Il Cristianesimo felice nelle missioni de’ padri della Compagnia di Gesù nel Paraguai/Parte I/Capitolo III

Capitolo III

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CAPITOLO III.

Delle Provincie del Paraguai.


LAsciando ora andare tutti i paesi conquistati ed abitati da gli Spagnuoli al Ponente, da i Portoghesi al Levante nell’America Meridionale, debbo ora dar contezza del paese di terraferma, posto fra quelle due dominanti Nazioni, e nel cuore di essa parte del Mondo terraqueo. Comanda la Monarchia di Portogallo a tutte le coste maritime del Brasile, e pretendeva una volta di stendere il suo dominio fino al Rio della Plata, o vogliam dire al Fiume del Paraguai. Ma queste lor pretensioni da gran tempo in qua sono state ristrette da gli Spagnuoli: sicchè di presente la lor signoria non passa il Capo di S. Vincenzo posto sotto il Tropico del Capricorno. Tutto quel tratto di costa maritima, che da esso Capo si stende fino alla sboccatura d’esso Rio della Plata, si conta da gli Spagnuoli per paese di lor giurisdizione, tuttochè su quelle coste non avessero in addietro fissato il piede con qualche Colonia. Anzi, siccome dirò più a basso, è riuscito a i Portoghesi di piantare un Forte nell’Isola di San Gabriello, verso dove esso Rio della Plata si scarica in mare; e giacchè so che lo possedevano nell’Anno 1730. è da credere, che ne sieno padroni tuttavia. Partendosi dunque dalla parte Orientale di questa America, signoreggiata da i Portoghesi, i quali, come dicemmo, si contentano delle coste maritime senza [p. 16 modifica]inoltrarsi per gran tratta nella terra ferma; e venendo fino alle altissime Montagne del Perù e del Chile poste all’Occidente: quel vastissimo continente frapposto, che si stende a migliaia di miglia, pieno e di popolazioni, tuttavia per la maggior parte barbare di costumi, che o non sanno, che ci sia Dio; o se lo sanno, adorano falsi Dii; e non riconoscono per loro Sovrani nè gli Spagnuoli, nè i Portoghesi, che pur vi pretendono dominio. V’ha anche molti paesi, ed assaissimi Popoli, i quali non s’è giunto finora, a discoprire con esattezza, di lingue varie, nemici fra loro, e vaghi tutti della loro bestiale libertà. Due de’ maggiori fiumi del Mondo, può vantare l’America Meridionale. Nella parte Settentrionale si truova il gran Fiume, appellato Maragnon, e menzionato di sopra, a cui fu dato il nome di Rio delle Amazzoni, perchè i primi a scoprirlo e navigarlo vi osservarono sulle rive Donne armate d’arco e di freccie. Scorre questo da i monti Occidentali del Perù, e va a scaricarsi in Mare all’Oriente, dopo avere ricevuto per via il tributo d’altri grossi Fiumi e Torrenti. L’altro gran fiume, il cui corso va, per nostro modo d’intendere, dal Settentrione a mezzo giorno, è quello del Paraguai, al quale fu da i primi scopritori imposto il nome di Rio della Plata, significante Fiume dell’Argento; non già, come han creduto alcuni, perchè ivi si raccolga questo metallo; ma perchè i primi Europei, che passarono colà, trovarono qualche grano d’argento in quel Fiume, o pure ne riceverono da gli abitanti. Quei Geografi, i quali scrivono cavarsi molto argento dal fondo di questo Fiume, e che in quelle parti v’ha miniere d’oro, d’argento, di ferro, e di rame, non saprebbono provare la [p. 17 modifica]verità di tal’asserzione; ed è poi certissimo, che nè ferro, nè rame nasce in quelle parti. Il più caro dono, che si possa fare a gli abitanti, consiste in coltelli, forbici, mannaje, e simili strumenti di ferro, portati dall’Europa. Nasce il Fiume Paraguai, che nella parte interiore si chiama Rio della Plata, dal famoso