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Lettere (Seneca)/Discorso preliminare dell'editore

Discorso preliminare dell'editore

../Alle Loro Eccellenze ../Lettera I IncludiIntestazione 7 luglio 2017 75% Da definire

Lucio Anneo Seneca - Lettere (I secolo)
Traduzione dal latino di Annibale Caro (XVI secolo)
Discorso preliminare dell'editore
Alle Loro Eccellenze Lettera I



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DISCORSO PRELIMINARE

DELL’EDITORE






Chi allo studio della lingua nostra s’è dato, o vi si dà di proposito, niun libro prende in mano più volentieri di quelli, che scritti sono con purità, e gentilezza di stile. Costui delle opere più pregiate per la sublimità de’ pensieri, onde son concepute, e per le peregrine cose che contengonsi in esse, o non fa verun conto, o fanne poco, ove inelegante siane la locuzione. Per lo contrario non legge no, ma divora egli avidamente quelle, che sparse vanno d’una cotal dolcezza deliziosa di voci, d’una cotal leggiadria e proprietà di traslati e di maniere vive, nobili, spiccate dal fondo della natura e della sostanza delle cose, che voglionsi significare: nel che sta il maraviglioso carattere d’una lingua, che se tutte le morte non giunge a superare, non la cede [p. xii modifica]al certo in bellezza e in nobiltà a veruna delle viventi. Hansi quindi marcio torto coloro tra’ nostri, i quali s’avvisano di trovar nelle straniere, che più comunemente conosconsi alla giornata, certi impareggiabili pregi, e certe squisitezze, e certo lenocinio, di cui esser contendono scevera quasi affatto l’italiana favella. Ciò procede per avventura dalla niuna, o scarsa cognizione che si ha di quest’ultima, la quale dovrebbesi per noi possedere in tutta la sua estensione, siccome quella, che, per esser la nostra, obbligati siam di sapere perfettamente, attenendosi nell’impararla alle regole, e agli esempli che ne lasciarono i più forbiti Scrittori antichi e moderni, giacchè de’ moderni molti ve n’ha che la maneggiano con avvedimento, e dettano in essa col gusto finissimo del buon secolo. Piena zeppa di native grazie, di terse frasi, e di purgati e scelti modi di dire vivaci immaginosi, che coloriscono ogni scrittura, e danle anima ed evidenza, è del par fluida, quasi fonte di perenne vena, e di leggieri si accomoda ad esprimere checchessia con dilettosa eleganza, sol che colui, che a scriverla imprende, non sia tanto ospite nel vastissimo di lei [p. xiii modifica]regno. Per la qual cosa ognun vede quanto errati vadan coloro, i quali gratuitamente asseriscono non esser ella atta granfatto a servir di veste alle scienze più astruse, come tant’altre lo sono. Questi tali bisogna conchiudere che letto non abbiano nè l’opere dell’immortal Galilei, nè i Saggi d’Esperienze della celebre Accademia del Cimento, nè altre assai opere scientifiche di queste ancor più vetuste, nelle quali vanno del pari accoppiate la gravità delle cose, che vi si trattano, e la venusta chiarezza dello stile, che vi si adopera.

Chi sa la lingua nostra fondatamente, non prova grande stento a vestir d’essa i propj concetti, sieno pure elevati e sublimi; siccome chi la ignora quasi al tutto, o in massima parte, trovasi nel maggiore imbroglio a scrivere correttamente anche una semplice lettera familiare; della qual cosa può rendermi ognun testimonianza, che vede quale scrivasi oggidì per tanti e tanti de’ nostri. L’assiduo studio degli stranieri idiomi, e la poca, o niuna sollecitudine, ond’il patrio s’apprende, hanno ingenerato in seno all’Italia stessa un guazzabuglio di parole barbare e mostruose, [p. xiv modifica]non conosciuto ne’ secoli trascorsi, nè nel presente tampoco da quegli uomini, che non si scordaron d’essere nati italiani, e d’avere una lingua da tenerne il maggior conto per la sua ricchezza, che la mette fuori della necessità di accattare, ad adornarsene, gemme e vezzi dall’altre. Non bastano però a far fronte all’alluvion ridondante degli scritti franco-italo-irocchesi, che have soverchiato argini e sponde, quegli in numero meno spessi, in istile più rari, i quali, sendo parti felici di gente usa a dettare con buon sapore di lingua veramente italica, regger possono al martello d’una sana critica in fatto di ciò; mentre il neologismo, che da gran pezza trionfa tra noi pel soverchio favore già ad esso accordato, di fresco più che mai prese forza, e imbandalzì per la sopravvegnenza fatal delle guerre, distruggitrici come dell’altre cose, così della purezza delle respettive favelle de’ paesi.

