Prose (Foscolo)/I - Scritti vari dal 1796 al 1798/IX. Esame su le accuse contro Vincenzo Monti

IX. Esame su le accuse contro Vincenzo Monti

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IX. Esame su le accuse contro Vincenzo Monti
I - Scritti vari dal 1796 al 1798 - VIII. Istruzioni politico-morali II - Prima redazione delle ultime lettere di Iacopo Ortis

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IX

ESAME SU LE ACCUSE CONTRO VINCENZO MONTI

[1798]


«Sed ego adolescentulus...,studio ad rempublicam latus sum: ibique... pro pudore, pro abstinentia, pro concordia, pro virtute, audacia, largitio, irae, avaritia vigebant».

Sallustius [Cat., 3]1.


I

Coloro che hanno perduto l’onore tentano d’illudere la propria coscienza e la pubblica opinione, dipingendo tutti gli altri uomini infami. Quindi, oppresso l’uom probo, sprezzato l’uomo d’ingegno, si noma «coraggio» la petulanza, «veritá» la calunnia, «amore del giusto» la libidine della vendetta, «nobile emulazione» la invidia profonda dell’altrui gloria. Taluno, cercando invano delitto nell’uomo sul quale pur vorrebbe trovarne, apre una inquisizione su la di lui vita passata, trasforma l’errore in misfatto, e lo cita a scontare un delitto di cui non è reo, perché niuna legge il vietava. Lo sciocco plaude al calunniatore, il potente n’approfitta per opprimere il buono, il vile aggrava il perseguitato per palpare il potente. Non è ch’io parli di me, sebbene tale fra quei che reggono la somma delle cose m’abbia concitato contro la venale calunnia dello scellerato e la violenza del forte. Ma né le inquisizioni né le minacce né l’esempio di tanti giusti sacrificati potranno atterrirmi giammai [p. 62 modifica] in faccia a coloro che in repubblica mantengono i modi di tirannia. Io perseguiterò sempre con la veritá tutti i persecutori del vero, andrò superbo della inimicizia de’ malvagi, alle accuse comprate contrapporrò lo istituto della mia vita; e, dove i potenti vincessero, su me ricadrebbe il danno, ma tutta sovr’essi la infamia.

II

Ben io parlerò di Vincenzo Monti, di cui l’alto ingegno fe’ rilevare gli errori ignoti in tanti altri, de’ quali gli scritti sono oscuri al pari del loro nome e de’ loro delitti. La irritata ambizione di chi si vide incapace di superare la fama di questo grande italiano si prevalse de’ suoi falli, onde oscurarne, se non la gloria, almeno l’onore. Colpa del Monti fu l’essere grande. Se dunque la difesa, ch’io imprendo, m’acquisterá nemici, io mi compiacerò di aver comune la sorte ad un uomo ingiustamente perseguitato. Duolmi soltanto che alla veritá contrapporrassi menzogna, agli argomenti villanie, all’aperta difesa la sorda persecuzione. Ma poca laude dai buoni e poca interna compiacenza (che a me è piú cara di tutte le laudi) ne ritrarrei, s’io non sollevassi l’oppresso, anche a pericolo di precedere la sua ruina.

III

Forse la discolpa del Monti spettava a lui stesso: io nulladimeno né adotto né riprovo il suo contegno. Il silenzio anima gli accusatori; la universalitá degli uomini, maligna e credula, tragge da ciò argomento di convinzione; e se da certuni il tacere ad altezza d’animo, dai piú, presso i quali sta la pubblica opinione, s’ascrive sempre a viltá. Ma, d’altra parte,

          uom che ad eterna e prima gloria aspiri,
          contro invidia e viltá dee stringer l’armi.

