Elettra (Sofocle)/Quarto episodio

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Sofocle - Elettra (V secolo a.C.)
Traduzione dal greco di Ettore Romagnoli (1926)
Quarto episodio
Secondo stasimo Terzo stasimo
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Tragedie di Sofocle (Romagnoli) III-0072.png


Entrano Oreste e Pilade. Li seguono due servi,
recando un’urna funeraria.

oreste
È vero, o donne, ciò che udimmo, e guida
dove vogliam la via ch’ora battiamo?
corifea
La tua brama qual’è? Perché m’interroghi?
oreste
Da un pezzo chieggo dove abita Egisto.
corifea
Ci sei: chi t’informò, scevro è da biasimo.
oreste
A quei di casa, chi di voi potrebbe
significare il desïato arrivo
di me, dei miei compagni?

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corifea
Indica Elettra.
                                        Ove l’annunzio
il piú affine recar debba, costei.
oreste
Entra tu, dunque, o donna, e annunzia che
degli uomini Focesi Egisto cercano.
elettra
Misera me! Della notizia, forse,
che udimmo, i segni manifesti recano?
oreste
Non so qual sia questa notizia: il vecchio
Strofio1, a recar m’invia nuove d’Oreste.
elettra
Ospite, quali? Oh, che terror m’invade!
oreste
Di lui spento rechiam, come tu vedi,
in vaso breve, le rovine misere.
elettra
È questo, è questo, o me tapina; e chiaro
fra le tue mani, sembra, il peso veggo.

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oreste
Se forse i mali tu d’Oreste lagrimi,
quest’urna il corpo suo rinchiude, sappilo.
elettra
Ospite, se in quell’urna egli è nascosto,
alle mie mani, per i Numi, porgilo,
sí ch’io me stessa e insiem tutta la stirpe
pianga, e mi lagni sopra questa cenere.
oreste
Chiunque sia costei, l’urna porgetele:
non già per malvolere essa la chiede:
è degli amici alcuna, o consanguinea.
elettra
O del piú caro fra i mortali, o memori
dello spirto d’Oreste ultimi avanzi,
come lontano dalla speme ond’io
un giorno v’inviavo, ora vi accolgo!
Ché in queste man’ti stringo, e non sei nulla,
e dalla casa t’inviai che florido
eri, pargolo mio. Deh, cosí morta
io fossi, prima che in estranea terra
io ti mandassi, e con le mani mie
t’involassi da morte e ti salvassi!
Ché, quel di stesso spento allora, parte
avresti avuta del paterno avello.

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Or, dalla casa tua lontano, e profugo
su terra altrui, miseramente morto
lungi sei tu dalla sorella tua,
né con le mani mie, misera me,
io di lavacri t’onorai, né tolsi,
com’era giusto, il tuo misero peso
dalla vampa del fuoco: esequie avesti
da mani estranie, o misero; e sei qui,
a picciol vaso picciolo fardello.
Misera me, ché nulla mi giovarono
le cure antiche, che con dolce assidua
fatica io ti prestai: ché amico piú
alla madre che a me tu mai non fosti;
né delle ancelle alcuna aia, ma io
sorella tua sempre fui detta, ed aia.
Ed or, tutto è finito, in un sol giorno,
con la tua morte: al par d’una procella,
tutto hai rapito, e sei sparito. Il padre
è morto: spenta io son con te: lontano
sei tu defunto; e gl’inimici ridono,
e la madre non madre, è fuor di sé
per il piacer: ché tu segretamente
annunziar sovente mi facevi
che tu stesso a punirla un di verresti.
Ma tutto questo, il tuo Dèmone, il mio
Dèmone tristo m’ha rapito; e, invece
del carissimo aspetto, un’ombra vana,
vana cenere manda. Ahimè, ahimè!
Misero corpo, ahi, ahi,
per che miseri tramiti,
ahimè, diletto, muovi, e me distruggi!
Sí, mi distruggi, o consanguineo capo.
Entro quest’urna tua tu dunque accoglimi,