Insipido omai a’ palati delle italiane menti divenuto è quel soave cibo oggidì, che porto ci viene nell’aureo suo Decamerone dal facondo Novellator Certaldese: insipido quello, che ne imbandisce il famoso Secretario Fiorentino nelle sue [p. xv modifica]svariate scritture, e nel suo stringato volgarizzamento l’emulo di Tacito il coltissimo Davanzati, e il Casa ne’ suoi Uffizj e nelle sue Orazioni, e il Varchi e il Segni nelle loro Storie, e a finirla, passando sotto silenzio infiniti altri prodi Scrittori, il Caro nelle sue Lettere. A que’ bennati e gentili ingegni, che non lasciaronsi affatturare dal calice del neologismo, e che tenendosi dietro l’orme da’ grandi maestri segnate, non deviaron punto da quelle, sedotti dall’amor del Mirabile; a que’ bennati e gentili ingegni sien grazie, e ne riportino la mercè meritata. Senonchè la riporteranno sì, ed ampia riporteranla, quando, fatta una baldoria di tant’opere vergate nello spurio linguaggio, di cui parlammo, quelle solamente saranno in pregio, nelle quali appajata vedrassi alla sodezza delle cose la gioconda venustà della lingua.

Io so che alcuni rideranno maligni, e vorrannosi la berta del fatto mio, perchè con tanta serietà pongomi a ragionare del detrimento sofferto dal volgar nostro per le troppo carezzevoli accoglienze usate agli estranei idiomi, massimamente al francioso, che, per essere di men difficile apprendimento, si diffuse con più rapidità, che gli [p. xvi modifica]altri non fecero, e andò in voga di modo, che resesi pressochè universale. Rinverrassi sibbene tra le persone sedicentisi di spirito chi mal saprà tessere volgarmente un periodo, che non zoppichi da qualche parte, ma tra loro non si rinverrà chi non sappia, all’uopo, rompere al prossimo suo il timpano dell’orecchio con un turbin furioso di chiacchiere francesche.

Se nella Satira VI. Giuvenale mena alto scalpore, e querele, perchè in Roma di que’ tempi le patrie usanze, dalla veneranda antichità consecrate, e il bel sermone del Lazio, e gli abiti pur anco e gli adornamenti nazionali da que’ sazievoli e imbastarditi nepoti di Romolo aveansi a schifo per malnata cacoete, che quasi epidemico malore appiccossi a maschi e a femmine, di grecizzare in tutto, talchè disdicevole e in certa guisa indecente reputata un’azion’era, che fatta non fusse alla greca: perchè non potrò io lamentare a mio beneplacito la foja, onde fatalmente van sopraffatti tanti di noi, degeneri dagl’Itali prischi, non tanto di adottare stranj nel viver usi, e stranie nel vestir fogge, quanto di apparare, col sagrifizio della bellissima nostra, della quale [p. xvii modifica]sentono noja, qual la tedesca, qual l’inghilese, tutti la gallica lingua? Di questa ultima ambisce ognuno di mostrarsi intelligente; e, non che i dotti uomini, e i semidotti, non che le donne, alle quali dà grado la nascita, e l’educazione, la parlano, e la scrivono, la fante oggimai, lo staffiere, il cuoco, il bottegajo, il sarte, tutti fino a’ fanciulletti che ancor si scompisciano, fino alle più sdrucite zambracche amano di cincischiarne qualche paj’ di parole.

