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Le Mille ed una Notti/Storia del giovine re delle Isole nere

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Storia del giovine re delle Isole nere

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Storia del giovine re delle Isole nere
Storia del visir punito Storia di tre Calenderi, figli di re, e di cinque dame di Bagdad
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STORIA

DEL GIOVANE RE DELLE ISOLE NERE.


«Dovete sapere, o signore,» continuò egli, «che mio padre, il quale chiamavasi Mahmud, era re di questo stato: è desso il regno delle Isole Nere, il quale prende la sua denominazione dai quattro monticelli vicini; chè questi monti erano per l’addietro altrettante isole, e la capitale in cui dimorava il re mio padre, trovavasi nel sito in cui presentemente esiste lo stagno che vedeste. Il seguito della mia storia v’istruirà di tutti questi cangiamenti. Il re mio padre morì in età di settant’anni. Appena fui sul trono, mi ammogliai, e la persona che scelsi per dividere meco la dignità regale, era mia cugina. Ebbi luogo d’essere contento dei contrassegni d’amore ch’essa mi diede; e da parte mia concepii per lei tanta tenerezza da non esservi nulla da paragonare alla nostra unione, la quale durò cinque anni; scorsi i quali m’avvidi che la regina mia cugina non avea più affezione alcuna per me.

«Un giorno ch’essa trovavasi nel bagno al dopopranzo, mi sentii voglia di dormire; ed essendomi buttato sur un sofà, due delle sue donne, che [p. 88 modifica]trovavansi nella mia camera, vennero tosto a sedere, l’una alla mia testa, l’altra a’ piedi, con un ventaglio in mano, tanto per moderare il calore, quanto per difendermi dalle mosche che avessero potuto turbare il mio sonno. Mi credevano esse addormentato, e conversavano sottovoce fra loro; ma io non aveva che chiusi gli occhi, nè perdei sillaba de’ loro discorsi.

«Diceva una di quelle donne all’altra: — Non è egli vero che la regina ha gran torto di non amare un principe sì amabile come il nostro? — Certo,» rispondeva la seconda. «Per me non ci capisco nulla, e non so perchè ella esca tutte le notti, e lo lasci solo. Ch’egli forse non se ne accorga? — Eh! come vorresti che se ne accorgesse?» ripigliò la prima; «ogni sera ella mesce nella sua bevanda il sugo di certa erba, che lo fa dormire tutta la notte d’un sonno tanto profondo, d’aver essa il tempo di andare ove più le piace; ed all’alba torna a ricoricarsi accanto a lui, ed allora lo desta ponendogli un certo odore sotto al naso.

«Giudicate, o signore, della mia sorpresa a tale discorso, e dei sentimenti che m’inspirò. Nondimeno, qualunque fosse l’emozione che mi produsse, ebbi bastante predominio su me stesso per dissimulare, e finsi di svegliarmi e di non aver udito nulla. Tornata la regina dal bagno, cenammo insieme, e prima d’andare a letto, ella mi presentò colle sue mani la tazza piena d’acqua, ch’io era solito bere; ma in vece di recarla alla bocca, mi avvicinai ad una finestra aperta, e gettai l’acqua con tal destrezza, che mia cugina non se n’avvide. Le restituii quindi subito la tazza, acciò non dubitasse che non avessi bevuto. In seguito ci coricammo, e poco dopo, credendo ella ch’io fossi addormentato, il che non era, si alzò con tanta poca cautela, che disse quasi a voce alta: — Dormi, e possa tu svegliarti più mai.» Si vestì in fretta, ed uscì dalla camera....»

[p. 89 modifica]Terminando tali parole, accorta essendosi Scheherarade ch’era giorno, tralasciò di parlare. Dinarzade aveva ascoltato la sorella con gran piacere; e Schahriar trovava la storia del re delle Isole Nere sì degna della sua curiosità, che si alzò impazientissimo di udirne la continuazione la notte seguente.