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nulla nel nulla, ch’io con te sotterra
abbia soggiorno, d’ora in poi. Quand’eri
sopra la terra, la tua stessa sorte
partecipai: morire adesso bramo,
priva non esser del sepolcro tuo:
poi ch’io non vedo che i defunti soffrano.
corifea
Nata sei d’un mortale, Elettra, pensaci,
e Oreste era un mortal: troppo non piangere:
noi tutti attende simile destino.
oreste
Ahimè, ahi, che dirò! Sono irretito.
A che discorsi mai posso rivolgermi?
Signoreggiar la lingua io piú non posso.
elettra
Qual cruccio è il tuo? Come a ciò dir t’induci?
oreste
Il tuo, dunque, d’Elettra è il chiaro viso?
elettra
È quello, sí, sebben misero fatto.
oreste
Ahimè, davvero questa sorte è misera!

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elettra
Forse, ospite, per me cosí tu gemi?
oreste
O di tue membra scempio infame ignobile!
elettra
Ospite, proprio me cosí commiseri?
oreste
O tua vita infelice e senza nozze!
elettra
Perché cosí mi guardi, ospite, e gemi?
oreste
Come dei mali miei nulla io sapevo!
elettra
E in quale dei miei detti appresi li hai?
oreste
Te da tanti dolor vedendo oppressa.

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elettra
Eppur, dei mali miei pochi tu vedi.
oreste
Come vederne piú di questi acerbi?
elettra
Quando con gli assassini io viver debbo.
oreste
Gli assassini di chi? Di chi mai parli?
elettra
Del padre. E serva loro a forza sono.
oreste
Chi ti costringe a questa servitú?
elettra
Madre si chiama; e in nulla a madre è simile.
oreste
Che fa? Di man t’offende, oppur t’ingiuria?

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elettra
E d’ingiurie, e di mani, e d’ogni male.
oreste
Né v’è chi li difenda, chi l’ostacoli?
elettra
No: quei che v’era, tu mel rechi in cenere.
oreste
Quanto a vederti io ti compiango, misera!
elettra
E il solo sei, finor, che mi compianga.
oreste
Perché solo io dei mali tuoi pur soffro.
elettra
Sei tu, d’onde che sia, mio consanguineo?
oreste
Risponderei, se queste amiche fossero2.

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elettra
Amiche sono: a fidi cuori parli.
oreste
Lascia quell’urna, e tutto apprenderai.
elettra
Ospite, a ciò, pei Numi, non costringermi!
oreste
Fa’ ciò ch’io dico, e tu non sbaglierai.
elettra
Non tòrmi ciò ch’ ho più caro, ti supplico!
oreste
Lasciartela non posso.
elettra
                                          Oh, per te misera
sarò, priva del tumulo d’Oreste.
oreste
Fauste parole di’: ché gemi a torto.

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elettra
Il fratello defunto a torto io gemo?
oreste
Tali parole a te mal si convengono.
elettra
A tal punto del morto io sono indegna?
oreste
No; ma quell’urna a te non appartiene.
elettra
Sí, se il corpo ch’io reggo è pur d’Oreste.
oreste
Tranne a parole, no, non è d’Oreste.
elettra
E dov’è mai la tomba di quel misero?
oreste
Non c’è: tombe di vivi non esistono.

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elettra
Figlio, che dici?
oreste
                                 Il vero, e tutto il vero.
elettra
Oreste è vivo?
oreste
                           Se pur vivo io sono.
elettra
Quello sei tu?
oreste
                           Questo sigillo3 guarda
del padre, e vedi s’io ti dico il vero.
elettra
Oh carissimo giorno!
oreste
                              E a me carissimo!

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elettra
Sua voce, or t’odo?
oreste
                                     Ad altri non lo chiedere.
elettra
T’ho fra le braccia?
oreste
                                      Ognor cosí tu m’abbia.
elettra
O mie concitadine, o dilettissime,
Oreste è qui, vedetelo: artifizio
fu la sua morte, ed artifizio il vivere.
coro
Vediamo, figlia; e per l’evento, lagrime
di gioia a me da le pupille stillano.


