Il Re della Prateria/Parte seconda/6. La valle Salinas

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Capitolo Sesto.

La valle Salinas.



La notte fu orribile.

Venti volte di seguito il vento strappò le tende, lasciando uomini e animali esposti ai torrenti di pioggia che cadevano senza posa, ed altre venti volte le valanghe precipitarono in mezzo alle colossali piante, frangendovisi contro e lanciando fino all’accampamento ammassi di neve.

I disgraziati, intirizziti dal freddo, inzuppati dall’acqua, sbattuti per ogni verso, costretti ad ogni istante ad alzarsi per raggiungere le tende che le raffiche minacciavano di portare lontane lontane o di trascinarle nei piani sottoposti, non poterono chiudere gli occhi un momento solo. La paura poi di venire improvvisamente assaliti dagli orsi, le cui urla si udivano, ad intervalli, sulla cima della Sierra, li manteneva in una continua agitazione, in una continua guardia.

Ma verso l’alba tutto quel diavolìo si calmò, quantunque l’acqua non cessasse di cadere con una insistenza fenomenale.

Sanchez, che aveva fretta di riguadagnare le sottostanti vallate, onde frapporre tra la carovana e gli orsi una notevole distanza, diede il comando di riprendere le mosse.

Uomini ed animali, quantunque sfiniti per la faticosa discesa [p. 160 modifica]notturna, e inzuppati ed intirizziti, si misero in marcia seguendo una specie di sentiero che si perdeva nelle valli sottostanti, descrivendo delle curve capricciose.

Avevano superato già parecchie creste, che intercettavano la vista verso l’est, quando Sanchez mostrò al marchese una immensa distesa d’acqua, che si prolungava nella grande pianura giù al basso.

— Un lago? — chiese il marchese.

— È l’Owen, — ripose il messicano.

— Non riesco a scorgere le sue rive orientali.

— La pianura è coperta di nebbia; ma se non fosse così, da questa altezza si potrebbero scorgere, quantunque siano assai lontane.

— E saremo costretti a girare questo vasto bacino?

— È necessario, señor. Scendiamo, chè ho fretta di giungere al lago. —

Si rimisero in marcia scendendo nei piani inferiori con rapidità notevole, essendo quella parte della Sierra meno ripida dell’altra; ma la notte li sorprese a mezza via.

Il giorno appresso però, dopo aver attraversato parecchie vallate, giungerono finalmente al piano, galoppando verso l’est, in mezzo ad una prateria coperta di alte erbe, e che pareva si prolungasse fino alle rive del lago.

La pioggia si era calmata; però il cielo si manteneva coperto, e sul Whitney si vedevano addensarsi nuvoloni color della pece, gravidi d’umidità.

La prateria pareva si fosse tramutata in una pianura acquitrinosa, e si vedevano correre verso il lago migliaia di fiumicelli, i quali dovevano rialzarne considerevolmente il livello, non avendo quell’ampio bacino alcun canale di scarico.

Verso il mezzodì, dopo una corsa di tre ore, la piccola carovana giungeva sulle rive del bacino e precisamente dinanzi ad una piccola baia ingombra di vecchie zattere mezzo sfasciate e di tronchi d’albero galleggianti.

L’Owen si estendeva dinanzi a loro a perdita d’occhio, allargandosi verso il levante nella cui direzione pareva che non finisse [p. 161 modifica]più, perchè non si scorgevano le sponde opposte. Le due coste di mezzogiorno e di settentrione si prolungavano frastagliate capricciosamente, coperte d’alberi frondosi e di paludi piene di canneti, sopra i quali si vedevano volteggiare bande di uccelli acquatici.

In nessuna direzione, nè sulle acque, nè sulle rive, scorgevansi nè canotti, nè capanne, nè alcun indizio della presenza dell’uomo.

— Non vi sono Indiani sulle sponde di questo lago? — chiese il marchese a Sanchez, che pareva studiasse attentamente quelle coste.

— Vi sono delle piccole tribù accampate fra i boschi, ma non oseranno assalirci.

— Pure mi hanno detto che sono molto coraggiosi, Sanchez.

— È vero, señor, ma le pelli rosse di queste regioni temono gli uomini bianchi, che le hanno quasi tutte distrutte. Però di quando in quando impugnano le armi ed assalgono le piccole carovane dei trafficanti di prateria.

