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Canto ventesimosesto

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Canto 25 Canto 27
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1
     Cortesi donne ebbe l’antiqua etade,
che le virtú, non le richezze, amaro:
al tempo nostro si ritrovan rade
a cui, piú del guadagno, altro sia caro.
Ma quelle che per lor vera bontade
non seguon de le piú lo stile avaro,
vivendo, degne son d’esser contente;
gloriose e immortal poi che fian spente.

2
     Degna d’eterna laude è Bradamante,
che non amò tesor, non amò impero,
ma la virtú, ma l’animo prestante,
ma l’alta gentilezza di Ruggiero;
e meritò che ben le fosse amante
un cosí valoroso cavalliero,
e per piacere a lei facesse cose
nei secoli avenir miracolose.

3
     Ruggier, come di sopra vi fu detto,
coi duo di Chiaramonte era venuto,
dico con Aldigier, con Ricciardetto,
per dare ai duo fratei prigioni aiuto.
Vi dissi ancor che di superbo aspetto
venire un cavalliero avean veduto,
che portava l’augel che si rinuova,
e sempre unico al mondo si ritrova.

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4
     Come di questi il cavallier s’accorse,
che stavan per ferir quivi su l’ale,
in prova disegnò di voler porse,
s’alla sembianza avean virtude uguale.
— È di voi (disse loro) alcuno forse
che provar voglia chi di noi piú vale
a’ colpi o de la lancia o de la spada,
fin che l’un resti in sella e l’altro cada? —

5
     — Farei (disse Aldigier) teco, o volessi
menar la spada a cerco, o correr l’asta;
ma un’altra impresa che, se qui tu stessi,
veder potresti, questa in modo guasta,
ch’a parlar teco, non che ci traessi
a correr giostra, a pena tempo basta:
seicento uomini al varco, o piú, attendiamo,
coi qua’ d’oggi provarci obligo abbiamo.

6
     Per tor lor duo de’ nostri che prigioni
quinci trarran, pietade e amor n’ha mosso. —
E seguitò narrando le cagioni
che li fece venir con l’arme indosso.
— Sí giusta è questa escusa che m’opponi
(disse il guerrier), che contradir non posso;
e fo certo giudicio che voi siate
tre cavallier che pochi pari abbiate.

7
     Io chiedea un colpo o dui con voi scontrarme,
per veder quanto fosse il valor vostro;
ma quando all’altrui spese dimostrarme
lo vogliate, mi basta, e piú non giostro.
Vi priego ben, che por con le vostr’arme
quest’elmo io possa e questo scudo nostro;
e spero dimostrar, se con voi vegno,
che di tal compagnia non sono indegno. —

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8
     Paermi veder ch’alcun saper desia
il nome di costui, che quivi giunto
a Ruggiero e a’ compagni si offeria
compagno d’arme al periglioso punto.
Costei (non piú costui detto vi sia)
era Marfisa che diede l’assunto
al misero Zerbin de la ribalda
vecchia Gabrina ad ogni mal sí calda.

9
     I duo di Chiaramente e il buon Ruggiero
l’accettar volentier ne la lor schiera,
ch’esser credeano certo un cavalliero,
e non donzella, e non quella ch’ella era.
Non molto dopo scoperse Aldigiero
e veder fe’ ai compagni una bandiera
che facea l’aura tremolare in volta,
e molta gente intorno avea raccolta.

10
     E poi che piú lor fur fatti vicini,
e che meglio notar l’abito moro,
conobbero che gli eran Saracini,
e videro i prigioni in mezzo a loro
legati e tratti su piccol ronzini
a’ Maganzesi, per cambiarli in oro.
Disse Marfisa agli altri:— Ora che resta,
poi che son qui, di cominciar la festa? —

11
     Ruggier rispose:— Gl’invitati ancora
non ci son tutti, e manca una gran parte.
Gran ballo s’apparecchia di fare ora;
e perché sia solenne, usiamo ogn’arte:
ma far non ponno omai lunga dimora. —
Cosí dicendo, veggono in disparte
venire i traditori di Maganza:
sí ch’eran presso a cominciar la danza.

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12
     Giungean da l’una parte i Maganzesi,
e conducean con loro i muli carchi
d’oro e di vesti e d’altri ricchi arnesi;
da l’altra in mezzo a lance, spade et archi,
venian dolenti i duo germani presi,
che si vedeano essere attesi ai varchi:
e Bertolagi, empio inimico loro,
udian parlar col capitano Moro.

13
     Né di Buovo il figliuol né quel d’Amone,
veduto il Maganzese, indugiar puote:
la lancia in resta l’uno e l’altro pone,
e l’uno e l’altro il traditor percuote.
L’un gli passa la pancia e ’l primo arcione,
e l’altro il viso per mezzo le gote.
Cosí n’andasser pur tutti i malvagi,
come a quei colpi n’andò Bertolagi.

14
     Marfisa con Ruggiero a questo segno
si muove, e non aspetta altra trombetta;
né prima rompe l’arrestato legno,
che tre, l’un dopo l’altro, in terra getta.
De l’asta di Ruggier fu il pagan degno,
che guidò gli altri, e uscí di vita in fretta;
e per quella medesima con lui
uno et un altro andò nei regni bui.

15
     Di qui nacque un error tra gli assaliti,
che lor causò lor ultima ruina.
Da un lato i Maganzesi esser traditi
credeansi da la squadra saracina;
da l’altro i Mori in tal modo feriti,
l’altra schiera chiamavano assassina:
e tra lor cominciar con fiera clade
a tirare archi e a menar lande e spade.

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16
     Salta ora in questa squadra et ora in quella
Ruggiero, e via ne toglie or dieci or venti:
altritanti per man de la donzella
di qua e di lá ne son scemati e spenti.
Tanti si veggon gir morti di sella,
quanti ne toccan le spade taglienti,
a cui dan gli elmi e le corazze loco,
come nel bosco i secchi legni al fuoco.

16
     Se mai d’aver veduto vi raccorda,
o rapportato v’ha fama all’orecchie,
come, allor che ’l collegio si discorda,
e vansi in aria a far guerra le pecchie,
entri fra lor la rondinella ingorda,
e mangi e uccida e guastine parecchie;
dovete imaginar che similmente
Ruggier fosse e Marfisa in quella gente.