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IV

Prima, feroce, universale accusa contro Vincenzo Monti si è la cantica Basvilliana. Inevitabile certo e necessaria fors’anche fu la dittatura di Robespierre, il quale, sacrificando alla libertá, eccitò gli odii antichi e le private vendette, coronò gli scellerati, atterri la innocenza, desolò la Francia, contaminò la libertá ed accrebbe la infamia dell’uman genere. La Francia cancellò quest’epoca dagli annali della sua rivoluzione; e in quest’epoca il Monti imprese la cantica, e dopo quest’epoca la interruppe. V’ha dunque delitto se il poeta con risentiti colori e con fantastiche idee dipinse il regno del Terrore, mentre fu dagli scrittori francesi storicamente presentato alla esecrazione de’ secoli? E se la Francia non se ne offese, s’offenderá ingiustamente la Italia, le cui laudi risuonano in tutti i versi del Monti; il quale italiano si mostrò sempre, ed amatore della sua patria, e propugnatore della di lei verace libertá? D’altronde, come profanò egli la memoria di Basville, se in faccia agli altari della superstizione osò farne un santo, violando i diritti papali e irritando il teologico zelo? Ma si ponga che il poeta abbia adulterata la storia di Francia; si conceda che, per addormentare il furor del pontefice, abbia smentito il carattere di Basville: si vorrá provare, per ciò, che la perfidia piú che il timore ha dettato quel poema, che l’interesse piú che la debolezza lo ha consecrato a’ despoti della Italia, e che Monti ha voluto aizzare la ferocia sacerdotale insultando al cadavere dell’ospite trucidato contro il ius delle genti?

V

Amico intimo di Basville era il Monti. Né in Roma, ove il solo pensiero era delitto, l’adulazione necessitá, lo spionaggio mezzo di ricchezze e di onori, potea quest’amicizia non essere sospetta al pontefice, e non porgere a’ nemici del Monti pretesto [p. 64 modifica] di accusa onde frapporsi alla sua gloria, che di troppo oscurava la lor vanitá. Né della ruina del Monti avrebbe partecipato Basville, ove per lo contrario la caduta di Basville avrebbe precipitato anche il Monti. Ma quest’uomo, cui si vorrebbe negare asilo come a satellite dei re, s’avrebbe egli a cotanto pericolo esposto, se un prepotente genio di libertá non lo avesse spinto ad affrettare col legato francese la rivoluzione d’Italia?

VI

Ucciso Basville, il governo pontificio, piú sospettoso e feroce quanto piú reo e piú prossimo al suo sterminio, segnò fra il mistero della inquisizione le vittime che doveano sedare il suo tremore ed atterrire chi meditava la libertá della patria. I tiranni cercano delitti e vestono la innocenza di scelleraggine, onde giustificare la lor crudeltá. E chi piú del Monti poteva attirarsi la vigilanza di que’ tribunali, ove, per piacere al tiranno, il sospetto è certezza, e l’errore è delitto? Né taceano i nemici di quest’uomo; ma, fingendo lealtá al governo, acceleravano la di lui caduta. Aggiungi le perquisizioni su certi scritti trovati fra le carte di Basville, di cui Monti era autore, e sopra il quale s’erano rivolti gli occhi di tutti. Questi, conscio dalla sua reitá, certo che i re non obbliano le offese, s’appigliò al partito di Bruto, e si finse pazzo per non essere tratto al patibolo. E se allora anche gl’innocenti tremavano, come non dovea tremare il colpevole, a cui nemmeno il silenzio era libero? Or dunque, se la caritá di consorte, se la paterna pietá, se la ruina inevitabile, se la niuna speranza di trarre dal sacrificio qualche vantaggio spinsero l’affettuoso marito e il tenero padre, le di cui calamitá sarebbero ricadute tutte ne’ suoi figliuoli, a mitigare l’ira del potente col canto, che pur non è che scherzo d’immaginazione, si vorrá dannarlo ad accattarsi di porta in porta la vita, esule dalla societá, senza patria, senza libertá, senza onore? Gian Giacopo invero, quel filosofo perseguitato, che stimava follia il sacrificarsi senza necessitá, avrebbe accolto questo [p. 65 modifica] infelice poeta nella sua malinconica solitudine lungi dagli uomini, ove il merito anziché diminuire accresce gli errori, e dove ognuno esige dagli altri la virtú, di cui egli non è capace.