NOTTE XXIII


Un’ora prima di giorno, svegliatasi Dinarzade, non mancò di pregare la sultana, sua diletta sorella, di continuare la storia del giovine re delle quattro Isole Nere. Scheherazade, ricordandosi subito ov’erasi fermata, la ripigliò di cotal guisa:

«Uscita che fu la regina mia moglie,» proseguì il re delle Isole Nere, «mi alzai, e vestitomi in fretta, presi la scimitarra, e la seguii sì da vicino, che presto la udii camminare poco a me davanti. Allora, regolando i miei su i suoi passi, procedetti pian piano per tema di essere scoperto. Passò ella per molte porte, che si aprirono in virtù di certe parole magiche da lei pronunciate; l’ultima fu quella del giardino, nel quale entrò. Mi fermai a quella porta, onde non mi potesse scorgere mentre attraversava un’aiuola; ed accompagnandola cogli occhi per quanto permettevalo l’oscurità, notai che entrava in un boschetto, i cui viali erano fiancheggiati da foltissime siepi. Mi vi recai per un’altra via; e appiattatomi dietro la siepe lungo un viale, la vidi passeggiare insieme ad un uomo.

«Non mancai di prestare attento orecchio ai loro discorsi, ed ecco che cosa intesi. — Io non merito,» diceva la regina al suo amante, «il rimprovero che mi fate di non essere abbastanza sollecita; a voi è ben nota la ragione che me lo impedisce. Ma se tutti i contrassegni d’amore che v’ho dati finora, non [p. 90 modifica]bastano a persuadervi della mia sincerità, son pronta a darvene di maggiori; non avete che a comandare; voi conoscete il mio potere. Se lo bramate, prima che si levi il sole, cangerò questa grande città e questo bel palazzo in orribili ruine, non abitato che da lupi, corvi e pipistrelli. Volete ch’io trasporti tutte le pietre di queste robustissime mura oltre il Caucaso e fuor dei confini del mondo abitato? Dite una parola, e tutti questi luoghi cangeranno aspetto.

«Mentre la regina finiva tai detti, ella ed il suo amante, trovandosi all’estremità del viale, si volsero per entrare in un altro, e mi passarono davanti. Io aveva già sguainata la sciabola; ed essendo l’uomo dalla mia parte, lo percossi sul collo, e lo rovesciai a terra; certo d’averlo ucciso, mi ritirai sollecito senza farmi conoscere alla regina, che volli risparmiare per essere mia parente.

«Mortale era il colpo da me portato al suo drudo; ma ella gli conservò poi la vita a furia d’incantesimi, in modo però da potersi dire di lui che non è morto, nè vivo. Attraversando il giardino per tornare al palazzo, intesi la regina mandare orribili strida; giudicando da ciò del suo dolore, fui contentissimo d’averla lasciata in vita. Rientrato nel mio appartamento, mi ricoricai soddisfatto di aver così punito il temerario che avevami offeso, m’addormentai, e svegliandomi la domane, trovai la regina al mio fianco....»

Scheherazade fu costretta a fermarsi, vedendo apparire il giorno. — Buon Dio, sorella,» disse allora Dinarzade, «sono assai dolente che tu non possa dire di più. — Sorella,» rispose la sultana, «dovevi destarmi più presto; è tua colpa. — Spero di ripararla la prossima notte,» replicò Dinarzade; «giacchè non dubito che il sultano non abbia minor desiderio di me d’udire il fine di questa storia, e così mi lusingo ch’egli avrà la bontà di lasciarti vivere ancora sino a domani.»

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NOTTE XXIV


In fatti Dinarzade, ansiosa di sentir terminare l’interessante storia del re delle Isole Nere, e di sapere in qual modo fosse stato cangiato in marmo, chiamò di buonissima ora la sultana, com’erasi proposto. — In breve l’udrai,» rispose Scheherazade, «col permesso del sultano.