18
     Non cosí Ricciardetto e il suo cugino
tra le due genti varïavan danza,
perché, lasciando il campo saracino,
sol tenean l’occhio all’altro di Maganza.
Il fratel di Rinaldo paladino
con molto animo avea molta possanza,
e quivi raddoppiar glie la facea
l’odio che contra ai Maganzesi avea.

19
     Facea parer questa medesma causa
un leon fiero il bastardo di Buovo,
che con la spada senza indugio e pausa
fende ogn’elmo, o lo schiaccia come un ovo.
E qual persona non saria stata ausa,
non saria comparita un Ettor nuovo,
Marfisa avendo in compagnia e Ruggiero,
ch’eran la scelta e ’l fior d’ogni guerriero?

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20
     Marfisa tuttavolta combattendo,
spesso ai compagni gli occhi rivoltava;
e di lor forza paragon vedendo,
con maraviglia tutti li lodava:
ma di Ruggier pur il valor stupendo
e senza pari al mondo le sembrava;
e talor si credea che fosse Marte
sceso dal quinto cielo in quella parte.

21
     Mirava quelle orribili percosse,
miravaie non mai calare in fallo:
parea che contra Balisarda fosse
il ferro carta e non duro metallo.
Gli elmi tagliava e le corazze grosse,
e gli uomini fendea fin sul cavallo,
e li mandava in parte uguali al prato,
tanto da l’un quanto da l’altro lato.

22
     Continuando la medesma botta,
uccidea col signore il cavallo anche.
I capi dalle spalle alzava in frotta,
e spesso i busti dipartia da l’anche.
Cinque e piú a un colpo ne tagliò talotta:
e se non che pur dubito che manche
credenza al ver c’ha faccia di menzogna,
di piú direi; ma di men dir bisogna.

23
     Il buon Turpin, che sa che dice il vero,
e lascia creder poi quel ch’a l’uom piace,
narra mirabil cose di Ruggiero,
ch’udendolo, il direste voi mendace.
Cosí parea di ghiaccio ogni guerriero
contra Marfisa, et ella ardente face;
e non men di Ruggier gli occhi a sé trasse,
ch’ella di lui l’alto valor mirasse.

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24
     E s’ella lui Marte stimato avea,
stimato egli avria lei forse Bellona,
se per donna cosí la conoscea,
come parea il contrario alla persona.
E forse emulazion tra lor nascea
per quella gente misera, non buona,
ne la cui carne e sangue e nervi et ossa
fan prova chi di loro abbia piú possa.

25
     Bastò di quattro l’animo e il valore
a far ch’un campo e l’altro andasse rotto.
Non restava arme, a chi fuggia, migliore
che quella che si porta piú di sotto.
Beato chi il cavallo ha corridore,
ch’in prezzo non è quivi ambio né trotto;
e chi non ha destrier, quivi s’avede
quanto il mestier de l’arme è tristo a piede.

16
     Riman la preda e ’l campo ai vincitori,
che non è fante o mulatier che resti.
Lá Maganzesi, e qua fuggono i Mori:
quei lasciano i prigion, le some questi.
Furon, con lieti visi e piú coi cori,
Malagigi e Viviano a scioglier presti;
non fur men diligenti a sciorre i paggi,
e por le some in terra e i carrïaggi.

27
     Oltre una buona quantitá d’argento
ch’in diverse vasella era formato,
et alcun muliebre vestimento
di lavoro bellissimo fregiato,
e per stanze reali un paramento
d’oro e di seta in Fiandra lavorato,
et altre cose ricche in copia grande;
fiaschi di vin trovar, pane e vivande.

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28
     Al trar degli elmi, tutti vider come
avea lor dato aiuto una donzella:
fu conosciuta all’auree crespe chiome
et alla faccia delicata e bella.
L’onoran molto, e pregano che ’l nome
di gloria degno non asconda; et ella,
che sempre tra gli amici era cortese,
a dar di sé notizia non contese.

29
     Non si ponno saziar di riguardarla;
che tal vista l’avean ne la battaglia.
Sol mira ella Ruggier, sol con lui parla:
altri non prezza, altri non par che vaglia.
Vengono i servi intanto ad invitarla
coi compagni a goder la vettovaglia,
ch’apparecchiata avean sopra una fonte
che difendea dal raggio estivo un monte.

30
     Era una de le fonti di Merlino,
de le quattro di Francia da lui fatte,
d’intorno cinta di bel marmo fino,
lucido e terso, e bianco piú che latte.
Quivi d’intaglio con lavor divino
avea Merlino imagini ritratte:
direste che spiravano, e, se prive
non fossero di voce, ch’eran vive.

31
     Quivi una bestia uscir de la foresta
parea, di crudel vista, odiosa e brutta,
ch’avea l’orecchie d’asino, e la testa
di lupo e i denti, e per gran fame asciutta;
branche avea di leon; l’altro che resta,
tutto era volpe: e parea scorrer tutta
e Francia e Italia e Spagna et Inghelterra,
l’Europa e l’Asia, e al fin tutta la terra.

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32
     Per tutto uvea genti ferite e morte,
la bassa plebe e i piú superbi capi:
anzi nuocer parea molto piú forte
a re, a signori, a principi, a satrapi.
Peggio facea ne la romana corte,
che v’avea uccisi cardinali e papi:
contaminato avea la bella sede
di Pietro e messo scandol ne la fede.

33
     Par che dinanzi a questa bestia orrenda
cada ogni muro, ogni ripar che tocca.
Non si vede cittá che si difenda:
se l’apre incontra ogni castello e ròcca.
Par che agli onor divini anco s’estenda,
e sia adorata da la gente sciocca,
e che le chiavi s’arroghi d’avere
del cielo e de l’abisso in suo potere.

34
     Poi si vedea d’imperïale alloro
cinto le chiome un cavallier venire
con tre giovini a par, che i gigli d’oro
tessuti avean nel lor real vestire;
e, con insegna simile, con loro
parea un leon contra quel mostro uscire:
avean lor nomi chi sopra la testa,
e chi nel lembo scritto de la vesta.

35
     L’un ch’avea fin a l’elsa ne la pancia
la spada immersa alla maligna fera,
Francesco primo, avea scritto, di Francia;
Massimigliano d’Austria a par seco era;
e Carlo quinto imperator, di lancia
avea passato il mostro alla gorgiera;
e l’altro, che di strai gli fige il petto,
l’ottavo Enrigo d’Inghilterra è detto.