— È vero che usano strappare la capigliatura ai nemici?

— Sì, signor marchese.

— E per quale motivo?

— Perchè credono che l’uomo così scuoiato non possa, dopo morto, salire nel paradiso, dove si troverebbero secondo le loro credenze, praterie immense ricchissime di selvaggina. Il guardiano chiuderebbe brutalmente la porta sul viso a chi si presentasse senza la capigliatura.

— E come fanno per scotennare il nemico?

— Fanno colla punta del coltello una incisione circolare attorno al cranio; afferrano poi la chioma, passano sotto la lama, e strappano violentemente la pelle.

— Se il disgraziato non è morto, deve provare un dolore terribile.

— Sì, marchese; ma l’uomo scuoiato, malgrado quella orribile mutilazione del suo cranio, non muore. Io ho conosciuto parecchi cacciatori di prateria che erano stati scuoiati e che solo di quando in quando accusavano degli acuti dolori.

— È vero che, un tempo, il governo messicano pagava una bella somma per ogni capigliatura d’indiano? [p. 162 modifica]

— È vero; pagava cinquanta dollari ogni capigliatura che veniva presentata dai cacciatori d’Indiani delle frontiere. Sperava con questo premio di distruggere le pelli rosse; ma s’accorse ben presto che sarebbero stati necessari centinaia di milioni e de’ veri eserciti, e lo soppresse.

— Era una atrocità, Sanchez.

— Ma necessaria, señor, per mettere un freno alle scorrerie degli Indiani. Voi ignorate le crudeltà inaudite commesse da quei piumati guerrieri dei deserti e delle grandi praterie. Quando irrompono in un villaggio delle frontiere, non risparmiano nessun abitante, e massacrano e scotennano vecchi, adulti, ragazzi e donne senza distinzione. La pietà non la conoscono quei terribili uomini, e se talvolta risparmiano qualche donna o qualche fanciullo, è per farli schiavi.

Pueblo, San Diego, El paso del Northe, Albuquerque e altri villaggi messicani, ne sanno qualche cosa di quelle scorrerie, e basta che si pronunzi dinanzi agli abitanti i nomi di Apaches, di Navajoes, o di Arrapahoes per vederli impallidire.

— E gl’Indiani californiani, hanno fatto pure delle scorrerie?

— Gli Yuta, si chiamano così, sono meno irrequieti dei loro fratelli dell’Arizona, del Nuovo Messico, dell’Utah e del Texas. Si sono ritirati sulla Sierra Nevada e se ne stanno tranquilli; ma guai ai minatori che cadono nelle loro mani, e lo sanno quelli che si avventurano presso le sorgenti del Sacramento e del San Gioachino, dove si trovano le tribù dei Pah-Yuti, ossia degli Yuti del fiume. Molti non ritornarono più alla costa, e quei pochi che furon così fortunati, non portarono alle loro case, le loro capigliature. Ma basta, señor, rimettiamoci in marcia e cerchiamo di raggiungere le grandi praterie dell’est ed il Cerro Gordo. —

La carovana, dopo un breve riposo, si rimise in cammino costeggiando le sponde settentrionali del lago, che erano coperte di colossali querce nere, di aceri, di ontani, di alberi del romice e di magnolie glauche alte più di trenta piedi, coperte di fiori bianchi in forma di rose, che esalavano acuti profumi.

Migliaia di uccelli popolavano quei boschi: erano pappagalluzzi, parrocchetti, gazze azzurre, lossie scarlatte e bande di centronztle, che sono specie di usignoli dal canto melodioso. [p. 163 modifica]

Bastarono due giorni di rapida marcia per percorrere le sponde di quel lago; poi la carovana s’inoltrò attraverso ad uno stretto cañon, specie di gola aperta fra alte colline, e che doveva condurli nella valle Salinas.

La sera istessa, superata una piccola catena di montagne, scendeva di galoppo nella valle, la quale si estende parecchie diecine di miglia verso l’est, fino ai primi contrafforti della Sierra Darwin.

Era una specie di pianura, interrotta qua e là da piccoli pares, ossia da poggi boscosi e coperta da graminacee alte quanto un uomo, eccellente pascolo pel bestiame; di grandi ammassi di salvia, di menta, di semprevivi campestri e di piante d’assenzio dal profumo acuto. Nel suo seno contiene un lago chiamato Cerro Gordo, di cui s’ignora ancora l’estensione, non essendo stato visitato che da pochi cacciatori di prateria.

