Un’osteria

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Pigionali Pittori
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Un’osteria.


Partiti in bicicletta da Firenze, erano ormai dieci giorni che io e il mio amico Giulio Grandi giravamo l’Emilia; e siccome l’indomani egli doveva trovarsi in ufficio, alle Poste, partimmo, benchè piovesse a dirotto, da Faenza; per tornare a tempo. Ma s’era già di novembre; e il cielo tutto bigio, con le strade fangose e piene di pozzanghere: gli alberi ormai con poche foglie gialle; e i primi monti dell’Appennino, su per la lunga salita, attaccati alle nebbie.

Non ci parlavamo quasi mai, egli innanzi e io dopo, oppure egli dopo e io innanzi, passando tra le poche e rade case senza che a nessuno dei due venisse voglia di fermarsi. A qualche osteria scendevamo, appoggiando le biciclette al muro di fuori.

— Due cognacche.

Bevuto senza dir altro, uno di noi chiedeva: [p. 15 modifica]

— Quanto?

Giulio esciva prima che io avessi pagato.

Dopo qualche chilometro, con il fango in bocca e negli occhi che bruciavano:

— Sei stanco?

— Un poco.

— Badiamo, però, di non rallentare.

Incontravamo soltanto qualche barroccio; e il barrocciaio sdraiato sopra il carico, con un grande ombrello verde e il cane che abbaiava, ci guardava senza invece far scansare bestie.

— Che paese sarà questo?

— Che m’importa!

Si vedeva gente ritta dietro i vetri delle botteghe, e la salita non finiva mai; anzi, si faceva sempre più forte.

— Sono tutto indolenzito.

— Anch’io!

— Canta!

— Non ho più voglia.

— Devi cantare. Bisogna essere allegri, e allora la stanchezza non si sente.

— Non mi far moccolare.

Allora, con qualche pedalata più svelta, mi avvicinavo a lui o mi mettevo di fianco. [p. 16 modifica]

— Che hai? I nervi?

— Un poco.

E mi sentivo scontento anch’io.

Vedevo soltanto la sua maglia sbiadita e i suoi capelli impillaccherati sotto il berretto senza ormai più colore. Qualche volta gli ricordavo qualcosa, perchè si voltasse. I suoi occhi neri si alzavano un poco e poi si riabbassavano su la ruota d’avanti. Ma faceva una risata. Era robustissimo, con le braccia scure e pelose come i polpacci delle gambe; e gli volevo bene come a un fratello. L’avevo conosciuto quando andavo a scuola; ma non l’avevo e non l’ho mai più dimenticato. Parlava pochissimo, almeno con me; e, perciò, mi piaceva.

Io ero grasso, ma non meno robusto di lui; e potevamo compiere la stessa fatica.

Ci fermammo a mangiare non ricordo più dove; e siccome ci avevano detto di aspettare perchè avrebbe spiovuto, la sera non arrivammo più là di Crespino, quasi a mezzo tra Faenza e Firenze. Le nebbie s’erano diradate, ma proprio sereno non fu mai. Intanto si fece freddo e buio prestissimo; e dovemmo prendere la bicicletta a mano. Non ci si vedeva nè meno a [p. 17 modifica]venti passi di distanza; sicchè, per non andar sotto a qualche barroccio, bisognava soffermarsi per capir meglio da dove veniva il suo rumore; ma poi, senza gridar più d’una volta, non c’era verso di far scansare nessuno. Intorno, era tutto nero; e non si distinguevano più i monti dal cielo. Alle prime case di Crespino, domandammo dove potevamo mangiare. Ci risposero:

— Più in là troverete un’osteria.

Dietro una svolta, a un uscio, c’era attaccato un lampioncino rosso, ma così affumicato che non faceva punto lume. Ai vetri certe tendine che ci parvero nere.

Entrai primo io. La stanzetta era piena di gente, che si muoveva in tutti i sensi. Da una parte, un gran camino con bagliore di fuoco. Al soffitto, un lume a petrolio che spandeva più puzzo che luce. Il vocìo era assordante; e alcuni ragazzi, mi parvero tre, strillavano.

— C’è da cena?

