Il Corvo (Carlo Gozzi)/Atto quarto

Atto quarto

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Atto terzo Atto quinto

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ATTO QUARTO

Anticamera regia, con una porta grande nel prospetto. È la notte oscura. Vedesi sollevare una lastra del pavimento, e uscire Jennaro con una fiaccola accesa in una mano, e con una scimitarra ignuda nell’altra.




SCENA PRIMA.

Jennaro, con voce bassa e agitata.


BEN poteano gli sterpi, i bronchi, i sassi
Di questo sotterraneo, per il tempo
Dimenticato, il passo mio far tardo,
Non mai fermarlo. Dell’amato e caro,
Benchè nimico, mio fratello, troppo
A cor mi sta la vita. Altr’uscio certo,
Onde il dragon possa alla regia stanza
Del fratel mio passar, non v’è che questo.
Qui la mia vita lascierò! La morte
Farà palese l’innocenza mia,
S’io favellando il ver narrar non posso.
(vedrassi lampeggiare da una parte di dentro)
Ma quai vampe, e qual foco, e qual fetore

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L’aere ammorba, e il respirar m’opprime?
Questo è l’alito certo di quel mostro
Infernal minacciato, che s’appressa.
(attonito) Eccolo entrar da questa loggia. Oh vista
Spaventevole ed atra! Giusto Cielo,
Che tutto scorgi e degli oppressi hai cura,
Dà forza a questa spada, a questo braccio,
A questo cor, che a’ tuoi voleri è servo, (pianta la fiaccola)
(uscirà un grande e spaventoso dragone, che vomiterà qualche fiamma. Jennaro lo assalirà)
Alla tua ingorda canna, orrido verme,
Vittima sarò prima.
(seguirà combattimento con vari giri violenti per la scena. I colpi di Jennaro saranno inutili. Il mostro s’anderà avvicinando alla porta dirimpetto. Jennaro anderà rinculando verso quella per difenderla)
O me infelice!
D’adamante o di porfido ha le scaglie
Questo crudo animal (darà altri colpi) Fratello, oh Dio!
Mal ti difendo.
(il mostro spingerà Jennaro da una parte, s’avvicinerà alla porta)
                              Questo a voi consacro
Ultimo colpo disperato, o Numi.

(alzerà la spada a due mani, darà un colp grandissimo ferendo il mostro, e tagliando a un tratto la porta, che si spalancherà. Il [p. 103 modifica]mostro sparirà. Jennaro rimarrà attonito colla spada nelle mani).


SCENA SECONDA.

Esce Millo mezzo spoglio, con un lume nella sinistra mano, una spada ignuda nell’altra, vede Jennaro nella positura accennata. Sorpreso, fa qualche passo indietro.

Millo e Jennaro.


     Mil. Ah traditor! tu qui! di notte! solo!
     Col ferro in pugno? violento, folle,
     Spezzi le porte, e vieni, empio, la vita
     Per torre al fratel tuo?
     Jen. (confuso, guardando intorno da sè) Lasso! sparito
     È il mostro; più difendermi non posso.
     Mil. Ecco la vita; ecco quel sangue, indegno,
     Che brami di versar. Per questa spada
     Il colpo vibra. Forse la tua morte... (si mette in guardia)
     Jen. Fratello... sappi... in questo loco io venni..
     Io son per tua... (a parte disperato) Ma favellar non posso.
     Barbare stelle!
     Mil. Olà, miei servi entrate.
     Olà, servi, ove siete?

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SCENA TERZA.

Leandro, Tartaglia, soldati e detti.


     Tart. Eccoci pronti, Maestà, (vedendo Jen.) Oh diavolo! ch’è quello, ch’io vedo!
     Lean. (sorpreso) Come! oh Cielo!
     Mil. Servi mal cauti, negligenti servi,
     Così del vostro Principe la vita
     Voi custodite? I miei sospetti forse
     V’uscir di mente? In questa estrema stanza
     Lasciate penetrare i traditori
     Contro agli ordini miei, (verso Jen. crollando il capo) Que’ traditori,
     Ch’osan col ferro ignudo, con un colpo
     Spezzar l’ultima porta, e in braccio al sonno
     Trucidar un fratello? Ah scellerato...
     Disarmatelo tosto.
     Tart. Io non intendo, come...
     Lean. Mio Re, noi siam confusi e non sappiamo,
     Come entrato qui sia...
     Jen. Sono innocenti.
     Io per un sotterraneo omai pel tempo
     Dimenticato, e dalla passione,
     Che mi trafìgge il seno, fatto industre,
     Qui giunsi, e per tuo amor giunsi, fratello;
     Col brando ignudo son, ma per tuo amore;
     Spezzai la porta, e per tuo amor ciò feci.
     Mil. Empio, qual scusa? qual amore, indegno?

