Poesie (Fantoni)/Varie/XX. Eroide di Armida a Rinaldo

XX. Eroide di Armida a Rinaldo

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XX. Eroide di Armida a Rinaldo
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XX

Eroide di Armida a Rinaldo

I

La riflessione

Invio dell’eroide d’Armida a Rinaldo.

     Tacite selve ombrose,
io faccio a voi ritorno,
fide compagne un giorno
di mia felicitá.
     5Presso di queste algose
onde, che frange il rio,
sedea con l’idol mio
la dolce Voluttá.

     L’invidiose chiome
10scuotevan lascivette
l'aure, ai tremanti elette
misteri dell’amor.
     Ed un soave nome
spesso rompea fugaci
15i morbidetti baci
sul labbro animator.

     Vano desio d’onore,
padre di cura edace,
venne a turbar la pace
20d’un fortunato cuor.
     Il ben nello splendore
credei che cinge un trono;
ma vidi che in lui sono
colpe gli affetti ancor:

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     25e che celar conviene
ogni amoroso istinto,
che chi trionfa è vinto,
chi è vinto è vincitor.
     Che presso lui la spene
30è figlia del timore,
e che virtú l’errore
deve sembrar talor.

     Vivere nell’inganno
per ingannar sprezzai,
35e in mezzo all’òr cercai
novella servitú.
     Fabbro del proprio affanno,
sedea su del tesoro,
e pigro in mezzo all’oro
40ne desiava piú.

     Scossi quel giogo indegno,
che non volea lasciarmi,
e ricercai fra l’armi
l’insana libertà.
     45L’invidioso sdegno,
l’onore ed il disprezzo
m’offriro un giusto prezzo
di mia credulitá.

     Stanco d’ognor soffrire,
50ne’ miei pensier discorde,
le sacre aurate corde
mi piacque di temprar,
     e al mio dolor spiegare
libero il vol per l’etra:
55tu sol potesti, o cetra,
mie pene sollevar.

     Per te non sono ignoto
fra i solitari orrori
all’eco ed ai pastori,
60non sono ignoto ai re.

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     Riscossi piú d’un voto
per te dai saggi anch’io,
quando all’intonso Dio
piacque scherzar con me.
     65Piansi d’Armida al pianto,
la seguitai smarrita;
ed il mio cuor, tradita,
tradito si stimò.

     Ed a Rinaldo accanto,
70arsi de’ suoi deliri,
e i dolci suoi sospiri
ognor presenti avrò.
     Nice, tu degna ancora
dell’infelice il fato,
75tradita da un ingrato,
di poco lacrimar.

     Su le tue labbra allora
quanto sarò felice,
se nel tuo pianto, o Nice,
80io mi potrò bear.


2

Armida a Rinaldo

          Fiero europeo, che dal Tebro fastoso
di un libero a Macon popol diletto
vieni a turbar la pace ed il riposo;
     e, pieno il cuor d’ambizioso affetto,
5vuoi che dentro i tuoi ceppi il mondo gema,
e a’ pregiudizi tuoi viva soggetto;
     detestabil crociata ed empio...trema!
trema, Rinaldo... e di mia mano ai segni
freddo spavento l’empio cuor ti prema.

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     10Questi non son piú quelle cifre, degni
intrecciati fra lor lacci d’amore,
del nostro antico ardor teneri pegni;
     né piú Armida son io, che per signore
t’elesse, per suo amante e per sua guida:
15ma Armida abbandonata al suo furore;
     e per pingerti ancora, anima infida,
quale pende su te periglio estremo,
avida di vendetta, offesa Armida.
     La magic’arte, al cui poter supremo
20ciel, natura obbedisce ed i letèi
stagni, che fende inesorabil remo,
     che virtú chiude imperiosa in lei,
e alle leggi dell’uom l’uom non soggetta
rendendolo maggior fin degli dèi,
     25dubiti tu che, se a formar perfetta
la mia gioia servi fra i dolci amplessi,
egualmente non serva alla vendetta?
     Che! sotto ciel di cupi nembi e spessi,
grave, e su d’ardui monti d’infecondo
30e pigro gelo eternamente oppressi,
     sotto i gelati poli, ove, fecondo
non avendo natura il sen, languisce
agli ignoti confin del nostro mondo,
     ove spontaneo mai tronco fiorisce,
35avrò creato di delizie un regno
con quest’arte che ai mei cenni obbedisce;
     ed io poi non potrò, quando un indegno
e un traditor m’oltraggia, a mio talento,
come l’amore, anche appagar lo sdegno?
     40S’armi contro l’ingrato ogni elemento,
e a quei, che credon l’incostanza un dritto,
sia d’esempio sua morte e di spavento.
     Sulle mura di Solima trafitto
Rinaldo l’infedel vittima spiri
45della vendetta mia, del suo delitto.
     Me infelice! ove mai tu, che m’ispiri,
mi trasporti, o dolor? E tu incostante
ridi, e rider ne puoi de’ miei deliri?