Sanchez, rassicurato dal silenzio che regnava in quella vasta pianura, fece rizzare le tende, dopo aver fatto strappare all’intorno l’erba per evitare un incendio, le cui conseguenze potevano essere disastrose, incalcolabili.

Il pasto della sera fu magro, non possedendo che pochi pugni di farina, tanto da impastare una dozzina di frittelle, o, come le chiamano i cacciatori di prateria, di flat-jachs, ed un pezzo di prosciutto. Sanchez, però, vi unì dei lamponi assai grossi, dei quali sono avidi gl’Indiani, che li mescolano con le uova di storione, parecchi navoni grossi come un ravanello, e alcune cipolle chiamate kamas, trovate fra le erbe della prateria.

— Se non temessi di venir sorpreso da qualche banda d’Indiani, vorrei fermarmi qui un paio di giorni per rinnovare le provviste, — disse il messicano al marchese.

— Temete qualche pericolo?

— Siamo in una regione battuta dalle pelli rosse.

— Sareste certo di trovare della selvaggina qui?

— I tacchini selvatici abbondano ed anche i daini, i pecari e forse si potrebbe trovare qualche manada di bisonti.

— Un branco, volete dire?

— Sì, señor. [p. 164 modifica]

— Mi hanno detto che talvolta s’incontrano delle grandi truppe di quei ruminanti.

— Delle migliaia, durante le loro emigrazioni; ma ora accennano a scemare, ed è raro il caso d’incontrare quelle immense bande che coprivano parecchie leghe di prateria.

— E perchè?

— Perchè gli Indiani ne distruggono tutti gli anni parecchie migliaia, e così pure i cacciatori bianchi, detti scorticatori di bisonti. —

Nelle regioni dell’est, al di là del Mississippi, i bisonti sono quasi scomparsi, a causa della caccia accanita che muovono loro gli yanchees, i quali pare che non mirino ad altro che a distruggerli. Vi sono dei grandi capitalisti, esportatori di pelli, che mandano appositamente nelle praterie dei cacciatori a massacrare quei ruminanti. Quando incontrano un branco, sia pure composto di cento capi, lo distruggono completamente. Montati su rapidi cavalli, continuano a seguirli facendo su loro un fuoco infernale, finchè non ne vedono cadere l’ultimo. Per fare più presto, si riempiono la bocca di palle, ed appena scaricato il rifle, versano la polvere da un corno che portano appeso al collo, lasciano cadere la palla e comprimono la carica con dei pezzi di stoffa, che tengono sul dinanzi della sella.

Terminato l’eccidio, vanno a riconoscere gli animali da loro colpiti, usando dei proiettili marcati, onde non vengano confusi con quelli uccisi dagli altri, poi gli scorticano per impadronirsi delle pelli e vanno in cerca di altre bande.

— E della carne cosa ne fanno?

— La lasciano imputridire nella prateria con grande soddisfazione dei lupi, che fanno dei banchetti colossali. A quei massacratori preme la pelle che si paga bene, e non la carne.

— Quei cacciatori devono fare degli immensi massacri.

— Tali da costringerli sovente ad abbandonare la regione per il puzzo che tramanda quell’enorme massa di carne che si corrompe. Si calcola che spediscono negli Stati dell’est oltre centomila pelli all’anno. Immaginatevi quanta carne rimane a marcire nelle praterie. [p. 165 modifica]

— E gli Indiani cacciano i bisonti per trarne le sole pelli?

— Oibò, l’indiano lo caccia per vivere. Uccisi gli animali, gli scuoia, gli taglia a pezzi, e secca la carne convertendola in tasaio e in pemmican.

— Non vi comprendo.

— Mi spiego: il tasaio è la carne tagliata in sottili listelle e seccata al sole; il pemmican è carne prima seccata, poi battuta finchè sia ridotta in polvere, e poi insaccata assieme ad una certa quantità di grasso.

— Ne distruggeranno molti anche gl’Indiani.

— Certamente, essendo la carne del bisonte il loro nutrimento principale. È necessario per loro e lo seguono nelle sue emigrazioni; ma non lo uccidono che quando ne hanno bisogno, poichè sanno che se spegnono la sua razza, spegneranno pure la loro.

