Esultate, o dilettissimi!

Filippo Artico

1842 Indice:Esultate,_o_dilettissimi!.pdf Cristianesimo cristianesimo Esultate, o dilettissimi! Intestazione 6 giugno 2011 100% Cristianesimo

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FILIPPO ARTICO

per grazia di Dio e della S. Sede Apostolica
VESCOVO D’ASTI E PRINCIPE
PRELATO DOMESTICO DI S. S.
ED ASSISTENTE AL SOGLIO PONTIFICIO
CAVALIERE DEL SACRO E MILITAR ORDINE DE’ SS. MAURIZIO E LAZZARO


AL VENERABILE CLERO, E DILETTISSIMO POPOLO
DELLA CITTÀ E DIOCESI


Pace, Salute, Benedizione


Esultate, o Dilettissimi! Vengo in nome di Dio ad annunziarvi il Quaresimale Digiuno. Come? Alcuni di voi nello udirne solo il nome già si rattristano e turbano, mentre Gesù Cristo non vuole che ciò si faccia nemmen digiunando? Ma posso io recare più lieto annunzio agli infermi che quello di un rimedio, che risana da tutte infermità di corpo e di spirito? E questo è appunto il Digiuno quaresimale; perché è la mano medesima di Dio invisibilmente stesa, che per mezzo della sua Chiesa vi porge con esso la medicina, anzi il balsamo. Esultate dunque, e lasciatevi da così pietosa mano guarire. Non temete; essa è benigna, conosce la vostra [p. 2 modifica]debolezza, né vi chiede se non ciò che potete dare. II precetto che vi pubblico è mal conosciuto, e pur troppo violato da molti. Non si trascuri però anche da me col tacerne: molto più che il Sommo Pontefice GREGORIO XVI nello accordarmi per la qualità dei cibi l’implorato Indulto Apostolico, che vi pubblicherò sul fine, m’incarica d’inculcarvi l’esatta osservanza del quaresimale Digiuno. Se ne mostri adunque la necessità e l’eccellenza, obbedendo ai comandi del Capo Supremo della Chiesa. Ai veri Cattolici non tornerà ciò, spero, né discaro né inutile. Che se ai falsi Cristiani spiacesse eziandio il discorso su tale precetto, io non avrò almeno il rimorso di averlo taciuto, e non avranno essi il pretesto di averlo ignorato.

Il digiuno è tanto antico, quanto il primo degli uomini. Qual fu infatti il primo comando, che diede Iddio ad Adamo? Non mangiare del frutto che ti proibisco, altrimenti morrai. Dunque nacque coll’uomo il digiuno, e col digiuno la Religione; giacché il primo omaggio che volle Iddio per culto fu l’astinenza d’un cibo. Che se candido ancora per originale innocenza dovea l’uom digiunare, quanto più nol dovrà contaminato per colpa? Ah! se per gustare un frutto vietato, dice il Magno Gregorio, fummo discacciati dalla nostra patria, non ci possiam ritornare che astenendoci da cibi che ci sono egualmente proibiti. E fu veramente pietosa e provvida la istituzione divina del quaresimale digiuno, soggiunge Leone il Grande, affinché con quaranta giorni di spirituale medicina e si purificassero le nostre menti, e se vi fossero colpe i casti digiuni ce le avessero a punire nel corpo. Che se per lo più esso è stromento di peccato, perché non avremo noi a punirlo? E con qual nome posso io appellare questo corpo? Se io guardo alla sua forma, benché non sia altro che fango vivo, pure ha tanto bella proporzione di parti, tanto bene intesa armonia del tutto, imagini nel sembiante sì belle, tempra nei colori così soave, [p. 3 modifica]atteggiamento e maniere sì amabili, che mi sento mosso a dire con Davide che gareggia cogli Angeli questo padrone delle create cose. E se invece miro alla fragile creta ch’esso è, alle infermità che lo assalgono, ai turpissimi atti di cui è ministro, alle orribili forme in cui si trasfigura, al fine lagrimevole che lo attende in una fossa, sono costretto a dire con Giobbe sospirando, che io non vedo in esso che putredine e cenere. Il nostro corpo desta nell’animo sentimenti bellissimi di pietà, di compassione, di eroismo, di candido affetto; ma troppo spesso ancora ree cupidigie, smaniosi appetiti, tiranne passioni. Esso è ministro dello spirito, e spesse volte suo traditore; sua bella stanza, e talvolta sua dura prigione; sostegno necessario, e peso opprimente; nemico ambizioso e pernicievole amico. Con esso non possiamo aver bene né guerra né pace, perché conviene che ad ogni istante gli accordiamo qualche cosa, e che poi gliela neghiamo. Infatti chiede lasso un riposo, e poi ci getta nella inerzia; domanda cibo, e poi si ribella; desidera piaceri, e poi si logora e annoja. Sorge dalla mensa oppresso e torpido, parte dalle conversazioni assonnato e collo sbadiglio, torna dai teatri e dalle danze lasso e sfinito, sta inchiodato nelle visite con uno sforzo offizioso, serve alle mode con grave incommodo e spesa. Peggio ancora. Qual v’è membro dell’uman corpo, che non abbia servito, o non serva di stromento a qualche colpa? I capelli alla vanità, la fronte all’audacia, gli occhi al carnale amore, e le guancie alla lascivia, e le orecchie ad iniqui sermoni, e la bocca all’intemperanza, ed il corpo tutto alla voluttà, ed alla mollezza. Sì delle tue membra, o peccatore, si serve il demonio per dilatare il regno della colpa. Co’ tuoi sguardi vibra l’impuro fuoco nell’anima; colla tua lingua mormora, scandalezza, bestemmia; colle tue mani pinge quelle sconcie imagini, scrive quei libri pestilenziali, stimola alla sfacciata licenza, ruba, percuote, ferisce; co’ tuoi piedi infine guida gl’incauti alle intemperanti gozzoviglie, alle danze [p. 4 modifica]oscene, agli spettacoli inverecondi. Buon Dio! e a cotal uso indegno si avranno a convertire gli organi del nostro corpo con sì mirabile artifizio tessuti?