«Trovai dunque la regina coricata al mio fianco,» continuò il re delle quattro Isole Nere; «non vi dirò s’ella dormisse o no; ma mi alzai senza far rumore, e passando nel mio gabinetto, finii di vestirmi. Andai quindi a presiedere il consiglio; al mio ritorno, mi si presentò innanzi la regina vestita a lutto, coi capegli sparsi, e mi disse: — Sire, vengo a supplicare vostra maestà di non maravigliarsi se mi vede in questo stato. Tre notizie affliggenti da me ricevute nel medesimo tempo, sono la giusta cagione del vivo dolore di cui non vedete che deboli segni. — E quali sono codeste notizie, signora?» le chiesi. — La morte della regina mia cara madre,» rispose la donna; «quella del re mio padre ucciso in battaglia, e l’altra d’un mio fratello caduto in un precipizio.» Non mi spiacque ch’ella prendesse tal pretesto per celare il vero motivo della sua afflizione, e giudicai che non mi sospettasse di averle ucciso l’amico. — Signora,» le dissi, «lungi dal biasimare il vostro dolore, v’accerto che vi prendo tutta la parte che debbo, e sarei sommamente sorpreso se foste insensibile alle perdite da voi fatte. Piangete pure; le vostre lagrime sono infallibili segni della bontà del vostro carattere. Spero nondimeno che il tempo e la ragione potranno recar sollievo al vostro cordoglio.

[p. 92 modifica]«Si ritirò ella quindi nel suo appartamento, ove, abbandonandosi senza riserva al suo dolore, passò un anno intiero a piangere e lagnarsi. Trascorso tal tempo, chiesemi licenza di far fabbricare nel recinto del palazzo il luogo di sua sepoltura, in cui voleva, diceva ella, starsene fino al termine della vita; glielo permisi, ed ella fece erigere un superbo edificio, con una cupola che di qui si vede, e lo chiamò il palazzo delle Lagrime.

«Quando fu finito, vi fece trasportare il suo drudo, già da lei prima fatto trasferire ove aveva creduto meglio, la medesima notte ch’io l’ebbi ferito; ed avendolo fin allora preservato dalla morte a forza di bevande che gli aveva amministrato, continuò sempre a recargliene in persona, ogni giorno anche dopo che fu posto nel palazzo delle Lagrime.

«Nondimeno, con tutti i suoi incantesimi non riuscì a guarire l’infelice; non solo non poteva costui camminare, nè reggersi, ma aveva inoltre perduto l’uso della favella, nè dava altro segno di vita, fuorchè cogli sguardi. Sebbene la regina avesse l’unica consolazione di vederlo e dirgli quanto il folle suo amore poteva ispirarle di più tenero ed appassionato, non lasciava di fargli ogni giorno due lunghe visite. Io n’era informato, ma fingeva d’ignorarlo.

«Un giorno andai per curiosità al palazzo delle Lagrime, per vedere qual vi fosse l’occupazione di questa principessa; e da un sito, ove mi celai, la udii parlare in questi sensi all’amante: — Sono in estrema afflizione al vedervi nello stato in cui siete, e non sento meno vivamente di voi medesimo i cocenti mali che soffrite; ma, anima mia, io vi parlo sempre, e non mi rispondete mai. Fin quando vi terrete in silenzio? Ditemi una sola parola. Aimè! i più dolci momenti della mia vita quelli sono che passo qui a dividere i vostri dolori. Non posso vivere da voi lontana, [p. 93 modifica]e preferisco sempre il piacere di vedervi all’impero dell’universo.

«A tal discorso, interrotto da sospiri e singhiozzi, perdei la pazienza. Mi palesai, ed accostatomele: — Signora,» le dissi, «bastano i pianti; è tempo di por fine ad un dolore che ci disonora ambedue; troppo dimenticate ciò che dovete a me ed a voi medesima. — Sire,» mi rispose colei, «se vi rimane ancora qualche considerazione, o piuttosto qualche compiacenza per me, vi supplico di non contraddirmi. Lasciate che mi abbandoni alle mie angosce mortali; il tempo non potrà mai diminuirle.

«Quando vidi che i miei discorsi, invece di farla rientrare nel dovere, servivano sol ad irritarne il furore, cessai dal parlarle e mi ritirai. Continuò essa a visitare tutt’i giorni il suo amante, e per due anni intieri non fece che disperarsi. Andai una seconda volta al palazzo delle Lagrime mentre v’era anch’essa; mi nascosi di nuovo, ed udii che diceva: — Sono tre anni che non m’avete detto una sola parola, e non rispondete agli attestati d’amore che vi do co’ miei gemiti; è ciò per insensibilità o per disprezzo? O tomba! avresti tu distrutto quei trasporti di tenerezza ch’egli aveva per me? Avresti tu chiusi quest’occhi che mi dimostravano tanto amore, e facevano tutta la mia delizia? No, no, non posso crederlo. Dimmi piuttosto per qual prodigio tu sia divenuta depositaria del più raro tesoro che mai fosse.