VII

Sacro alla posteritá è il nome di Lucano, uno di quegli ultimi romani, i quali, per restituire Roma alla libertá, si meritarono da Nerone la morte. Eppure adulatore di questo tiranno fu Lucano, e bassissimo adulatore, non giá per comprarne i favori, ma per assopirlo su la imminente congiura che dovea balzarlo dall’impero dell’universo. Il supplizio di questo poeta giustificollo degli encomi prodigalizzati a Nerone. Ché, se la congiura di Pisone si fosse, come accadde il piú delle volte, o sedata o dispersa, Lucano giungerebbe a’ posteri esecrato, poiché il vulgo giudica sempre le imprese, piú che dallo intento, dalla fortuna. Tacerò dell’Alighieri, che, sentendo piú ch’altri l’onore italiano, lusingò l’orgoglio degl’imperatori, onde liberar la sua patria dalla fraudolenta tirannia de’ pontefici. E tacerò di Niccolò Machiavelli, il quale, meditando lo sterminio della casa dei Medici, dedicava i suoi scritti a Clemente settimo ed a Lorenzo d’Urbino, e ne scopriva la tirannide laudandola. Ne’secoli corrotti la virtú è sostenuta da’ vizi e il delitto deve spianare la strada alle magnanime imprese. Se dunque Vincenzo Monti usò d’arte contro la forza, se approfittò del suo ingegno per serbar la sua mano a una men incerta vendetta, dovrá per questo essere tacciato per non aver offerto il collo al carnefice in un governo, ove l’avarizia, la libidine, l’adulazione vigevano; ove il popolo dormiva; ove coloro, che ora pel cangiamento delle circostanze lo biasmano di viltá, lo avrebbono allora biasmato di scelleraggine; ove il saggio medesimo avrebbe compianto in lui, anziché il consiglio del forte, il furore del forsennato? [p. 66 modifica]

VIII

E che il Monti siasi sempre mostrato odiatore della corte romana e deliberato propugnatore di libertá, lo attestano tutti que’ romani, che, amando l’onore d’Italia, non invidiano chi può sostenerlo. Lo attesta l’Aristodemo, tragedia, i cui liberi sensi insospettivano i despoti anche prima della rivoluzione di Francia. Lo attesta l’altra tragedia, il Manfredi, satira delle corti. Lo attesta il pericolo, piú volte corso dal Monti, di essere esiliato appunto per queste tragedie, espressamente vietate anche dal Consiglio de’ dieci in Venezia nel gennaio del 1796. Lo attestano finalmente le scene del Caio Gracco, tragedia inedita, ma da gran tempo nota in Italia, perché incominciata prima delle vittorie di Bonaparte. Ma, se i versi, che pur non sono che figli d’immaginazione, non bastano a caratterizzare la ragione e il cuore d’un uomo, perché gli si appongono a delitto le fantastiche rime della Basvilliana? E perché, obbliando sempre l’autore dell’Aristodemo, scritto spontaneamente, si rammenterá sempre l’autore di un poema, che la necessitá sola ha dettato?

IX

Ma si sveli finalmente nel Monti l’autore della lettera pubblicata sotto il nome di Francesco Pirenesi, ove non la immaginazione, ma lo intelletto e la storia hanno denunziato alla Europa quanto v’era di piú infame nella reggia di Napoli. Allo stesso governo di Roma, mortale nemico di quella corte, spiacquero le audaci veritá e le liberissime massime altamente propagate in quest’opera, poiché le accuse apposte al despota siciliano poteano agevolmente ed a dritto ritorcersi contro tutti i despoti di que’ tempi. Ché, se l’oro profuso da Acton per tracciare l’origine di tale scritto ne avesse scoperto l’autore verace, certo che la politica profondamente perfida del pontefice, per non isfidare ad aperta guerra il re confinante, avrebbe punito [p. 67 modifica] il Monti quasi calunniator de’ sovrani, o trasmessolo a scontar col suo capo le veritá che minacciavano la onnipotenza dei troni. Ponderate severamente le colpe tutte del Monti, questa lettera basta a controbilanciare.