Che se poi si lasci dominare dalla gola, oh di quante conseguenze, e di quanti orrendi castighi non è cagione il corpo? La gola chiuse ad Adamo il paradiso, levò la primogenitura ad Esau, fè incestuoso Loth, diè in mano ai nemici Sansone, uccise Ammone, fè strage di Simone co’ suoi figli, tolse il regno e la vita a Baldassarre, lasciò mozzo del capo Oloferne, fè cadere là nel deserto morti ventitremila golosi colle carni ancora fra denti; sicché sepolcro della gola fu poi chiamato quel luogo, dice la Scrittura Santa. La gola è la madre dei peccati, la procella de’ sensi, il naufragio della castità, la genitrice della smoderata allegrezza, del moltiloquio, della scurrilità, dell’immondezza. Ed a chi son minacciati i guai, a chi le risse, e le percosse, e le ferite, ed i precipizj, se non agli intemperanti? sta scritto nei divini proverbj — Che se di mali tanti può essere stromento il corpo, conviene che il castighiamo questo ribelle che ci portiam sempre dietro, che lo costringiamo alla soggezione dovuta, e gli facciamo conoscere che non è poi altro che nostro schiavo e ministro. E le due armi, che Dio ci porge per combatterlo e vincerlo, sono appunto il digiuno e l’astinenza; armi che ne’ divini oracoli e ne’ volumi de’ Santi Padri son celebrate di tempera celestiale invincibile.

