei forestieri, che avevano preso in fitto i grandi appartamenti di piazza di Spagna, di via Gregoriana, di via Sistina, di via Condotti, di Fontanella di Borghese, delle Quattro Fontane sino al villino Franz, dei Due Macelli, di Ripetta e del Babuino, solendosi in quasi tutti i palazzi storici fittare quartieri alle famiglie estere più ricche. Al palazzo Barberini abitò per molti anni lo scultore americano Story, che viveva da gran signore con la figlia, la quale sposò più tardi Simone Peruzzi. Nei palazzi Chigi, Ruspoli, Albani, Mattei, Santacroce, Colonna, Doria, eran sempre grandi quartieri appigionati a famiglie straniere, o a diplomatici. Quelle vie e quelle piazze formavano la città dei forestieri, che vi rimanevano dal novembre al giugno. E nel centro della vecchia Roma il grande appartamento del palazzo Caetani alle Botteghe Oscure, fu locato per alcuni anni ad un infante di Portogallo, che il duca, celiando, chiamava l’elefante di Portogallo. Egli abitava nel mezzanino, tra il primo e il secondo piano.


*


Nel primo periodo della loro venuta in Roma, gli stranieri si preparavano a conoscere il paese, e a servirsi delle commendatizie, che portavano seco. Torlonia era generalmente il loro banchiere; e se inglesi o americani, il dottor Diomede Pantaleoni era il medico; se francesi, Carlo Maggiorani. Il carnevale era preceduto dalle solennità religiose dell’Avvento e dal gran pontificale della Natività in San Pietro, dove le tribune distinte non contenevano mai meno di due o tre principi regnanti, o di case regnanti. L’altare della confessione era, per l’occasione, parato dei candelieri e della croce di Benvenuto Cellini. Lo splendore della numerosa corte pontificia, le mistiche note del Palestrina, la messa di Papa Marcello, e le argentee trombe risuonanti dal loggione della cupola, nel momento dell’elevazione, producevano un effetto immenso sui forestieri anche non cattolici; ogni anno sì verificava il caso di qualche conversione al cattolicismo. E la frequenza del caso faceva dire ai romani, d’indole poco [p. 80 modifica]esaltabile, che era ogni anno lo stesso protestante, lo stesso ebreo, che per cinque scudi si prestava a quell’ufficio.

Dalle feste religiose del Natale e del Capodanno si entrava nel carnevale, e al suono del campanone del Campidoglio veniva inaugurato il Corso da monsignor governatore di Roma con quattro carrozze di gala. Faceva seguito il senato con sei carrozze, nelle quali era il senatore con gli otto conservatori in gran robone e con paggi e fedeli in costume. Uguale cerimonia si repeteva il giovedì grasso e l’ultimo giorno; e continuò così ufficialmente, sino a dopo il 1870. Ma i carnevali, che andarono dalla caduta della repubblica al 1859, persero il loro brio, e se non li avesse un po’ animati la presenza dei forestieri, avrebbero avuta l’aria di mortorii, poichè la popolazione cessò via via dal prendervi parte. Fu nel 1859 che il carnevale riprese come si dirà la sua gaiezza per una serie di avvenimenti politici artistici e mondani, ma la gaiezza non andò oltre quell’anno, benchè la corsa dei bàrberi e lo spettacolo dei moccoletti, che ne erano le note caratteristiche, non mancassero mai. In Goethe, e in una folla di scrittori minori, italiani e stranieri, letterati e viaggiatori, il carnevale di Roma rivive con le sue descrizioni vivaci. Esso non somigliava a nessun altro. Si sarebbe detto che il Corso, con le sue logge, le piccole terrazze, e le piccole botteghe sino a piazza Venezia, fosse stato costruito apposta per quella baldoria. Ma non va dimenticato che in quei Corsî non mancava una civile educazione; che la plebaglia era tenuta a posto dai gendarmi; che non si gettava addosso a signori e a forestieri, quel po’ di ben di Dio che fu visto dopo il 1870, e per cui fu atto di civiltà averlo abolito. Allora per entrare al Corso bisognava avere carri e carrozze a due cavalli, che poi, verso sera, al secondo sparo dei mortaretti, dovevano uscire, per dar luogo alla corsa dei bàrberi. Un plotone di dragoni, comandato da un ufficiale, partiva a mezzo trotto da piazza del Popolo e si recava a piazza Venezia, dove, in una loggia del palazzo Nepoti, nel punto in cui il Corso finiva a imbuto, e detto la «Ripresa dei Barberi», troneggiava il senatore. L’ufficiale gli chiedeva il rituale permesso di far correre i bàrberi; e ottenutolo, tornava col suo drappello di tutta corsa in piazza del Popolo, e ordinava al [p. 81 modifica]mossiere di lasciar andare i cavalli. Era uno spettacolo tra barbaresco e pittoresco, che molti ancora ricordano, e che si compiva fra le grida acclamanti di centomila persone, addensate sulla via, sulle terrazze e sui palchetti. Oggi sarebbe impossibile farlo rivivere, non esistendo più dell’antico Corso che il primo tratto da piazza del Popolo a piazza San Carlo. Al palazzo De Lozzano, che poi fu il noto Albergo di Roma, i balconi erano occupati ordinariamente da principi stranieri. Le botteghe cambiate in palchetti, e botteghe, e balconi fruttavano ai proprietari migliaia di scudi. E in quelle sere, come si è detto, avevano luogo i grandi balli dell’aristocrazia, per cui si faceva a pugni per avere una sera disponibile, sino al punto che l’ambasciatore di Portogallo andò addirittura mendicando una sera libera per dare il suo ballo ufficiale; e qualche anno dopo, il banchiere Hooker, che abitava al palazzo Bonaparte, non potendo avere una sera, dette un ballo di giorno. Nel martedì grasso non vi erano balli, ma veglioni e cene, e primeggiavano quelle di casa Borghese, di casa Doria e di casa Rospigliosi. Il Borghese convitò la sera del martedì grasso del 1859 non meno di duecento persone, divise tra quattro tavole di cinquanta coperti; e nel centro, fra le quattro tavole, sorgeva un enorme mazzo di fiori. Ad ogni invitato era poi offerto un mazzolino con l’indicazione del posto a lui destinato. È inutile aggiungere che, in quelle occasioni, faceano di sè splendida mostra le magnificenze della casa, il famoso servizio d’argento dorato, regalo di Napoleone I alla sorella Paolina; le porcellane di Paolo V, e i cristalli di Scipione Borghese.