«Vi confesso, o signore, che fui sdegnato da quelle parole, poichè alla fin fine quell’amante prediletto, quell’adorato mortale, non era qual ve lo potreste immaginare: era un Indiano negro, nativo di questi paesi. Fui, ripeto, tanto sdegnato, che mi feci bruscamente vedere, ed apostrofando lo stesso sepolcro: — O tomba,» sclamai, «perchè non inghiottisci questo mostro, che fa orrore alla natura; o piuttosto, perchè non distruggi tu questi due infami?

[p. 94 modifica]«Ebbi finito appena tali parole, che la regina, la quale stava seduta presso al Negro, si alzò come una furia, e: — Crudele,» mi disse, «tu solo sei la cagione del mio dolore. Non credere ch’io lo ignori, e non l’ho che troppo a lungo dissimulato. La barbara tua mano fu quella che pose l’oggetto dell’amor mio nel misero stato in cui si trova; ed hai la durezza di venir ad insultare un’amante alla disperazione? — Sì, fui io,» la interruppi furibondo di rabbia, «fui io che castigai questo mostro come meritava; te pure doveva trattare in pari guisa, e mi pento di non averlo fatto; omai è troppo tempo che tu abusi della mia bontà.» Ciò dicendo, sguainai la scimitarra, ed alzai il braccio per punirla; ma essa, guardandomi tranquillamente, con beffardo sorriso: — Modera,» disse, «la tua collera;» e nello stesso tempo profferì certe parole che non intesi, e poi soggiunse: — In virtù de’ miei incantesimi, ti comando di diventar sull’istante mezzo marmo e mezzo uomo;» e tosto, signore, diventai qual mi vedete, già morto tra i vivi, e vivo tra i morti...»

Scheherazade a tal passo, avendo notato eh’era giorno, cessò dal racconto.


NOTTE XXV


Sulla fine della notte essendosi Scheherazade svegliata alla voce della sorella, si preparò n darle la soddisfazione che chiedeva, terminando la storia del re delle Isole Nere. Cominciò adunque così: — Il re mezzo marmo e mezzo uomo continuò a raccontare la sua storia al sultano.

«Dopo,» dìss’egli, «che la perfida maga, indegna di portare il nome di regina, m’ebbe così trasformato, e fattomi, con un altro incanto, passare in questa sala, [p. 95 modifica]distrusse la mia capitale, ch’era fiorentissima ed assai popolata; annientò le case, le piazze pubbliche ed i mercati, e ne fece lo stagno e la campagna deserta che avrete veduto. I pesci di quattro colori che trovansi nello stagno, sono le quattro sorta d’abitanti di religioni diverse che la componevano: i bianchi, i Musulmani; i rossi, i Persiani adoratori del fuoco; Cristiani i turchini; Ebrei i gialli: le quattro colline erano le quattro isole che davano il nome a questo regno. Tutto ciò lo seppi dalla strega, la quale, per colmo d’afflizione, mi annunciò essa medesima questi effetti dell’ira sua. Nè qui sta il tutto; non limitò colei il furor suo alla distruzione del mio impero ed alla mia metamorfosi, ma essa viene ogni giorno a darmi sulle ignude spalle cento colpi di nervo di bue, che mi mettono tutto a sangue. Finito tal supplizio, mi copre con una grossa stoffa di pel di capra, e vi sovrappone la veste di broccato che vedete, non per farmi onore, ma per prendersi beffe di me.

«Qui il giovane re delle Isole Nere non potè trattenere le lagrime; ed il sultano n’ebbe il cuore tanto lacerato, che non seppe dir parola per consolarlo. Poco dopo il giovane re, alzando gli occhi al cielo, sclamò: — Possente Creatore di tutte le cose, mi sottopongo ai vostri giudizi ed ai decreti della vostra provvidenza! Soffro pazientemente tutti i miei mali, tale essendo il vostro volere; ma spero che la vostra infinita bontà saprà ricompensarmene.

