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IV

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Parte seconda - III Parte seconda - V
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IV.


L’indomani, Minerva Fabbri partì. Il suo commiato da Noris fu semplice e cordiale, quasi gioconda la sua partenza. Era felice d’andarsene perchè andandosene doveva significare, per lei, guarire, perchè le pareva che appena avesse messo piede sul vapore vi avrebbe ritrovato la pace e la liberazione. L’impressione durò fin che durò l’attività necessaria per assestare e disporre le Sue cose per la traversata: poi, colla disoccupazione tornò la meditazione e con questa la malinconia.

Di essersi troppo presto rallegrata si accorse quando si avvide del vivo bisogno di solitudine che la teneva. Fuori di tavola, sfuggiva qualsiasi compagnia: saliva sul ponte e là si appartava a contemplare il mare, a popolare lo spazio dei fantasmi che la sua fantasia accarezzava e se qualcuno saliva a disturbarla colà, si rifugiava nella sua cabina e vi rimaneva ore ed ore sdraiata sul letto, cogli occhi assorti, pensando.

Questo atteggiamento del suo spirito era così insolito, corrispondeva così poco al bisogno di attività e di distrazione, che era caratteristica del suo temperamento, che la fanciulla se ne impressionò. Ahimè, il male esisteva davvero, dunque, ed era assai più grave di quanto ella avesse creduto se il pensiero di Noris la seguiva, anche lui lontano, se il suo fantasma l’accompagnava sul mare e mai le dava riposo.

S’era dunque illusa quando aveva creduto d’aver trionfato del pericolo, d’aver dissipato il fascino che la teneva come in un cerchio magico?

Invano cercava di ravvivare l’impressione negativa prodotta su di lei dall’ultimo discorso di Ettore Noris: non la trovava più.

Sentiva soltanto che la sua presenza le [p. 248 modifica]mancava, che le mancavano la sua voce e il suo viso e che nessuno e nessuna cosa avrebbero potuto sostituirsi nel vuoto che il suo spirito lamentava.

A bordo, l’argomento di tutti i discorsi era ancora e sempre il viaggio prodigioso che l’aviatore era giunto a compiere. Attraverso le interviste accordate da Noris a qualche giornalista americano se ne conoscevano, adesso, tutti i particolari drammatici che venivano ricordati e commentati con ammirazione e con stupore sempre rinnovati. Il vapore percorreva quasi la stessa rotta seguita dal velivolo diventato leggendario e di sera e di mattina e sotto le stelle, c’era sempre qualcuno, nel gruppo di contemplatori raccolti sul ponte, pronto a ricordare:

— E dire che Ettore Noris è passato lassù!

Ogni volta, il nome terribile e caro dava un sussulto alla fanciulla. Ella socchiudeva un poco gli occhi e vedeva Noris immobile e serio sul suo apparecchio, corrusco in viso ma supremamente tranquillo, attento e sicuro ma pronto a qualsiasi eventualità, anche se quella eventualità si fosse chiamata morte.

Un giorno, a tavola, mentre ancora, come sempre, si parlava di Noris, una miss americana dall’aria insolitamente sentimentale, uscì a dire:

— Come avrei voluto conoscerlo!

— Avete torto, — le osservò un giovanotto con aria sdegnosa, — tutti codesti tipi di uomini d’eccezione acquistano ad essere veduti soltanto da lontano.

— Non Noris, — disse tranquilla un’altra voce maschile dall’altro capo della tavola.

Minerva, che rimaneva ostinatamente silenziosa, levò gli occhi a conoscere l’ignorato difensore di Noris. Vide un vecchio dall’aspetto di militare in riposo rivolgersi alla fanciulla elio prima aveva parlato, per dirle:

— Ho avuto la fortuna di poter conoscere l’aviatore e di discorrere con lui. Ho riportato l’impressione che il fascino dell’uomo non è inferiore, in lui, alla grandezza dell’eroe. [p. 249 modifica]

La fanciulla ripetè:

— Come mi rincresce di non averlo veduto!