X

Vero è che il Monti divinizzò Luigi decimosesto: e di ciò chi vorrá laudarlo? Non io, non alcuno fra quelli che a dritto estimano piú dannoso un imbelle che un sanguinario monarca. Ma non conviene nulladimeno confondere la immaginazione con lo intelletto, e l’arte col cuore. Certo che il protagonista della cantica Basvilliana esigeva il colorito piú splendido, i tratti piú risentiti, piú regolare il disegno e piú maestosi gli atteggiamenti. Gli artisti, filosofando ognora sul bello, s’innamorano del lor sentimento, delle loro immagini e de’ loro quadri. Quel pittore, che avrebbe sacrificato il proprio padre alla libertá, dovendo dipingere Cesare morente in senato, lo presenterebbe eroe, padre, romano, tale insomma da destare, anziché odio e terrore, riverenza e pietá. E me ne appello al Cesare del Shakespeare, del Voltaire e del Conti, ed alla Mirra dell’Alfieri, ove la figlia, amante incestuosa del padre, ci strappa, nostro malgrado, le lagrime e ci costringe ad amarla. Monti dunque o non dovea imprendere la cantica, o dovea scriverla con libertá; e poiché lo impero delle circostanze forzollo ad imprenderla in tempi schiavi e sotto gli occhi dei re, né dovea né potea scriverla diversamente. Giuseppe Ceracchi, quello scultore liberissimo d’anima e di altissimi sensi, impiegò il suo scalpello nel busto di Pio sesto e ne’ mausolei dei regnanti. E come fare altrimenti in governi, ove la schiavitú era dovere del debole e la scelleraggine diritto del forte? Né certamente queste sculture, che somma gloria, ma molta piú invidia apporteranno alla Italia, faranno annoverare il Ceracchi fra i partigiani dei despoti, bench’ei gli abbia eternati ne’ marmi. Ora, qual v’ha differenza tra lo scultore e il poeta? [p. 68 modifica]

XI

Sembra a taluni la cantica un capolavoro di poesia: quindi malignamente si va ridicendo che il Monti cosí non avrebbe scritto, se cosí non avesse con persuasione pensato. Ma né Cicerone favoriva la tirannide d’Ottaviano, ch’ei pur tanto magnifica, attendendo tempo di abbatterla. D’altronde non tutti fanno le meraviglie di tale poema, che fu anzi da dotti2 imputato di stranezza nella elocuzione, di servilitá ne’ concetti e di monotonia di spiriti, d’angeli e d’ombre. Fra i poemi del Monti, al Bertòla diletta maggiormente il Prometeo, a molt’altri il canto della Bellezza; mentre tutti coloro che s’arrestano su lo stile, senza esaminarne l’architettura, pregiano l’Aristodemo3. Né a me, che piú di tutti gli altri suoi versi ammiro la Feroniade, sembra sí gran cosa il Pericolo, poemetto di cui l’autore piú si compiace. Ma queste liti di gusto, che rimangono sempre indecise, sono sciolte magistralmente da’ nemici del Monti, i quali esaltano la sola cantica Basvilliana.

