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Un matrimonio di progetto

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Un matrimonio di progetto
Don Esteban Patrizio

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UN MATRIMONIO DI PROGETTO.



VVi sono nella società certi impieghi, certe professioni o vocazioni, come volete chiamarle, che non occupano alcun posto sul registro delle tasse al Municipio, nè sul catalogo della Guida — impieghi, professioni o vocazioni che si confondono fra il lucro e il favore, fra l’amicizia e la speculazione.

Proteiformi, abbracciano in vari aspetti tutto quanto si svolge nella vita d’un uomo, dal liceo alla sciarpa di sindaco — tutto quanto si agita nel cuore d’una donna, dal primo palpito d’amore all’ultimo rosario. Tutto passa per le loro mani — avanzamenti, nomine, gratificazioni, applausi, successi, croci, matrimoni...

Permettete che mi arresti ai matrimoni. Sarei dolentissima se non me lo permetteste perchè ho già il mio tema pronto, già annunciato nel frontispizio, già contemplato in tutte le sue facce, angoli e protuberanze. [p. 261 modifica]

Permettete dunque — continuo.

Il mio tipo è una donna; generalmente vedova, di mezza età, nè bella nè brutta, nè saccente nè ignorante, una donna insomma che possa adattarsi a tutte le situazioni, come un passaporto buono per tutti i paesi. Conosce molte persone ch’ella chiama invariabilmente i suoi cari amici; sa per la prima le nascite e le morti e le annuncia con un fare di confidenza dando ad ognuno il proprio nome di battesimo, storpiandolo un poco per vezzo e per farsi credere molto intima: Carola mi ha detto questo: Gigi e Pierino non vengono. Usa volentieri le frasi fatte: sono ben contenta di aver fatto la sua conoscenza — la simpatia vale più della bellezza — Manzoni è il primo romanziere d’Italia — la musica, oh!... la musica, ah!... Parlando di un fiore dirà che è tanto bello da sembrare dipinto e parlando di un quadro dirà che sembra naturale.

Ebbe dolori, sventure, controversie, disgrazie — specialmente fallimenti — può avere anche dei figli; amanti no — almeno palesi. La sua condotta deve essere o parere (che gran differenza) irreprensibile.

Foggiata così, quest’ottima signora gode la confidenza delle madri di famiglia che le raccontano come qualmente la loro figlia maggiore tocca i vent’otto — è una brava ragazza, casalinga, senza lusso, senza ambizione, ma!...

Questo ma eloquentissimo, testo completo da non aver bisogno di commenti è spalleggiato da un altro ma più dolce, più fiducioso, che rasserena il volto della madre e le fa soggiungere:

— I partiti in giornata sono tanto rari! [p. 262 modifica]

— Proprio. Tuttavia la vostra Peppina è una cara ragazza che potrà trovare facilmente...

— Credete?

— Certo; purchè voglia adattarsi...

— Si sa bene! a questi lumi di luna!

— Per esempio un uomo un po’ attempato...

— Oh Dio, sì, cosa importa?

— Purchè sia galantuomo!

— È l’importante. Noi sappiamo bene che tutto il resto è illusione... ma!

— Ma!

Le due matrone si sprofondano in meditazioni retrospettive.

Finalmente l’amica mette avanti un Tizio — si diffonde in elogi — fa intravedere che si potrebbe... mediante il di lei intervento... Già è un suo intimo e una parola detta da lei...

La buona madre si commove; avvicina la sedia, le stringe la mano con effusione e mormora:

— Mi raccomando!

— Lasciate fare a me. Che Peppina però non sappia nulla!

— Oh! figuratevi — nulla affatto.

Nuova stretta di mano e il contratto è stipulato.

Non è raro il caso che Peppina frattanto giuri eterno amore a un Tizio di sua elezione — ma è un incidente di poca importanza.

Chi se ne cura? [p. 263 modifica]

Passiamo dalla teoria al fatto. C’era appunto in via S. Protaso al Foro un’agenzia matrimoniale molto accreditata.

La personificava certa signora B. vedova di due mariti e sufficientemente provvista di beni di fortuna per vivere agiatamente non solo, ma per convitare tratto tratto i suoi amici a serali convegni, dove i vecchi potevano giocare, gli uomini fumare, ciarlare le donne e i giovani d’ambo i sessi fare all’amore.

Ognuno vi trovava il suo conto — non esclusa la signora B. che vinceva sovente a picchetto o a tarocchi; piacevasi eziandio ad arrotolare fra le sue dita grassoccie un paquitos o un maryland; si occupava di pettegolezzi e... in fede mia, poichè il dado è tratto, diciamo anche che arrischiava qualche passo sul terreno riservato ai quindici e ai vent’anni — poh! chi sarebbe stato tanto impertinente da proclamare ch’ella ne aveva quaranta?