— Non vi mancheranno le occasioni, signorina. Noris tornerà spesso in America ora che sta concludendo la cessione del diritto d’esercizio dei suoi brevetti a una Società americana.

— Davvero?

— Non lo sapevate? ne hanno parlato tutti i giornali.

— E hanno detto anche quand’è che l’aviatore ritornerà?

— Questo no.

— È bello? — domandò la fanciulla arrossendo lievemente.

Il vecchio sorrise:

— Noi uomini siamo cattivi giudici in proposito, ma a me pare un bellissimo giovane.

Il suo giudizio ebbe la conferma di quanti fra i commensali avevano veduto Noris in persona o in effigie. Ma il giovanotto riprese:

— Comunque, bello o meno, è una questione inutile agli effetti perchè Noris detesta le donne.

— Detesta, è forse una parola un po’ forte, — tornò a dire il vecchio, — si dice che le donne gli siano indifferenti: ecco tutto.

Un’altra voce sorse a protestare:

— Leggenda! Anche adesso egli è a New-York colla sua piccola amica, una bellissima signorina russa della quale è stato anche pubblicato il ritratto.

Una vampa di rossore salì al viso di Minerva Fabbri. Se qualcuno avesse posseduto un numero della rivista che aveva pubblicato quel ritratto ed ella fosse stata riconosciuta?

No, non correva quel pericolo.

Il vecchio protestava adesso contro la pubblicazione che egli conosceva, che giudicava falsa e inopportuna, e alle sollecitazioni delle signore che chiedevano di poter vedere il ritratto in questione, nessuno rispondeva coll’offerta del numero della rivista che lo portava.

Minerva respirò.

Il dibattito andò proseguendo fra i tre uomini [p. 250 modifica]a proposito dell’autenticità del ritratto. Il meglio informato era il vecchio che ammetteva la presenza, a New-York, d’una amica di Noris, un’aviatrice italiana, non russa, che era stata sua allieva e che in aviazione era conosciuta, col nome già glorioso di Pallade Atena, ma negava assolutamente che la signorina in questione fosse qualcosa di più d’una semplice amica per l’aviatore.

Minerva ascoltava, divertita, in fondo, da quelle chiacchiere che si aggiravano intorno all’unico argomento interessante per lei e si chiedeva chi potesse essere il viaggiatore che si mostrava così bene informato di tutto quello che toccava il grande amico suo.

La sua curiosità si fece più viva quando udì il viaggiatore soggiungere:

— D’altronde, la stessa leggenda di freddezza che si attribuisce a Ettore Noris viene narrata anche a proposito della sua allieva. L’hanno chiamata Pallade Atena appunto per la sua saggezza e per la sua refrattarietà.

— Voi siete straordinariamente bene informato, — osò dire Minerva Fabbri spinta da un improvviso scatto d’audacia.

Si rivolsero tutti a guardare la fanciulla che per la prima volta rompeva il silenzio serbato per tanto tempo e lo faceva per rivolgere un’osservazione così diretta.

— Sì, — rispose il vecchio, — ho avuto occasione di conoscere molto davvicino Ettore Noris e i suoi amici. Ma la signorina dev’essere informata almeno altrettanto bene di me per trovare esatte le mie informazioni.

— Sì, — disse Minerva con semplicità, — conosco un poco Ettore Noris.

La sua dichiarazione le valse d’essere fatta segno per tutta la durata del pranzo alle occhiate e alle domande di tutti i commensali. La sera, la cosa si ripetè e la fanciulla si sarebbe pentita assai della sua imprudenza se ormai il viaggio non fosse stato prossimo alla fine. Ma il vapore aveva già passato lo stretto di [p. 251 modifica]Gibilterra e fra ventiquattr’ore sarebbe stato in vista di Napoli. L’ultima sera della sua permanenza a bordo, la Fabbri avvicinò sul ponte, per la prima volta, da sola a solo, lo sconosciuto che s’era fatto suo paladino contro le insinuazioni di gente che la ignorava.