XII

Se la domestica vita di tutti i grandi dell’antichitá serve assai piú che le loro gesta a tramandarci il loro carattere, perché vorremo noi trascurarne l’esame, giudicando i nostri contemporanei? I primi casi e lo ingegno del Monti lo posero da giovanetto in un posto, men degno certo di lui, ma invidiato in que’ vilissimi tempi da animi bassi, che non poteano e non [p. 69 modifica] sapeano sollevarsi sopra la loro venale vanitá. Ecco la fonte delle sventure di quest’uomo, la di cui gloria crescente provocava la invidia, che, piú invecchiando, divenia piú tenace e piú famelica di vendetta, non senza speranza di saziarsene, in una cittá ove il favor de’ potenti si conseguia co’ delitti, e la propria fortuna con l’altrui precipizio. Quindi il Monti, e per la sua indole indocile e per le trame cortigianesche, si meritò lo sdegno di Pio sesto, uomo d’ambiziosi disegni, ma di mente puerile e di cuore villano, e mecenate delle arti non perché ne gustasse la bellezza, ma perché si gonfiava delle adulazioni degli artisti. Ma in tale stato, ognor periglioso, il Monti non fu egli sempre buon padre di famiglia, non fu amico leale, non fu caldo o fors’anche incauto amatore di libertá? Io n’attesto la fede di quanti allora viveano in Roma; io scongiuro gli stessi nemici del Monti a provare fra i suoi domestici fatti taluno che smentisca le mie asserzioni. Allora io sgannerò me medesimo, dolendomi della credenza prestata a tale, che, convissuto lunghi anni col Monti, narrommi le sue virtú senza tacerne i difetti. Frattanto il Monti sará per me rispettato e caro fin che avrò per certo ch’ei primo corse a sciogliere le catene a Liborio Angelucci4 con pericolo di aver comune la prigionia, ch’ei fu l’amico de’ pochi ottimi repubblicani di Roma, e ch’ei non attese compiute le vittorie de’ francesi per lanciarsi (abbandonando un dovizioso appannaggio) nella rivoluzione italiana, sicuro di dover quivi combattere con la prevenzione e con la povertá, gran tempo innanzi la pace di Campoformio, quando dubbia era ancora la libertá della Italia. [p. 70 modifica]

XIII

Né dissimulerò che, avendo il Monti stampata prima a Venezia (mentre ancora Venezia stava) la sua Musogonia, e ristampatala poscia a Milano, insorse chi tacciò lui di doppiezza, propagando alcune strofe di questo canto, che, dove prima nella edizione di Roma encomiavano Francesco secondo, furono dall’autore convertite in elogio di Bonaparte. Ma versi eran quelli che il Monti scrivea contemporaneamente alla cantica Basvilliana, onde intitolarli al conte di Wilseck, che ne lo avea richiesto a motivo di ottenergli dalla corte di Vienna una cattedra nella universitá di Pavia, e cosí trarlo da Roma, ov’ei disgustato se ne stava e tremante. Pentitosi in séguito anche di ciò, interruppe la Musogonia, sopprimendo la edizione che si era fatta del primo canto; ond’è che sfrontatamente si asserisce trovarsi questa tuttora vendibile a Roma. Ben è vero che qualche esemplare, su cui per altro erano cancellate le strofe denunziate, fu imprudentemente affidato a tale, che, trovata l’arte di levare le cancellature, aspettò tempo e luogo per tradire il secreto; di modo che, per iscoprire nel suo nemico un errore novello, costituí se medesimo scellerato. Ma io né devo né voglio trarre a giorno siffatte ribalderie. Questo diritto s’appartiene al solo accusato, nel solo caso che le colpe degli accusatori gli somministrino argomento di difesa: quindi chi accusa, se non è del tutto scevro di taccia, dev’essere per lo meno lontano dal farsi rinfacciare que’ delitti ch’egli denunzia. Dirò, nulla ostante, che questi tratti e questi versi, pubblicati in giorni assai troppo inopportuni, anziché aggravare il Monti, di cui ogni errore di simil genere sfuma rimpetto alla Basvilliana, non servono che a smascherare il livore di tale, che stima generositá il calpestare chi giace. [p. 71 modifica]

XIV

Rispetto alle accuse apposte al Monti quando fu coll’Oliva inviato commissario organizzatore nella Emilia, dirò primamente ch’ei non fu ancora chiamato in giudizio e che, quand’anche lo fosse, non si spetta al privato di sentenziare l’onore de’ cittadini prima del suffragio de’ magistrati. In secondo luogo dirò che, accusato l’Oliva delle stesse colpe, fu dal Gran Consiglio assoluto con decreto che rigettava le prime accuse: lo che, piú che per la reitá, previene per la innocenza del Monti. Mal conosce gli uomini e i tempi chi dalle accuse sparse e non comprovate non travede talvolta l’errore, sovente le passioni e, sempre, la malevolenza dell’accusatore. Aristide fu imputato di ruberia, Focione di tradimento, e Catone ha dovuto scolparsi cinquantatré volte, poiché in corrotta repubblica non si può essere giusti impunemente.