Da prima non mi ascoltarono nè meno; e dovetti quasi gridare. Allora uno di quegli uomini, senza smettere di far la polenta, mi rispose quasi distrattamente: [p. 18 modifica]

— Qualcosa c’è.

— Carne?

Mi rispose invece una donna, di cattivo umore:

— Uova.... salame....

E con la mano m’accennò non so che attaccato.

— E pane. — Aggiunse un altro, come per dirmi: — Se tu hai fame mangia quello. E non importunare.

Chiamai Giulio, con un fischio; e portammo dentro le biciclette, appoggiandole ad una sfilata di sacchi pieni di farina. I ragazzi si chetarono e si misero subito a guardarle e a toccarle, come se non ne avessero mai viste nè meno una. Gli uomini, senza dir niente a noi, fecero lo stesso; abbassandosi, per vedere meglio, dopo essersi seduti sopra una panca larga un palmo.

Giulio mi disse sottovoce, dandomi una gomitata:

— Domanda se c’è da dormire.

Ma quella stessa donna, avendo udito da sè, rispose:

— Sì. [p. 19 modifica]

Non s’era nè meno mossa; fissando sempre dritta la parete davanti a lei; con una pezzuola di colore avvolta intorno alla testa. I suoi occhi luccicavano. Io pensai: «È una pazza, forse?» E non potevo fare a meno di non voltarmi a lei. Ma, lavateci le mani, ci mettemmo a sedere. Su la tavola c’erano già i piatti, piccoli e smaltati male; forse, lerci. Alcuni di quegli uomini si sederono ai loro soliti posti; gli altri uscirono, salutandosi. Quelli rimasti eran facchini della stazione, e gli altri carbonai e barrocciai.

Accanto a noi due c’era un posto vuoto. Ed io chiesi, tanto per attaccare discorso:

— Qui chi ci mangia? Se non deve venir nessuno, possiamo stare meno a stretto.

Uno, dopo aver bevuto senza staccare gli occhi da me finchè teneva il bicchiere alla bocca, rispose:

— È per la maestrina.

Tutti fecero una risata; ma poi si misero a parlare tra sè, di cose loro.

Giulio esclamò:

— La maestrina? Speriamo che sia bella!

— Speriamo. — Io risposi sorridendo, un po’ seccato. — Ma la minestra quando è pronta? [p. 20 modifica]

Nessuno rispose. Ma, dopo dieci minuti, ce la vuotarono nel piatto. E quella donna sempre ferma!

— Non glie lo tireresti un bicchiere, per farla muovere?

— Manca il pane! — allora gridò Giulio, guardandola attento. L’oste s’era messo a mangiare su un panchetto del focolare piano; insieme con i ragazzi, che ridacchiavano.

— Ce lo portate?

Non s’era ancora alzato dal panchetto, quando la maestrina entrò. Prima di scorgerci, si soffermò salutando. Ma nessuno rispose; nè meno la guardarono. La sua voce ci fece l’effetto di uno che parli dal fondo di una grotta. Dovendoci venire accanto, arrossì e impallidì fino a soffrire; tremando e voltandosi subito dalla parte opposta.

Noi la salutammo nel modo più adatto che ci fu possibile e che le facesse piacere. Ella dette un’occhiata a quelli della tavola; e rispose con la testa sul piatto:

— Buona sera! — E finì di accomodarsi, perchè la sottana si sgualciva.

Aveva posato accanto alla forchetta il [p. 21 modifica]Corriere delle Maestre ancor dentro la fascia: e siccome sopra c’era l’indirizzo stampato in una strisciolina rossa, lo voltò dall’altra parte.

Non era brutta: aveva i capelli sottilissimi e morbidi, quasi senza nessuna pettinatura; e il collo lunghetto e bianco; piuttosto magra; e nel dorso delle mani si vedevano muoversi i tendini sotto la pelle ancor fresca e chiara. Aveva gli occhi azzurri e così tristi che parevano oscuri; con le palpebre grandi e delicate. Portava un grembiulino come hanno le alunne a scuola; e cominciò a sbriciolare la midolla del pane, appallottolandola con le dita sopra la tovaglia.

Giulio mi susurrò:

— Non la infastidire.