— Scusate, — gli disse accostandosi e stendendogli la mano, — io non so se domattina ci rivedremo e voglio ringraziarvi, prima di scendere, per le parole buone che avete avute per me.

— Io? per voi? — fece lo sconosciuto con evidente stupore.

— Sì. Mi avete difesa senza conoscermi. Debbo esservene tanto più grata. Io sono Pallade Atena.

Un’esclamazione di sorpresa lieta rispose alla presentazione.

— Ma perchè me lo avete detto oggi soltanto? Sarei stato così felice di passare qualche ora con voi. Io sono Pearly, l’ingegnere Pearly. Non vi dice nulla questo nome?

— Pearly? Ma sicuro: fino ad oggi Noris aveva sempre volato coi vostri motori. Kindler-Pearly, vero?

— Precisamente.

— Ora capisco come voi conosciate perfettamente Noris. Eravate laggiù a New-York?

— No, — disse Pearly con improvvisa malinconia, — ero a Donver e soltanto ieri l’altro sono arrivato a New-York, ma non ho voluto vedere Noris. Mi ricordava troppe cose tristi....

— Noris? — domandò sorpresa la fanciulla.

— Sì. Non vi ha parlato mai, Noris, di Susanna Pearly?

— No, — disse Minerva sentendosi diventar bianca per la commozione, — no.

Ma dentro, ormai, la voce del suo amore geloso e vigile le diceva:

— È quella, è quella! È colei che è morta per lui e che ignorandola tu hai esaltata!

Disse, il vecchio signore:

— Era mia figlia. Aveva ventidue anni ed è morta. Fra le braccia di Noris è morta e non [p. 252 modifica]sono sei mesi. Io ero lontano, intento alla fabbrica, alla casa, e mi illudevo. Avevo mandato Susanna in riviera accompagnata da sua madre e da sua sorella. Un giorno mi avvertirono che Susanna moriva. Accorsi, trovai accanto a lei anche Noris che trovandosi a passare da Bordighiera s’era fermato e s’era messo a disposizione delle mie donne. Ha sofferto con noi e quasi quanto noi quel ragazzo. Ma io non ho più potuto incontrarlo, poi. Mi ricorda troppo l’agonia di Susanna ed è ancora troppo recente il mio strazio.

Tacque.

Minerva gli aveva steso la mano senza riuscire a trovare una parola per quel dolore paterno profondo e semplice che ignorava la verità ma che per istinto ripugnava di avvicinare l’uomo che era stato la causa del misterioso male di Susanna e della sua morte.

Dopo un lungo silenzio, ella gli disse:

— Grazie di avermi parlato della vostra Susanna.

Di nuovo le loro mani si congiunsero.

— Quando rivedrete Noris — soggiunse il vecchio Pearly — ditegli che lo ricordo.

Si lasciarono così, e l’ultima impressione che Minerva portò via scendendo da bordo, fu quella del dramma pietosissimo d’amore che il vecchio padre ignorava e del quale era pur esso una vittima.

Toccando Genova, le parve, sulle prime, d’aver raggiunto la liberazione.

Il piacere di rivedere la sua casa e le cose sue, la necessità di riorganizzare la sua vita, di riassettare il suo delizioso appartamento, di occuparsi di cento piccole cose umili, ma indispensabili, l’assorbì tanto, sulle prime, che quasi ella non trovò il tempo per sognare e per soffrire.

Poi la febbre e il tormento ricominciarono. Quando non ebbe più nulla da fare rivide gli amici e di nuovo il fantasma di Noris le fu accanto di continuo, implacabile. Non parlavano che di lui Paolo Adelio, Cino Coralli, Lorenzo Rolla, [p. 253 modifica]Folco Ardenza: il suo tentativo eroico e la sua grande audacia che la gloria aveva incoronato lo circondavano di una luce nuova che lo ingigantiva nel concetto e nell’ammirazione di tutti.