«Il sultano, impietosito da sì strano racconto, ed animato alla vendetta di quel principe infelice, gli disse: — Insegnatemi ove si ritira la perfida fattucchiera, e in qual luogo trovasi quell’indegno amante, sepolto prima della morte. — Signore,» rispose il principe, «il drudo, come vi dissi, sta nel palazzo delle Lagrime, in una tomba a foggia di cupola; quel palazzo comunica con questo castello dal lato [p. 96 modifica]della porta. Circa alla maga, non posso dirvi precisamente ov’ella si ritragga; ma ogni giorno, al levar del sole, si reca a visitare il suo amico, dopo aver compito su me la sanguinosa esecuzione onde vi parlai, e dalla qual orribile crudeltà ben comprendete che non posso difendermi. Gli porta essa la bevanda solo alimento con cui sinora essa ha potuto conservarlo in vita; nè cessa di lagnarsi sul silenzio che ha mantenuto sempre da quando l’ho ferito. — Principe, che non potrei abbastanza compiangere,» ripigliò il sultano, «niuno può essere più vivamente commosso dalla vostra sciagura, quant’io. Giammai sì straordinaria cosa è accaduta ad alcuno, e gli autori che scriveranno la vostra storia, avranno l’onore di riferire un fatto che supera quanto fu mai narrato di più sorprendente. Una sola cosa ci manca, la vendetta che v’è dovuta; ma tutto farò per procurarvela.

«In fatti, il sultano, continuando a discorrere col giovane principe su tal proposito, dopo avergli manifestato chi era, e perchè fosse entrato nel castello, immaginò un mezzo di vendicarlo, che gli comunicò, e convennero insieme intorno alle misure da prendersi per la riuscita del disegno, la cui esecuzione fu rimessa al giorno dopo. Frattanto, essendo inoltrata la notte, il sultano prese qualche riposo: il giovane principe la passò al suo solito in continua veglia, perchè, dopo ch’era incantato, non poteva dormire, ma però con qualche speranza di venir liberato da’ suoi parimenti.

«La domane, allo spuntar del giorno, il sultano si alzò, e per cominciar ad eseguire il suo disegno, nascose in luogo remoto le sopravvesti che lo avrebbero imbarazzato, e quindi se ne andò al palazzo delle Lagrime. Lo trovò illuminato da gran quantità di torce di candida cera, e sentì un odore delizioso che usciva [p. 97 modifica]da parecchi turiboli d’oro massiccio di mirable lavoro, tutti disposti in benissimo ordine. Appena vide il letto sul quale giaceva il Negro, sgnainò la sciabola, e tolta senza resistenza la vita a quel miserabile, ne strascinò il cadavere nel cortile del castello, e lo gettò in un pozzo. Quindi, andato ad adagiarsi sul letto del Negro, si mise la scimitarra accanto sotto la coperta, e rimase colà per compire il suo divisamento.

«La maga capitò fra non molto, e sua prima cura fu di andare nella camera ov’era il re delle Isole Nere suo marito, e spogliatolo, cominciò a dargli sulle spalle cento colpi di nervo di bue con una barbarie senza esempio. Empiva il misero principe il palazzo delle sue grida, scongiurandola nel modo più commovente del mondo ad aver pietà di lui; ma la crudele non cessò di percuoterlo finchè non gli ebbe dato i cento colpi. — Tu non hai avuto compassione del mio amante,» gli diceva essa, «e non devi aspettarne da me...»

Scheherazade vide a questo passo il giorno, e sospese il racconto. — Oh Dio, sorella,» disse Dinarzade, «qual barbara strega! Ma non ci dirai se abbia colei ricevuto il castigo che meritava? — Mia cara sorella,» rispose la sultana, «non desidero meglio che di narrartelo domani; tu sai ciò dipendere dalla volontà del sultano.» Dopo quanto aveva udito, Schahriar era ben lungi dal voler far morire Scheherazade. — Anzi, non voglio torle la vita,» diceva tra sè, «finchè non abbia terminata questa sorprendente storia, quand’anche dovesse durare due mesi. Sarà sempre tempo di mantenere il mio giuramento.»