Lago delle Xaraje, o Caraje, posto sotto il sedicesimo grado di latitudine Meridionale, e contuttociò di clima salutevole e temperato, e di territorio fertilissimo all’intorno, e popolatissimo una volta, ma non tanto oggidì per le frequenti incursioni de’ Mammalucchi, de’ quali a suo tempo parleremo. Per conoscere la vastità dì quel Lago, basterà accennare, che la sola Isola de gli Orecchioni, la quale oltre ad altre in mezzo ad esso giace, si stende per cento venti miglia di lunghezza, e trenta di larghezza. Di colà scende il Fiume Paraguai verso il mezzo dì, e alla destra, cioè dalla parte Occidentale, riceve i grossissimi Fiumi chiamati il Vermiglio, il Pilcomaio, il Grande, il Salato, ed altri, che tralascio. Sotto il Grado 27. di latitudine Meridionale alla sinistra va ad unirsi con esso Fiume quello del Paranà, Fiume non minore; fors’anche maggiore, che nella parte Orientale scende dal Brasile, e vien chiamato da quegli abitanti con tal nome, che significa Mare: tanta dee essere la sua larghezza. Circa il Grado 34. medesimamente va a congiugnersi col Paraguai un’altro smisurato Fiume appellato l’Uraguai, ed unitamente poi corrono amendue da lì a non molto a sboccare in Mare.

Ordinariamente i terreni di sì gran tratto di paese, situati in vicinanza di Fiumi, o irrigati da ruscelli, sono assai fertili, e vi si truovano belle e feconde pianure, e colli ameni; ma non [p. 18 modifica]vi mancano aspre montagne, e paludi stabili e pantani, perchè ne’ tempi delle pioggie escono i Fiumi del loro letto; e son frequentissimi i boschi di straordinaria estensione, talmente folti, che impediscono il passaggio dall’un paese all’altro, laonde convien farsi la strada colle accette. Luoghi eziandio s’incontrano montoosi, e di terra ingrata e sterile affatto, per li quali si cammina le intere giornate. Certo è nondimeno, essere un nulla questo poco di cattivo, di cui niun paese manca, rispetto all’universal buono del Paraguai. Pesce in grande abbondanza apprestano i Fiumi, copiosissima caccia i boschi, trovandosi innumerabili Popoli, che vivono solamente di pesca, di cacciagione, di radici, e di frutta nate da sè ne’ boschi, senza sapere o senza voler coltivare il terreno, che è di tutti, perchè non è di alcuno; e non rende, perchè non v’ha chi sappia farlo fruttare. Le stesse inondazioni servono a fecondar le campagne; e que’ boschi orgogliosi indicano anch’essi la forza del medesimo terreno, di maniera che se colà passasse l’industria de gli Europei, farebbe da dir felice o più felice, ancor quella parte di Mondo. Imperciocchè il frumento e i legumi introdottivi da gli Spagnuoli, rendono buon raccolto; ma spezialmente è quivi in uso il Maiz, o sia il grano Turco, che Frumentone da noi si appella. Questo è il più ordinario pane degl’Indiani Sudditi de gli Europei, ma v’ha un’altro pane (se pur pane si può chiamare) che si forma di certe radici a guisa di ravanelli, appellate Aipy e Manioca, le quali si seminano, e in termine di quattro mesi vengono alla grossezza del braccio. Queste poi, levata loro la scorza, e ridotte in pezzetti, si seccano dalle femmine al fuoco, e [p. 19 modifica]se ne fa farina, con cui cocendola formano delle focaccie, delle quali si servono ne’ viaggi, ed allorchè vanno alla guerra. Cassava da altri vien chiamato questo pane, e l’usano ancora non pochi popoli dell’Affrica. Strana cosa è, ma pure indubitata, che il sugo di questi ravanelli fa morire chiunque ne bee: cotanto è velenoso! Però conviene spremerlo, restando con ciò libera da ogni cattiva qualità quella pasta, di maniera che anche a gli Europei piace, e riesce