Ella si accorse che persino presso i suoi adoratori la sua figura passava in seconda linea, ora che Noris occupava solo, da gigante, tutto l’orizzonte. Paolo Adelio l’aveva fatta parlare e colle sue confidenze aveva composto una intervista brillantissima dove tutte le fasi dell’aviatore a New-York, del suo arrivo, delle feste tributategli erano esposte con lusso di particolari insuperabili. Quella intervista aveva scatenato lo zelo e la rivalità degli altri giornalisti genovesi, cosicchè Minerva Fabbri subì per alcuni giorni, nel suo appartamento, un assedio regolare. Invano ella si scherniva dichiarando che tutto quanto ella sapeva, tutto quanto voleva o poteva dire, già lo aveva detto a Paolo Adelio. I colleghi volevano sapere da lei i particolari della traversata tal quale come se il viaggio lo avesse compiuto lei e non Noris.

— La notte: narratemi la notte, signorina. Come fu? lunga? fredda? penosa?

— E la tempesta? come la vinse, Noris? come?

— E il nuovo sistema di energia, non si dimostrò mai inferiore al motore a benzina? mai insufficiente?

Per sottrarsi a quelle aggressioni che si moltiplicavano, perchè adesso anche tutti i corrispondenti dei giornali di fuori volevano poter stampare di aver intervistata Minerva Fabbri e sopratutto volevano poter dire — questo, non sul giornale — d’aver varcato la soglia del suo appartamentino, Minerva fuggì a Cassano Spinola.

Non si accontentò, come soleva fare sempre, di andarci ogni giorno con la sua automobile e di tornare, la sera, a Genova. Cercò e trovò nel tranquillo paesello una casetta che era proprio a mezza strada fra il paese e l’aereodromo, e vi si stabilì.

Affittò la casa per un mese e alla voce [p. 254 modifica]interiore della sua logica che le rimproverava come una viltà la rinunzia al viaggio che doveva guarirla, rispose ripromettendosi di fuggire da Cassano prima che Ettore Noris vi facesse ritorno.

L’amore cominciava ad oscurare la limpidissima visione che la fanciulla aveva avuto sempre dei propri moti interiori. Per amore di pace, per bisogno di pace ella diceva a sè stessa di essersi rifugiata a Cassano e non giungeva più a comprendere che vi si era nascosta soltanto per vivere nell’ambiente del diletto lontano, per illudersi d’averlo più dappresso, per sentirsi più vicina a lui.

Andò all’aereodromo la mattina dopo il suo arrivo a Cassano e vi trovò Tripoletta occupata a leggere nei giornali le notizie che riguardavano Noris.

La fanciulla l’accolse festosamente; anche Tripoletta che per la prima volta dalla partenza di Minerva era felice di non doverla pensare più accanto a Noris. Le festose accoglienze di Tripoletta si limitarono però a un sorriso muto e alle manifestazioni di un interessamento intento quando Minerva cominciò a narrare di Noris, e a una domanda:

— Quando tornerà il «Sidi»?

— Non so, cara; non certo per ora. Quando è partito Giorgio Dauro?

— Dieci giorni fa.

— Allora, a quest’ora deve essere laggiù. Suppongo che impieghino una settimana per trattare i loro affari, fra una ventina di giorni possono essere qui tutti.

Gli occhi di Tripoletta brillarono di gioia.

Nella commozione e nella tenerezza di Minerva Fabbri entrava adesso un sottil senso di compassione che sarebbe stato dispregio ove la pietà non lo avesse contemperato.

Sì, era degna di commozione quella piccola, ma come era lontana dal rappresentare l’ideale della donna degna di Noris! La piccola schiava adorante e ingenua avrebbe potuto essere, quella, per l’aviatore, null’altro, null’altro! [p. 255 modifica]

Adesso, anche la compagnia della fanciulla le ispirava un senso di disagio. Non aveva più nulla da udire, più nulla da dire a quella bambina così lontana dal suo spirito.

Risolvette di scendere sul campo, di visitare gli hangars.

