Novelle gaje/Don Esteban

Don Esteban

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Beniamino Un matrimonio di progetto

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DON ESTEBAN.



Un morello arabo puro sangue, testa piccola, grandi occhi, gambe nervose, usciva in una bella sera di maggio dalla Puerta de Alcalà e lasciandosi addietro i giardini madrileni galoppava, galoppava, verso le campagne profumate d’aranci, al lume della luna.

Il cavaliere che gli stringeva con maschia energia il ventre sottile e rilucente, e cogli sproni^, d’oro gli vellicava la pelle delicata, era certo un gentiluomo; e l’ampio mantello, agitato dal vento, gli dava l’aspetto fantastico di nave in burrasca.

Portava un cappello di feltro a larghe tese, la mano destra inguantata era ferma alle redini e la sinistra celata sotto il mantello (dove quando l’aria mossa dalla rapida corsa cedeva un istante, si disegnavano gl’incerti contorni di un oggetto nascosto.) [p. 254 modifica]





Il cavaliere aveva buon aspetto. Alto e sottile, le. sue reni flessibili secondavano con un. movimento ari¬ stocratico le mosse del cavallo; di sotto il largo som¬ brero svolazzavano al vento alcune ciocche di capelli biondi; una maschera nera gli copriva il volto.

E galoppava, galoppava.

La luna splendida faceva la via chiara e luminosa come un nastro d’argento; la polvere sollevata dal cavallo turbinava sulla terra bianchiccia e ricadeva si¬ lenziosa sui cespugli frequentati dalle lucciole.

Madrid si perdeva nelle ombre della notte. I suoi mille fanali morivano ad uno, ad uno; le sue torri, i campanili, i bruni terrazzi si dileguavano dietro le spalle del cavaliere.

Chi sa se un qualche sereno tra il sonno e la veglia contò le dodici ore scoccate lente e maestose all’oro¬ logio della plaza! '

In quel momentó l’arabo si arrestò colle narici di¬ latate, fiutando il vento; il cavaliere lo accarezzò dol¬ cemente sul collo accompagnando l’atto con uno scop¬ piettio della lingua che doveva dire: avanti, coraggio!

Il generoso animale riprese il galoppo e una voqina angelica, una vocina che faceva pensare ad una danza di perle, gemette di sotfo il mantello:

— Ah! por l 9 amor de Dios!... —

Dofia Sol, la più bella fanciulla che siasi mai vista al Pra'do agitare con mano di neve un ventaglio, di ebano, dofia Sol piccina, sottile e svelta come Una fan¬ ciulla di dodici anni, dofia Sol dagli occhi neri, dai lunghi capelli fluenti, dofia Sol l’andalusa era appena uscita di convento dove insieme alle verità di nostra [p. 255 modifica]





santa religione aveva imparato il modo di ridere senza allargare la bocca e di girare al di sopra del suo libro da messa l’occhiata assassina.

Cresciuta nel culto fervoroso di Nuestra Senora del Filar, coltivava egualmente bene i romanzi francesi e le ariette più in voga della Fille de Madame Angot.

Ranicchiata come un cherubino nel suo letto eia educanda, dopo aver recitato le preghiere della sera e dato un bacio tutto ascetico al Cristo d’avorio appeso sotto il baldacchino, dofia Sol pochi mesi prima di uscire dal convento pensava con qual abito avrebbe fatta la sua comparsa nel mondo e se lo scollo qua¬ drato piuttosto che il grande scollo era da preferirsi per far risaltare sapientemente e pudicamente insieme le nevi del « casto seno. »

E poi dofia Sol pensava alle occhiatine tenere, ai discorsetti galanti, al primo amore così poetico sem¬ pre e spesso così infelice. Ella si sentiva tutte le vo¬ cazioni di Rosina, al punto che se un barbiere le fosse venuto accanto nel buio coro del convento, mentre in- N ginocchiata sul marmo recitava le litanie della Ver¬ gine, e le avesse chiesto corrispondenza d’amore per Almaviva, la cara fanciulla avrebbe subito risposto tra un: Virgo purissima e un Virgo immacolata ,

Un biglietto! Eccolo qua....

e lo avrebbe tirato fuori, scommetto, piegato in quattro dalla sua modestina inamidata.

E dopo tante rosee e romanzesche illusioni, dopo aver sognato le scale di seta, le fughe, i travestimenti, dofia Sol fu contrariata non poco quando al suo uscire [p. 256 modifica]







di convento le presentarono un marito solido e reale nella persona di don Esteban marchese di Valladolid — bellissima persona dopo tutto, assai distinta, assai gentile, ma involta nella prosa di un matrimonio di progetto.

Dofia Sol si lasciò trascinare come una vittima « al- l’ara funesta», e quel giorno sparse ben dieci o do¬ dici lagrime nel suo fazzolettino di battista guemito di trine,, avendo cura di bagnarsi dopo con acqua di Colonia onde non le restassero gli occhi rossi.

Povera dofia Sol!

Il marchese l’amava alla follia, ma ella si osti¬ nava a credersi una donna sacrificata. C’era, del senti¬ mento vero in fondo al suo cuore, ma vi fiorivano so¬ pra tante belle massime sbagliate, tante aspirazioni romantiche, tanti palpiti incompresi, tanto isterismo e tanta educazione cattiva, che un altro marito si sa¬ rebbe messe fin dal primo giorno le mani nei capelli.