salutevole il pane, che se ne forma. Viti non si truovano ordinariamente in quelle parti, o perchè non vi allignano, o perchè anche piantate son corrose dalle troppe formiche, o pure perchè i saggi Missionarj non ne vogliono promossa la coltura per ischivare i disordini, figli assai ordinarj del Vino. Però la bevanda de i più di que’ Popoli, e sopra tutto de i selvaggi, è l’acqua, o pure una spezie di Birra, che si fabbrica dalle Donne con un’estratto delle suddette due radici, e di alcune frutta, e per lo più del solo Maiz, o sia Frumentone abbrustolito, che si fanno bollire insieme. Questo liquore, capace anche di ubbriacare, chiamato Cica, o Ciccia nel Paraguai, e in altri paesi Vipù, Vientan, e Cavin, è il loro più caro regalo. Per far questa bevanda, prendono il grano del Maiz, e lo mettono a molle in acqua, dove sta, finchè comincia a dar fuori, e gonfiandosi mette alcuni rampolletti in quella parte, che il grano stava attaccato alla pannocchia. E dappoichè è così stagionato, lo cuocono in aqua; e poichè ha levato alcuni bollori, deposta la caldaja dal fuoco, lo fasciano riposare. Quel giorno non è da bere; ma ii secondo comincia ad essere alquanto buono da bere; il terzo è buonissimo, perchè sta [p. 20 modifica]totalmente riposato e depurato; il quarto molto meglio. Passato il quinto dì comincia a farsi aceto; il sesto più; il settimo non si può più bere. E perciò sempre ne fanno tanto, che lor basti, finchè si guasti. Gonzalo d’Oviedo nel suo Sommario dell’Indie Occidentali scrive, essere di molto migliore sapore la Ciccia, che la Sidra, o sia il vino di pomi: e al mio gusto e di molti è migliore che la Cervosa, ed è molto più sano e temperato. E gl’Indiani hanno questa bevanda per principal sostentamento, nè hanno cosa, che li tenga più sani e grassi. Sonosi ancora per cura de gli Spagnuoli introdotti nelle Popolazioni a loro suggette cavalli, buoi, capre, pecore, porci, oche, galline, galli d’India, ed altri animali, che per le buone ed abbondanti pasture si sono moltiplicati a dismisura, come diremo in altro sito. Mirasi ancora, spezialmente nelle Isole, e nel paese contiguo al Paraguai, e a gli altri Fiumi, un’immensa quantità e varietà d’uccelli, parte buoni da mangiare, e parte nò, con piume bellissime e di colori diversi, delle quali son soliti i Popoli selvaggi a compor de’ pennacchi e cimieri alle lor teste, o pure a formarne un cinto, che cuopre loro il basso ventre. Poichè per altro fra que’ Popoli barbari non pochi tuttavia si truovano, i quali vanno ignudi affatto sì uomini che donne per loro incuria, o a cagion dell’eccessivo caldo. Non v’ha dubbio: chi de gli Europei non è avvezzo a mirar sì indecenti e nuovi oggetti a tutta prima ne risente dell’orrore, ed anche delle commozioni. Ma da che vi s’è accostumato, scrivono alcuni, che quella nudità in vece di provocare alla lussuria, la sminuisce; dandosi anche a credere, che più possa muovere alla concupiscenza l’abbigliamento [p. 21 modifica]delle femmine in Europa, che la grossolana nudità di quelle Indiane, tanto più perch’elle si deformano il viso con varj colori. Ma non ha alcun de i Lettori bisogno, ch’io gli ricordi, essere quel costume troppo barbarico e brutale, e che nel principio stesso del Mondo nacque la necessità e decenza di coprir ciò, che non si può senza rossor nominare, non che portar palese a gli occhi di tutti, per varj riflessi che non convien’ accennare. Ne’ paesi, dove fa freddo, si cuoprono con una pelle di bue, o d’altro animale, fatta a guisa di giuppone; e nel verno la portano col pelo al di dentro, e nella state col pelo al di fuori.