— Non c’è più nessuno, giù?

Sì, c’erano sempre i meccanici di Noris e gli operai di Dauro intenti a lavorarle sotto la direzione di un capo provetto. E c’era ancora una vecchia governante che Noris aveva assunto per affidarle la casa e insieme Tripoletta, e gli hangars erano aperti anche per gli amici colleghi di Noris che vi avevano collocato i loro apparecchi e venivano all’aereodromo quasi ogni giorno.

La notizia fece piacere a Minerva Fabbri. Ella scese sul campo risoluta a trarre fuori il suo apparecchio e a salirvi su per un volo che le ritemprasse la mente e lo spirito. Ma quando entrò nel capanno dove il suo monoplano era custodito e che lo ebbe passato in rivista, s’accorse che per quel giorno avrebbe dovuto rinunziare a volare.

La macchina aveva bisogno di una ripulitura generale. Si accontentò di girarle attorno con un desiderio che diventava tenerezza, poi, passò a rivedere il velivolo antico di Noris nell’hangar attiguo, quello che ormai era stato messo in disparte ma che nel suo stato di servizio glorioso poteva vantare fra l’altro la traversata del Cervino. Gli parlò come a una creatura, viva, come a un amico:

— Poveraccio! dire che adesso è come se tu fossi un invalido!

Le venne il desiderio di trarlo fuori, di provarsi a volare con quello, ma non osò. Le parve troppo audace libertà rispetto a Noris assente.

Tornò fuori, sul campo ampio deserto e tutto dorato dal sole. Dall’officina vicina veniva il canto dei martelli battuti sull’incudine con un ritmo che un ritornello di canzonetta scandeva: due giovani meccanici parlavano forte nel [p. 256 modifica]capanno, intorno alla sua macchina che andavano smontando e rivedendo pezzo per pezzo. Non era silenziosa l’ora meridiana calda e greve: eppure, Minerva aveva l’impressione di trovarsi sola in un deserto.

Lentamente ella attraversò il vasto campo gustando quella solitudine quasi con voluttà, riempiendola tutta col fantasma del lontano. Poi, la vinse il desiderio di non turbare quell’isolamento del suo cuore e del suo spirito, di prolungare la dolcezza melanconica della meditazione che la faceva vivere laggiù, oltre l’Oceano, che portava quassù, attraverso l’Oceano e lo spazio e la distanza enorme, l’immagine diletta; e senza più ripassare nè dall’officina nè dal capanno, rifece il cammino in senso inverso, varcò la soglia dell’aereodromo e fu sulla strada, diretta alla sua tranquilla casetta, in compagnia dei suoi ricordi, delle sue malinconie, dei suoi propositi.


*


Poveri propositi! Essi andavano impallidendo man mano si faceva più prossima la data della venuta di Noris.

Restava fissa la determinata partenza, ma sempre più incerta si faceva l’epoca. Intanto, non era possibile partire prima dell’arrivo di Ettore Noris. Che significato avrebbe avuto la sua smania di fuggire, di sottrarsi alla doverosa dimostrazione di giubilo che gli amici stavano organizzando per lui, di evitare volontariamente di vederlo? No, non era possibile partire prima che Noris fosse tornato.

Quand’ebbe fatta questa concessione alla irrequietezza dell’anima sua, Minerva si trovò più tranquilla e potè organizzare la sua giornata in modo da non lasciarla tutta aperta e soltanto al sogno e ai fantasmi.

L’indomani del giorno in cui ella era andata all’aereodromo, il suo monoplano era ripassato [p. 257 modifica]e pronto un’altra volta per le prove audaci. Ella potè servirsene. Quotidianamente faceva la sua passeggiata aerea spingendosi in alto in alto e lontano dove appena più la potevano scorgere Tripoletta e i meccanici e gli amici che spessissimo venivano a trovarla a Cassano, dove s’inebriava di solitudine, d’azzurro e di pericolo, illudendosi di sentirsi tanto superiore anche al suo tormento, tanto lontana da ogni pericolo, tanto al disopra di tutte le miserie e le malinconie umane e non accorgendosi che anche lo spazio le era caro perchè Noris lo aveva riempito tutto colla sua presenza invisibile, perchè lo aveva conquistato per sè e per lei, perchè da lui ella aveva imparato ad affrontarlo e perchè lassù, ella aveva volato con lui....