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Ah! tu ben sai che, timorosa amante,
50di un ingrato, d’un perfido all’aspetto
qual tu sei, disarmata, umil, tremante,
     per te, crudel, per quell’infido oggetto
di quel fuoco, che ancor l’alma divora,
sente l’amor piú che lo sdegno in petto.
     55Vendicarmi! E di chi? Di quel ch’adora
il mio cuor? Se mi fuggi e mi disprezzi,
io, ciò malgrado, t’idolatro ancora.
     No, non creder, Rinaldo, che ti sprezzi
Armida e, in braccio a sconsigliato sdegno,
60piú la vendetta che ’l suo bene apprezzi.
     È ver che, quando della croce il segno
spiegò l’Europa armata ai nostri danni
dell'Idumea nel desiato regno;
     e i fanatici tuoi feri tiranni
65vennero a vendicare il loro Iddio
nel sangue dei mortali e negli affanni;
     tremante per la patria e il padre mio,
d’un giusto sdegno negli eccessi odiati
di purgare giurai per sempre anch’io
     70i nostri oppressi ed infelici Stati
da questi empi assassini, ai nostri mali
sordi ed al sangue ed alle stragi usati.
     E, invocando gli dèi delle infernali
infauste sponde, a seminar dolente
75nelle vostre passai tende fatali
     lo spirto di discordia ed il pungente
furor geloso, che a destar ne’ petti
è ancora degli eroi beltá possente.
     Mi offrîr conquiste facili gli eletti
80tue schiere a regolar duci guerrieri,
nel loro amore e nei divisi affetti.
     E traeva a Damasco prigionieri,
avvolti in duro laccio vergognoso,
a me d’appresso i tuoi cristiani alteri.
     85Tu sol, Rinaldo, in quel dì glorioso
contrastasti al mio cuore ed al mio volto
la vittoria superbo e disdegnoso.

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     E, passando, uno sguardo a me rivolto,
un guardo in cui imparasti a disprezzarmi,
90alla strage corresti audace e stolto.
     E di piú, non contento d’insultarmi,
volesti ancor che fosse in me converso
tuo braccio invitto e spaventoso in armi.
     De’ miei guerrieri il forte stuol disperso,
95sciogliesti i schiavi, e fe’ la Fama alata
nota la mia vergogna all’universo.
     Armida, a un giusto sdegno abbandonata
contro un fiero nemico, era lontana
di preveder che saria un giorno stata
     sotto il giogo d’amor piú teco umana,
che in un superbo cor tu resa avresti
l’ira nascente e la vendetta vana.
     Quando dal patrio lido il piè volgesti
ai siri campi, e il pallido timore
105e la temuta morte ivi spargesti,
     e l’alito del tuo nero furore,
d’ogni piú fiera crudeltá capace,
d’egual furor m’avvelenava il cuore;
     potuto avrei pensar ch’il pertinace
110odio scordato avrei di sdegno insano,
l’amore acceso alla nemica face?
     E pur, crudel, quando l’irata mano
a lavar nel tuo sangue micidiale
pronta era il disonor dell’Ottomano,
     115e a vendicar l’ingiuria mia fatale,
e di Solima; allor che a te vibrato
sospendere dovea colpo ferale
     i nostri danni; nel mio cor, straziato
da vendetta, pietá, desire e gloria,
120nacque il fuoco onde ancora è divorato.
     Se l’osi ancor, richiama alla memoria
quel dí che al fragil mio furor fu scoglio,
quel vergognoso dí di tua vittoria.
     Se l’infido tuo core e se ’l tuo orgoglio
125sdegna pensarvi, per turbar tua pace,
col rammentarlo a te, punirti io voglio:

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ancor lieve supplizio, e non capace
un perfido a punire e un traditore,
che l’è per fanatismo e sen compiace.
     130Giurata avea tua morte: a mio favore
incauto sonno la vendetta appresta,
e t’abbandona al cieco mio furore.
     Ah! in quell’ora, così per me funesta,
perché la mano mia non ebbe ardire
135di trafiggere un cor, che mi detesta?
     Infelice! fremei; temei ferire!
Nell’immolarti, questo braccio il vero
Rinaldo forse non dovea colpire?
     Quel Rinaldo eri pure, e quel guerriero
140non giammai vinto, di Dudon seguace,
quel sì temuto eroe, del nostro impero
     barbaro distruttor, nemico audace
de’ miei, di tutti i monsulman spavento,
ed il sostegno del cristian rapace.
     145Ma allor Rinaldo non chiudeva drento
all’usbergo le membra, un empio onore
non gli cingea d’elmo nemico il mento;
     ché, lusingata da un crudele orrore,
il ciglio non mi avria disingannato,
150armando il braccio di fatal rigore.
     Nell’armi sue Rinaldo avrei sfidato;
ma non trovai che di un gentil sorriso
le lusinghe in Rinaldo disarmato.
     Risplender ponno d’un nemico in viso
155cotanti vezzi?... Ancor tra dolce inganno
a dormir sotto un mirto io ti ravviso!
     Gravi le ciglia, che indivise stanno,
mescendo il dolce tuo fiato divino
con quel dell’aure che spirando vanno:
     160fra gli odorosi fiori del giardino
con negligente cura insidiosa,
qual arboscello verso terra, chino:
     nuda la nivea fronte, e l’amorosa
bocca socchiusa... Alfin simil, fra i dèi,
165al piú vago... all’Amor, quando riposa.

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     Ondeggiavano i tuoi biondi capei
in preda all’aura: che si offrisse allora
un nume mi sembrava agli occhi miei.
     Ciò malgrado, in mia man balena ancora
170il ferro, su te volo, e nell’alzarlo
tremo... e incerta sul colpo io fo dimora.
     Giá piú del sangue tuo non vo’ bagnarlo,
non vo’ punirti. Cade ormai lo sdegno;
amo Rinaldo... ed ho potuto odiarlo?
     175Qual era l’error mio! Rinaldo è degno
solo d’amor! Ei piú non è l’orrore
dell’alma mia, né piú di stima è indegno;
     ne quel guerriero, di cui pasce il core
o fanatismo o crudeltá: né il mio
180truce tiranno... Egli è Rinaldo... è Amore.
     Ma che veggio? Ha di polve aspersa, oh Dio!
la fronte, ed all’ardor che ’l fa languire
cede del giorno? Che mai far degg’io?
     Omai lo fa il sudore impallidire,
185ah! che un, dell’alma mia scorta piú fida,
bacio l’asciughi!... È nato ei per soffrire?
     Ricevi, amato ben, questo d’Armida
bacio soave; del Furor Tirate
voci non piú, ma solo Amor la guida.
     190Dorme! Tacete, venti, e rispettate
il suo sonno. Qualora ei vi disserra
quanto vaghe sarete, o luci amate!
     Alla nativa Europa, anzi alla terra
m’anteporrá; così gentil sembiante
195creato è per l’amor, non per la guerra.
     Per l’amor? Ma Rinaldo è forse amante?
Non ebbe avversa a me cuna natia?
È ver! potria, nell’ira sua costante...
     Io tutta temo... Avvolta in ceppi sia
200la mia conquista, e, lungi da’ rumori
del campo, in seno del piacer si stia.
     E i lacci del mio crine e quei de’ fiori
lo cingano al mio sen con replicati
nodi, stretti per man dei dolci Amori.