Fra gli uccelli suddetti innumerabile spezialmente è la quantità e diversità de’ Pappagalli, Cacatù, ed altri di quel genere, che si portano in Europa come mercatanzia. Alcuni ve n’ha della grandezza di un merlo in circa, che si dimesticano molto, ma non sanno articolar’una sillaba. Altri grandi, e maggiori forse de gli Asiatici, e bellissimi per la varietà de’ colori, che facilmente imparano a parlare. Ma odiati sommamente sono da que’ poveri Indiani, perchè volando a centinaia, se piombano sopra il Maiz, che è il loro pasto più caro, poche pannocchie vi lasciano intatte. Perciò se li possono cogliere in fragranti, niuno lor la perdona. Vi si osserva parimente un picciolissimo uccelletto (se pur tal nome gli sta bene) non più grosso di un moscone, con ali rilucenti, e un canto melodioso, somigliante a quello dell’usignuolo, stupendosi le persone all’udirlo, come da sì picciolo corpo possa uscire una voce sì forte. Abbonda poi la maggior parte di que’ paesi d’Api, alcune non differenti dalle nostre, ed altre più [p. 22 modifica]picciole, le quali fabbricano le lor case e il mele ne’ tronchi degli alberi; e chi ne desidera, non ha che da entrar ne’ boschi, per mettersi a combattere contra de’ lor pungiglioni. Quanto a gli Alberi, molte e varie ne son le spezie, tutte diverse da gli Europei, alcuni de’ quali producono buone frutta, ricercate da gli abitanti per loro sostentamento. Abbondanza v’ha ancora di Palme. Il famoso Albero, appellato Brasile, del cui legno si servono i tintori pel rosso, o sia pel verzino, e cagion fu che si desse questo nome al grande e bel paese, posseduto da i Portoghesi nell’America Meridionale, siccome ivi più che altrove abbondante; si truova parimente in qualche parte del Paraguai. Più ancora di questo è pregievoie in quelle parti l’Albero, onde si cava un liquore, che noi appelliamo Sangue di Drago. Intorno a questo liquore, che seccato si porta in Europa, molte favole contano alcuni Autori di Botanica. Rassomiglia esso Albero nelle foglie alla Noce, e nella corteccia al Fico. Fassi un’incisione nel tronco, e da quel taglio va uscendo un liquore simile al sangue umano, che gl’Indiani raccolgono nelle corna de’ Tori, che si truovano ne’ deserti presso alle spiaggie del Fiume Paraguai. Avvicinatosi un Gesuita col braccio alla ferita d’uno di quegli alberi, disavvedutamente resto tinto dal cadente liquore di un vivo roflo il di lui giuppone bianco colla camicia in modo, che non si potè mai più levare quella tintura. Meritano anche osservazione i frequenti Canneti, che si truovano nelle spiaggie del Paraguai ed Uraguai, ed anche d’altri minori Fiumi a guisa di selve. Lunghissime son quelle Canne, e grossissime, e quantunque vote di dentro, pure di tal forza, che [p. 23 modifica]adoperate perpendicolarmente servono a molti usi, e massimamente se ne formano scale assai lunghe. Asserisce il P. Ippolito Francesco Angelita Minor Conventuale, che giovane fu nelle contrade del Paraguai, di aver veduta una Torre, per così dire, formata con quattro d’esse Canne, chiamate in quella Lingua Jaquay, sopra la quale erano poste le campane, che son di peso assai discreto in quelle parti. Truovansi in oltre nelle montagne de’ Popoli Mochi in abbondanza gli Alberi dell’Ebano, siccome ancora, quei della Gutjacca, il cui Legno serviva ne’ tempi addietro a guarire i morbi venerei. Nè vi manca Connella selvatica, la qual nasce ancora in varie parti dell’Indie Orientali, e portata in Europa ha spaccio fra chi non la sa distinguere dalla legittima di Ceilan. Similmente v’ha una scorza, di cui non dicono il nome, che è salutevolissima allo stomaco, e presa fa immediatamente cessare ogni sorta di dolori. Ma spezialmente ivi familiare è il piantare il Cotone, da cui si trae la Bambagia, che filata serve alle Indiane per farne tela e poi vesti. In moltissimi luoghi ancora umidi vengono da per sè le canne di zucchero, e più ne verrebbe, se alla coltura d’esse si applicassero quegli abitatori. L’aria secondo la diversità de’ siti, simile in ciò anche a’ nostri paesi, è salutevole, ovver poco sana. I Missionarj Europei, che intendono meglio le maniere di vivere sonosi sempre studiati di scegliere per questo i siti migliori; e qualora la sperienza non ha corrisposto, hanno trasportate altrove le loro case.