Lorenzo Rolla, che approfittava dell’assenza di Ettore Noris che lasciava senza controllo la sua condotta per porre la sua candidatura presso la fanciulla, veniva ogni giorno a Cassano e invitava Minerva a volare con lui, sul suo biplano. Inutilmente. Per il momento, Minerva Fabbri era innamorata della solitudine.

Se ne erano accorti anche Paolo Adelio e Cino Coralli che avevano ripreso presso la bella amica il rispettivo posto di corteggiatore senza intenzione e con intenzione.

Cino Coralli, passato qualche giorno dall’arrivo della Fabbri, s’era sentito riprendere dal fascino antico e per stare il più possibile accanto alla bellissima irraggiungibile, era venuto a stabilirsi a Cassano. Paolo Adelio che i confini del suo sentimento manteneva sempre al di sopra dell’amore, si accontentava di venire da Genova quasi ogni giorno nelle prime ore del pomeriggio o di ripartire regolarmente alla sera. Ma l’uno e l’altro Minerva aveva sempre al fianco con un’assiduità che non la lusingava nemmeno e che si risolveva soltanto in una impossibilità di realizzare il suo desiderio di solitudine.

La trovavano cambiata gli amici: più [p. 258 modifica]silenziosa, più buona, più indulgente, più spesso assorta.

Abituato alla sua alterezza, espressa sovente in parole aspre e sprezzanti, Cino Coralli interpretava quella sua inusitata indulgenza e bontà come una maggiore disposizione ad accogliere l’offerta d’amore e raddoppiava, le espressioni e le dimostrazioni della sua passione con un fervore del quale Minerva si accorgeva appena.

Non si illudeva invece Paolo Adelio, meno innamorato e più esperto conoscitore di anime.

— Voi siete più buona che mai e più che mai lontana, — egli le diceva scrutandola con curiosità inusitata.

Ma ella sorrideva e taceva.

Ancora egli le diceva:

— Ci tenete sempre molto alla vostra fama d’invulnerabilità?

— Alla fama mediocremente; moltissimo, invece, alla invulnerabilità, — rispondeva Minerva.

— In questo caso, state in guardia, cara amica.

— Si può sapere perchè, signor amico psicologo?

— Ma per questo, che voi attraversate una crisi pericolosa.

— Non me ne accorgo.

— Sì. Siete, direi, in uno stato di morbosità sentimentale. Un uomo che avesse una certa presa sul vostro spirito avrebbe ragione di tutte le vostre resistenze in questo momento.

— A questo punto? — diceva Minerva sorridendo d’un melanconico sorriso, — in questo caso, perchè non vi fate innanzi voi?

— Magari! ma non sono così fatuo da illudermi. Non ho il sereno ottimismo di Coralli, io. E forse non ho nemmeno la sua sincerità di passione. Mi piacete moltissimo, questo si sa, ma sto in guardia.

— Calcolatore!

— Sì, cara, quando si tratta di creature pericolose come voi. [p. 259 modifica]

Pensare che sono così innocua!

— Perchè volete esserlo.

— Voi stesso m’avete detto poco fa che ricusate di mettervi sulla breccia.

— Perchè so che fra noi vi sarebbe assoluta impossibilità di affinità sentimentale. Siamo stati e siamo troppo buoni amici per poter essere mai qualche cosa di diverso noialtri due. Avete mai osservato come l’amicizia sia, in questi casi, nemica dell’amore?

— Forse.

— No. Non sarà mai fra i vostri amici che voi sceglierete il vostro amore.

— Voi credete, Adelio, che si possa scegliere il proprio amore?