È curiosa, ma è vera: l’animale primitivo unisce l’uomo primitivo e questo non può vivere senza quello. Infatti fra gli indiani vi è una tradizione che dice: <la pelle rossa scomparirà, quando non vi sarà più bisonti> ed è esatta. I bisonti scemano e scemano pure le tribù indiane.

Buona notte ora, signor marchese, e speriamo che ci lascino finalmente riposare, chè ne abbiamo tanto bisogno. —

Nessun allarme venne a turbare il sonno degli accampati. Gli uomini di guardia, che si succedevano di tre in tre ore, non udirono alcun rumore rompere il silenzio che regnava sull’oscura prateria.

Alle otto del mattino, la carovana si rimetteva in cammino dirigendosi costantemente verso l’est.

La prateria pareva deserta; si sarebbe anzi detto che prima d’allora non era mai stata attraversata da una banda di uomini bianchi, poichè non si scorgeva la menoma traccia di passaggi recenti od antichi. Perfino gli animali pareva che mancassero, poichè non si vedeva alcuno di quei grossi ruminanti con la gobba e la testa enorme e villosa, nè alcun antilope, nè alcun daino, e nemmeno di quelle bande di cavalli selvaggi, che s’incontrano spesso nelle altre praterie. Solamente in aria svolazzavano pochi wakon, bellissimi uccelli dall’ardito volo, ed in terra apparivano, qua e là, [p. 166 modifica]fra le erbe, pochi cani di prateria, piccoli e strani animali, che sfuggono la vicinanza dell’uomo, e che vivono in società entro profonde tane, dove dicesi che tengano per loro compagnia una civetta ed un serpente a sonagli. Accoccolati sulle zampe posteriori, guardavano malinconicamente la piccola carovana, emettendo di quando in quando delle deboli grida ed al suo avvicinarsi si rifugiavano nelle loro tane.

A mezzodì i viaggiatori incontrarono un terreno nerissimo e cosparso di cenere, seminato di giganteschi scheletri che parevano di bisonti.

— Si è appiccato il fuoco qui? — chiese il marchese a Sanchez.

— Sì, — ripose la guida.

— Accidentalmente forse?

— Per trascuranza probabilmente. Talvolta sono i cavalli selvaggi, in mezzo ai quali si trovano sovente dei cavalli che furono un tempo addomesticati, e che urtando coi ferri contro qualche sasso o contro qualche roccia, sprigionano delle scintille, ma per lo più sono gl’Indiani.

— Ma a quale scopo?

— Ve l’ho detto, per trascuranza. L’indiano è l’essere più imprevidente della creazione: per accendere la sua pipa non bada ad incendiare una foresta; per prepararsi un pranzo dà fuoco a una prateria. È molto se risparmia le piante di sommacco, che fuma mescolato alla corteccia del salice rosso, o se salva i girasoli per mangiarne semi oleosi, o l’acero perchè gli procura il legname necessario per le ruote dei suoi carri, o l’albero del cotone che gli dà la corteccia che nell’inverno serve di nutrimento ai suoi cavalli.

Non pensa che a sè e all’oggi; del domani e degli altri uomini egli non si cura. —

La sera la carovana si accampò presso le sponde settentrionali del Cerro Gordo, vasto lago semipaludoso, che si trova nel mezzo della valle Salinas.

Gaspardo, che si era allontanato di qualche miglio, avendo scorto le tracce di alcuni animali, fu tanto fortunato da uccidere due antilopi.

Nei giorni seguenti la carovana varcava la Sierra Darwin e [p. 167 modifica]calava nella valle Panamint, che si estende fino ai monti Telescopio, racchiudendo nel suo seno, al pari di quella Salinas, un lungo lago, ma tanto poco conosciuto, che nessuno mai pensò a dargli un nome, quantunque sia molto più vasto del Cerro Gordo.

Colà la selvaggina pareva abbondasse, poichè in mezzo al fitto tappeto di verdura, formato da zone di girasoli, di opunzie nane con fichi gommosi e di yucca, dalle cui radici si estrae dell’acqua eccellente, si vedevano fuggire lupi, gatti selvatici, coyotes e daini in grande numero. Sanchez scoprì anche le tracce recenti di una gran banda di bisonti, che pareva provenisse dalle rive del lago.

— Se il mio istinto non m’inganna, noi assaggeremo in breve della carne di bisonte, — diss’egli.

— È passata di qui qualche banda? — chiese il marchese.