Il Digiuno, dice S. Basilio, è il moderatore dell’età giovanile, il decoro de’ vecchi, l’amico tranquillo di que’ che vivono insieme. Venerabile è finanche il volto di chi digiuna. Non rosseggia di sfacciato colore, ma si adorna di un pallor pudico. Ha placido l’occhio, il portamento composto, puro il petto, il parlar moderato, pensosa la faccia, cui non isconcia mai un riso petulante. Il Digiuno conserva, anzi accresce e le famiglie e le sostanze; non conosce che cosa sia dinaro non suo, e la mensa del [p. 5 modifica]digiunante non pute mai di usura — Su dunque, ripiglia il Greco Padre, riposi una volta la spada di cucina; dà quiete al fabbricator della mensa, ferma la mano al coppiere, cessi un poco per le tue stanze il continuo tumulto, il fumo, l’odor de’ cibi, l’affaccendarsi continuo di que’ che vanno e tornano servendo al tuo ventre quasi ad un insaziabil padrone. Se vuoi gustar meglio digiuna, dice il Grisologo, che il digiuno fa saporito ogni cibo, e dolce ogni bevanda. E certo quel molle Re Persiano allorché rotto in guerra, e fuggente sotto abito sconosciuto s’imbandia colle proprie mani la tavola su nudo sasso con poco pane d’orzo, ed alcune frutta selvatiche, e bevea ad una fonte senza coppiere né tazza, ne provò tal piacere, che simile non ne avea gustato mai fra le squisite delizie della sua mensa regale. Il Digiuno, aggiugne il Magno Leone, genera i Profeti, fa saggi i Legislatori, santifica il Nazareo, perfeziona il Sacerdote. Mosè col digiuno si avviò al monte Santo; né con intrepido animo salito avrebbe la fumante cima del Sina, né avrebbe osato innoltrarsi di mezzo a quella caligine per sacro orror formidabile se munito non era coll’armi del digiuno — Elia digiuno richiama in vita il morto figlio alla vedova di Sarepta, digiuno chiama la pioggia dalle nubi, digiuno fa calare il foco dal Cielo, digiuno e vede e ascolta Dio nell’Orebbo, ben degno d’esser poi rapito in aria col corpo, se vivea digiunando in terra una vita di cielo. — E che mai ha reso invincibile Sansone il fortissimo? Il digiuno lo concepì, il digiuno l’ha invigorito, formollo Eroe il digiuno; né vino mai né siccera contaminò le labbra sue o della madre che generollo sì forte; perché il digiuno, scrisse S. Ambrogio, è l’arma de’ forti Eroi, lo scudo degli Atleti, e combattenti. Digiunò Giuditta e tornò in Betulia col reciso teschio di Oloferne; digiunò Esterre e fè ritirare il micidial decreto di Assuero; digiunò Daniele e scherzò illeso fra gli affamati leoni nella chiusa fossa di Babilonia — Il digiuno in fine solleva al Cielo [p. 6 modifica]le nostre preghiere fino appiè dell’Altissimo. E non fu il digiuno, che salvò più volte dal vicino eccidio l’Ebreo popolo, che diè Samuele alla madre, che allontanò da Acabbo la vendetta celeste, che inalzò esaudito e consolato il pianto di Ninive? Ah! veneriamo adunque la virtù prodigiosa del digiuno. Esso è un tesoro che ci lasciarono i primi padri. Rispettiamone la sua canizie. Nacque col genere umano, tutta l’antichità l’ebbe sempre in pregio, i Patriarchi e i Profeti ce lo trasmisero, Gesù Cristo lo consacrò col suo esempio, lo santificarono gli Apostoli, i Santi tutti lo praticarono mai sempre; perché il digiuno è l’esca dell’anima, la radice della grazia, il vincitore delle tentazioni, il terror del demonio, il fondamento della castità, e quello (come canta ogni dì nel tempo quaresimale la Chiesa Santa) che comprime i vizi, che solleva la mente, che dispensa e forza e vittoria e corona.

Senonché, mentre io sto celebrando la necessità e l’eccellenza del digiuno, vi ha forse chi si va creando ostacoli, e formando sistemi per calmare la coscienza, ed eludere il precetto; perché per distruggere la sana teologia tutti facilmente diventan teologi.

E prima di tutto, siamo in dovere di conservare il nostro individuo, si va dicendo. Sì, vel concedo, risponde anche il filosofo morale. Siamo tutori del nostro corpo il so, e dobbiamo conservarci la vita; ma non siamo qui posti a vivere solo per ingollarci cibi e bevande, e stare al governo del nostro corpo quasi ministri di un infermo. Ci furono forse dati gli spiriti vitali, chiede il Grisostomo, non per esercitargli in opere degne di uomini, ma per consumarli solo troppo indegnamente nello smaltire e dividere il confuso caos de’ cibi onde ci empiamo? Siamo nati insomma perché il nostro Dio sia il nostro ventre, come dei Cretesi con santa indegnazione diceva S. Paolo? Ah! osserva, o uomo, sclama S. Ambrogio, la mirabile struttura del tuo corpo, ed abbi sentimenti degni della tua [p. 7 modifica]eccelsa natura! Mira la dirittura della tua persona degna d’un contemplatore de’ cieli! La natura prostrò sul ventre tutti gli altri animali, cercano il vitto sul terreno, e seguono le sole voluttà del ventre sul quale si piegano. Guardati però, o uomo, di non curvarti a guisa de’ bruti nelle terrene cose infangandoti sempre intento alla gola.