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36
     Decimo ha quel Leon scritto sul dosso,
ch’al brutto mostro i denti ha ne l’orecchi;
e tanto l’ha giá travagliato e scosso,
che vi sono arrivati altri parecchi.
Parea del mondo ogni timor rimosso;
et in emenda degli errori vecchi
nobil gente accorrea, non però molta,
onde alla belva era la vita tolta.

37
     I cavallieri stavano e Marfisa
con desiderio di conoscer questi,
per le cui mani era la bestia uccisa,
che fatti avea tanti luoghi atri e mesti.
Avenga che la pietra fosse incisa
dei nomi lor, non eran manifesti.
Si pregavan tra lor, che, se sapesse
l’istoria alcuno, agli altri la dicesse.

38
     Voltò Viviano a Malagigi gli occhi,
che stava a udire, e non facea lor motto:
— A te (disse) narrar l’istoria tocchi,
ch’esser ne dèi, per quel ch’io vegga, dotto.
Chi son costor che con saette e stocchi
e lance a morte han l’animal condotto? —
Rispose Malagigi: — Non è istoria
di ch’abbia autor fin qui fatto memoria.

39
     Sappiate che costor che qui scritto hanno
nel marmo i nomi, al mondo mai non furo;
ma fra settecento anni vi saranno,
con grande onor del secolo futuro.
Merlino, il savio incantator britanno,
fe’ far la fonte al tempo del re Arturo;
e di cose ch’al mondo hanno a venire,
la fe’ da buoni artefici scolpire.

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40
     Questa bestia crudele uscí del fondo
de lo ’nferno a quel tempo che fur fatti
alle campagne i termini, e fu il pondo
trovato e la misura, e scritti i patti.
Ma non andò a principio in tutto ’l mondo:
di sé lasciò molti paesi intatti.
Al tempo nostro in molti lochi sturba;
ma i populari offende e la vil turba.

41
     Dal suo principio infin al secol nostro
sempre è cresciuto, e sempre andrá crescendo:
sempre crescendo, al lungo andar fia il mostro
il maggior che mai fosse e lo piú orrendo.
Quel Fiton che per carte e per inchiostro
s’ode che fu sí orribile e stupendo,
alla metá di questo non fu tutto,
né tanto abominevol né si brutto.

42
     Fará strage crudel, né sará loco
che non guasti, contamini et infetti:
e quanto mostra la scultura, è poco
de’ suoi nefandi e abominosi effetti.
Al mondo, di gridar mercé giá roco,
questi, dei quali i nomi abbiamo letti,
che chiari splenderan piú che piropo,
verranno a dare aiuto al maggior uopo.

43
     Alla fera crudele il piú molesto
non sará di Francesco il re de’ Franchi:
e ben convien che molti ecceda in questo,
e nessun prima e pochi n’abbia a’ fianchi;
quando in splendor real, quando nel resto
di virtú fará molti parer manchi,
che giá parver compiuti; come cede
tosto ogn’altro splendor, che ’l sol si vede.

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44
     L’anno primier del fortunato regno,
non ferma ancor ben la corona in fronte,
passerá l’Alpe, e romperá il disegno
di chi all’incontro avrá occupato il monte,
da giusto spinto e generoso sdegno,
che vendicate ancor non sieno l’onte
che dal furor da paschi e mandre uscito
l’esercito di Francia avrá patito.

45
     E quindi scenderá nel ricco piano
di Lombardia, col fior di Francia intorno,
e sí l’Elvezio spezzerá, ch’invano
fará mai piú pensier d’alzare il corno.
Con grande e de la Chiesa e de l’ispano
campo e del fiorentin vergogna e scorno
espugnerá il castel che prima stato
sará non espugnabile stimato.

46
     Sopra ogn’altr’arme, ad espugnarlo, molto
piú gli varrá quella onorata spada
con la qual prima avrá di vita tolto
il monstro corruttor d’ogni contrada.
Convien ch’inanzi a quella sia rivolto
in fuga ogni stendardo, o a terra vada;
né fossa, né ripar, né grosse mura
possan da lei tener cittá sicura.

47
     Questo principe avrá quanta eccellenza
aver felice imperator mai debbia:
l’animo del gran Cesar, la prudenza
di chi mostrolla a Transimeno e a Trebbia,
con la fortuna d’Alessandro, senza
cui saria fumo ogni disegno, e nebbia.
Sará sí liberal, ch’io lo contemplo
qui non aver né paragon né esemplo. —

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48
     Cosí diceva Malagigi, e messe
desire a’ cavalier d’aver contezza
del nome d’alcun altro ch’uccidesse
l’infernal bestia, uccider gli altri avezza.
Quivi un Bernardo tra’ primi si lesse,
che Merlin molto nel suo scritto apprezza.
— Fia nota per costui (dicea) Bibiena,
quanto Fiorenza sua vicina e Siena. —

49
     Non mette piede inanzi ivi persona
a Sismondo, a Giovanni, a Ludovico:
un Gonzaga, un Salviati, un d’Aragona,
ciascuno al brutto mostro aspro nimico.
V’è Francesco Gonzaga, né abandona
le sue vestigie il figlio Federico;
et ha il cognato e il genero vicino,
quel di Ferrara, e quel duca d’Urbino.

50
     De l’un di questi il figlio Guidobaldo
non vuol che ’l padre o ch’altri a dietro il metta
Con Otobon dal Flisco, Sinibaldo
caccia la fera, e van di pari in fretta.
Luigi da Gazolo il ferro caldo
fatto nel collo le ha d’una saetta,
che con l’arco gli diè Febo, quando anco
Marte la spada sua gli messe al fianco.

51
     Duo Erculi, duo Ippoliti da Este,
un altro Ercule, un altro Ippolito anco,
da Gonzaga, de’ Medici, le péste
seguon del mostro, e l’han, cacciando, stanco
Né Giuliano al figliuol, né par che reste
Ferrante al fratel dietro; né che manco
Andrea Doria sia pronto; né che lassi
Francesco Sforza, ch’ivi uomo lo passi.