Io non sono sì bestia di prenderlami generalmente contra tutti coloro, che la francese favella coltivano, biasimando senza pietà chi allo studio di essa dà opera. Con quegl’Italiani la voglio, i quali, siccome parmi aver detto di sopra, pospongono a quella la lor propia, che non si vergognano di non sapere, o di saperla malissimamente. Sappia pur uno ogni genere di linguaggio, che ciò gli si attribuirà a loda, ma in ispezieltà il natio non ignori, anzi lo apprenda con solerte cura ed impegno, facendosi a conoscerlo per principj, e lontano tenendosi a tutt’uomo dalla fanghiglia del neologismo. Ciò otterrà dalla indefessa lettura de’ buoni Autori, e dalla ponderata e [p. xviii modifica]matura meditazione delle lor opere più celebrate, dopo aver consegnate alla memoria, perchè ben le ritenga, le precipue regole grammaticali, senza cui e’ moverebbe tentone, ed a caso per lo vasto campo della lingua nostra doviziosissima. Non si dia a credere di poter impadronirsene in pochi mesi, come avvien della Gallica: un’impresa si è questa, al cui intero eseguimento sudare fa duopo per anni ed anni.

Ma a qual fine, dirannomi, raggrinzando il naso certi ricadiosi frinfini, a’ quali nulla, che non esca del lor cervello, par buono, a qual fin per gli Dei vuoi tu pedantescamente spacciare tanta saccenteria? Se’ forse d’avviso che le cose che ci narri sien nuove, o non piuttosto che le siensi le mille fiate dette, o scritte per altri? Non émmi ascoso che altri mi precorsero nell’aringo, e che per lo motivo stesso, ond’io agramente querelomi, menato hanno l’altissimo schiamazzo; ma avendo io gran voglia di rifriggere questa frittata, e di sfogar dal mio canto la bile, che contro i novatori sì fatti mangiami l’interiora, e avendola da un pezzo, non potei rattenermi dal darla per mezzo a cotestoro, procacciando così uno [p. xix modifica]sfogo al mio sdegno. Nè certo, a farlo, miglior occasione cogliere io potea dell’odierna, in cui (per rispettato comandamento di due giovani Cavalieri, che nella celebrazione di lor Nozze rifiutaron l’omaggio di que’ versi stucchevoli, che non rifinan mai di esaltar la possanza d’Amore, già fino alla nausea magnificata, e di presagire Eroi d’ogni maniera, quasi nascessero come i funghi per le foreste del mio Maséro) debb’io pubblicare a benefizio comune degl’Italiani ingegni, del patrio idioma studiosi, alcune Lettere di Seneca volgarizzate dalla maestra penna del Commendatore Annibal Caro, le quali prima d’ora non vider la luce. Saprannomi, io spero, buon grado cotest’ingegni bennati del dono che viensi a far loro, e benediranno le mie fatiche nell’ammannirglielo, quando gustato avranno un volgarizzamento, che per la sua amena eleganza e per una cotal fedeltà non servile va al di sopra d’ogni altro, che lavorato siasi dell’originale medesimo, non eccettuato quello, che citano gli Accademici della Crusca, stampato in Firenze l’anno 1717. vago et elegante sì per le forme del dire, ma in istile ampio e largo, nel quale quel morale Filosofo per lo più [p. xx modifica]non si trova, o vi si trova distemperato, e dilavato sì fattamente, che somiglievol direbbesi a vino di sua natura piccante, il quale esibiscasi a bere con molt’acqua mesciuto: lo che potrà chiunque a suo bell’agio toccar con mano, sol che ne instituisca un po’ di confronto. Io avea in pensiero di trarre da queste due traduzioni qualche squarcio d’una medesima Lettera, e porlo qui sotto, onde venisse a rilevarsi la diversità, che passa tra loro; ma poi, meglio riflettendovi, pensai bene di soprassedere, e di lasciar ch’altri da se prenda a farne tale disamina.