Non si può digiunare senza pregiudizio del corpo? Anzi per conservare sano e fiorente il corpo dobbiamo digiunare, mentre il peso de’ cibi è che lo stempera ed opprime. Mi appello al padre della medicina; l’astinenza, ei dice, è il balsamo che i corpi in questa corruzione mantiene incorrotti. La mensa parca, e povera non fu mai grave al corpo. E certo la medic’arte sempre, e da per tutto a chi è d’inferma salute la semplice frugalità comanda. Perché dunque se a questa legge si ubbidisce ci ribelliamo all’altra che vuol sanarci anche l’animo? Malati noi per la colpa risaniamoci colla penitenza. Molto più che l’abuso delle gravi carni mal digerite ci ridurrà infermi, dice l’Ecclesiastico, in multis escis erit infirmitas (1) ce ne verranno e veglie, e dolori, e fin’anche il temuto morbo asiatico, vigilia..... et tortura.... usque ad choleram (2) poiché per l’intemperanza de’ conviti molti morirono e muojono, propter crapulam multi obierunt (3), ma per la prescritta astinenza da cibi no, si prolungano anzi la vita, conchiude lo Spirito Santo, qui autem abstinens est adiiciet vitam (4).

Ma si patisce obbedendo al precetto del digiuno! Ed io ripiglio, è appunto intenzione della Chiesa che si patisca alcun poco col digiuno e l’astinenza; dunque il fine ch’ella si è proposto nel suo precetto non potrà mai divenir ragione che ve ne dispensi. Oltre di che se le ragioni, che voi recate di logora sanità e deboli forze, fossero la conseguenza de’ vostri voluttuosi piaceri, potrebbe mai divenir giusto titolo che vi assolvesse dalla penitenza ciò che ve la rende anzi più necessaria? E poi le scuse, che vi fanno violare la legge, vi fanno mai astenere dai solazzi profani? Ah [p. 8 modifica]dunque per servire al mondo ed ai vostri capricci siete robusti, siete anzi instancabili nelle vie del peccato; e poi tutto vi spiace, tutto vi è grave quando si tratta di obbedire alla Chiesa? Ma che vi comanda poi finalmente la Chiesa? Ciò, che Gesù Cristo medesimo ha comandato, dice il Grisostomo, perché il Signore stabilì la Quaresima, Sanctam Quadragesimam Dominus consecravit: ciò che hanno decretato gli Apostoli insieme uniti, congregati sanxerunt quadraginta dies jejunii; ciò che quindi fino dal primo secolo ordinò S. Ignazio martire ai fedeli, perché la prescrizione del digiuno quaresimale è tanto antica quanto la Chiesa medesima; ciò che dal Concilio di Nicea fino a quello di Trento, e da quell’epoca sino alla nostra si è sempre prescritto solennemente e dai veri fedeli sempre osservato; ciò infine che non si può violare senza grave colpa (quando cause legittime dalla Chiesa riconosciute non ci dispensino) poiché, come insegnano i Santi Ambrogio ed Agostino, digiunare fra l’anno è rimedio dell’anima, non digiunare in quaresima è peccato.

Credete forse lieve colpa la violazione dei precetti Ecclesiastici? Udite Tertulliano. Violare arditamente le leggi della Chiesa è una specie di apostasia dal Vangelo: poiché posto che si rigettino i suoi comandi, che importa che ciò si faccia per timore dei castighi come un tempo, o per amore di mollezza come adesso? Anzi peggio per gola e mollezza: perché s’era apostata chi ricusava di morire per Iddio, nol sarà chi sdegna di vivere per lui obbedendo a leggi sì miti? La trasgressione dei precetti Ecclesiastici siccome prende di mira l’autorità della Chiesa, così fa dubitare a buon dritto se si abbia più quella religione, di cui la Chiesa è maestra e custode.

Conservate nel cuore la religione, benché non la palesiate al di fuori? Ma la Chiesa Cattolica non riconosce per figli se non quelli da’ quali è pubblicamente riconosciuta per madre colla esteriore osservanza delle sue leggi; e questo esterno culto e questa pubblica obbedienza, dice S. [p. 9 modifica]Tommaso costituiscono così essenzialmente la sostanza della religione, che una religione la quale non fosse visibile sarebbe nulla perché di nessuna pubblica gloria per Iddio, di nessuna sudditanza per la sua Chiesa.