— Oh, no! Ma, appunto, bisogna parlarle. Vedi che gente ci ha qui intorno?

— Aspetta un altro poco.

La minestra, quantunque non buona, ci aveva fatto bene; e non soltanto allo stomaco: il malessere alla testa se ne andava. Allora io non potei aspettare più, e le dissi:

— Lei insegna in questo paese?

Prima di rispondere, parve che chiedesse il [p. 22 modifica]permesso agli altri; e, quasi con pena, preoccupata di loro, rispose:

— Da tre mesi.

Aveva finito la minestra e finse d’aspettare, pensandoci, il piatto di carne.

— Ci sta male, non è vero?

Se avesse pianto, la sua voce non sarebbe stata meno tenera per mentire senza alcuna esitazione:

— Abbastanza bene!

— Ci sono impiegati?

— Meno sette od otto, vanno tutti per i monti a far carbone.

Rispondeva così come se ci fosse stata costretta, quasi fossimo importuni; e non comprendendo la nostra curiosità. Perchè le parlavamo? Mi venne voglia di smettere, per non affliggerla e offenderla anche. Ma, smettendo, non sarebbe più umiliata? Non si fidava del tutto a parlare con noi, ma le faceva piacere; e forse per la prima volta, ebbe come un sussulto a guardar quella gente così silenziosa e maliziosamente ostile con lei.

— Eppure, — pensai, — devono essere i genitori de’ suoi alunni! [p. 23 modifica]

Giulio, e anch’egli non era più beffardo, le chiese:

— È di lontano?

— Di Faenza.

— Ha i genitori là?

— La mamma sola.

Era vero? Ci fece l’effetto che non volesse dir niente, con quella malizia antipatica e debole che imparano le donne. Io me l’immaginai quando andava a scuola: graziosa e diligente, ma un poco grossolana e furba.

Incominciò a mangiare, intimorita tutte le volte che le pareva parlassero di lei o la guardassero ironicamente.

Allora tacemmo.

Un treno passò sul ponte, quasi sopra la nostra testa; e tutta la stanza tremò. Poi, silenzio un’altra volta.

— Piove ancora? — io chiesi al padrone. Egli aprì la porticina e disse, ma rivolgendosi ai facchini invece che a me:

— Ora viene la neve.

— La neve?

— Nevicherà fino a domattina.

Io, scherzando, detti un pugno su le spalle di Giulio; e dissi: [p. 24 modifica]

— Domattina sarà gelo!

La maestrina cavò dalla fascia il fascicolo, e si mise a leggere. Allora, potei conoscere il suo nome d’abbonata.

E lo dissi al mio amico:

— Si chiama Assunta.

Egli rise. Poi, io chiesi a lei:

— È una rassegna didattica?

Ella la guardò, rigirandola tra le mani, come la vedesse per la prima volta; e rispose:

— Sissignore.

— E libri ne legge?

Ella sorrise:

— Qualcuno. Me li portai da Faenza.

— Romanzi?

— Sissignore.

La sua voce parve un fruscìo; ed ella si rimise a leggere, quantunque le avessero portato un piattino con una fetta di parmigiano. Poi, cominciò a mangiare. Mi accorsi che i suoi denti insanguinavamo il pane. Dissi a Giulio:

— Non vuole dirmi quel che legge.

— Che te n’importa?

Ero per arrabbiarmi contro di lui, ma gli chiesi: [p. 25 modifica]

— Di che le vuoi parlare allora?

— Lasciala in pace.

Ella si disponeva ad andarsene, ma pareva vergognarsi di far così presto, e chiese alla donna che non s’era mai mossa:

— È caldo il letto?

— Dev’esser presto.

Io le chiesi sottovoce:

— Chi è?

— La padrona: è cieca. Ora la fanno mangiare.

Infatti il suo marito le mise su le ginocchia una pentola dov’era la minestra e le dette un cucchiaio d’ottone, ch’ella stringeva con la bocca; quasi succhiandolo tutte le volte che lo ricavava.

Uno dei facchini ci chiese, per derisione, e per farci sapere quello che avevano pensato fin da quando ci avevano visti:

— Sono stanchi?