Tragedie di Sofocle (Romagnoli) III-0083.png
[p. 81 modifica]Tragedie di Sofocle (Romagnoli) III-0084.png


CANTO DALLA SCENA

elettra
Strofe
Deh, germine, deh germine
d’un uomo sopra ogni altro a me diletto;
tu riedi, ecco, alla patria
giungi, tu scorgi ogni bramato aspetto.
oreste
Son qui; ma tu serba il silenzio, adesso.
elettra
Perché?
oreste
Meglio è tacer, ché in casa alcun non oda.
elettra
Mai non sarà ch’io tema, per Artèmide
lo giuro, per la Dea vergine ognora.

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questo peso di femmine superfluo
su la nostra dimora.
oreste
Vedi che Marte in seno anche alle femmine
alberga; e tu lo sai, prova n’hai fatta.
elettra
Ahimè, ahi, ahi,
tu senza nube torni al pensier mio
l’origine del mal nostro, che farmaco,
non può trovar, né oblio.
oreste
Questo anche so; ma ricordarlo quando
il momento consigli a noi conviene.
elettra
Antistrofe
Ogni attimo è propizio,
ogni attimo per me, che tutto io dica
com’è giusto: ché libero
avere il labbro mio, fu gran fatica.
oreste
Di certo; e dunque, libero conservalo.

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elettra
Che devo fare?
oreste
Non parlar troppo, anzi che il punto giunga.
elettra
Poi che apparso tu sei, chi mai reprimere
la parola potrebbe, e restar muto,
quando tu, senza prevederti o attenderti,
sei pur fra noi venuto?
oreste
Si, mi vedi che i Numi qui mi spinsero.
.     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     .     
elettra
Dici una grazia
piú grande ancor, se tu dici che a queste
case un dei Numi t’inviò: lo reputo
miracolo celeste.
oreste
La tua gioia a frenare esito, e insieme
temo che troppo tu vinta ne sia.

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elettra
Epodo
O tu che, dopo sí lungo tempo,
su dilettissimo tramite appari,
trista vedendomi così, non togliermi....
oreste
Che mai?
elettra
                La gioia
di veder te, ch’io rinunciarvi debba.
oreste
Quando altri lo volesse, io n’avrei cruccio.
elettra
Consenti?
oreste
                  E come no?
elettra
Care, la voce ho udita, che udir piú non speravo.
Muta, quando l’udii, dovei comprimere
l’émpito, senza pur grido, misera.
Ora, accanto mi sei
il tuo viso m’apparve dilettissimo;
né io, pur fra gli spasimi, obliarlo potrei.


[p. 85 modifica]Tragedie di Sofocle (Romagnoli) III-0088.png


oreste
Lascia il soverchio dei discorsi: quanto
trista è la madre non mi dir, né come
della casa patema Egisto i beni
tutti inabissa, dissipa e profonde:
rapir tali discorsi ci potrebbero
il momento opportuno. Or quello insegnami
che a quest’ora conviene: ove possiamo
col nostro arrivo, o palesi, o nascosti,
fiaccare il riso dei nostri nemici.
E cosi, fa’ che quando entrati noi
saremo in casa, pel tuo viso lieto
non sospetti la madre: il pianto fingi,
per l’infinta sciagura. Allor che l’esito
ci arriderà, la tua gioia mostrare
allor potrai, liberamente ridere.
elettra
Quello che piace a te, fratello mio,
anche a me piacerà: da te provengono
queste gioie ch’io godo, e non son mie.
Né se dovessi, anche di poco, affliggerti,

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vorrei per me guadagno grande: al Dèmone
renderei che ci assiste, un mal servigio.
So quel che dentro avviene: e come no?
Udii ch’Egisto non è in casa, e che
la madre c’è: né tu creder che mai
il volto mio brillar vegga d’un riso:
ché l’odio antico m’ha perfusa. Ed ora
che t’ho veduto, io mai non cesserò
ch’io non pianga di gioia. E come mai
cessar, se vivo e morto a un punto giungere
io t’ho visto? Compiuto hai l’incredibile:
si, che se vivo il padre ora giungesse,
noi crederei prodigio, e agli occhi miei
presterei fede. Ed or che tu compiuto
hai tal viaggio, come il cuor ti dice
opera: ché da sola, io non avrei
fallita o l’una o l’altra mira: o bella
salvezza avrei trovata, o morte bella.
oreste
Taci, ti dico: alcuno della casa
odo appressarsi all’uscio.
elettra
                                        Ospiti, entrate,
massime quando voi tale un oggetto
recate, che nessun vorrà respingerlo
di questa casa, e niuno lieto accoglierlo.
Entra l’aio.

