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Pagina:Seneca - Lettere, 1802.djvu/15


xiii

gno. Per la qual cosa ognun vede quanto errati vadan coloro, i quali gratuitamente asseriscono non esser ella atta granfatto a servir di veste alle scienze più astruse, come tant’altre lo sono. Questi tali bisogna conchiudere che letto non abbiano nè l’opere dell’immortal Galilei, nè i Saggi d’Esperienze della celebre Accademia del Cimento, nè altre assai opere scientifiche di queste ancor più vetuste, nelle quali vanno del pari accoppiate la gravità delle cose, che vi si trattano, e la venusta chiarezza dello stile, che vi si adopera.

Chi sa la lingua nostra fondatamente, non prova grande stento a vestir d’essa i propj concetti, sieno pure elevati e sublimi; siccome chi la ignora quasi al tutto, o in massima parte, trovasi nel maggiore imbroglio a scrivere correttamente anche una semplice lettera familiare; della qual cosa può rendermi ognun testimonianza, che vede quale scrivasi oggidì per tanti e tanti de’ nostri. L’assiduo studio degli stranieri idiomi, e la poca, o niuna sollecitudine, ond’il patrio s’apprende, hanno ingenerato in seno all’Italia stessa un guazzabuglio di parole barbare e mostruose,