Ma io, quantunque mi fossi accorto della loro intenzione, risposi:

— Abbiamo anche sonno.

— Lo credo io!

E, rivolto ai suoi compagni, proseguì, con un riso da furbo: [p. 26 modifica]

— Bisogna esser matti ad andare con un tempo simile!

E risero, per la seconda volta, tutti insieme; con un’insolenza così brutale, ch’era perfino ingenua.

Ma Giulio gridò:

— Che ve n’importa?

Non rispose nessuno; ci guardarono fissamente e basta: qualcuno, per seguitare a ridere, chinò la testa.

— Portateci le sigarette!

— Di quali? — Chiese l’oste con più gentilezza di prima, come facendoci una concessione; quasi per tenere a posto gli altri.

Ma Giulio, quando s’era stizzito, non gli passava facilmente; anzi diventava nervoso anche con me e con qualche altro che gli capitava.

E rispose:

— Quelle da signori.

La maestrina gli volse la faccia, con un mezzo sorriso; ma senza guardarlo.

L’oste si fece più svelto e le portò.

In quella bottega vendevano tutto ciò che può bisognare ad un paesello; e non ce n’erano altre. La maestrina si scosse; come con un brivido. [p. 27 modifica]Noi cominciammo a fumare; e ne offrimmo anche a lei. Questa volta, prima di rispondere, osò guardarci negli occhi, con lo sguardo timido ma così risoluto che sarebbe stato impossibile mentirle o burlare: però, uno di quegli sguardi limpidi che non dicono niente. Poi rispose:

— Non fumo.

Ci dispiacque davvero. La sua voce aveva un suono tale che si capiva bene l’allusione a quegli uomini; ma non si capiva se con ira oppure se rassegnata. Dal suo modo di tenere il viso, ora, pareva che il fumo le piacesse confondendole un poco la testa. Ma ella si sforzava di star calma e di non dare nessun indizio.

Quando rivolse gli occhi a noi un’altra volta, non so perchè Giulio aveva fatto traballare il piatto con un pugno, i suoi occhi erano più sereni e più intenti, presi in un sogno. Nella sua bocca c’era come un sorriso che moriva prima di apparire; con un poco di peluria nel labbro disopra; una peluria, che, contro luce, pareva quasi bianca. Ed io cominciavo a provare quel senso di benessere e di calma, quasi di fiducia, quando si sta accanto ad una donna ch’è [p. 28 modifica]almeno un poco bella, e non ci sono sottintesi e si sognano i nostri sentimenti.

Quando ella fece il nodo al suo tovagliolo, infilandolo in un anello di metallo dove erano incise le sue iniziali intrecciate, vidi che le unghie, lucentissime, parevano pesare troppo rispetto alle dita. E non sapendo con quale pretesto trattenersi ancora, si alzò salutandoci a pena, come se volesse distruggere la conversazione fatta con noi.

La cieca, sospirando, smaniava.

Dopo una mezz’ora, fumato tutto il pacchetto delle sigarette, e usciti i facchini, andammo a dormire anche noi. Disse Giulio:

— Per far la maestra in questi posti, dovrebbero prendere una nata proprio qui. Non mandarcele di lontano, dalle città. E così per tutti gli altri paesi! Come vuoi che ci possa vivere? E perchè sacrificare una persona, che è così differente a quelle che ci trova e che ci vivono sempre? Una donna nata qui ci vuole! Non c’è una donna? Sanno soltanto far figlioli qui?

— Bisognerebbe che fosse così; ma queste cose le pensiamo noi.... stasera. Domani, a Firenze, non ce ne ricorderemo nè meno! [p. 29 modifica]

La camera era bassa e soltanto scialbata, con alcune rosette, a stampino nel mezzo del soffitto.

Spento il lume, ci accorgemmo, da un filo di luce, che accanto a noi dormiva qualcuno.

Ci alzammo lesti; e, piano piano, trattenendo il respiro, ci avvicinammo.

Era la camera della maestrina!

Dalle spaccature della porta, la vedemmo piangere sfogliando un libro, ma senza leggere. Poi cominciò a spogliarsi, sbottonandosi dietro il collo.