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debolezza, nè vi chiede se non ciò che potete dare. II precetto che vi pubblico è mal conosciuto, e pur troppo violato da molti. Non si trascuri però anche da me col tacerne: molto più che il Sommo Pontefice GREGORIO XVI nello accordarmi per la qualità dei cibi l’implorato Indulto Apostolico, che vi pubblicherò sul fine, m’incarica d’inculcarvi l’esatta osservanza del quaresimale Digiuno. Se ne mostri adunque la necessità e l’eccellenza, obbedendo ai comandi del Capo Supremo della Chiesa. Ai veri Cattolici non tornerà ciò, spero, nè discaro nè inutile. Che se ai falsi Cristiani spiacesse eziandio il discorso su tale precetto, io non avrò almeno il rimorso di averlo taciuto, e non avranno essi il pretesto di averlo ignorato.

Il digiuno è tanto antico, quanto il primo degli uomini. Qual fu infatti il primo comando, che diede Iddio ad Adamo? Non mangiare del frutto che ti proibisco, altrimenti morrai. Dunque nacque coll’uomo il digiuno, e col digiuno la Religione; giacchè il primo omaggio che volle Iddio per culto fu l’astinenza d’un cibo. Che se candido ancora per originale innocenza dovea l’uom digiunare, quanto più nol dovrà contaminato per colpa? Ah! se per gustare un frutto vietato, dice il Magno Gregorio, fummo discacciati dalla nostra patria, non ci possiam ritornare che astenendoci da cibi che ci sono egualmente proibiti. E fu veramente pietosa e provvida la istituzione divina del quaresimale digiuno, soggiunge Leone il Grande, affinchè con quaranta giorni di spirituale medicina e si purificassero le nostre menti, e se vi fossero colpe i casti digiuni ce le avessero a punire nel corpo. Che se per lo più esso è stromento di peccato, perchè non avremo noi a punirlo? E con qual nome posso io appellare questo corpo? Se io guardo alla sua forma, benchè non sia altro che fango vivo, pure ha tanto bella proporzione di parti, tanto bene intesa armonia del tutto, imagini nel sembiante sì belle, tempra nei colori così soave, atteg-