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     Jen. Non chieder più. Fu amor che mi condusse.
     Mil. Ben lo so che fu amor. Ma che più bado?
     D’un’alma delinquente, dall’eccesso
     Confusa, detti stolidi son questi.
     Disarmatelo tosto. In prigion dura
     Vada, e il Regio Consiglio si raduni:
     Deciso sia della sua vita. (entra con impeto)
     Jen. Ingrato!
     (getta la spada) Eccovi il ferro, ecco la vita mia.
     Mi tolga morte ornai da tante angosce;
     Ch’io più non posso. Avverrà forse un giorno,
     Che il fratel mio mi pianga, e in sul sepolcro
     Con sospiri e singulti, invan mi chiami
     Col nome d’innocente. (a parte) Or sarai lieto,
     Crudel Norando. Il sacrifizio basti
     Di questo sangue almeno. Altra sciagura
     Non succeda al fratello, e con Armilla
     Viva lieto i suoi dì.
     Lean. Principe! Ah come
     Vi riduceste a tal misfatto?
     Tart. Ah come mai, Jennaro mio?...
     Jen. (con impero) Basti.
     Rimproveri da voi non soffro. Siete
     Ministri? D’un Re il cenno obbedir dessi.
     (entra con fierezza)
     Lean. Ebben, l’eseguiremo.
     Tart. Oh senza dubbio. (entra colle guardie dietro Jennaro)

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SCENA QUARTA.

Armilla e Smeraldina in abito da camera e in confusione. La prima esce dalla porta dirimpetto, l’altra da una scena: s’incontrano.


     Smer. Quai tumulti, quai strepiti son questi,
     Mia Principessa, e come in ogni loco
     Di questa Reggia splender veggio accese
     Fiaccole e torce, e fatta giorno ormai
     L’oscura notte, e in folla andar soldati,
     Tornar ministri e sussurrar per tutto
     Ordini, commession, voci confuse?
     Che fu? che avvenne?
     Arm. Deh lasciami in pace.
     Jennaro qui nascosto a forza aperse
     L’uscio alla stanza, e con la spada ignuda
     Trucidar volle Millo, sposo mio,
     A me da presso, Millo, suo fratello.
     In carcere fu posto, e strage e sangue
     M’aspetto in vece di quiete e gioia.
     Smer. Che mi narrate! Ov’è lo sposo vostro?
     Arm. Furente il vidi, sospirò, guardommi,
     Pianse d’amare lagrime, ed entrando,
     In un suo gabinetto si rinchiuse,
     Nè al mio pregare aperse, e solo il suono
     Di singulti, e di pianti udir potei.
     Smer. Armilla, Principessa, figlia mia,
     Fuggìam di qui. Fuggiam nelle caverne
     D’un’alpestre montagna. È questo il punto,

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     In cui scorgo avverar ciò, che sin ora
     Io celato vi tenni.
     Arm. E che tenesti
     Celato? Dillo, e più m’opprimi il core.
     Smer. Io vel dirò. Quando nasceste, il padre
     Vostro, Norando, volle i Sapienti
     Consultar sopra voi. N’ebbe in risposta,
     Che per l’uccision d’un certo augello
     Di nere penne consacrato all’Orco,
     Voi rapita sareste, e che dal ratto
     Nascerebbon miserie, e strazi, e morte.
     Ch’ei stesso, da crudel barbara stella
     A forza mosso, diverria inumano,
     Cieco ministro delle più tiranne
     Occasion d’angosce. Eccovi, Armilla,
     La cagione, per cui dal padre foste
     Austeramente custodita e chiusa.
     Ma che! cede al destino ed alle stelle
     L’umano ingegno, ed avverato è alfine
     Il vaticinio. Deh fuggiamo, Armilla,
     Pria che s’avveri in tutto. Non vogliate
     Rimaner spettatrice d’inaudite
     Stragi, e di sangue sparso, e d’altri orrendi
     Inaspettati casi.
     Arm. Io fuggir? Come
     Potrei staccarmi dall’amato sposo?
     Non fuggirò. Forse la mia presenza
     Qualche riparo potrà opporre. Alfine
     Morte tronca ogni angoscia: io non la temo.
     (entra)

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     Smer. Oh cieca figlia! Oh sventurata figlia! (la segue).