La società della signora B. componevasi quasi esclusivamente di persone lanciate da lei o sul punto di doversi lanciare.

Nessuna distinzione di ceti. Arte, commercio, industria, finanza, giornalismo — un’olla podrida ch’ella rimescolava, manipolava, suddivideva, cospargendo di sale e di pepe a seconda dell’occasione e dei palati.

Ella viveva solo per occuparsi dei fatti altrui; brigare un impiego, raccomandare una causa, promuovere collette, perorare, correre, ottenere posti gratuiti [p. 264 modifica]nei collegi, scavalcare un tale qualunque che inciampa la carriera di un tal altro carissimo — e tutte queste occupazioni subalterne a quella principale di trovar marito alle ragazze.

Le ragazze — poverine — adoravano la signora B. e affluivano in casa sua come le mosche al miele.

Ce n’erano di tutti i colori — nere, castagne, bionde, rossiccie, screziate; vestite d’azzurro e di color marrone, ma tutte col sorriso sulle labbra.

Le più zelanti non mancavano mai di preparare per l’onomastico della signora B. un ricamino fatto colle loro mani; poi s’inginocchiavano davanti alla signora B. (ora è di moda; le fanciulle quando si trovano in una riunione non siedono più, s’inginocchiano come i cammelli nel deserto), e dicevano:

— Scusi sa! Non ho potuto frenarmi — lei mi è tanto simpatica! Le voglio un bene!... Cara, cara signora B...!

Una sera di grande invito, la signora B. in veste di raso color sabbia con fiocchi di velluto rosso, passeggiava nelle sue sale più allegra, più impettita, più ciarliera del solito.

— Siete molto occupata, mia buona amica, tuttavia mi attento ad arrestarvi per chiedere notizia della vostra salute.

Chi parlava era un vecchietto galante al cui braccio la signora B. si sospese con molta famigliarità.

— Ah! caro, sono proprio occupata. Marito forse la mia Anna — figuratevi! — ne ha ventisette — è tempo. Quasi quasi disperavo di poterla collocare, ma se Dio vuole... [p. 265 modifica]

— Perdonate, chi è la vostra Anna?

— Come, non la conoscete? Anna, figlia di Lottina, la mia amica d’infanzia; quella bruna dai grandi occhi....

— Incomincio ad orizzontarmi; vedo, vedo; una fanciulla romantica...

— Ma che romantica! Perchè una povera donna ha il cuore sensibile, perchè si abbandona ad una passione ed anche delusa si conserva fedele, voi altri omacci materialisti, cinici, brutali, le affibbiate subito l’aggettivo di donna romantica — come se dopo la commedia di Riccardo Castelvecchio di donne romantiche ve ne fosse ancora!

— Via non vi scaldate. La vostra Anna avrà un cuore sensibilissimo, ma siccome non ha in tasca il centesimo di una dote, parmi che avrebbe fatto meglio a non lasciarsi sfuggire tanti partiti. Ora che mi raccapezzo è la quinta volta che parlate di maritare la vostra Anna: è almeno più disposta del solito?

— Lo spero. Tra sua madre e me glie ne abbiamo dette tante che si è risolta a non pensare più a lui.

— A proposito, chi è questo lui misterioso che la fece rimaner zitella fino ad ora?

— Veramente io non lo conosco. È un idillio che si svolse durante il suo soggiorno sul Lago Maggiore — trattasi, mi pare, d’uno studente che sua madre non volle lasciarle sposare perchè povero. La mia amica ha deciso che sua figlia, poichè è bella, debba fare la signora.

— Dunque l’uomo che voi le proponete è ricco?

— Immaginarsi! — è nientemeno che il sig. Hetsel. [p. 266 modifica]

— L’americano? — fece il vecchietto spalancandogli occhi.

— Vi dico io che so fare le cose ammodo! esclamò la signora B. gongolante di piacere.

Ottima creatura, pareva che lo dovesse sposare lei!

— E l’affare è a buon porto?

— Ecco, l’americano propriamente non sa nulla...

— Ma allora...

— Piano. Egli è arrivato, come sapete, da pochi giorni e l’altro ieri nell’uscire da casa mia si scontrò con Lottina e con Anna. Io che mi trovavo sull’uscio per accompagnare le amiche lo vidi seguire Anna con uno sguardo che voleva passare da parte a parte il velo del suo cappello.