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52
     Del generoso, illustre e chiaro sangue
d’Avalo vi son dui c’han per insegna
lo scoglio, che dal capo ai piedi d’angue
par che l’empio Tifeo sotto si tegna.
Non è di questi duo, per fare esangue
l’orribil mostro, che piú inanzi vegna:
l’uno Francesco di Pescara invitto,
l’altro Alfonso del Vasto ai piedi ha scritto.

53
     Ma Consalvo Ferrante ove ho lasciato,
l’ispano onor, ch’in tanto pregio v’era,
che fu da Malagigi sí lodato,
che pochi il pareggiar di quella schiera?
Guglielmo si vedea di Monferrato
fra quei che morto avean la brutta fera;
et eran pochi verso gl’infiniti
ch’ella v’avea chi morti e chi feriti.

54
     In giuochi onesti e parlamenti lieti,
dopo mangiar, spesero il caldo giorno,
corcati su finissimi tapeti
tra gli arbuscelli ond’era il rivo adorno.
Malagigi e Vivian, perché quïeti
piú fosser gli altri, tenean l’arme intorno;
quando una donna senza compagnia
vider, che verso lor ratto venía.

55
     Questa era quella Ippalca a cui fu tolto
Frontino, il ben destrier, da Rodomonte.
L’avea il dí inanzi ella seguito molto,
pregandolo ora, ora dicendogli onte;
ma non giovando, avea il camin rivolto
per ritrovar Ruggiero in Agrismonte.
Tra via le fu (non so giá come) detto
che quivi il troveria con Ricciardetto.

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56
     E perché il luogo ben sapea (che v’era
stata altre volte), se ne venne al dritto
alla fontana; et in quella maniera
ve lo trovò, ch’io v’ho di sopra scritto.
Ma come buona e cauta messaggera
che sa meglio esequir che non l’è ditto,
quando vide il fratel di Bradamante,
non conoscer Ruggier fece sembiante.

57
     A Ricciardetto tutta rivoltosse,
sí come drittamente a lui venisse;
e quel che la conobbe, se le mosse
incontra, e domandò dove ne gisse.
Ella ch’ancora avea le luci rosse
del pianger lungo, sospirando disse;
ma disse forte, acciò che fosse espresso
a Ruggiero il suo dir, che gli era presso.

58
     — Mi traea dietro (disse) per la briglia
come imposto m’avea la tua sorella,
un bel cavallo e buono a maraviglia,
ch’ella molto ama e che Frontino appella
e l’avea tratto piú di trenta miglia
verso Marsilia, ove venir debbe ella
fra pochi giorni, e dove ella mi disse
ch’io l’aspetassi fin che vi venisse.

59
     Era sí baldanzoso il creder mio,
ch’io non stimava alcun di cor sí saldo,
che me l’avesse a tor, dicendogli io
ch’era de la sorella di Rinaldo.
Ma vano il mio disegno ieri m’uscio,
che me lo tolse un Saracin ribaldo;
né per udir di chi Frontino fusse,
a volermelo rendere s’indusse.

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60
     Tutto ieri et oggi l’ho pregato; e quando
ho visto uscir prieghi e minaccie invano,
maledicendol molto e bestemmiando,
l’ho lasciato di qui poco lontano,
dove il cavallo e sé molto affannando,
s’aiuta, quanto può, con l’arme in mano
contra un guerrier ch’in tal travaglio il mette,
che spero ch’abbia a far le mie vendette. —

61
     Ruggiero a quel parlar salito in piede,
ch’avea potuto a pena il tutto udire,
si volta a Ricciardetto, e per mercede
e premio e guidardon del ben servire
(prieghi aggiungendo senza fin) gli chiede
che con la donna solo il lasci gire
tanto che ’l Saracin gli sia mostrato,
ch’a lei di mano ha il buon destrier levato.

62
     A Ricciardetto, ancor che discortese
il conciedere altrui troppo paresse
di terminar le a sé debite imprese,
al voler di Ruggier pur si rimesse:
e quel licenzia dai compagni prese,
e con Ippalca a ritornar si messe,
lasciando a quei che rimanean, stupore,
non maraviglia pur del suo valore.

63
     Poi che dagli altri allontanato alquanto
Ippalca l’ebbe, gli narrò ch’ad esso
era mandata da colei che tanto
avea nel core il suo valore impresso;
e senza finger piú, seguitò quanto
la sua donna al partir le avea commesso,
e che se dianzi avea altrimente detto,
per la presenzia fu di Ricciardetto.

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64
     Disse, che chi le avea tolto il destriero,
ancor detto l’avea con molto orgoglio:
— Perché so che ’l cavallo è di Ruggiero,
piú volontier per questo te lo toglio.
S’egli di racquistarlo avrá pensiero,
fagli saper (ch’asconder non gli voglio)
ch’io son quel Rodomonte il cui valore
mostra per tutto ’l mondo il suo splendore. —

65
     Ascoltando, Ruggier mostra nel volto
di quanto sdegno acceso il cor gli sia,
sí perché caro avria Frontino molto,
sí perché venia il dono onde venia,
sí perché in suo dispregio gli par tolto;
vede che biasmo e disonor gli fia,
se tòrlo a Rodomonte non s’affretta,
e sopra lui non fa degna vendetta.

66
     La donna Ruggier guida, e non soggiorna,
che por lo brama col Pagano a fronte;
e giunge ove la strada fa dua corna:
l’un va giú al piano, e l’altro va su al monte;
e questo e quel ne la vallea ritorna,
dov’ella avea lasciato Rodomonte.
Aspra, ma breve era la via del colle;
l’altra piú lunga assai, ma piana e molle.

67
     Il desiderio che conduce Ippalca
d’aver Frontino e vendicar l’oltraggio,
fa che ’l sentier de la montagna calca,
onde molto piú corto era il vïaggio.
Per l’altra intanto il re d’Algier cavalca
col Tartaro e cogli altri che detto aggio;
e giú nel pian la via piú facil tiene,
né con Ruggiero ad incontrar si viene.

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68
     Giá son le lor querele differite
fin che soccorso ad Agramante sia
(questo sapete); et han d’ogni lor lite
la cagion, Doralice, in compagnia.
Ora il successo de l’istoria udite.
Alla fontana è la lor dritta via,
ove Aldigier, Marfisa, Ricciardetto,
Malagigi e Vivian stanno a diletto.