*


Entrata la quaresima, Roma cambiava faccia interamente. L’editto del cardinal vicario, affisso alle cantonate, proibiva agli osti, trattori, cantinieri, albergatori, caffettieri e pasticcieri, di somministrare cibi grassi, tranne a coloro che fossero muniti di regolare licenza, i quali dovevano entrare in camere appartate per non dare scandalo. Onde, nei caffè e nelle osterie v’era una tela divisoria per quelli che, mostrando la licenza, potevano mangiare di grasso.

Tutti i teatri si chiudevano per riaprirsi dopo Pasqua e i [p. 82 modifica]divertimenti maggiori erano la caccia alla volpe, il lunedì e il giovedì, e le passeggiate nelle ville suburbane, e singolarmente a villa Borghese e a villa Pamfili, due volte la settimana. I saloni erano aperti, ma non ai balli e assai meno ai grandi conviti. Borghese riceveva la domenica, dalle nove alle undici della sera e vi s’incontravano più tonsurati che cravatte bianche. Il principe Doria riceveva i venerdì di primavera nei giardini di villa Panfili, e la principessa Sciarra nella sua villa al Gianicolo. Dopo il sesto giorno della quaresima, fiorivano i discorsi sull’eloquenza dei predicatori, tra i quali portavano ordinariamente il primato quelli del Gesù, di San Lorenzo in Damaso, della Minerva e di S. Carlo al Corso, dove nel 1852 aveva predicato un giovine canonico di Città di Castello, chiamato don Antonio Belli, che fu più tardi vescovo di Terni. Il bisogno di distrarsi, più ancora che di far penitenze e di pregare, faceva accorrere nelle chiese uno stuolo di eleganti dame e di giovani signori. É bastava seguire quelle cerimonie, per incontrarsi sempre, negli stessi luoghi, con le stesse persone, dalla visita alle stazioni della via crucis, fino ai misereri della settimana santa nelle basiliche.

Un altro pio costume era quello della visita delle sette chiese, dal quale si prendeva occasione per passare una deliziosa giornata in campagna, e la visita alle catacombe. Nelle parrocchie si predicava il catechismo per una settimana, e durante la predica, osterie e caffè dovevano rimanere chiusì per due ore. Le nobili dame facevano gli esercizi spirituali al Caravita; le guardie nobili, in grande uniforme, alla Madonna del Carmine e alle Tre Cannelle; a San Luca, gli studenti d’arte, e gli altri al Collegio Romano; i professori dell’Università all’Apollinare, i prelati a San Giovanni e Paolo, e i preti in altri monasteri. I forestieri non cattolici, ai quali questa vita doveva riuscire noiosa, ne profittavano per visitare Tivoli, Ostia, i castelli, e i più ricchi spingevansi sino a Napoli, ma per le feste della settimana santa eran tutti di ritorno.



Note

  1. Madame Mère del barone Larrey dell’Istituto di Francia. Parigi, E. Dentu, edit., 1892.