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     205Partiamo; e, tratti in mezzo ai venti alati,
d’isola ignota rivolgiamo il piè
ad incogniti lidi abbandonati,
     ove sicuro sia della sua fé
il mio geloso amor, lá dove a lui
210io tutta sia come egli tutto a me.
     Vi giungo, e la natura, a’ vezzi tui
commossa, su dei scogli i fiori adduce,
e spiega il carco sen de’ doni sui,
     e, seconda al mio amor, si riproduce,
215ed una selva, pria dal sol difesa,
cangia in soggiorno di amorosa luce.
     Qual fu, Rinaldo, allor la tua sorpresa
quando le luci apristi! Armida innante
ai piè del vincitor sedea distesa:
     220quell’Armida crudel. che, pria un istante,
armata dal dispetto e dal furore,
tentato avea svenare il proprio amante,
     temendo anche essa il tuo crudel rigore,
sembrava che implorasse ai propri ardori
225la pietade d’un Dio tutto terrore.
     E, abbandonata ai giusti miei timori,
io tí abbracciava le ginocchia, intanto
che ti spargea di lacrimosi umori.
     — Scender mi vedi su le gote il pianto,
230— ti dissi: — ei possa almen, Rinaldo amato,
quel che far di miei vezzi il dolce incanto
     valor non ebbe. Io t’amo... e l’incendiato
mio cor per prezzo del suo amor sincero
chiede ancora da te d’essere amato.
     235Credimi; invano aspiri al soglio altero
di Solima. Rinuncia a un fragil pegno
della speranza... Io t’offro un altro impero;
     un impero piú dolce e assai piú degno
di te, l’impero del mio cor, che cara
240sará tua sede e che a tua fede impegno.
     Abbandona quel ferro, e quell’avara
di te corazza. Lascia agire il Perso,
Saladino e la triplice tiara,

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     e in preda del destin resti il diverso
245interesse dei re. Quest’aureo letto,
questo giardin per noi son l’universo.
     Vien’, seguimi, idol mio... questo boschetto,
questo tempio d’Amor, de’ suoi scalpelli
la piú bell’opra e il fido suo ricetto,
     250questo frondoso trono, ombre, ruscelli,
il venticel che errando va fra i rami,
il dolce canto dei pennuti augelli,
     la natura a goder par che ci chiami,
ed i piacer che ci fomentan essi
255mi rendono piú bella a te che m’ami.
     Vieni... mi segui... — Amor fra i dolci amplessi
forma due amanti, che sferzando preme,
di due nemici, che voleansi oppressi.
     Della rapida sua fiamma, che freme.
260discioglie il nostro cor, l’ardore attivo;
concentra e unisce le nostre alme insieme.
     Un solo ed istesso esser fuggitivo
c’infonde; l’alma di Rinaldo annida
entro il mio seno, e per amarlo io vivo.
     265Giammai creduto allor avria che infida
speme nudrissi in sen: fra i suoi contenti
godea quieta l’amorosa Armida.
     Giorno beato, amabili momenti,
in cui ci fûro i piú soavi baci
270dolce suggello ai nostri giuramenti!
     Quando Febo spegnea nel mar sue faci
o nascente vibrava i raggi amici,
mi dicevi: — Io ti adoro... Ah che i fugaci
     odiare tu mi fai giorni infelici,
275in cui di guerra il truce dio temuto
mi toglieva agli amori i piú felici!
     Io vissi senza amarti? Ed ho potuto
vivere! Oh ciel! perdona... — Un improvviso
tremito allora ti rendeva muto.
     280E dal commosso ciglio tuo sul viso
sfuggiva il pianto dell’amor, non meno
lusinghiero di quel di un dolce riso.