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NOTTE XXVI


Ebbe appena Dinarzade veduto esser tempo di chiamare la Sultana, che la pregò di raccontarle che cosa fosse accaduto nel palazzo delle Lagrime; ed avendo Schahriar dimostrata la medesima curiosità, la sultana ripigliò di tal modo la storia del giovane principe incantato:

— Sire, quando la strega ebbe dato cento nervate al re suo marito, lo coprì colla grossa schiavina di pel di capra, e gli sovrappose la veste di broccato. Andò poscia al palazzo delle Lagrime, ed entratovi, rinnovò i pianti, le grida ed i soliti lamenti; avvicinatasi quindi al letto ove credeva stesse sempre il suo amante, sclamò: — Qual crudeltà di avere così turbato il contento di un’amante tanto tenera ed appassionata qual io sono! O tu che mi rimproveri d’essere troppo inumana quando ti fo provare gli effetti del mio risentimento, principe crudele la tua barbarie non supera forse quella della mia vendetta? Ah, traditore! attentando alla vita dell’oggetto che adoro, non m’hai rapito la mia? Aimè,» soggiunse volgendo la parola al sultano, credendo di parlare al Negro, «mio sole, mio tesoro, starai tu sempre in silenzio? Sei determinato di lasciarmi morire senza darmi la consolazione di ripetere ancora che m’ami? Anima mia, dimmi almeno una parola, te ne scongiuro.

«Allora il sultano, fingendo di uscire da profondo sonno, e contraffacendo il linguaggio dei Negri, rispose con grave accento alla regina: — Non v’ha forza e potere che in Dio solo onnipotente.» A tali parole, la maga, che non se le aspettava, mise un alto [p. 99 modifica]grido per esternare l’eccesso della sua gioia. — Mio diletto signore,» sclamò essa, «m’ingannai io forse? È egli vero che vi ascolto, e che voi parlate? — Sciagurata,» rispose il sultano, «sei tu degna ch’io risponda a’ tuoi discorsi? — E perchè,» rispose la regina, «mi fate questo rimprovero? — Le grida,» diss’egli, «i pianti ed i gemiti di tuo marito, che ogni giorno tu tratti con tanta crudeltà e barbarie, m’impediscono di dormire. Da gran tempo sarei guarito, ed avrei ricuperato l’uso della favella, se tu lo avessi sciolto dall’incanto; ecco la cagione del mio silenzio di cui tanto ti lagni. — Ebbene,» disse la maga, «per tranquillarvi son pronta a fare tutto ciò che vorrete comandarmi; volete che gli renda la sua primiera forma? — Sì,» rispose il sultano, «ed affrettati a metterlo in libertà, ond’io non sia più incomodato dalle sue grida.

«Uscì subito la maga dal palazzo delle Lagrime, prese una tazza d’acqua, vi pronunziò sopra alcune parole, che la fecero bollire, quasi fosse stata al fuoco; ed andata nella sala in cui stava il giovane re suo marito, gli verso addosso quell’acqua dicendo: — Se il Creatore di tutte le cose ti ha formato qual presentemente sei, o s’egli è adirato verso di te, non cangiarti; ma se tu non sei in questo stato se non in virtù de’ miei sortilegi, ripiglia la tua forma naturale, e torna qual eri prima.» Appena ebb’essa finite tali parole, che il principe, trovatosi nel primitivo suo essere, si alzò liberamente con tutta l’allegrezza immaginabile, e ne rese grazie a Dio. La maga allora, tornando a parlare: — Va,» gli disse, « allontanati da questo castello, e non tornarci mai più, o te ne costerà la vita.» Il giovane re, cedendo alla necessità, si allontanò senza repliche, e ritirossi in un luogo remoto, ivi aspettando ansioso il successo del disegno, di cui il sultano sì felicemente aveva cominciata l’esecuzione.