69
     Marfisa a’ prieghi de’ compagni avea
veste da donna et ornamenti presi,
di quelli ch’a Lanfusa si credea
mandare il traditor de’ Maganzesi;
e ben che veder raro si solea
senza l’osbergo e gli altri buoni arnesi,
pur quel dí se li trasse; e come donna,
a’ prieghi lor lasciò vedersi in gonna.

70
     Tosto che vede il Tartaro Marfisa,
per la credenza c’ha di guadagnarla,
in ricompensa e in cambio ugual s’avisa
di Doralice, a Rodomonte darla;
sí come Amor si regga a questa guisa,
che vender la sua donna o permutarla
possa l’amante, né a ragion s’attrista,
se quando una ne perde, una n’acquista.

71
     Per dunque provedergli di donzella,
acciò per sé quest’altra si ritegna,
Marfisa, che gli par leggiadra e bella,
e d’ogni cavallier femina degna,
come abbia ad aver questa, come quella,
subito cara, a lui donar disegna;
e tutti i cavallier che con lei vede,
a giostra seco et a battaglia chiede.

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72
     Malagigi e Vivian, che l’arme aveano
come per guardia e sicurtá del resto,
si mossero dal luogo ove sedeano,
l’un come l’altro alla battaglia presto,
perché giostrar con amenduo credeano;
ma l’African che non venia per questo,
non ne fe’ segno o movimento alcuno:
sí che la giostra restò lor contra uno.

73
     Viviano è il primo, e con gran cor si muove,
e nel venire abbassa un’asta grossa:
e ’l re pagan da le famose pruove
da l’altra parte vien con maggior possa.
Dirizza l’uno e l’altro, e segna dove
crede meglio fermar l’aspra percossa.
Viviano indarno a l’elmo il pagan fere;
che non lo fa piegar, non che cadere.

74
     Il re pagan, ch’avea piú l’asta dura,
fe’ lo scudo a Vivian parer di ghiaccio;
e fuor di sella in mezzo alla verdura,
all’erbe e ai fiori il fe’ cadere in braccio.
Vien Malagigi, e ponsi in aventura
di vendicare il suo fratello avaccio;
ma poi d’andargli appresso ebbe tal fretta,
che gli fe’ compagnia piú che vendetta.

75
     L’altro fratel fu prima del cugino
coll’arme indosso, e sul destrier salito;
e disfidato contra il Saracino
venne a scontrarlo a tutta briglia ardito.
Risonò il colpo in mezzo a l’elmo fino
di quel pagan sotto la vista un dito:
volò al ciel l’asta in quattro tronchi rotta;
ma non mosse il pagan per quella botta.

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76
     Il pagan ferí lui dal lato manco;
e perché il colpo fu con troppa forza,
poco lo scudo, e la corazza manco
gli valse, che s’aprir come una scorza.
Passò il ferro crudel l’omero bianco:
piegò Aldigier ferito a poggia e ad orza;
tra fiori et erbe al fin si vide avolto,
rosso su l’arme, e pallido nel volto.

77
     Con molto ardir vien Ricciardetto appresso;
e nel venire arresta sí gran lancia,
che mostra ben, come ha mostrato spesso,
che degnamente è paladin di Francia:
et al pagan ne facea segno espresso,
se fosse stato pari alla bilancia;
ma sozzopra n’andò, perché il cavallo
gli cadde adosso, e non giá per suo fallo.

78
     Poi ch’altro cavallier non si dimostra,
ch’ai pagan per giostrar volti la fronte,
pensa aver guadagnato de la giostra
la donna, e venne a lei presso alla fonte;
e disse: — Damigella, séte nostra,
s’altri non è per voi ch’in sella monte.
Nol potete negar, né farne iscusa;
che di ragion di guerra cosí s’usa. —

79
     Marfisa, alzando con un viso altiero
la faccia, disse: — Il tuo parer molto erra.
Io ti concedo che diresti il vero,
ch’io sarei tua per la ragion di guerra,
quando mio signor fosse o cavalliero
alcun di questi c’hai gittato in terra.
Io sua non son, né d’altri son che mia:
dunque me tolga a me chi mi desia.

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80
     So scudo e lancia adoperare anch’io,
e piú d’un cavalliero in terra ho posto. —
— Datemi l’arme, disse, e il destrier mio, —
agli scudier che l’ubbidiron tosto.
Trasse la gonna, et in farsetto uscio;
e le belle fattezze e il ben disposto
corpo mostrò, ch’in ciascuna sua parte,
fuor che nel viso, assimigliava a Marte.

81
     Poi che fu armata, la spada si cinse
e sul destrier montò d’un leggier salto;
e qua e lá tre volte e piú lo spinse,
e quinci e quindi fe’ girare in alto;
e poi, sfidando il Saracino, strinse
la grossa lancia e cominciò l’assalto.
Tal nel campo troian Pentesilea
contra il tessalo Achille esser dovea.

82
     Le lance infin al calce si fiaccaro
a quel superbo scontro, come vetro;
né però chi le corsero, piegaro,
che si notasse, un dito solo a dietro.
Marfisa che volea conoscer chiaro
s’a piú stretta battaglia simil metro
le serverebbe contra il fier pagano,
se gli rivolse con la spada in mano.

83
     Bestemmiò il cielo e gli elementi il crudo
pagan, poi che restar la vide in sella:
ella, che gli pensò romper lo scudo,
non men sdegnosa contra il ciel favella.
Giá l’uno e l’altro ha in mano il ferro nudo,
e su le fatal arme si martella:
l’arme fatali han parimente intorno,
che mai non bisognar piú di quel giorno.

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84
     Sí buona è quella piastra e quella maglia,
che spada o lancia non le taglia o fora;
sí che potea seguir l’aspra battaglia
tutto quel giorno e l’altro appresso ancora.
Ma Rodomonte in mezzo lor si scaglia,
e riprende il rival de la dimora,
dicendo: — Se battaglia pur far vuoi,
finián la cominciata oggi fra noi.

85
     Facemmo, come sai, triegua con patto
di dar soccorso alla milizia nostra.
Non debbián, prima che sia questo fatto,
incominciare altra battaglia o giostra. —
Indi a Marfisa, riverente in atto
si volta, e quel messaggio le dimostra;
e le racconta come era venuto
a chieder lor per Agramante aiuto.