SCENA QUINTA.

Il teatro si cambia e rappresenta una prigione.

Jennaro incatenato.


     Solo a voi, marmi orrendi, oscure stanze,
     Impenetrabil ferri, a voi catene,
     L’infelice Jennaro potrà dire,
     Che per serbar le luci a suo fratello.
     Per serbargli la vita, a morte è giunto?
     Nè il ver, nè la cagion dell’oprar mio
     Ad uomo potrò dire, o in freddo sasso
     Dovrò cangiarmi? Qual stato più misero
     Fu mai del mio? Morrò. Ma tu, Norando,
     Crudel Norando, che invisibil certo
     Mi sei d’intorno, e la miseria mia
     Vedi, deh dimmi almen, se finiranno
     Insiem colla mia vita le sciagure
     Dell’amato fratel, con me tiranno,
     Ma tiranno a ragion per tuo volere.


SCENA SESTA.

Norando esce prodigiosamente dalle pareti, e se gli presenta colla consueta furerà spaventandolo.

Norando e Jennaro.


     Nor. Mori, ladron di donne, e coll’infamia
     Mori di traditor. Se il vuoi, palesa

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     La tua innocenza. Statua diverrai.
     Nè per morir, nè per cangiarti in marmo,
     Saper dèi tu ciò, che di tuo fratello
     Esser deve, e d’Armilla... di mia figlia,
     Del caro sangue mio... Ma così vuole
     Il destin; così voglio. (in atto di partire)
     Jen. (supplichevole)      Ah crudo, ascolta...
     Nor. No, non t’ascolto. A rapir donne impara.
(entra prodigiosamente per le pareti che si ristabiliscono)
     Jen. (disperato) Tu ciel, tu ciel, tu ciel, che tutto intendi,
     Che giusto sei, soccorrimi. A le solo
     Posso chieder pietà. Pietà ti chiedo. (piange)


SCENA SETTIMA.

Pantalone e Jennaro.


Pant. (frettoloso e affannato) Jennaro, fio mio, viscere mie, no ve domando la causa dei vostri misfatti, no ve tormento, no ve rimprovero; no ghe tempo da perder. El Parlamento regio xe raduna; de altro no se tratta, che della forma de farve morir; ma la morte xe segura. Oh Dio! sta parola de morte sora de vu me fa morir d’angossa. Con quanto aveva a sto mondo ho corrotto le guardie, ho preparà una feluca a dodese remi; ringrazio el Cielo. No perdemo tempo; andemo via subito. Sarà quello che vorrà la fortuna. Co ho salvà la vostra [p. 110 modifica]vita, son ricco. No perdemo tempo, caro el mio fio; seguitème.

     Jen. Io partir? Vi ringrazio, o solo amico
     Nella miseria mia. Partir non deggio.
     Una fuga improvvisa, inaspettata
     Reo mi farebbe, ed innocente io sonò.
     Innocente morrò.

Pant. Ah no xe tempo, care le mie viscere, de parlar più de innocenza. La xe stada una pazzia... La xe stada quello che volè, ma...

Jen. (impetuoso)      Reo mi credete!

Pant. Sarè innocente, via, quello che ve piase; ma cossa giova? Adesso una fuga sola pol dar tempo al tempo, pol dar campo al maneggio, pol dar qualche color de innocenza un dì ai successi; pol ancora metterve in grazia de vostro fradello. Una condanna de traditor, de sassin del proprio sangue, de ribello, una morte segura, anema mia, una morte de ignominia, in mezzo un pubblico, su un palco, per man del carnefice; questa xe quella, che immediatamente ve qualifica reo in te la mente dei omeni, che no ammette remedio, e che lassa una memoria infame della vostra persona. Ah, caro ben, mi ve son pare in sto ponto; no tardemo un momento; deme sta man a mi... feve coraggio.