[p. 100 modifica]«Frattanto tornò la maga al palazzo delle Lagrime, ed entratavi, credendo sempre di parlare al Negro: — Caro amante,» gli disse, «ho fatto tutto ciò che mi hai prescritto: nulla or t’impedisce di alzarti, e darmi di tal guisa una soddisfazione di cui son priva da tanto tempo.

«Continuando il sultano a contraffare il linguaggio de’ Negri, così le rispose con duro accento: — Ciò che hai fatto non basta per guarirmi: non levasti che una parte del male; bisogna estirparne la radice. — Moro,» gli rispos’ella, «che cosa intendi tu per radice? — Sciagurata,» ripigliò il sultano, «non comprendi che voglio parlare di questa città e de’ suoi abitanti, e delle quattro isole da’ tuoi incantesimi distrutte? Ogni dì, a mezzanotte, non mancano i pesci di alzare la testa fuor dello stagno; gridando vendetta contro di noi due. Ecco il vero motivo del ritardo della mia guarigione. Va immediatamente a ristabilire le cose nell’antica loro condizione, e al tuo ritorno ti porgerò la mano, e m’aiuterai ad alzarmi.

«Piena la maga della speranza che tai detti le ispirarono, sclamò trasportata dalla gioia: — Cuor mio, anima mia, ricupererai in breve la salute, chè io corro a far sul momento quanto m’imponi.» In fatti partì all’istante, e giunta alla sponda dello stagno, prese un po’ d’acqua nel cavo della mano, vi fe’ sopra un’aspersione...»

Qui Scheherazade, vedendo ch’era giorno, cessò di parlare. Dinarzade disse alla sultana: — Sorella, quanto godo di sapere sciolto dall’incanto il giovane re delle quattro Isole Nere, e già considero come ristabiliti nel primiero stato la città ed i suoi abitanti; ma m’interessa sapere la sorte della maga. — Abbi un po’ di pazienza,» rispose la sultana; «domani avrai la soddisfazione che desideri, se il sultano, mio [p. 101 modifica]padrone, vorrà acconsentirvi.» Schahriar, il quale, come si è detto, aveva già preso il suo partito, si alzò per andar ad adempire ai suoi doveri.


NOTTE XXVII


Scheherazade, bramosa di mantenere la sua promessa, continuò il racconto in questi sensi:

— Fatta l’aspersione, non appena ebbe la maga pronunziate certe parole sui pesci e sullo stagno, che la città subito ricomparve. I pesci tornarono uomini, donne o fanciulli: maomettani, cristiani, persiani ed ebrei, liberi o schiavi, ciascuno riprese la natural sua forma. Le case e le botteghe si empirono tosto de’ loro abitanti, che tutte le cose trovarono nella medesima situazione e nell’ordine stesso in cui erano prima dell’incanto. La numerosa comitiva del sultano, che si trovava accampata nella maggior piazza, rimase non poco maravigliata al vedersi d’un tratto in mezzo ad una vasta e popolosa città.

«Ma per tornare alla maga, quand’ebbe essa fatto quel maraviglioso cangiamento, si recò in tutta fretta al palazzo delle Lagrime per raccoglierne il frutto. — Mio caro signore,» sclamò entrando, «vengo a rallegrarmi con voi della ricuperata salute; ho fatto quanto voleste da me; alzatevi dunque, e datemi la mano. — Accostati,» le disse il sultano, sempre contraffacendo il linguaggio dei Negri. Colei si avvicinò. — Non basta,» ripigliò egli, «accostati ancora.» Quella obbedì. Alzatosi allora, il sultano afferrolla pel braccio sì rapidamente, stressa non ebbe tempo di fuggire, e con un colpo di scimitarra le spaccò il corpo in due. Ciò fatto, lasciò il cadavere al suolo, ed uscendo dal palazzo delle Lagrime, corse dal giovane [p. 102 modifica]principe delle Isole Nere, che aspettavalo con impazienza. — Principe,» gli disse abbracciandolo, «ora non avete più nulla a temere; la vostra crudel nemica più non esiste.