Convien dire anche qualche cosa delle Frutta di quei paesi. Altre sono naturali, cioè provenienti da Alberi piantati ivi dalla mano di Dio, [p. 24 modifica]ed altre forestiere, perchè nascono da semi e piante colà trasferite da gli Europei, e felicemente allignate anche in quel terreno. Truovansi ne’ boschi, e massimamente nell’Isole, Alberi differentissimi da i nostri, che producono frutta di ottimo sapore. Uno fra gli altri se ne mira a guisa di grappolo d’uva passerina con grano minuto come il pepe, che mangiato riesce di grato odore e Sapore, e si chiama Mbegue. Ogni grano contiene un solo seme minuto come il miglio, il quale schiacciato pizzica più dello stesso pepe. Però volendosi mangiare quel frutto (il che suol farsi dopo il pranzo) d’uopo è strignerlo colla lingua nel palato, acciocchè non si rompa il seme. Secondo la quantità di uno, due, o tre grappoli, che si mangino, la persona è chiamata un’ora dopo il pranzo ad alleggerire il peso del ventre. Un’altro frutto somigliante nella forma al Pignocco (e però appellata Pigna la sua pianta) sembra più tosto un carciofo, ma è alquanto più grosso. La sua polpa è gialla come il melocotogno, ma di odore e di sapore assai migliore, e più cordiale. Ma altro non son tali frutta, se non las Ananas, tanto commendate da varj Scrittori, che abbondano molto più nelle Indie Orientali, nel Congo e in altre parti meridionali dell’Affrica, e nel Brasile, da dove si crede che passassero nel rimanente dell’Indie Occidentali. Havvi un’altra pianta appellata Mburufugià, che produce non solamente i Fiori da noi chiamati della Passione, ma ancora certe zucchette di grossezza come un’uovo di gallina. Allorchè queste sono mature, se ne succia un certo delicato liquore coagulato, somigliante all’uovo fresco cotto, ma non duro, che si truova assai refrigerante e [p. 25 modifica]cordiale. Le Pacoe sono frutta come i baccelli della fava, ma più lunghe e grosse, e di diversi colori. Per mangiarle si pelano a guisa de’ fichi, ed hanno la polpa alquanto somigliante nel sapore a i Peri buoncristiani. Altre frutta non conosciute in Europa so che nascono in quelle contrade, ma non so darne notizia. Altre a noi note, come pesche, o vogliam dire persici, mele, giugiole, lazzaruole ec. e queste di varie spezie, si osservano in quelle parti, e spezialmente nelle Isole del Rio della Plata e del Paraguai, le cui piante o alberi si credono nativi del paese. Altre piante si sa essere state introdotte colà da gli Europei, e fra esse molti Pomari, che rendono frutto di ottimo sapore e di perfetta qualità, e Limoni, e Aranci di Portogallo, e Cedri, che vi si sono moltiplicati a dismisura, facendosi ivi nondimeno poco conto de i bruschi. Ma Alberi tali bisognosi di coltura s’incontrano solamente dove è gente amante dell’agricoltura; poichè quanto a gl’Indiani nemici della fatica, pochi son coloro, che vi attendono, contenti di goder solamente di que’ frutti, che senza loro industria e sudore nascono da per sè nelle Isole e ne’ boschi, sopra i quali ognuno ha padronanza.