— Qualche volta, sì. Quando lo si deve subire senza sceglierlo è un guaio serio. È, allora, la tegola che piomba fra capo e collo e che quasi sempre accoppa.

Così. Era stato proprio così per lei. Il sentimento che a sua insaputa era penetrato in lei, che l’aveva presa e soggiogata, aveva trionfato a malgrado della sua volontà e della sua resistenza.

Quando se ne era accorta era già troppo tardi. Tardi per lottare, tardi per guarire. Era stata inutile l’illusione che aveva voluto attribuire quella febbre a un’esaltazione della sua fantasia; inutile la sincerità avuta verso se stessa e la ricerca risoluta d’un rimedio; inutile anche la fuga. Come potesse resistere e ingigantire un sentimento che nulla, alimentava era un mistero per lei ma un mistero che rispondeva a una dolorosa realtà.

Noris era lontano ma non un istante era interrotta la comunione del suo spirito con lo spirito di lui. Ella lo aveva accanto, lo vedeva, lo contemplava, gli parlava, discuteva con lui, lo tormentava ubbidendo a un segreto bisogno di amareggiarlo e di amareggiarsi, di inasprirlo, di vederlo alterarsi, di renderlo cattivo. Mai mai le accadeva, in quei segreti colloqui interiori, di rivolgergli una parola di bontà. [p. 260 modifica]

Amare erano le sue frasi come amaro il suo sentimento. Le dolci espressioni d’umiltà adoratrice, di tenerezza, appassionata che fondono il cuore e accendono d’una stessa fiamma il sangue e lo spirito, erano ugualmente ignorate dal suo cuore e dalle sue labbra.

Spasimo e fierezza, passione selvaggia e alterezza sdegnosa erano il fondo del suo temperamento. Ella avrebbe sorriso e adorato fra le braccia di Ettore Noris se le braccia di Ettore Noris l’avessero stritolata, ma per nessuna cosa al mondo sarebbe uscita dalle sue labbra una parola di dedizione non sollecitato, non implorata, non strappata.

Questo era ben certo.

La dolcezza tormentosa che ella si concedeva di vivere nell’ambiente dove tutto le parlava di lui, dove la solitudine faceva più tangibile la sua presenza, era il suo segreto, il suo caro e torbido segreto che nessuno avrebbe penetrato mai, che sarebbe stato per sempre sepolto nel suo cuore.

Era tutta la concessione che ella faceva al suo amore quella dolcezza segreta.

Dacchè aveva dovuto accorgersi che ogni lotta per uccidere dentro di sè l’immagine di Ettore Noris sarebbe stata inutile, gli sforzi della fanciulla erano stati diretti a salvare almeno in faccia agli altri la sua sconfitta. Nessuno doveva sospettare la verità. Nessuno estraneo e tanto meno Ettore Noris.

Come fare per riuscire nell’intento?

Certo, la misura più saggia sarebbe stata quella di partire, di fuggire. Ma tutti i suoi sforzi per riconquistare la libertà e l’indipendenza del suo spirito, erano vani; Minerva Fabbri aveva rinunziato anche all’idea del viaggio progettato un tempo. Partire, in quelle condizioni, voleva dire soffrire e tormentarsi mille volte di più. Ed ella non voleva soffrire. Già si pentiva di essersi staccata da Noris, di non aver atteso accanto a lui la sua partenza e si trattava di una separazione di pochi giorni, ormai, resa [p. 261 modifica]meno sensibile dalla possibilità che ella aveva di vivere quasi nella casa di lui.

Che avrebbe fatto lontana, sola, senza 11 conforto di vederlo, di sentirlo nominare dagli amici comuni, di seguire istante per istante la sua vita? Forse, la sua energia e la sua volontà sarebbero riuscite a trascinare pel mondo il suo povero corpo, ma il suo spirito e il suo cuore sarebbero sempre stati a Cassano.