Ma dunque se così grave colpa è la violazione de’ precetti Ecclesiastici, ed è così comune, e perché soffre e tace la Chiesa? Ah! non è che taccia. Geme ella e sospira in segreto: parla anche, grida, esorta, minaccia dagli altari, dai pergami: ma sospende i castighi e tratta gl’ingrati figli più che da sovrana da madre; la quale, dice un gran Vescovo, se veda il figlio sull’orlo d’un precipizio dalle forti grida si astiene e dalle sonanti minacce per timore che non vi cada giù capovolto, e si contenta di trarlo dall’imminente pericolo richiamandolo a se colle dolci parole e coi doni. Non vogliate dunque abusarvi della bontà di tanta madre.

Ci sovvenga che questa nostra carne ribelle peccò. Ci sovvenga che siamo nati dalle ferite dell’Uomo-Dio per noi crocifisso: ch’Ei cerca in noi l’imagine sua senza la quale non possiamo salvarci. E qual confronto mai vi sarebbe fra un Uomo-Dio coperto di piaghe, ed un Cristiano molle che cacciasse lungi da se ciò tutto che ha sembianza di patimento? Non vi sia però chi si disponga al digiuno colla intemperanza, e nell’ora al cibo concessa colla quantità, e squisitezza delle vivande riempia l’ingordo ventre così, che gli venga a noja il cibo medesimo. Non può condurre il vizio a virtù, bensì la semplice frugalità rende perfetto il digiuno. Spezialmente nelle ubertose felici colline e vigne di questa Diocesi, d’onde sì copioso e squisito si coglie dalle viti quel sugo, che colpì il buon Patriarca Noè d’una ebbrezza innocente perché involontaria, ma tuttavia lagrimata, e per Cam sorgente di maledizione, deh! non vogliate abusarne convertendo il dono in oltraggio del donatore, voi che ignorare non potete di quanti guai al corpo ed allo spirito sia cagione la stomachevole e stupida ubriacchezza. Togliete al corpo l’incentivo delle carni e [p. 10 modifica]del vino, dice S. Girolamo, e spento avrete la micidial fiamma della incontinenza. Non gli accordate nemmeno i piaceri, i passatempi, i conviti medesimi, che forse sarebbero da tollerarsi in altri tempi, ma no certo in Quaresima.... Ma che parlo io mai di così fatte privazioni, di digiuno perfetto, e di quaresimale astinenza ai molli figli del secolo? Nei poveri abituri, nelle faticose officine, fra le marre e gli aratri si trova quell’osservanza alla legge, che invano si cerca fra i grandi, ed i ricchi. I rigori della penitenza si osservano con più di austerità ed esattezza se li predichiamo agli infelici bisognosi del pane medesimo. Le giustizie dell’Altissimo si temono assai più se le pubblichiamo in poveri templi coperti di paglia; le verità terribili della Religion nostra si accolgono e meditan meglio se le annunziamo ai semplici abitatori delle povere ville. In una parola il digiuno si osserva di più da chi ne ha meno bisogno. Digiuna il Levita all’ombra dell’Altare, il Solitario nel deserto, il Regolare e la Vergine rinchiusi nel chiostro, il Sacerdote diviso fra lo zelo e la prece, la moglie virtuosa, o chiusa nel recinto di sua casa, o modello di pietà nel gran mondo; insomma i buoni, e timorati veri cristiani digiunano; ed oh potessi scoprirvi agli occhi qualche Palagio Reale, e alzando per poco quel velo di santa modestia che copre le virtù più eroiche, mostrarvi come nelle reggie si rispetti ed osservi austeramente il precetto ecclesiastico! E invece i dissipati amatori del secolo, schiavi della carne e de’ sensi, logori dal vizio, maceri dall’incontinenza crederanno non averne bisogno, mentre Gesù Cristo insegnò agli Apostoli, che la ribellione della carne non sì vince se non colla orazione, e il digiuno? Ah sì pur troppo! i trasgressori dei precetti Divini ed Ecclesiastici sono per lo più quegl’ingrati, che furono da Dio favoriti di sanità, di avvenenza, di ricchezza, d’ingegno, e di onori. Sappiate però, che Dio, alla gloria del quale voi che vi reputate grandi ed illuminati non siete punto più necessari che [p. 11 modifica]l’insetto più vile che striscia nella polvere, Dio non mira a’ vostri titoli, ma alla sua legge. Sappiate, che voi potrete bensì frangere le leggi della Chiesa, e frangendole perdervi; ma non potrete mai infermarne l’autorità e la forza, perché è immortale come il suo fondatore Gesù Cristo. Sappiate infine, che sanità, ricchezze, impieghi, onori, prosperità, vita, e morte tutto è in mano di Dio: e che siccome chi dispregia la Chiesa Cattolica ed i suoi precetti dispregia Dio stesso, così ne prende Egli medesimo le vendette; e spesso fa che colui che sdegnò l’astinenza ecclesiastica obbedisca poi all’astinenza medica (che il Signore nol voglia): che coloro i quali porgono occasione anche ai buoni di violare il precetto siano costretti poi ad ingollarsi troppo amare bevande (che il Cielo lo tolga): insomma che chi disprezzò il precetto quaresimale sia poi ridotto da malattie o disgrazie a mangiar magro per necessità osservando quaresima per tutto l’anno e fors’anco tutta la vita, il che Dio per sua misericordia non voglia permettere! Pur troppo quando Dio castiga tutti fanno da Ezechia lagrimosi, e basta un flagello pubblico perché le città diventino Ninivi convertite senza bisogno di Giona che predichi! Ma deh! non vogliamo provocar Dio a punirci per servirlo, perché hilarem datorem diligit Deus (5).