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aio
O stolti al sommo, orbi di mente, dunque
nessun pensiero della vita avete,
O in voi non è verun criterio ingenito,
che, non presso ai pericoli, ma già
siete in mezzo ai pericoli, e grandissimi,
e non ve n’accorgete? Ov’io non fossi
stato da tempo in questi luoghi a guardia,
prima di voi dentro la reggia entravano
i propositi vostri. A ciò riparo
pose il mio prevedere. Ai gran discorsi
fine si ponga adesso, a questo grido
di gioia insaziato. Entro movete:
qualunque indugio, in simili frangenti
è male: e questo è di finire il punto.
oreste
Che cosa troverò, quando entrerò?
aio
Tutto bene: niun v’è che ti conosca.
oreste
Desti l’annunzio ch’ero morto, sembra.
aio
Sei per essi uno spirito dell’Ade.

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oreste
E s’allegran di questo? O che mai dicono?
aio
Lo saprai dopo i fatti. Or quanto essi oprano,
anche se non è bene, a ben riesce.
elettra
Fratel, chi è costui? Ti prego, dimmelo.
oreste
Non l’affiguri?
elettra
                             A mente non mi torna.
oreste
Non sai quegli che un giorno da te m’ebbe?
elettra
Quale? Che dici?
oreste
                               Quei che mi condusse,
per la tua previggenza, al pian di Fòcide.

[p. 89 modifica]

Questi è colui che quando il padre cadde
io solo ritrovai fido fra tanti?
oreste
Questi è colui: non dimandar più oltre.
elettra
O carissima luce, o salvatore
solo tu della casa d’Agamènnone,
come sei giunto? Oh, sei tu proprio quegli
che da tanti travagli e questo e me
salvi rendesti? O mani dilettissime,
o dei tuoi piedi ufficio soavissimo,
come, con me da tanto tempo essendo
restavi occulto, e a me non ti mostravi,
ed a parole m’uccidevi, quando
conscio di fatti eri per me dolcissimi?
Padre, salute, ché vedere un padre
mi sembra in te, salute. E sappi che
in un sol giorno tu per me sei stato
il più odioso e il più caro degli uomini.
aio
Mi par che basti: a dir quello che avvenne
in questo mezzo, assai si volgeranno
notti, assai giorni, e tutto, Elettra, a te
manifesto faranno. Ora, a voi due
dico che questo è d’operare il punto.
Or Clitemnestra è sola, ora non c’è

[p. 90 modifica]

in casa uomo veruno. Ove indugiaste,
badate che con questi, ed altri assai
da piú di questi, converrà combattere.
La nostra impresa, gran discorsi, o Pilade,
non chiede già, ma quanto prima entrare,
e dei Numi adorar le sacre immagini,
prima, che in queste soglie hanno dimora.

Oreste e Pilade, fatto dinanzi ai simulacri il saluto dei supplici,
entrano nella reggia.


elettra
Apollo re, benignamente ascoltali,
e me con essi, che a te innanzi spesso,
colme le man di ciò che avevo, stetti.
Ora, per quanto posso, o Licio Apollo,
ti scongiuro, ti supplico, t’invoco;
soccorritore a noi sii tu benevolo
in questa nostra lotta, e mostra agli uomini
quali premii all’empiezza i Numi accordano.
Entra nella reggia.


Tragedie di Sofocle (Romagnoli) III-0093.png

Note

  1. [p. 249 modifica]Strofio è il fratello di Fanoteo; cfr. p. 11, v. 52.
  2. [p. 249 modifica]Se queste ecc.; allude, accennando, alle donne che compongono il coro.
  3. [p. 249 modifica]Il sigillo è l’anello di Agamennone, dato da Elettra ad Oreste, quando lo mandò presso Strofio.