86
     La priega poi che le piaccia non solo
lasciar quella battaglia o differire,
ma che voglia in aiuto del figliuolo
del re Troian con essi lor venire;
onde la fama sua con maggior volo
potrá far meglio infin al ciel salire,
che, per querela di poco momento,
dando a tanto disegno impedimento.

87
     Marfisa, che fu sempre disïosa
di provar quei di Carlo a spada e a lancia,
né l’avea indotta a venire altra cosa
di sí lontana regïone in Francia,
se non per esser certa se famosa
lor nominanza era per vero o ciancia,
tosto d’andar con lor partito prese,
che d’Agramante il gran bisogno intese.

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88
     Ruggiero in questo mezzo avea seguito
indarno Ippalca per la via del monte;
e trovò, giunto al loco, che partito
per altra via se n’era Rodomonte:
e pensando che lungi non era ito,
e che ’l sentier tenea dritto alla fonte,
trottando in fretta dietro gli venia
per l’orme ch’eran fresche in su la via.

89
     Volse che Ippalca a Montalban pigliasse
la via, ch’una giornata era vicino;
perché s’alla fontana ritornasse,
si torria troppo dal dritto camino.
E disse a lei, che giá non dubitasse
che non s’avesse a ricovrar Frontino:
ben le farebbe a Montalbano, o dove
ella si trovi, udir tosto le nuove.

90
     E le diede la lettera che scrisse
in Agrismonte, e che si portò in seno;
e molte cose a bocca anco le disse,
e la pregò che l’escusasse a pieno.
Ne la memoria Ippalca il tutto fisse,
prese licenzia e voltò il palafreno;
e non cessò la buona messaggera,
ch’in Montalban si ritrovò la sera.

91
     Seguia Ruggiero in fretta il Saracino
per Torme ch’apparian ne la via piana,
ma non lo giunse prima che vicino
con Mandricardo il vide alla fontana.
Giá promesso s’avean che per camino
l’un non farebbe all’altro cosa strana,
né fin ch’al campo si fosse soccorso,
a cui Carlo era appresso a porre il morso.

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92
     Quivi giunto Ruggier, Frontin conobbe,
e conobbe per lui chi adesso gli era;
e su la lancia fe’ le spalle gobbe,
e sfidò l’African con voce altiera.
Rodomonte quel dí fe’ piú che Iobbe,
poi che domò la sua superbia fiera;
e ricusò la pugna ch’avea usanza
di sempre egli cercar con ogni instanza.

93
     Il primo giorno e l’ultimo, che pugna
mai ricusasse il re d’Algier, fu questo;
ma tanto il desiderio che si giugna
in soccorso al suo re gli pare onesto,
che se credesse aver Ruggier ne l’ugna
piú che mai lepre il pardo isnello e presto,
non se vorria fermar tanto con lui,
che fèsse un colpo de la spada o dui.

94
     Aggiungi che sapea ch’era Ruggiero
che seco per Frontin facea battaglia,
tanto famoso, ch’altro cavalliero
non è ch’a par di lui di gloria saglia,
l’uom che bramato ha di saper per vero
esperimento quanto in arme vaglia;
e pur non vuol seco accettar l’impresa:
tanto l’assedio del suo re gli pesa.

95
     Trecento miglia sarebbe ito e mille,
se ciò non fosse, a comperar tal lite;
ma se l’avesse oggi sfidato Achille,
piú fatto non avria di quel ch’udite:
tanto a quel punto sotto le faville
le fiamme avea del suo furor sopite.
Narra a Ruggier perché pugna rifiuti;
et anco il priega che l’impresa aiuti:

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96
     che facendol, fará quel che far deve
al suo signore un cavallier fedele.
Sempre che questo assedio poi si leve,
avran ben tempo da finir querele.
Ruggier rispose a lui: — Mi sará lieve
differir questa pugna, fin che de le
forze di Carlo si traggia Agramante,
pur che mi rendi il mio Frontino inante.

97
     Se di provarti c’hai fatto gran fallo,
e fatto hai cosa indegna ad un uom forte,
d’aver tolto a una donna il mio cavallo,
vuoi ch’io prolunghi fin che siamo in corte,
lascia Frontino, e nel mio arbitrio dállo.
Non pensare altrimente ch’io sopporte
che la battaglia qui tra noi non segua,
o ch’io ti faccia sol d’un’ora triegua.—

98
     Mentre Ruggiero all’African domanda
o Frontino o battaglia allora allora,
e quello in lungo e l’uno e l’altro manda,
né vuol dare il destrier, né far dimora;
Mandricardo ne vien da un’altra banda,
e mette in campo un’altra lite ancora,
poi che vede Ruggier che per insegna
porta l’augel che sopra gli altri regna.

99
     Nel campo azzur l’aquila bianca avea,
che de’ Troiani fu l’insegna bella:
perché Ruggier l’origine traea
dal fortissimo Ettòr, portava quella.
Ma questo Mandricardo non sapea;
né vuol patire, e grande ingiuria appella,
che ne lo scudo un altro debba porre
l’aquila bianca del famoso Ettorre.

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100
     Portava Mandricardo similmente
l’augel che rapí in Ida Ganimede.
Come l’ebbe quel dí che fu vincente
al castel periglioso, per mercede,
credo vi sia con l’altre istorie a mente,
e come quella fata gli lo diede
con tutte le bell’arme che Vulcano
avea giá date al cavallier troiano.

101
     Altra volta a battaglia erano stati
Mandricardo e Ruggier solo per questo;
e per che caso fosser distornati,
io nol dirò, che giá v’è manifesto.
Dopo non s’eran mai piú raccozzati,
se non quivi ora; e Mandricardo presto,
visto lo scudo, alzò il superbo grido
minacciando, e a Ruggier disse: — Io ti sfido.

102
     Tu la mia insegna, temerario, porti;
né questo è il primo dí ch’io te l’ho detto.
E credi, pazzo, ancor ch’io tel comporti,
per una volta ch’io t’ebbi rispetto?
Ma poi che né minaccie né conforti
ti pòn questa follia levar del petto,
ti mostrerò quanto miglior partito
t’era d’avermi subito ubbidito. —

103
     Come ben riscaldato arrido legno
a piccol soffio subito s’accende,
cosí s’avampa di Ruggier lo sdegno
al primo motto che di questo intende.
— Ti pensi (disse) farmi stare al segno,
perché quest’altro ancor meco contende?
Ma mostrerotti ch’io son buon per tòrre
Frontino a lui, lo scudo a te d’Ettorre.