No, non era possibile partire in quelle condizioni. Piuttosto bisognava apparecchiarsi alla lotta nuova per quando Noris fosse tornato: offrire a lui e agli amici indagatori una Minerva in tutto simile all’antica, saggia come quella e come quella serena e imperturbata.

Il singolare discorso tenutole da Paolo Adelio intorno alla pretesa, crisi che ella attraversava, valse a mutare in fermo proposito la sua vaga risoluzione. Comprese a un tratto che la vita di solitudine, di silenzio, di poesia — come diceva Lorenzo Rolla — alla quale ella s’era abbandonata seguendo l’accasciamento del suo spirito, autorizzava delle induzioni che a poco a poco avrebbero condotto alla scoperta della realtà.

Bisognava scuotersi: uscire dal sogno, rientrare nella vita. Per qualche ora, colla impulsività eccessiva che era propria del suo temperamento, ella nutrì anche il proposito di abbandonare Cassano e di ritornare a Genova. Poi, appena accolto, il proposito la riempì di malinconia. No, non poteva staccarsi da Cassano. Cercò so trovasse qualche pretesto giustificativo della sua presenza lassù. Il pretesto c’era e valido quanto una solidissima ragione: la stagione. Si era alla fine di luglio e a Genova si soffocava. Naturale che ella cercasse un ristoro contro la canicola e che proferisse il soggiorno della campagna a quello della città. Nessuno poteva, trovare strana quella sua risoluzione. Piuttosto, era meno naturale che ella non sentisse la noia della solitudine.

Bisognava accettare le sollecitazioni degli [p. 262 modifica]amici, scendere qualche volta a Genova, rifare l’antica vita di dissipazione audace. Tradusse subito in atto il proposito. La vita silenziosa che dal villaggio conduceva all’aereodromo passando dinanzi alla casetta dove Minerva aveva preso alloggio, tornò a udire il rombo dell’automobile della Fabbri che ogni sera saliva a prenderla per portarla a Genova e la riaccompagnava poi a Cassano in tutte le ore della notte.

Di nuovo, come un tempo, Minerva fu di tutte le compagnie più arrischiate, comparve in tutti i teatri di varietà — i soli aperti in quella stagione — vegliò noi più compromessi ritrovi notturni.

Gli amici, un po’ attoniti in sulle prime, raccolsero con entusiasmo: Cino Coralli la guardò fare con tristezza, come se riprendendo quella vita un po’ folle. Minerva gli sfuggisse un’altra volta; Paolo Adelio tornò a seguirla fedelmente dovunque, parlando poco e osservandola molto, sconcertato dai suoi rapidi passaggi dall’allegria sfrenata, rumorosa, folle a certi improvvisi silenzi che la rivelavano assente, lontana, sperduta, assorta.

Ella fu ancora l’inaccessibile ma non fu più la saggia: non provocò gli eccessi che una volta la facevano guardare e sorridere sdegnosa con una tranquillità che la rivelava intangibile, ma pareva talvolta volesse chiedere alla folla una ebbrezza, una esaltazione, uno stordimento.

Una notte, giunse ad offrire a Paolo Adelio, che si affrettò ad approfittarne, le sue labbra umide di champagne. Un’ora dopo, nell’automobile che la portava a Cassano, ella chiedeva al giovane che l’accompagnava:

— Temete ancora per me quella tal crisi di cui mi parlavate tempo fa?

— Più che mai, amica mia.

— Anche stasera? ma voi siete davvero troppo pessimista!

— Volete vedere se ho ragione?

— Vediamo!

Rapido, il giovane circondò con un braccio il [p. 263 modifica]busto della fanciulla che si ritrasse con un moto di ripugnanza vivissima.

— Che fate, Adelio? Impazzite?

Subito, il braccio del giovane la lasciò.

— Vedete, — egli disse senza risentimento, il bacio di stasera, in faccia a sei persone non contava. Questo conterebbe. E questo me lo rifiutate.

Ella tacque. Si raggomitolò in fondo all’auto e levando il viso verso il cielo, esclamò:

— Che belle stelle!