Spero, che a pochissimi potranno convenire queste mie parole, ed a nessuno i minacciati castighi. Molto più che mite assai è ormai reso il precetto della osservanza quaresimale, e che io nell’atto stesso di annunziarvi i giorni di penitenza, Vi annunzio pure la dispensa di una gran parte di quella mortificazione che ci è comandata. Il Regnante Sommo Pontefice GREGORIO XVI, che io supplicava a nome pure di questa Illustrissima Città, investito della gravità delle cause esposte accolse colla solita sua clemenza la fattagli istanza, e perciò:

In virtù del potere conferitomi dalla S. Sede, permetto a tutti i miei Diocesani (ed anche ai Regolari dell’uno e l’altro sesso non astretti da [p. 12 modifica]voto speciale) l’uso d’ogni sorta di carne nella imminente Quaresima, eccettuati peraltro il Mercoledì delle Ceneri (9 febbrajo), il Mercordì de’ quattro tempi (16 detto), la Vigilia di S. Giuseppe (18 marzo), tutti i Venerdì e Sabbati ed i quattro ultimi giorni della Settimana Santa; ne’ quali giorni però sull’esempio de’ miei Antecessori, conoscendone il bisogno, permetto l’uso delle ova e de’ latticinii, tranne il Venerdì Santo, nel quale in memoria della morte di N. S. Gesù Cristo non si potrà far uso che di soli cibi di rigoroso magro. Siccome poi i ministri dell’altare sono presso Dio i mediatori del popolo, come ci avverte fino dal primo giorno di Quaresima la Chiesa Santa colle parole del profeta Joele: inter vestibulum et altare plorabunt Sacerdotes ministri Domini, et dicent parce Domine, parce populo tuo; così, avendo il S. Padre rimesso al mio arbitrio ed alla mia coscienza la moderazione della Quaresima, prescrivo che tutto il mio Venerabile Clero, ed i Regolari dell’uno e l’altro sesso, e tutti del mio Venerando Seminario, oltre il Venerdì Santo comune a tutti, osservino con cibi di rigoroso magro anche tutti gli altri Venerdì di Quaresima, compensando così il Signore della indulgenza che si usa verso i secolari; ed esorto a fare io stesso anche le persone ritirate nelle Opere Pie, negli Ospizii, ne’ Conservatorj; accordando però ai Direttori Spirituali di ciascheduno la facoltà di permettere ai loro penitenti, che ne avessero vero bisogno, l’uso delle ova e de’ latticinj anche nei Venerdì eccettuati.

Sono inoltre da osservarsi le condizioni seguenti:

1° Prescrive il S. Padre, che si compensi l’accordato Indulto Apostolico con altre opere pie, fra le quali è ingiunta d’obbligo in ogni settimana di Quaresima una visita a quella Chiesa, che sarà da me designata. Perciò assegno agli abitanti di questa Città o la Chiesa Cattedrale, o quella di S. Secondo, o il Santuario della Madonna detta del Portone, o quello della Consolata, in ciascuna delle quali Chiese potranno adempire all’obbligo [p. 13 modifica]prescritto. Agli abitanti della Diocesi assegno la propria Chiesa Parrocchiale; e per chi ne fosse legittimamente impedito quella Chiesa, od Oratorio, o preghiera in casa che il Parroco, o Confessore crederà di prescrivere tanto in Città, che in Diocesi — Pei Regolari dell’uno e dell’altro sesso assegno la loro Chiesa, o coro interno; pei Cherici del venerando Seminario la Chiesa Cattedrale da visitarsi ogni Mercordì prima del passeggio pregandovi ivi tutti uniti per un quarto d’ora circa, e chiudendo la visita colla recita a coro del Miserere; per le persone poi ricoverate ne’ pii Ritiri, Conservatorj, ed Ospedali i particolari loro Oratorj (purchè vi si conservi il SS. Sacramento); ben inteso, che questa Visita settimanale, in cui si pregherà secondo l’intenzione del S. Padre, dee farsi oltre quella, che ne’ dì festivi è necessaria per ascoltare la Messa.