Cosa che non fece don Esteban, benché avesse mani da principe e capelli da poeta.

Intanto la luna di miele tramontava fredduccia, fredduccia. La testina esaltata della giovane marchesa non accoglieva o non voleva per puntiglio accogliere la sua felicità. L’amore languiva sui guanciali ricamati della sua poltrona, ed ella lo andava cercando su su nellè stelle.

Ma appunto in quella sera'di maggio, dofia Sol, dopo avere sbadigliato prendendo il caffè, dopo aver letto l ’Elégance parisienne e pizzicato nervosamente sul piano

Emani, Emani invol [p. 257 modifica]ami....






si trovò così infelice, così infelice che i singhiozzi le salivano alla gola agitando il suo bel seno — il quale fra parentesi, stava benissimo agitato sotto i merletti di un accappatoio rosa, forma princesse — e pensò che meglio era morire piuttosto che vivere senza emozioni.

Proprio allora, dall’aperta finestra inghirlandata di gelsomini, balzò nel salotto un uomo mascherato che venne a cadere ai piedi di dofia Sol dicendole con voce alterata dalla passione:

— Dofia Sol, io vi amo e vi rapisco. Perdona¬ temi!

Dofia Sol fu sollevata come una piuma; il silo ac¬ cappatoio ròsa svolazzò per un momento al di sopra dei gelsomini, e una delle sue scarpette di raso ri¬ mase appiccicata a un ramo del fiore prediletto; poi scese la scala di seta, sempre fra le braccia dell’in¬ cognito rapitore e fra le medesime braccia fu portata sulla groppa dell’arabo.

Che resistenza poteva opporre la piccola e graziosa dofia Sol ? Ella comprese subito, ah! pur troppo, che le emozioni del ratto è della scala di seta non corri¬ spondevano all’idéale che se ne era formata. Ma come fuggire da quelle braccia che sembravano d’acciaio? Come liberarsi da quel mantello che la copriva tutta, e dentro il quale il suo corpicino delicato rannichia- vasi come una farfalla in una foglia durante un tem¬ porale ?

Le tremava il cuore forte forte; aveva paura. Uno spasimo convulso le teneva serrati i dentini e solo dopo una corsa sfrenata, sentendo rallentare il galoppo le era sfuggita quella esclamazione: [p. 258 modifica]

— Ah! por P amor de Dio sì

Ma il cavaliere giuocò di sproni e il nobile cor¬ siero con le scintille negli occhi galoppava, galoppava.

Dove sarebbero andati a finire?

Dofia Sol pensò per davvero che quella era una ben triste avventura. Le venne in mente con una te¬ nerezza insolita il suo palazzo di Madrid, la sua ca¬ mera' e quel colpo discreto di due dita impazienti, seguito da un dolce: è permesso?... — Mille terrori l’assalirono improvvisamente pungenti, incalzanti, orri¬ bili tanto che si pose a gridare:

— Don Esteban! Don Esteban I —

Ma il cavallo sembrava una furia e il cavaliere un (^emonio.

Ahi dop Esteban, leale gentiluomo, amante fedele, se tu avessi potuto udire il grido disperato della po¬ vera dofia Sol!

Bello, gentile, amoroso, caro sopra tutti le apparve in quegli istanti il marchese di Valladolid suo sposo davanti a Dio, suo sposo davanti agli uomini. Come lo avrebbe veduto volentieri! Come lo avrebbe ab¬ bracciato...; Madonna santa, come sentiva di amarlo!

E il cavallo galoppava.

Il silenzio era profondo; nessun rumore, nessuna voce veniva dai campi, altro che quella malinconica del vento.

Dofia Sol si Vide perduta. Gridò ancora una volta: Don Esteban! — chiuse fra le mani la graziosa testa inanellata e pianse sotto il mantello.

Una casetta bianca colle persiane verdi, con un giardino, con un cancello dorato, alzava in mezzo agli [p. 259 modifica]






alberi la sua torretta vanagloriosa, simile alla fronte di una civettuola che vuol farsi vedere.

Il cavallo si fermò davanti al cancello; il cavaliere discese portando con precauzione la senora nelle sale terrene aperte e illuminate.

Avvenne allora qualche cosa di singolare.

Dofia Sol adagiata su un divano di velluto aperse i suoi begli occhi e nello stesso punto il cavaliere, strappandosi la maschera, le si inginocchiava davanti. Don Esteban!

Ahi il bel sorriso che ravvivò le guancie della mar- chesina e le care lagrime, non ancora asciugate, che tremavano sulle sue lunghe palpebre 1

Don Esteban si impadronì del primo e delle se¬ conde, cancellando e facendo spuntare ancora sotto i suoi baci nuovi sorrisi e nuove lagrime- vezzose.

— Don Esteban, che paura mi avete fatta! —

— Dofia Sol, come vi amo! —

In quella casetta perduta tra i boschi la bella an¬ dalusa romantica guarì da tutti i vani sogni e 1 co¬ minciò ad apprezzare la realtà. ,

— Volete darmi un bacio dofia Sol, por P amor de Diosl — domandò il Marchese ridendo.

— For P amor de Esteban l — rispose dofia Sol ri¬ dendo anch’essa e coprendosi il volto con un lembo del suo accappatoio rosa.