     Jen. Ah dite il vero troppo, amico vecchio.
     La morte reo mi stabilisce, e infame
     Rimango nelle menti; ma la fuga

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     Anche reo mi condanna. (pensa) Nè morire,
     Nè fuggir deggio. (pensa) Un sol rimedio resta...

Pant. Via, presto dixè; che remedio ghe, fuora della fuga, che ve esibisso?

     Jen. Sì, caro amico, un sol rimedio resta
     Per non fuggir, per non morir infame,
     Per far palese l’innocenza mia.
     Rimedio per me peggio della morte,
     Che le più interne viscere m’agghiaccia
     Solo in pensarlo. (a parte) Alfine, oh Dio! si ceda
     All’empio mio destin. Di me non resti
     Un’infame memoria tra le genti.

Pant. Che arcani? che remedi? eh, caro fio, no ve perdè in zavariamenti, o se ghe xe sto remedio, uselo subito, perchè la morte ve xe sora la testa, e me par de sentir...

     Jen. (risoluto) Non più, liberal vecchio. Ecco il rimedio.
     Ite a Millo, fratel; ditegli, ch’io
     Pria di morir, di favellargli bramo.
     Che, se tra l’opre mie, nella sua mente
     Richiamandole tutte, gratitudine
     Merita alcuna, non mi nieghi grazia
     Di potergli parlar prima ch’io mora.
     Più non potrete dirmi allor, ch’io fugga;
     Più infame non morrò. Paghi sarete
     Di vedermi innocente.
     Pant. (con trasporto ed allegrezza) Diseu da seno?
     Jen.                               Il vero io dico.
     Ite al fratello. Venga. Ei sarà pago.

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Pant. O caro fio, me fè’ respirar. Ve dago un baso, (lo bacia) e po corro da vostro fradello. Pregherò, pianzerò, me butterò in zenocchion. Oh che allegrezza che ho da aver! Ve dago un altro baso e pò svolo. (lo bacia con impeto ed entra)

     Jen. Misero vecchio! Quante amare lagrime
     Verserai da quegli occhi, e quante angosce
     Proverà il fratel mio, la Corte, il Regno!
     Ma nessun più di me sarà infelice.


SCENA OTTAVA.

Tartaglia con un foglio, guardie e Jennaro.


Tart. Il cielo sa, Altezza, con quanto dolore, con quanto crepacuore io vengo a lei. Mi trema la voce... non so come incominciar a parlare... ma sono ministro...

Jen. Via sì, Tartaglia, il so. Fu già deciso
Della mia morte; e ver?

Tart. Per servirla. Ho qui una carta; non so, se averò fiato di leggerla: lei m’intenderà per discrezione. (legge piangendo interrottamente)


Il Regio Parlamento, esaminate
Le azioni di Jennaro, e spezialmente
La furtiva, notturna, a mano armata;
E ritrovando l’attentato enorme,
Chiaro, evidente, contro la persona
Del Re, fratello suo; di morte degno
Giudicato ha Jennaro. Gli sia tronco
Il capo in faccia al pubblico, e si mora.

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Jen. Millo ha firmata la sentenza mia?

Tart. Per servirla. Guardi qui: Millo, Re di Frattombrosa.

Jen. Inumano fratel!

Tart. (sempre piangendo) Mi perdoni per carità. A voi, guardie, lo consegno. Fra un’ora, fate che sia eseguita la sentenza. Io me ne vado, perchè sento, che non posso più resistere. Felice giorno a Vostra Altezza.

Jen.                          Sarà pur vero,
Che a sì barbaro passo io sia ridotto!


SCENA NONA.

Millo, Jennaro e guardie.


     Mil. A’ prieghi vostri, a quei dell’Ammiraglio
     Ratto qui venni; ma più venni mosso
     Da’ giuramenti del buon vecchio, ch’io
     Saprei dal labbro vostro, che innocente
     Siete, o Jennaro. Io so, che saran questi
     Mendicati ritardi a un duro passo,
     Che v’affanna, di morte. Io vi compiango;
     Io vi bramo innocente; ma innocente
     Non so sperarvi. Manifesti troppo,
     E senza scusa gli attentati sono.
     Basta. Crudel non son. Qui venni e ascolto.
     (alle guardie) Olà, quelle catene gli levate.