2° La dispensa accordata per la carne, ova, e latticinj nei giorni sopra indicati risguarda la sola astinenza, e non il digiuno, che resta di obbligo tutta la Quaresima, tranne le Domeniche.

3° La permissione delle carni, ova, e latticinj si limita all’unica comestione, non alla piccola colazione tollerata alla sera, che deve essere di cibi rigorosamente magri; nè sono permesse fuori di pranzo le bevande miste col latte; eccettuate pur qui le Domeniche.

4° È sempre rigorosamente proibita anche nelle Domeniche la promiscuità di carne, e pesce: la quale prescrizione, come l’altra di valersi della dispensa solo nell’unica comestione, dichiarò Benedetto XIV, che obbliga gravemente.

5° Finalmente si avverte, che chi fosse per giuste cause dispensato dall’obbligo dell’astinenza si guardi bene dal farsi complice della violazione del precetto riguardo agli altri di famiglia e i domestici, col pretesto, spesso suggerito dall’avarizia, del maggior dispendio: perchè in ogni caso non dee esserne giudice il Capo di famiglia, ma il Parroco, o Confessore, [p. 14 modifica]alla cui coscienza rimetto il giudizio. I medici poi, dice S. Carlo Borromeo, si rammentino di provvedere all’altrui sanità corporale in modo, che non si scordino di quella assai più importante dell’anima; e si guardino perciò dal non partecipare alle altrui colpe colla troppa facilità di permettere l’uso dei cibi proibiti a chi è impassibile in Carnevale, e subito malato in Quaresima.

Dopo tutto questo, o Dilettissimi, e che vi rimane dunque ormai più di quaresimale astinenza rispetto al pranzo? Nei Mercordì de’ quattro tempi, nei Venerdì e Sabbati di tutto l’anno è già proibito sempre l’uso della carne, e la Vigilia di S. Giuseppe cade quest’anno in Venerdì: dunque tre soli dì è proibita la carne in vigore della Quaresima, giacchè pegli altri è la legge universale di tutto l’anno. Tre soli dì invece di quaranta? Ed un solo dì di puro olio quale è il Venerdì Santo pei secolari, e gli altri Venerdì pei Sacerdoti, mentre dovrebbero esser tutti di rigoroso magro? Sì: il Regnante S. Pontefice piegandosi alle calamità dei tempi ci dispensa dal rigor primo del quaresimale digiuno: Iddio stesso che ci parla per bocca del Capo Supremo della sua Chiesa ci dispensa ed assolve; ma e Dio e il suo Vicario in terra ben a ragione esigono, che quanto è più reso mite il precetto e più volentieri e più esattamente si osservi.

Orsù dunque, o figli carissimi in Gesù Cristo, profittate di questo santo tempo accettevole. Sia questo come una decima che offerite a Dio per tutto l’anno, affinchè Ei ve lo accordi poi tutto pieno di prosperità, siccome io vel desidero, e prego ardentemente. Per molti di voi questa Quaresima sarà pur troppo l’ultima. La passata fu l’ultima per tre mila quattrocento circa de’ miei figli sparsi per tutta la Diocesi; e la imminente Quaresima per quanti sarà l’estrema?.... Ah prevenite adunque, ve ne scongiuro, l’irrevocabile sentenza del giudice eterno, profittando ora del perdono che vi offre da padre! Se le vostre membra furono pur troppo [p. 15 modifica]ministre di qualche colpa, come vi mostrava da principio, vi esorto ora sul fine colle parole di S. Paolo a convertirle in istromenti di opere buone, sicut exhibuistis membra vestra servire iniquitati, ita nunc exhibete membra vestra servire justitiae (6). Molto più che il vostro corpo è divenuto il tempio del S. Spirito, dacché il Redentore ne ha preso possesso co’ suoi Sacramenti, e le vostre membra sono perciò fatte membra di Gesù Cristo. Chiede Egli da’ vostri occhi le lagrime redentrici delle colpe, dalle vostre orecchie la docile attenzione alla sua parola, dalla vostra bocca la confessione delle colpe e la preghiera, dalle vostre mani le offerte e le opere di misericordia, dalle vostre ginocchia l’umile atteggiarsi per adorarlo, da’ vostri piedi l’obbedienza e lo zelo per la sua gloria ed il bene del prossimo, dal vostro corpo tutto mortificazione e penitenza. Poiché se peccato avesse solamente la gola basterebbe che sola essa digiunasse, dice S. Bernardo; ma peccato avendo anche le altre membra devono pur esse digiunare colla custodia dei sensi, mentre lo spirito dee digiunare colla fuga della colpa, nel che sta riposta la santità del digiuno.