Non riuscirà però ingrata cosa a’ leggitor cortesi l’intendere il come giunto siami alle mani il prezioso autografo di queste undici Lettere, delle quali ignoravasi onninamente l’esistenza, perchè non trovasi fatto cenno da chicchessia nè che il Caro a tradurre si desse mai l’Epistole di Seneca, nè in qual tempo facesselo. Del picciol codice adunque io mi professo debitore alla generosa amicizia dell’Ornatissimo Abate Daniele D.r Francesconi, cima de’ letterati nostrali, che con altre parecchie rarità bibliografiche dissotterrollo in Roma, non so per quale accidente. Egli a me il [p. xxi modifica]concesse di buon grado, quando gli significai che avevo in animo di renderlo di pubblica ragion colle stampe, ove potuto io avessi uscire del pecoreccio, trascrivendolo diligentissimamente di mio pugno, giacchè tanti erano i pentimenti, gli sgorbj, le varianti lezioni, oltre a qualche laguna, che pareva impossibile ch’io avessi a venire a capo del mio divisamento. Colla pazienza, virtù necessaria in checchè facciasi, con un po’ di criterio, e col giovarmi continuo del testo originale latino per l’intelligenza perfetta della versione (dovuto avendo alle volte pescarne il senso a gran fatica tra pel carattere del Commendatore, che non è a dir vero molto felice, tra per le frequenti cancellature, e sostituzion di parole, e più perchè i fogli scritti erano ad otta ad otta per salto, e portavano in se impresse le note delle ingiurie sofferte dal tempo) condussi ad effetto sì malagevole intrapresa. Quello, di che posso assicurare il Pubblico, si è che religiosamente io sonomi attenuto al Mss. del mio Autore, nè hollo alterato d’un jota, neppur quando m’avvenni a qualche voce, che non leggesi registrata nel gran Dizionario, e che arei facilmente potuto mutare, e [p. xxii modifica]forse bene. Detesto il barbaro gusto che alcuni hanno di far man bassa, alterandole con gotico pensamento, sovra le altrui scritture; e crederei un sacrilegio il farla sovra quelle d’un classico Autore venerato da tutte l’età, quale si è Annibal Caro. Abbiasi pure egli qualche non più intesa voce: ciò che monta? Sarà per questo men classico? Perderà per questo il merito delle grazie, ond’è cosperso, il presente volgarizzamento? Alla fin de’ conti due sole, o tre sono coteste voci, e potrei indicarle, ma non voglio, appunto perchè son poche, e perchè usate da tant’uomo deggionsi rispettare.

Non negherò d’essermi fatto lecito, non senza domandar prima parere ad alcun mio dotto Amico, di riformare un tal poco l’ortografia dell’Autore, la quale spesso inesatta era, sempre ineguale, e di renderla uniforme e più moderna, affinchè l’opera fusse di più agevol lettura, lasciandole però qualche tinta d’antichità. Così osservo aver adoperato i Sigg. Volpi nelle replicate edizioni delle Lettere originali del Caro, eseguite con quella perfezione, che ognun sa, dal diligentissimo de’ Stampatori del secol nostro Giuseppe [p. xxiii modifica]Comino. Chi amasse poi di vedere l’autografo di questa bellissima traduzione, onde riscontrare, se vero sia quel che ne ho detto, lo troverà quindinnanzi nella insigne sceltissima Biblioteca Pisani, alla quale, fattone l’uso ch’io volea, l’Egregio Ab. Francesconi mi commise di rassegnarlo in suo nome. Infatti era convenevol cosa, ch’esso sen rimanesse a perpetua memoria presso uno degli assennati nobilissimi odierni Sposi, che sì benemeriti sono dell’edizione presente, per avermi fornito con quella generosità, ch’è propia del loro animo, i mezzi di mandarla ad effetto.

Restami ora a dire qualmente la Lettera II. e la VIII. erano mancanti nel fine, nè parvemi opportuno lasciarle correr così. Però fu per me supplito alla mancanza, come potei il meglio, avvisandomi che ciò non tornerebbe discaro a’ leggitori, i quali ameran più presto di vederle comunque compiute, che imperfette lasciate. Tal mio supplemento a bella posta fu impresso in carattere corsivo, onde distinguasi il dove esso comincia, e il dove a finir va.

Possano tante mie cure riscuotere alcun benigno compatimento dagli studiosi della lingua [p. xxiv modifica]nostra, al vantaggio de’ quali furon dirette; ed abbiansi grazie, e plaudasi al ticchio ch’émmi saltato in capo di mettere in luce nelle doppie odierne Sponsalizie in luogo d’una poetica Raccolta, che morta sarebbe al par dell’ultima gazzetta, un tal monumento, che nel gener suo vale un tesoro, e che non vedrà l’estremo giorno, fino a che fioriranno gli ottimi studj, e saranno in onore le amenissime lettere Italiane.