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     E di me, tua fedel, cadendo in seno,
fra i trasporti piú teneri e costanti,
285al sopito dolor ponevi freno.
     Mi facevi gustar negli incostanti
moti un dolce piacer piú vivo ognora,
benché ognor ripetuto all’alme amanti.
     Languivamo d’aimor, ma i baci allora
290premean sul labbro in vorticosi giri
l’anima fuggitiva a far dimora.
     O piuttosto nei lor dolci deliri
volavan l’uno all’altro i nostri cori,
e seguivano il corso dei sospiri.
     295Felice io mi credeva in questi amori!
Godea tutta me stessa abbandonare,
semplice! in braccio a’ tuoi fallaci ardori.
     Né osato avrei giammai di sospettare
che quel, che presso Armida Amore arresta,
300mi volesse incostante abbandonare.
     Odiata aurora e sempre a me funesta,
di cui, per tormentarmi, al mio pensiero
la memoria crudel presente resta;
     spaventevole dì, che prevedere
305non potei, richiamandoti alla mente,
deggio, ahi lassa! calmare il dispiacere?
     Quai mortali non so: due, che fremente
abborrisce il mio cor, empi cristiani,
col soccorso d’un Dio, che odio egualmente,
     310superando, malgrado i sforzi vani
del mio poter, l’impraticabil loco,
le cui rupi ascondeansi ai sguardi umani,
     ti parlano di gloria, e a poco a poco
ti ravvivati nel cor, con detti ad arte,
315del fanatismo il quasi estinto foco.
     Ti involano da me; Rinaldo parte;
dal sen del mio piacer, che gli molesta,
ti traggono i crudeli in sen di Marte.
     Tremante io grido: — Arresta, ingrato, arresta!
320Tu non m’ascolti! Per l’oceano in giú
a ricondurti la tua vela è presta.

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     D’inutil grida io stanco il cielo, e tu
parti, il tuo legno per i salsi umori
sen fugge, vola... Io non ti veggo piú.
     325Empion la riva i tristi miei clamori,
verso quel bosco io vo, dove diffonde
la docil ombra gli amorosi orrori.
     Verso quel verde tronco, ove confonde
tiepida l’aura i sospir nostri ancora,
330ma l’eco, l’eco sola ai miei risponde.
     Con ripetute grida invano allora
io ti chiamo: cedendo ai miei dolori,
cado su di quel letto, ove dimora
     dolce faceasi in mezzo all’erbe e i fiori
335e inganno al dì, dove i miei baci amanti
eran prezzo de’ tuoi baci impostori;
     ove, ancor ricercandoti, tremanti
le mani io stendo, né abbracciar poss’io
piú ch’ombre vane a me d’intorno erranti.
     340È dunque vero che mi fugge, oh Dio!
Rinaldo!... Numi tenebrosi, omai
sortite dall’Averno al pianto mio.
     Quel palagio incendiate, il qual sacrai,
da lui costrutto, al dio d’amor. Volate,
345ed ovunque felice un giorno errai,
     il ferro e il fuoco distruttor portate:
piú nei giardini non rimanga ramo,
piú d’onda nelle fonti abbandonate.
     Tutto... me stessa, l’universo io bramo
350che annichiliate, ma, nel mio furore,
risparmiate Rinaldo... Ancora io l’amo;
     che viva!... Ei vive, ingrato! ed il suo core,
posta in barbaro oblio la sua fedele,
insensibile è forse al mio dolore.
     355Rinaldo, e crederò che d’infedele
voglia al barbaro nome e a quel d’ingrato
aggiunger l’alma tua quel dì crudele?
     E m’abbandonerai sola al mio fato
su questo monte, di tua fuga ardita
360ancora fra gli orrori spaventato?

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     Ove, da che partisti, intorpidita
spira natura, chè fuggi quel dio
che le donava animator la vita;
     e dove adesso invano il poter mio
365far quello, che giá un dì potea, procura,
un de’ tuoi sguardi ed il comun desio.
     No, Rinaldo, pietá: prenditi cura
d’un’amante smarrita e del mio stato.
Per te offesi le leggi e la natura;
     370tutto per te, mio bene, ho abbandonato:
la patria, il genitore e il mio dovere,
e quello che io giurai, tutto ho scordato.
     Con qual fronte oserò farmi vedere
entro Damasco, che vicino è omai,
375preda dell’armi tue, forse a cadere?
     in quelle mura, in cui del giorno i rai
vidi, di cui la gloria e il prisco vanto
al crudel amor mio sacrificai?
     Parla: mostrar deggio lacera il manto
380all’attonita terra, al suo dolore
Armida abbandonata, Armida in pianto?
     Forse esporre poss’io mio disonore
agli occhi suoi senza arrossir... quel prezzo
con cui pagasti il mio tradito amore?
     385Ma che dico? Temer degg’io disprezzo,
temer vergogna? Ahi! non conosco freno
all’amor che ti porto, e non gli apprezzo.
     Permetti che tua schiava io possa almeno
seguir i passi tuoi. Teco mi mena
390in quel campo, di cui svegliâro in seno
     mille sdegni i miei vezzi. Io di catena
cinti ho i cristiani tuoi, che m’han seguito:
tu gli vendica, amico, e m’incatena.
     Che ne consoli il mio dolor smarrito,
395e del nome d’amante io non sia priva,
altro non chiede questo cor tradito.
     Se mi permetti che a te presso io viva,
nel tuo campo non vo’ ch’altro mi preste
che il titolo ed il rango di cattiva.