— È un buon principio; ma se si potessero sposare tutte le donne che si guardano...

— Questo è affare mio. L’americano è solo, mesto, annoiato, sconfortato, stanco della vita — lo disse a me e lo ripete a tutti — d’altronde Anna è tanto simpatica e attraente, sua madre è piena di spirito, io — non faccio per vantarmi — qualcosa farò e farò anzi di tutto per...

Il vecchietto s’accorse che la signora B. cercava una parola.

— Animo! dite addirittura che farete di tutto per farlo cascare nella rete. Terribile pescatrice che siete!

La signora B. si abbandonò a uno scroscio di risa che metteva in bella mostra i suoi denti, anche quelli rimessi — anzi, i rimessi sopratutto, perchè erano i migliori. [p. 267 modifica]

— Il fine giustifica i mezzi, mio vecchio amico. Quando vedrò la mia Anna felice non mi parrà di aver fatto troppo.

— Molto più che con questa vittoria piantate bandiera nel nuovo mondo! esclamò il vecchietto con malizia — e la signora B. rise più forte di prima.

Anna intanto (la fortunata o la povera Anna?) sedeva in disparte soletta e pensierosa.

A vederla così meditabonda, pallida in viso, l’occhio errante, malinconico e un tutto insieme di sofferenza, di prostramento e di dolcezza impossibile a dirsi, appariva veramente bella; ma non come quindicenne giovinetta che move spigliata incontro alla vita, veggente di fantasia e cieca di cuore. — La sua era la bellezza molle e cascante d’una rosa sbocciata, quando il sole che l’ha arsa la bacia de’ suoi più vividi raggi. Sul volto di Anna si leggeva tutta una storia d’amore e di sacrifici.

Sì, ella aveva commesso il grave errore di amare senza informarsi prima quanto costano gli alloggi, il pane, la carne e la scuola dei bimbi — e se tutto ciò corrispondeva ai mezzi di fortuna del giovanetto che le aveva rubato il cuore.

Queste sorta di errori non si fanno impunemente.

Dopo aver sciupato una risma di carta e di fazzoletti, un mare d’inchiostro e di lacrime; dopo aver cercato insieme per le vie del cielo la stella del nostro amor; dopo essersi buscate parecchie infreddature, di sera, al davanzale della finestra come Giulietta, o coi piedi nell’erba umida come Romeo; dopo aver ripetuto le mille volte per proprio conto le poesie di [p. 268 modifica]Giusti Ad una donna, e arrossito, tremato, palpitato su questa strofe incendiaria:

Oh! sento sempre il tuo tenero amplesso
   Sento una voce che mi fa beato!
   Giacer mi sembra adesso
   Col capo sul tuo seno, abbandonato
   In dolce atto d’amore
   Suggendo i labbri tuoi com’ape un fiore.

Ebbene, dopo tutto ciò la mamma aveva dichiarato positivamente, che non si poteva andare avanti.

Un immenso auto da fè incenerì in pochi minuti la corrispondenza di un anno. Mille desideri incompiuti sfuggirono dalle letterine color di rosa che la fiamma avvolgeva inesorabilmente — mille palpiti segreti morirono fra le spire di fumo cinereo, e gli ultimi avanzi del rogo, ardendo su un mazzolino di fiori, lambirono colle loro lingue di fuoco le traccie sacre del primo bacio.

O amore, dolce, incantevole sogno, estasi della beata giovinezza, chi non ti ha conosciuto?

Eh! buon Dio, anche la mamma a’ suoi tempi ne avrà saputo qualche cosa, e in fondo al cuore si sentiva intenerire di certo davanti alla rovina di quelle illusioni — ma tante fiamme oramai erano passate sulla fiamma del suo primo amore e l’esperienza aveva deposto tanti solchi di lacrime e tante rughe sulla braccia del primo bacio, che era da compatire se a tanta distanza il rosa non le sembrava più vivace come prima e l’azzurro e il niveo e il verde brillante, tutti i colori insomma del prisma giovanile li giudicasse di gran lunga inferiori al bianco sudicio dei biglietti da mille. [p. 269 modifica]

Povera mamma! la vita per lei era stata dura e non voleva fosse eguale per la sua Anna.

Anna non si rassegnava, a dir vero, ma la famiglia del giovane aiutò il distacco mandandolo lontano.

Pochi mesi dopo le due donne abbandonarono il Lago Maggiore, e undici anni, intrecciando le loro varie vicende su quell’iddio pastorale, ne avevano spezzati i fili.

Sì, i fili erano spezzati — Anna però amava ancora.