xv

Io frattanto domanderò ai persecutori del Monti: — Perché assalite un uomo che non v’ha offeso? Approfittate voi forse dell’altrui malignitá, onde arricchire il villano commercio dei vostri libelli, denigrando con un tratto di penna la fama de’ vostri concittadini? Ma non v’accorgete che colui, che si compiace delle detrazioni, ne disprezza sempre l’autore? Temete che il Monti occupi que’ posti ai quali aspirate? Ma, s’egli è piú degno di voi, perché rapirlo alla patria? s’egli è men degno, perché non v’appoggiate sui vostri meriti, ma su le sue colpe? Ché, se tentaste di abbatterlo per prevenirne le offese, sareste uomini cattivi, supponendo perfidia in chi non ne ha date mai prove; sareste vili, paventando d’un infelice che, combattuto dal suo rimorso, implora perdono; sareste ingiusti, vendicandovi della semplice [p. 72 modifica] possibilitá d’un torto. Ove abbiate ragioni contro di lui, esponetele non con la satira, ma con la veritá, che rivendica sempre i diritti di tutti. I censori repubblicani, che vegliano severamente sul contegno de’ cittadini, anziché giudicarli, gli accusano dopo un esame imparziale. La virtú è generosa: ella non danna il traviato, ma lo compatisce e lo illumina; non percuote l’oppresso, ma lo solleva; non inferocisce contro il pentimento, ma esulta riacquistando alla repubblica un difensore: ella d’altronde abbraccia il padre di famiglia che la costituzione protegge, ed anima gl’ingegni a consecrare le loro vigilie alla gloria e alla prosperitá della patria. L’uomo conoscitore delle rivoluzioni non pretende da un popolo nato, cresciuto, educato nella schiavitú, le virtú di un popolo veracemente libero. Io me ne richiamo a voi stessi. Fate lo scrutinio sincero della vostra coscienza, pesate i vostri errori e gli errori che volete puniti, calcolate le circostanze degli uni e degli altri; e, se vi scoprite innocenti, soscrivete la sentenza del Monti. Ma, se pure voi siete tali da condannare senza essere condannati, non è il solo Monti, che meriti il vostro disdegno. Molti piú rei presiedono alle prime cariche della repubblica, ed io li conosco; ma di tutto mi taccio, reputando piú senno d’invigilare su le loro azioni presenti che di garrir su le antiche. Io stesso, ad onta del mio carattere rigido, ad onta delle tante e sí feroci disavventure di mia fanciullezza, che m’insegnarono a comportare tranquillamente le tempeste della vita, ad onta ch’io cominciassi a ragionare quando tutto parlava di libertá e tutto alla libertá cospirava; io stesso avrei blandito ai tiranni, se le loro persecuzioni, spaventandomi mentre io non sapeva ancora adularli, non mi avessero per tempo sepolto nella ignota mia solitudine. Tali erano i tempi e i governi sanciti da tanti secoli e tale era la educazione, ormai divenuta natura. Or chi vorrá proscrivere, anziché rianimare, coloro che nell’abbiezione di servitú operarono servilmente? O si vedrá il solo Monti punito, perché il suo genio rese celebri anche i suoi falli? A questo riflesso non cade la spada di mano agli assalitori? [p. 73 modifica]