«Il principe, pieno di gratitudine, ringraziò il sultano, ed in premio d’avergli reso tanto segnalato servigio, gli augurò lunga vita con ogni sorta di prosperità. — Potete ormai,» gli disse il sultano, «riposare tranquillo nella vostra capitale, a meno che non vogliate venire nella mia, tanto qui vicina: vi accoglierò con piacere, e vi sarete onorato e rispettato come in casa vostra. — Possente monarca, al quale ho tant’obbligo,» rispose il re, «voi credete dunque d’essere vicino alla vostra capitale? — Così credo,» replicò il sultano; «non vi sono che quattro o cinque ore di cammino. — C’è un anno intiero di viaggio,» tornò a dire il giovane principe.

«Credo che dalla vostra capitale siate venuto nel poco tempo che dite, perchè la mia era incantata; ma dopo che non lo è più, le cose hanno cangiato d’aspetto. Nè ciò m’impedirà di seguirvi, quand’anche si trattasse di andare in capo al mondo. Voi siete il mio liberatore, e per darvi in tutta la vita segni della mia riconoscenza, intendo accompagnarvi, abbandonando senza dispiacere il mio regno.

«Somma fu la maraviglia del sultano udendo di trovarsi tanto lontano da’ suoi stati, e non comprendeva come potesse ciò essere; ma il giovane re delle Isole Nere lo convinse sì bene di tale possibilità, che non ebbe più a dubitarne. — Non importa,» disse allora il sultano; «la pena di tornarmene ne’ miei stati è bastantemente compensata dalla soddisfazione di avervi reso servigio ed acquistato un figlio nella vostra persona; chè, se voleste farmi l’onore di accompagnarmi, non avendo io prole, vi risguardo come tale, e vi creo, fin d’ora, mio erede e successore.

[p. 103 modifica]«Il colloquio del sultano e del re delle Isole Nere terminò coi più teneri abbracci. Il giovine principe non pensò poscia che a disporsi al viaggio, e tre settimane dopo tutto era in pronto, con gran rammarico di tutta la corte e de’ sudditi, che ricevettero di sua mano per loro re uno de’ prossimi suoi parenti. Finalmente il sultano ed il giovane principe si posero in cammino con cento cammelli carichi di ricchezze inestimabili, estratte dai tesori del giovane re, che scelse per seguito cinquanta bei cavalieri, montati ed equipaggiati di tutto punto. Felice fu il loro viaggio; e quando il sultano, che aveva inviati corrieri per dar avviso del suo ritardo e dell’avventura che n’era cagione, fu vicino alla sua residenza, i principali dignitari vennero a riceverlo, assicurandolo la lunga di lui assenza non aver recato verun cambiamento nel suo impero. Gli abitanti anch’essi uscirono in gran folla, lo accolsero in mezzo ad applausi, e fecero allegria per parecchi giorni.

«La domane del suo arrivo, il sultano fe’ a tutti i cortigiani riuniti un’ampia relazione di ciò che, contro la sua aspettativa, avevane resa tanto lunga l’assenza, e dichiarò loro in pari tempo l’adozione fatta del re delle quattro Isole Nere, che si compiacque di abbandonare un gran regno per accompagnarlo e vivere con lui. Infine, onde riconoscere la fedeltà a lui serbata, distribuì molti doni proporzionati al grado da ciascuno occupato nella sua corte.

«Quanto al pescatore, essendo egli stato la prima origine della liberazione del principe, il sultano lo colmò di beneficii, e rese lui e la sua famiglia felicissimi pel resto della vita.»

Qui terminò Scheherazade la novella del pescatore e del genio. Dinarzade glie ne attestò l’infinito suo piacere, e Schahriar, essendosene pure dimostrato soddisfatto, essa lor disse saperne un’altra assai più bella, [p. 104 modifica]cui, col permesso del sultano, avrebbe raccontata all’indomani, poiché il giorno già cominciava ad apparire. Schahriar, rammentandosi della dilazione d’un mese accordata alla sultana, e bramoso d’altronde di sapere se il nuovo racconto riuscirebbe piacevole quant’ella prometteva, si alzò coll’idea di ascoltarla la notte seguente.


NOTTE XXVIII


Dinarzade, secondo il solito; non dimenticò di chiamare, quando tu tempo, la sultana; e Scheherazade, senza risponderle, cominciò il nuovo promesso racconto.