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     400Senza arrossir ne prenderò la veste:
le lunghe trecce del mio crine oscuro
10giá recisi, di sembianza meste,
     inutile ornamento, che non curo:
aborrisco di vezzi esser consorte,
405che non mi procacciâr che uno spergiuro.
     Si, Rinaldo, permetti che io mi porte
ai piedi tuoi; schiava, e nei ferri ancora
quanto piú dolce mai sará mia sorte!
     Qual cura io non avrò di te! Qualora
410ti condurrá di nostre mura innante
il truce nume della guerra, ognora,
     per il periglio di tuoi dí tremante,
il sen ti coprirò di propria mano,
d’acciaio piú duro che ’l diamante.
     415E quel brando, terror dell’Ottomano,
ti cingerò. Che deggio dirti? Alfine,
per piacerti, seguace, ove l’insano
     della pugna furor non ha confine,
di perderti temendo, palpitante
420sarò teco fra ’l sangue e le ruine.
     E l’oro del tuo scudo, e la pesante
corazza non potran tôrre il gelato
timor dal sen d’un’infelice amante.
     Temendo, ad ogni dardo che lanciato
425sará dal braccio del nemico crudo,
che, benché infido, il cor ti sia piagato,
     d’Armida il seno, il sen tremante, ignudo,
dalla mortal saetta volatrice
ti coprirá, ti servirá di scudo.
     430Sotto il tuo ciglio spirerò felice,
se tutto il prezzo tu conosci allora,
Rinaldo, d’un amor tanto infelice!
     Ma che dico?... E ove mai la speme ancora
mi trasporta? Ah! lo so, giá pronto sei
435a risponder crudele a chi t’adora:
     — T’han dovuto tradir gli affetti miei,
Armida. Un Nume, che si fa temere,
piú grande adoro, che i tuoi vani dèi.

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     Cristiano io son: religion severe
440leggi mi detta, e di goder m’è tolto
in sen d’amore le beltá straniere.
     D’un’idolatra ai piè, nei ceppi avvolto,
nel sollevato cor la gloria offesa,
onor sopito, mi giacea sepolto.
     445Sopra ali di fuoco a me discesa
scaccia la Grazia alfine i densi orrori
d’una nube d’innante agli occhi stesa.
     Degli ingannati sensi miei gli errori
ora conosco. Siegui l’orme sue,
450rinunzia a dei piaceri ingannatori.
     Non mi seguire... Vivi, e nelle tue
gioie t’asconda un traditor l’oblio,
che d’esser pianse, e per dover lo fue.
     Io piangendo ti do l’ultimo addio;
455ti compiango... ma alfine ai rigorosi
sacri cenni obbedisco del mio Dio. —
     Del tuo Dio? Che? Tu sei che d’oppor m’osi
il suo culto? Non è piú dunque Amore,
che consultano i tuoi sensi dubbiosi?
     460Ma rispondi: in quel punto, in cui, signore
de’ voti miei, d’un cor per te sensibile
sdegnar potevi e coronar l’ardire,
     perché, barbaro, mai questo invincibile,
ahi troppo ingiusto ostacolo celarmi?
465Era allora il tuo Dio meno terribile?
     Ah crudele! d’amare ovver d’odiarmi
libero allora, per tradir la mia
credula fede, tu scegliesti amarmi.
     No che figlio non sei tu di Sofia,
470né ti vantar che devi a lei la vita,
ma il Caucaso ti fu patria natia.
     E ove neve sul gelo erra smarrita
fosti concetto in tenebre profonde
di grotta del suo parto inorridita.
     475E, rotandoti in seno il mar dell’onde,
nel suo furore, per comun sventura,
ti vomitò sovra l’infauste sponde.