In mezzo al vortice della festa ella aveva cercato un posticino solitario per trovarsi col proprio cuore — con quel cuore fedele che le parlava sempre di lui!

Le note saltellanti di un waltzer, attraversando le sale e i corritoi, giungevano flebili in quel gabinetto dove una pallida lampada illuminava pochi mobili e molti fiori e dove Anna sognava cogli occhi aperti, pieni di lacrime.

Non ignorava i progetti della signora B. e chiedeva tremando a sè stessa se avrebbe avuto ancora la forza di resistere.

Un passo affrettato le annunciò che qualcuno si avanzava. Balzò in piedi e si trovò davanti un uomo di circa trentacinque anni, alto, complesso, con una folta barba castagna che gli ombreggiava il volto bianco, ma più che bianco pallido. Aveva una figura simpatica, modi distinti e severi.

Incontrando Anna si arrestò — la guardò fisso più che la convenienza non permettesse — ma ne’ suoi [p. 270 modifica]sguardi non v’era ombra d’offesa, non v’era che una meraviglia mista a tenerezza.

Dal canto suo la fanciulla si trovò quasi magnetizzata sotto quello sguardo che le rammentava improvvisamente tempi così lontani...

— Signora... balbettò lo sconosciuto. Nè potè aggiungere altro.

Anna fece per uscire; già la sua mano posava sulla cortina dell’uscio, quand’egli trattenendola con un gesto supplichevole disse:

— Signora, io devo chiederle perdono se una strana rassomiglianza...

Anna gettò un grido. Quella voce, quel sorriso, quel lampo degli occhi, oh! non poteva ingannarsi... era lui!

— Maurizio! gridò.

Maurizio era già nelle sue braccia. Quanta gioia in quell’amplesso, quanto compenso ai lunghi e malinconici anni trascorsi.

Come si guardavano! — trovandosi un po’ mutati, è vero, ma sempre l’uno all’altro cari.

Si ridissero tutte le loro pene ed ognuna di esse cancellarono con un bacio.

Ripescarono nel gran mare dell’oblio tutte le pagliuzze, tutti i fuscelli e i fiorellini che avevano servito a tessere il loro nido d’una volta — ora lo avrebbero rifatto quel dolce nido d’amore e giurarono scambievolmente che nessuna forza umana li disgiungerebbe mai più.

Quel gabinetto era per loro ai confini del mondo. Non pensarono neppure che a pochi passi, una società gaia e spensierata, danzava sorbendo dei gelati e recitando dei calembourgs. [p. 271 modifica]

Essi erano soli — soli nell’immenso universo.

Gli ultimi accordi del waltzer e le voci chiassose dei ballerini che si separavano impegnandosi per il nuovo ballo, non ebbero potere di scuoterli.

Immemori d’ogni altra cosa, ascoltavano battere in silenzio i loro cuori e si sentivano tanto felici!

— Ma dov’è questo caro signor Hertsel, dove è andato a nascondersi? E sopratutto perchè si nasconde? Lottina, andiamo a cercare il signor Hertsel.

— E Anna? Hai tu veduta Anna?

— Ballò, mi pare, il waltzer.

— No, non ha ballato; si sentiva indisposta.

Così ciaramellando, le due signore giunsero nel gabinetto. Se la madre di Anna gettò un grido vedendo sua figlia in stretto colloquio con uno sconosciuto, posso assicurare che anche la signora B. non stette zitta.

— Che fate signor Hertsel? — esclamò non ben sicura se doveva prendere l’incidente da senno o da burla — voi avete un sistema tutto americano per far la corte alle signorine!

Intanto Lottina diceva:

— Ma è lui! È lo studente del lago! È Maurizio!

— Sì mamma, è Maurizio! disse la fanciulla gettandosi nelle braccia di sua madre.

Chiunque altra al posto della signora B. si sarebbe trovata in imbarazzo; ma la signora B., punto smarrita, si curvò all’orecchio di Lottina mormorando: [p. 272 modifica]

— Eh! lasciali fare. Ora egli possiede quindicimila lire di rendita.

Era la pura verità. Maurizio, partito povero e disperato per l’Avana, aveva trovato modo di collocarsi in una officina meccanica, della quale, morto il padrone, egli era diventato il possessore coll’obbligo di portare il nome del defunto.

C’è bisogno di conclusione? Anna e Maurizio furono felici sicuramente — nè il merito maggiore apparteneva alla signora B. — quantunque la degna signora, che andava a pranzo due volte per settimana dalla sua cara Anna, non mancasse mai di ripetere, al caffè:

— Se non c’ero io!