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104
     Un’altra volta pur per questo venni
teco a battaglia, e non è gran tempo anco
ma d’ucciderti allora mi contenni,
perché tu non avevi spada al fianco.
Questi fatti saran, quelli fur cenni;
e mal sará per te quell’augel bianco,
ch’antiqua insegna è stata di mia gente:
tu te l’usurpi, io ’l porto giustamente. —

105
     — Anzi t’usurpi tu l’insegna mia! —
rispose Mandricardo; e trasse il brando,
quello che poco inanzi per follia
avea gittato alla foresta Orlando.
Il buon Ruggier, che di sua cortesia
non può non sempre ricordarsi, quando
vide il Pagan ch’avea tratta la spada,
lasciò cader la lancia ne la strada.

106
     E tutto a un tempo Balisarda stringe,
la buona spada, e me’ lo scudo imbraccia:
ma l’Africano in mezzo il destrier spinge,
e Marfisa con lui presta si caccia;
e l’uno questo, e l’altro quel respinge,
e priegano amendui che non si faccia.
Rodomonte si duol che rotto il patto
due volte ha Mandricardo, che fu fatto.

107
     Prima, credendo d’acquistar Marfisa,
fermato s’era a far piú d’una giostra;
or per privar Ruggier d’una divisa,
di curar poco il re Agramante mostra.
— Se pur (dicea) dèi fare a questa guisa,
finián prima tra noi la lite nostra,
conveniente e piú debita assai,
ch’alcuna di quest’altre che prese hai.

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108
     Con tal condizïon fu stabilita
la triegua e questo accordo ch’è fra nui.
Come la pugna teco avrò finita,
poi del destrier risponderò a costui.
Tu del tuo scudo, rimanendo in vita,
la lite avrai da terminar con lui;
ma ti darò da far tanto, mi spero,
che non n’avanzará troppo a Ruggiero.

109
     — La parte che ti pensi, non n’avrai
(rispose Mandricardo a Rodomonte):
io te ne darò piú che non vorrai,
e ti farò sudar dal piè alla fronte:
e me ne rimarrá per darne assai
(come non manca mai l’acqua del fonte)
et a Ruggiero et a mill’altri seco,
e a tutto il mondo che la voglia meco. —

110
     Moltiplicavan l’ire e le parole
quando da questo e quando da quel lato:
con Rodomonte e con Ruggicr la vuole
tutto in un tempo Mandricardo irato;
Ruggier, ch’oltraggio sopportar non suole,
non vuol piú accordo, anzi litigio e piato.
Marfisa or va da questo or da quel canto
per riparar, ma non può sola tanto.

111
     Come il villan, se fuor per balte sponde
trapela il fiume e cerca nuova strada,
frettoloso a vietar che non affonde
i verdi paschi e la sperata biada,
chiude una via et un’altra, e si confonde;
che se ripara quinci che non cada,
quindi vede lassar gli argini molli,
e fuor l’acqua spicciar con piú rampolli:

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112
     cosí, mentre Ruggiero e Mandricardo
e Rodomonte son tutti sozzopra,
ch’ognun vuol dimostrarsi piú gagliardo,
et ai compagni rimaner di sopra,
Marfisa ad acchetarli have riguardo,
e s’affatica, e perde il tempo e l’opra;
che, come ne spicca uno e lo ritira,
gli altri duo risalir vede con ira.

113
     Marfisa, che volea porgli d’accordo,
dicea:— Signori, udite il mio consiglio:
differire ogni lite è buon ricordo
fin ch’Agramante sia fuor di periglio.
S’ognun vuole al suo fatto essere ingordo,
anch’io con Mandricardo mi ripiglio;
e vo’ vedere al fin se guadagnarme,
come egli ha detto, è buon per forza d’arme.

114
     Ma se si de’ soccorrere Agramante,
soccorrasi, e tra noi non si contenda. —
— Per me non si stará d’andare inante
(disse Ruggier), pur che ’l destrier si renda.
O che mi dia il cavallo, a far di tante
una parola, o che da me il difenda:
o che qui morto ho da restare, o ch’io
in campo ho da tornar sul destrier mio. —

115
     Rispose Rodomonte: — Ottener questo
non fia cosí, come quell’altro, lieve. —
E seguitò dicendo: — Io ti protesto
che, s’alcun danno il nostro re riceve,
fia per tua colpa; ch’io per me non resto
di fare a tempo quel che far si deve. —
Ruggiero a quel protesto poco bada;
ma stretto dal furor stringe la spada.

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116
     Al re d’Algier come cingial si scaglia,
e l’urta con lo scudo e con la spalla;
e in modo lo disordina e sbarraglia,
che fa che d’una staffa il piè gli falla.
Mandricardo gli grida: — O la battaglia
differisci, Ruggiero, o meco falla; —
e crudele e fellon piú che mai fosse,
Ruggier su l’elmo in questo dir percosse.

117
     Fin sul collo al destrier Ruggier s’inchina,
né, quando vuoisi rilevar, si puote;
perché gli sopragiunge la ruina
del figlio d’Ulïen che lo percuote.
Se non era di tempra adamantina,
fesso l’elmo gli avria fin tra le gote.
Apre Ruggier le mani per l’ambascia,
e l’una il fren, l’altra la spada lascia.

118
     Se lo porta il destrier per la campagna:
dietro gli resta in terra Balisarda.
Marfisa che quel di fatta compagna
se gli era d’arme, par ch’avampi et arda,
che solo fra que’ duo cosí rimagna:
e come era magnanima e gagliarda,
si drizza a Mandricardo, e col potere
ch’avea maggior, sopra la testa il fiere.

119
     Rodomonte a Ruggier dietro si spinge:
vinto è Frontin, s’un’altra gli n’appicca;
ma Ricciardetto con Vivian si stringe,
e tra Ruggiero e ’l Saracin si ficca.
L’uno urta Rodomonte e lo rispinge,
e da Ruggier per forza lo dispicca;
l’altro la spada sua, che fu Viviano,
pone a Ruggier, giá risentito, in mano.