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     Ingrato! Ti convien vantar qual cura
hai della tua virtú? d’oppor preteso
480dover a un fido cuor, che ti assicura?
     Credimi: cessa simulare appreso
pietoso senso; fingi il tuo dolore,
come di me fingesti essere acceso.
     Quando nel seno tuo vede l’amore
485per lui giá spento, curerá l’insane
d’una falsa pietá premure il core!
     — Vivi in pace, — mi dici. Che le vane
aure respiri ancor? Dunque ’l tenace
toglimi dardo, che nel cor rimane.
     490Ove questa trovar tranquilla pace,
crudel, posso io? Lungi da me rivolto
ha per seguirti il cheto piè fugace.
     Non credere però che, aspersa il volto
d’imbelle pianto fra lugubri omèi,
495voglia lo sdegno mio tener sepolto,
     e maledir invan l’amor, gli dèi,
e quel che io non avrei creduto mai,
traditore Rinaldo, e i vezzi miei.
     Furia crudel, d’appresso a te m’avrai,
500quando il sol luce e quando è il cielo oscuro,
alla tenda, alla pugna e ovunque vai.
     E, con rimproverarti il tuo spergiuro,
io ti farò sentir tutti i tormenti,
che nel lacero cor per te m’induro.
     505Ne morrò: ma tu stesso alle dolenti
stigie discenderai sedi, ingannata
la tua mente ne’suoi voli impotenti;
     e, soddisfatta allor, l’insanguinata
ombra mia premerá con volto irato
510l’ombra tua fuggitiva e spaventata;
     e, alle lugubri mie grida sdegnato,
di Pluto muggirá l’orrido impero;
se vuoi tradirmi... a questo prezzo, ingrato!
     Che dissi mai? Vani progetti invero
515d’un’amante insensata! Un avvenire
piú amabile lusinghi il mio pensiero.

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     Tenero oggetto d’ogni mio desire,
Rinaldo, nuovi, che mi detta Amore,
forse inutili, sensi io ti vo’ dire.
     520Ma, sia sordo o insensibile il tuo core,
paventar deve, in mezzo ai suoi timori,
perdere i detti chi perdette onore?
     No, ch’io non t’odio; giá dai mesti umori
sento ch’entro il mio cor piú mite ognora
525estinti son gli accesi miei furori.
     Sia grande il tuo spergiuro, e lo sia ancora
lo sdegno mio; falso è che la ragione
t’aborre... È troppo ver che il cor t’adora.
     Ascolta: se la tua religione,
530come altre volte detto m’ha l’infida
alma tua, se la guerra o l’ambizione
     o ignoto giuramento, empio omicida,
t’hanno costretto dagli amati lumi
allontanarti della cara Armida;
     535di quel foco, in cui il cor tu mi consumi,
riconosci il poter che mi corregge:
io rinunzio al mio culto ed a’ miei numi.
     Te solo io riconosco. Armida elegge,
o la cristiana o l’idolatra sia,
540null’altra legge aver che la tua legge.
     Stabilisci i costumi e la fé mia
come t’aggrada: esaminar se d’empi
errori o di virtú feconda sia
     non voglio; i tuoi dover son miei, gli esempi
545seguo che tu mi dai; giá il Dio de’ tuoi
m’è caro; mi conduci entro i suoi tempi.
     Oh me felice, se aggradir tu vuoi
i miei voti, e se fia che il ciel destine
d’unir le destre sugli altari suoi!
     550Troppo, sì, troppo fortunata alfine,
se a ogni altro affetto in te l’amor prevale,
e, di Solima in mezzo alle ruine,
     si degna la tua man della nuziale
benda cingermi il crin; se, abbandonato
555un soggiorno per me troppo fatale,

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     mi fai di te vedere assisa al lato,
a parte di tua gloria al latin regno
sul carro trionfai da te guidato.
     Da tua fé questo prezzo e questo pegno
pretender oso: parto, e non dubbiosa,
in te sperando, a te, mio bene, io vegno.
     E sia pur fortunata o tormentosa
quella, che su me pende incerta sorte
in Solima; o vivrò lieta tua sposa,
     o tua vittima andrò contenta a morte.