XVI

I tanti e diversi tiranni, ora conquistatori, ora usurpatori d’Italia, smembrarono le nostre province con vari dialetti ed opposte leggi, e convertirono il popolo legislatore dell’universo in altrettanti vulghi schiavi di barbari dominatori. E ben dopo averci rapito e mano e lingua e intelletto e virtú, vollero ottenebrarci anche lo ingegno, unico avanzo della nostra grandezza. Or poco italiani siam noi, se, perseguitando i grandi della etá nostra, tentiamo di togliere la preeminenza che la Italia ebbe sempre nelle arti5, e siamo propugnatori piuttosto delle antiche tirannidi che della italiana libertá. Ed orgoglioso, anziché amico delle arti, si è colui che disanima l’artista, perché sopravanza gli altri di gloria. Ma disavventura fu questa sempre della nostra patria, e ne fa fede Torquato Tasso, che, fra il dileggio de’ cortigiani, i sarcasmi de’ saccenti e l’orgoglio de’ principi, visse or carcerato ed or vagabondo, sempre malinconico, infermo, indigente6. Ma (forz’è confessarlo: prime e forti ragioni della persecuzione del Monti sono la sua gloria e l’altrui invidia) queste risse vergognose e ridicole si ritorcono sempre a danno della repubblica. I tiranni di tutti i tempi e di tutti i generi hanno ognora temuto la virtú e lo ingegno, poiché, mentre l’una [p. 74 modifica] congiura contro di essi, l’altro illumina il popolo. In nascente repubblica insorgono sempre i Cromwelli; e, se coloro che godono piú di fama non si collegano in alleanza difensiva e offensiva, i tiranni se ne prevalgono, e alla libertá vera, piena, ferma, sottentra l’anarchia, il poter del piú ricco, la preponderanza straniera, l’avvilimento, la corruzione, il servaggio. Se pure noi, infetti dai costumi del principato e snervati da tanta e sí lunga schiavitú, potremo veder mai la intera libertá della patria; perocché anche le ottime leggi in un popolo guasto son vane. Forse agli italiani futuri si spetta di riparare l’oltraggio da noi fatto alla libertá.

  1. Le parole spazieggiate sono aggiunte dal F. [Ed.].
  2. Vedi i Dialoghi d’amore del Bettinelli, impressi in Rovereto nel 1796, e il Giornale letterario di Venezia del 1795 [F.].
  3. Oltre i molti giornali che parlarono a lungo di questa tragedia, è da vedersi la lettera del Tiraboschi impressa dietro l’edizione romana delle Tragedie del Monti e le Notizie storico-critiche dell’«Aristodemo», nel primo volume del Teatro italiano applaudito [F.].
  4. Ora consolo di Roma, ed allora detenuto in Castel Sant’Angelo, perché pensava liberamente. Quest’uomo stesso dedicò la edizione del Dante impressa a Roma nel 1794, al prelato Caraffa, attualmente dannato all’esilio. Ché, se il Monti non fosse allora stato secretario del nipote del papa, non avrebbe certo sfuggita la pena, nella quale incorsero tutti que’ romani che al governo sembravano complici dell’Angelucci [F.].
  5. E’ pare che le lettere muoiano. L’orgoglio nostro sprezza gli antichi: v’ha tale che s’ascrive lo stile di Tacito; tal altro corregge il Petrarca; chi proscrive la lingua greca e latina; chi asserisce che a’ di nostri «si dissero estemporaneamente cose sí immaginose e sublimi da lasciarsi dietro le spalle tutti i poeti dell’antichitá». Poco senno è dunque il mio, se in tanta barbarie io mi querelo delle persecuzioni che si movono contro gli uomini grandi: io dirò ciò che dicea Plutarco di Filopomene e de’ greci di que’ tempi: «Essi non appartengono a questo secolo» [F.].
  6. Niuno fra i poeti d’Italia fu piú costumato, piú sensibile, piú virtuoso del Tasso: eppure, vicino a morte, scrivea: «Non è piú tempo ch’io parli della mia ostinata fortuna, per non dire della ingratitudine degli uomini, la quale ha pur voluto aver la vittoria di condurmi alla sepoltura mendico» (Opere, vol. ix). Anche il Petrarca dicea di se stesso: «Haec fama hoc mihi praestitit ut noscerer et vexarer» (Epist. senil., lib. xvii). E chi non conosce gli errori e la povertá di Dante? Quel divo ingegno scrivea la cantica, avvolto nella maestá delle sue disavventure [F.].