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     Qui da seder. (vengono levate le catene a Jennaro, e vengono posti due origlieri all’orientale da sedere, vicini al posto opportuno alla trasformazione, che deve seguire. Millo siede, fa cenno al fratello, che sieda. Siede)
     Jen. (con voce di commozione) Crudel non vi credea.
     Cieco foss’io, per non aver veduti
     I caratteri vostri, e il vostro nome,
     Che a morte mi condanna. (piange)
     Mil. (commosso e sostenuto) Il Parlamento...
     Le colpe vostre... gli ordini... le leggi...
     Le ragioni di stato... (scuotendosi) Or qui non venni
     Per rimproveri a voi. Cerco innocenza.
     Crudel non sono.
     Jen. (a parte agitato) Ahi duro punto!... ahi misero!...
     Quanta necessitade, e qual ribrezzo
     Mi sprona, e mi trattien! (con dolcezza a Millo) Deh, fratel mio,
     Richiamate al pensier sin quando fummo
     Pargoletti innocenti, e quell’affetto
     Che sempre ci stringea, sì ch’un momento
     L’un senza l’altro mal soffria di starsi.
     Ne’ fanciulleschi giuochi vi ricorda
     La tenerezza e l’armonia. Non mai
     Picciol disgusto, o puerile invidia
     Fu tra di noi. Sovvengavi, ch’ognora
     Tutti i piccioli doni, e tutti i beni,
     Che avevamo, divisi tra di noi

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     Con scherzi e baci furo, e che giammai
     Godergli potè l’un senza dell’altro. (Millo commosso piangerà)
     Vi ricorda fratel, che agli aji, ai servi,
     Ed a’ maestri io sempre m’accusava
     De’ puerili errori vostri, e voi
     V’accusaste de’ miei. Ch’unqua di febbre
     L’un di noi fu assalito, che mestizia
     L’altro non assalisse, e non piangesse;
     E le man tenerelle dell’infermo
     Stringendo tra le sue, non si staccava
     Mai dal suo letto, rasciugando all’altro
     Ora il sudor dal viso, ora scacciando
     Molesti estivi insetti, ora porgendo
     Con prieghi affettuosi i succhi amari
     Di medic’arte, con la propria bocca
     Assaggiandoli prima, e cuor facendo
     Al fratel suo di berli. Or che mai vado
     Rammemorando affettuosi modi?
     Io vi priego, fratel, che da’ prim’anni,
     Sino all’adulta età nostra, un sol tratto
     Mi ricordiate, che d’amor non fosse,
     Del più tenero amore. E alfin sovvengavi
     Dal dì, che il fatal Corvo trafiggeste.
     Gli spasmi, le fatiche, i rischi miei;
     Che per voi rapitor fui di donzelle,
     Ratto fatal! ma che vi diè la vita.
     E reo mi giudicaste d’attentati
     Contro di voi? Di morte reo, crudele,
     Mi condannaste?

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     Mil. (rasciugandosi gli occhi e scuotendosi) L’opre ultime vostre
     Vi condannano a morte. Io qui non venni
     Per ascoltar rettorici colori
     Di favellar industre, e venni solo
     A cercar innocenza. O mi scoprite
     Innocenza, o men vado.
     Jen. (a parte con profondo sospiro) Ahi crude stelle!
     M’abbandona, ribrezzo, e fa, ch’io possa
     Armarmi di costanza al duro passo.
     (piangendo) Ah, fratello, io ti giuro, che innocente
     È il tuo Jennaro, che innocente danni
     A morte tuo fratel. Deh non m’astringere
     A palesarti l’innocenza mia. (piange dirottamente)
     Mil. D’un condannato il sospirar e il piangere
     Non dimostra innocenza. (si leva) Io t’abbandono
     A’ tuoi rimorsi, alla miseria tua. (in atto di partire)
     Jen. (levandosi disperato) Barbaro, ferma, e poi che sì ti cale
     Di trovarmi innocente, m’averai.
     Apparecchiati a piangermi innocente,
     Ed a piangermi invano. (a parte con disperazione) Ecco Norando,
     La tua vendetta; io mi t’arrendo alfine.
     Mil. (con modo sardonico) Udiam quest’innocenza, questi oracoli.