Le ultime mie parole sieno dirette ai RR. Parrochi, Rettori d’anime, Confessori e Predicatori di questa Città e Diocesi. Alla mia coscienza fu rimessa dal S. Padre la facoltà dell’accordatovi Indulto. È dunque responsabile la coscienza mia per quella di circa 130 mila anime sparse in questa Diocesi affidata al mio pastorale governo?...... Buon Dio! che tremenda responsabilità non è la mia!!! Ma io la riverso in gran parte sopra le vostre coscienze, o Venerabili Parochi, e quanti siete Dispensatores mysteriorum Dei di questa Città e Diocesi. Vegliate voi per me, non cessate dall’esortare, e dal pregare. L’agnello che toglie i peccati del mondo viene a noi per essere immolato; disponete adunque i vostri popoli a preparargli l’ingresso nelle anime loro colla Confessione e Comunione Pasquale, a cui mira specialmente tutta la Quaresima. Stimolateli col vostro [p. 16 modifica]esempio alla cristiana mortificazione, perché confusio est Christum esurientem sartis praedicare corporibus, jejuniorumque doctrinam rubentes buccas, tumentiaque ora proferre, scrivea s. Girolamo a Nepoziano. Eccitateli a pregare del continuo pel S. Regnante Pontefice, pegli Augusti Nostri Sovrani, pei RR. Principi, per la vedova Regina Maria Cristina, ed anche per me. Non potendo io essere in mezzo di voi colla persona, siccome spero di farlo presto colla Visita Pastorale, vengo intanto collo scritto, vi chiamo in soccorso, vi prego ad aver compassione dell’anima mia e della vostra avendone per le anime alla vostra cura affidate, chiuderò colle parole dell’Apostolo S. Paolo: Absens autem confido in vobis (7). Morirebbe insieme col nascere questa mia lettera, benché lunga, se voi non la faceste vivere col vostro zelo pubblicandola al vostro popolo, e sopra tutto facendola osservare, Epistola nostra vos estis (8). La mia coscienza trema riflettendo a’ suoi obblighi, ma si conforta pensando a voi, spero autem et in conscientiis vestris (9).

Salutate invicem in osculo sancto. Gratia Domini Nostri Jesu Christi, et charitas Dei et communicatio Sancti Spiritus sit cum omnibus vobis. Amen (10).

(1) Eccl. 32 33.
(2) Ibidem.
(3) Eccl. 37. 34.
(4) Ibid. id.
(5) 2 Cor. 9. 7.
(6) ad Rom. 6. 19.
(7) 2 Cor. 10.
(8) Ibid. 23.
(9) Ibid. 28.
(10) Ibid. 13.

Asti dal Palazzo Vescovile li 30 Gennaio 1842.

+ FILIPPO VESCOVO.

Canonico Luigi Martini
Cancelliere Vescovile.




[p. 17 modifica]

Si leggerà questa mia Lettera Pastorale al popolo dai RR. Parrochi e dai Cappellani campestri nella prima Domenica dopo che sarà loro pervenuta. Così pure in tutte le Benedizioni che si daranno coll’Augustissimo Sacramento in qualunque Chiesa della Diocesi (eccettuate le feste di prima classe) si aggiungeranno, oltre al versetto Domine salvum fac Regem Nostrum Carolum Albertum, le seguenti orazioni:

Pro PapaDeus omnium Fidelium Pastor etc.
Pro EpiscopoOmnipotens sempiterne Deus, miserere etc.
Pro RegeQuæsumus omnipotens Deus etc.
Pro Civitate vel PopuloDefende quæsumus Domine etc.

Le quali orazioni mando a tutti stampate in un foglio a parte per comune comodità.