Molto più poi di quel ch’io ho detto e dirò, saprebbono riferir de i beni, de’ quali gode, o sarebbe capace l’America Meridionale, coloro che han visitate e desaminate quelle contrade. Si vuol intanto aggiugnere che per la costituzion delle cose sublunari nè pur’ ivi i beni vanno disgiunti da i mali. Primieramente nelle selve del Paraguai, e massimamente nelle più vicine al Mare, si truovano bestie feroci, come Lioni, Tigri, Orsi, ed altre fiere particolari di que’ paesi; le quali nondimeno caso raro è che inseriscano [p. 26 modifica]danno alla vita de gli uomini. Quivi eziandio abitano serpenti di varie sorte, alcuni di grossezza e lunghezza smisurata. Ma che ve ne sieno, come taluno lasciò scritto, di mole si grande, che ingoiano un’intero cervo colle sue corna: questa forse è una delle frottole, che si spaccia ancora d’altri paesi da i Viaggiatori o troppo creduli, o Romanzieri. Le Vipere sì, provvedute di un potente veleno, e che nuocono solamente a quegli uomini e a quelle bestie che le calpestano, o irritano in altra maniera, non sono poche. Una specie d’esse si chiama di Cascabel (parola significante Sonaglio) e truovansi anche nel Canadà, e in altri paesi dell’America Settentrionale. Hanno queste nella coda certi ossicelli, i quali al loro muoversi rendono un suono come di sonaglio, tale che s’intende da chi sta lontano anche molti passi, ed è per conseguente avvisato di guardarsi dal loro morso mortifero. Per altro sì fatte serpi fuggono, allorchè sentono marciar’uomini o bestie; ed unicamente mordono chi trovandole a dormire ne’ prati, o luoghi esposti al Sole, disgraziatamente mette loro addosso il piede. Scrivono nulladimeno, avere il supremo Autor della Natura, provveduto a que’ paesi anche il contraveleno, cioè, un’erba, che per questo effetto vien chiamata della Vipera, la cui virtù è sì grande, che ammaccata verde, e applicata al membro ferito, lo sana; come altresì bevendo l’acqua, in cui sia bollita verde o secca. Di questo rimedio forse parla il P. Gaetano Cattaneo, il quale nondimeno giunto che fu alla sua Missione nel Paraguai, fra le molte cose, delle quali pregava il fratello, si raccomandava ancora per avere un vaso di due libre in circa di Trinca ben serrato, che quì è un [p. 27 modifica]tesoro per le morsicature così frequenti delle Vipere, e per altri mali, che sono molti, e grande la scarsezza di Medici, e di Medicine. Sebbene per conto della Triaca converrà poi interrogare il Redi per sapere, se sia bastante a preservar dalla morte chi è morsicato da quelle serpi maligne. Gran danno e molestia parimente recano non meno ivi, che in assaissime altre parti dell’Indie Occidentali, le formiche di varie specie. Un’immensa quantità ancora di Scimie va saltellando in assaissime di quelle foreste, alcune grosse quali come gli Uomini, con barba lunga, e lunghe code, altre senza barba e coda, e di minore statura: animali che si pascono non di rado delle fatiche degli abitanti con rubar le loro frutta e l’ortaglia. Vero è nondimeno, che molti di que’ Popoli uccidendole, e frollandone la carne, se la mangiano senza difficultà, anzi se ne leccano le dita. A questi incommodi si aggiunga il peggiore di tutti, cioè il Vajuolo, morbo anch’ivi attaccatizio, ma di lunga mano più pernicioso, che in Europa, facendo esso non minore strage, che la Pestilenza portata fra noi dal Levante. Però allorché quella micidiale infermità si scuopre in alcuno, e comincia a dilatarsi, veggonsi gli altri colle lor famiglie abbandonare affatto la lor popolazione, e ritirarsi ne’ boschi, o in altre parti sane, lasciando i miseri infermi abbandonati colla sola provvision di vitto per alquanti giorni, in capo a’ quali se non son guariti, si muojono bene spesso di fame. E ciò fra i Barbari; poichè laddove abitano Cristiani, altre diligenze s’usano, nè mancano i sussidj della Carità anche verso i non Cristiani. Hanno perciò i nostri Europei introdotto colà l’uso delle quarantene, ed altre utili precauzioni usate in Italia [p. 28 modifica]ne’ tempi di Peste, che anch’ivi mirabilmente giovano, come fra noi. Del resto a intendere meglio ciò ch’io in succinto ho accennato intorno alla fertilità del Paraguai, potrà anche servire una Lettera del P. Gaetano Cattaneo della Compagnia di Gesù, che in fine si leggerà.