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     Jen. (con somma fortezza) Rapita ho Armilla per tuo amore, ed ebbi
     Quel falcon, quel destriere, e grato dono
     Sperai di farti. Quel falcon uccisi,
     Uccisi quel destrier; pregata ho Armilla
     A non sposarti, ed ecco la ragione
     Di tutto ciò. Mentre ch’io solo stava
     Procurando riposo, due colombe,
     Prodigiose colombe parlatrici,
     Sopra me si fermaro, e messaggiere
     Fur di strane minacce. Indi Norando,
     Padre d’Armilla, apparve, e furioso
     Delle colombe ha confermati i detti.
     (a parte affannoso) Ah Cielo! io son pur giunto alla crudele
     Metamorfosi orrenda. (a Millo) Eccoti i detti
     Delle colombe e di Norando alfine:

     Infelice Jennaro, Principe sventurato!
Quel falcon ch’ha in potere, appena a suo fratello
     Consegnerà, il falcone caverà gli occhi a quello;
Se non glielo consegna, o gli palesa il fatto,
     O con nessun fa cenno eoa parola o con atto;
Il decreto è infallibile; se in nulla mancherà,
     Una statua di marmo Jennaro diverrà.

     Io dovei consegnartelo ed ucciderlo
     Per serbarti le luci, e in un tacere
     Per serbar la mia vita. (a parte con grido di dolore) Oh Dio! mi sento

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     Cambiar in marmo. (udirassi un tremuoto. Jennaro si cambierà in marmo candido dai piedi sino al ginocchio)
     Mil. (spaventato dal tremuoto, non osservando il fratello) Qual tremuoto è questo! (in atto di fuggire)
     Jen. Non fuggire, inumano. I detti seguo
     Delle colombe, ascoltali; son questi:

Del caval, ch’ha in potere, appena suo fratello
     Salirà sopra il dorso, sarà morto da quello.
Se non glielo consegna, o gli palesa il fatto,
     O con nessun fa cenno con parola, o con atto;
Il decreto è infallibile; se in nulla mancherà
     Una statua di marmo Jennaro diverrà.

     Io dovei consegnartelo ed ucciderlo
     Per serbarti la vita, e in un tacere
     Per serbarti la mia. (a parte con grido) Si compie, oh Dio!
     L’inumano decreto. (odesi di nuovo il tremuoto. Jennaro si cambia in marmo candido il corpo e le braccia, rimanendo in nobile attitudine)
     Mil. (osservando il cambiamento, inorridito e commosso) Oimè misero!
     Che veggio mail Deh fermati, fratello;
     Innocente fratel, deh chiudi il labbro,
     Non dir più oltre.
     Jen.                          Ah barbaro, m’ascolta.
     Non è più tempo ornai. Soffri tu ancora

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     Rimorso e angoscia della mia innocenza,
     Giacchè il volesti. A’ detti ultimi sono.
     Mil. Ah no, non dirli, fratel mio.
     Jen. (con isdegno e risoluto)Son questi.
(segue con voce debile)

Armilla, ch’ha in potere, se sposa suo fratello,
   La notte un mostro orrendo trangugierassi quello.
Se non gli reca Armilla, o gli palesa il fatto,
   O con nessun fa cenno con parola, o con atto;
Il decreto è infallibile; se in nulla mancherà,
   Una statua di marmo Jennaro diverrà.

     Combattei col dragone questa notte.
     Che la porta spezzai. Fu quello il colpo.
     Che ti serbò la vita, e ch’è cagione
     Per serbarti la mia, ch’ora... la perdo.
     Salvati da Norando... io più non posso. (segue tremuoto, e Jennaro cambia il capo e la faccia in marmo)
     Mil. (con disperazione) Fulmina, Ciel, percuotimi. Innocente
     Fratel, chi mi t’ha tolto? Oh Dio! Soldati,
     Servi, Ministri, era innocente il mio
     Caro fratello. Io fui, che l’ho tradito;
     Io son di morte reo. Deh mi recate
     Nella Reggia l’amaro simulacro.
     A’ suoi piedi morrò distrutto in lagrime.