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120
     Tosto che ’l buon Ruggiero in sé ritorna,
e che Vivian la spada gli appresenta,
a vendicar l’ingiuria non soggiorna,
e verso il re d’Algier ratto s’aveuta,
come il leon che tolto su le corna
dal bue sia stato, e che ’l dolor non senta:
sí sdegno et ira et impeto l’affretta,
stimula e sferza a far la sua vendetta.

121
     Ruggier sul capo al Saracin tempesta:
e se la spada sua si ritrovasse,
che, come ho detto, al comminciar di questa
pugna, di man gran fellonia gli trasse,
mi credo ch’a difendere la testa
di Rodomonte l’elmo non bastasse,
l’elmo che fece il re far di Babelle
quando muover pensò guerra alle stelle.

122
     La Discordia, credendo non potere
altro esser quivi che contese e risse,
né vi dovesse mai piú luogo avere
o pace o triegua, alla sorella disse
ch’omai sicuramente a rivedere
i monachetti suoi seco venisse.
Lasciánle andare, e stián noi dove in fronte
Ruggiero avea ferito Rodomonte.

123
     Fu il colpo di Ruggier di sí gran forza,
che fece in su la groppa di Frontino
percuoter l’elmo e quella dura scorza
di ch’avea armato il dosso il Saracino,
e lui tre volte e quattro a poggia e ad orza
piegar per gire in terra a capo chino;
e la spada egli ancora avria perduta,
se legata alla man non fosse suta.

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124
     Avea Marfisa a Mandricardo intanto
fatto sudar la fronte, il viso e il petto,
et egli aveva a lei fatto altretanto;
ma sí l’osbergo d’ambi era perfetto,
che mai potèr falsarlo in nessun canto,
e stati eran sin qui pari in effetto:
ma in un voltar che fece il suo destriero,
bisogno ebbe Marfisa di Ruggiero.

125
     Il destrier di Marfisa in un voltarsi
che fece stretto, ov’era molle il prato,
sdrucciolò in guisa, che non potè aitarsi
di non tutto cader sul destro lato;
e nel volere in fretta rilevarsi,
da Brigliador fu pel traverso urtato,
con che il pagan poco cortese venne;
sí che cader di nuovo gli convenne.

126
     Ruggier che la donzella a mal partito
vide giacer, non differí il soccorso,
or che l’agio n’avea, poi che stordito
da sé lontan quell’altro era trascorso:
ferí su l’elmo il Tartaro; e partito
quel colpo gli avria il capo, come un torso,
se Ruggier Balisarda avesse avuta,
o Mandricardo in capo altra barbuta.

127
     Il re d’Algier che si risente in questo,
si volge intorno, e Ricciardetto vede;
e si ricorda che gli fu molesto
dianzi, quando soccorso a Ruggier diede.
A lui si drizza, e saria stato presto
a darli del ben fare aspra mercede,
se con grande arte e nuovo incanto tosto
non se gli fosse Malagigi opposto.

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128
     Malagigi, che sa d’ogni malia
quel che ne sappia alcun mago eccellente,
ancor che ’l libro suo seco non sia,
con che fermare il sole era possente,
pur la scongiurazione onde solia
commandare ai demonii aveva a mente:
tosto in corpo al ronzino un ne constringe
di Doralice, et in furor lo spinge.

129
     Nel mansueto ubino che sul dosso
avea la figlia del re Stordilano,
fece entrar un degli angel di Minosso
sol con parole il frate di Viviano:
e quel che dianzi mai non s’era mosso,
se non quanto ubidito avea alla mano,
or d’improviso spiccò in aria un salto,
che trenta piè fu lungo e sedeci alto.

130
     Fu grande il salto, non però di sorte
che ne dovesse alcun perder la sella.
Quando si vide in alto, gridò forte
(che si tenne per morta) la donzella.
Quel ronzin, come il diavol se lo porte,
dopo un gran salto se ne va con quella,
che pur grida soccorso, in tanta fretta,
che non l’avrebbe giunto una saetta.

131
     Da la battaglia il figlio d’Ulïeno
si levò al primo suon di quella voce;
e dove furiava il palafreno,
per la donna aiutar n’andò veloce.
Mandricardo di lui non fece meno,
né piú a Ruggier, né piú a Marfisa nòce;
ma, senza chieder loro o paci o tregue,
e Rodomonte e Doralice segue.

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132
     Marfisa intanto si levò di terra,
e tutta ardendo di disdegno e d’ira,
credesi far la sua vendetta, et erra;
che troppo lungi il suo nimico mira.
Ruggier, ch’aver tal fin vede la guerra,
rugge come un leon, non che sospira.
Ben sanno che Frontino e Brigliadoro
giunger non ponno coi cavalli loro.

133
     Ruggier non vuol cessar fin che decisa
col re d’Algier non l’abbia del cavallo:
non vuol quietar il Tartaro Marfisa,
che provato a suo senno anco non hallo.
Lasciar la sua querela a questa guisa
parrebbe all’uno e all’altro troppo fallo.
Di commune parer disegno fassi
di chi offesi gli avea seguire i passi.

134
     Nel campo saracin li troveranno,
quando non possan ritrovarli prima;
che per levar l’assedio iti seranno,
prima che ’l re di Francia il tutto opprima.
Cosí dirittamente se ne vanno
dove averli a man salva fanno stima.
Giá non andò Ruggier cosí di botto,
che non facesse ai suoi compagni motto.

135
     Ruggier se ne ritorna ove in disparte
era il fratel de la sua donna bella,
e se gli proferisce in ogni parte
amico, per fortuna e buona e fella:
indi lo priega (e lo fa con bella arte)
che saluti in suo nome la sorella;
e questo cosí ben gli venne detto,
che né a lui diè né agli altri alcun sospetto.

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136
     E da lui, da Vivian, da Malagigi,
dal ferito Aldigier tolse commiato.
Si proferiro anch’essi alli servigi
di lui, debitor sempre in ogni lato.
Marfisa avea sí il cor d’ire a Parigi,
che ’l salutar gli amici avea scordato;
ma Malagigi andò tanto e Viviano,
che pur la salutaron di lontano;

137
     e cosí Ricciardetto; ma Aldigiero
giace, e convien che suo mal grado resti.
Verso Parigi avean preso il sentiero
quelli duo prima, et or lo piglian questi.
Dirvi, Signor, ne l’altro canto spero
miracolosi e sopraumani gesti,
che con danno degli uomini di Carlo
ambe le coppie fèr, di ch’io vi parlo.