— Sì, — rispose la guida. — Non vedete fra quelle erbe degli scheletri giganteschi che sembrano appena ripuliti, e sopra i quali volteggiano i falchi e le aquile?

— Infatti ne scorgo taluni che sono ancora rosseggianti. Che gli Indiani abbiano assalito i bisonti?

— Non lo credo.

— Forse i bisonti si mangiano fra loro? Non lo crederò mai, Sanchez.

— Gli hanno mangiati i lupi. —

Il marchese guardò Sanchez con sorpresa.

— I lupi! — esclamò. — Forse osano assalire quelle grandi bande di animali giganteschi?

— No, assalgono quelli che rimangono indietro. Alcuni bisonti diventano tanto grassi, da non poter seguire i loro compagni nelle emigrazioni, nè difendersi. Abbandonati in mezzo alla prateria, vengono assaliti dai lupi che si radunano in grosso numero e divorati ancora vivi.

— Talvolta hanno dell’audacia quei carnivori.

— Sì, ma quando sono in molti. Allora osano aggredire anche le truppe di cavalli selvaggi per divorare i piccini; ma parecchi di loro vi lasciano la pelle, poichè gli assaliti si difendono disperatamente a calci. — [p. 168 modifica]

Continuando la marcia attraverso a quel ricco tappeto di verzura, che pareva non dovesse terminar più, dopo una trottata di otto ore giungevano presso le sponde settentrionali del lago, dove scoprivano le cime dei monti Telescopio, i quali correvano dal nord al sud per un tratto lunghissimo, mostrando delle vallate ricche di vegetazione.

Sanchez, che aveva scoperto altre tracce di bisonti, decise di accamparsi in quel luogo, sperando di abbattere qualcuno di quei grossi capi di selvaggina. Essendo il lago vicino, era probabile che qualche mandria si recasse colà a dissetarsi.

La notte però calò, senza che nulla apparisse. Solamente parecchi lupi si videro galoppare per la prateria, dirigendosi verso l’est come se un motivo imperioso gli spingesse in quella direzione. La grossa selvaggina si trovava senza dubbio da quella parte.

Verso le 10, rassicurati dalla calma che regnava nella prateria, i viaggiatori, sfiniti dalla lunga e faticosa marcia, si ritiravano sotto le tende, mentre due arrieros montavano la guardia per vegliare sulla sicurezza comune.

Dormivano da sei ore, quando gli orecchi degli uomini di quarto vennero colpiti da un lontano fragore, che pareva diventasse più intenso di minuto in minuto. Sembrava che dai monti Darwin scendesse nella prateria un immenso e furioso torrente o che soffiasse un vento impetuoso.

I due mulattieri, inquieti, erano balzati in piedi guardando attentamente verso l’ovest; ma sull’oscura prateria nulla si vedeva, quantunque quello strano fragore crescesse sempre.

— Che qualche fiume abbia rotto gli argini? — chiese uno dei due.

— Quale? — rispose l’altro. — Che io sappia, non vi sono fiumi in questa prateria.

— Che stia per scoppiare un uragano?

— Il cielo è limpido e non spira un alito di vento, Josè.

— Svegliamo Sanchez. —

Il messicano, scosso vigorosamente ed informato di ciò che si udiva, si affrettò a lasciare la tenda. Dopo aver ascoltato con [p. 169 modifica]profondo raccoglimento e appoggiato più volte l’orecchio a terra, balzò in piedi gridando:

— Presto, caballeros, svegliatevi! —

Il marchese, Gaspardo e gli altri mulattieri, credendosi assaliti dagli indiani, si precipitarono all’aperto colle armi in pugno.

— Che cosa succede? — chiese il marchese.

— In sella, signore, — rispose il messicano, che era già balzato in arcione. — Se restiamo qui, verremo schiacciati.

— Ma chi si avvicina?

— Udite!... —

Si udiva in lontananza un concerto di muggiti e di boati profondi: si sarebbe detto che ai confini della prateria un uragano sollevava un mare in piena tempesta.

— I bisonti forse? — chiese il marchese.

— Sì, señor, ma delle migliaia!

— E fuggiamo?

— È necessario, se non vogliamo venire assaliti e provare la robustezza di quelle corna. Presto, ripiegate le tende e tutti in sella!... —

In pochi istanti gli arrieros levarono il campo e la piccola carovana si tenne pronta a fuggire.