Chi l'ha detto?/Parte prima/52

Parte prima - § 52. Parlare, tacere

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§ 52.

Parlare, tacere




Il linguaggio è il dono più sublime che gli dei potessero fare agli uomini, ma non a tutto arriva, e vi sono cose e sentimenti che la parola è incapace a descrivere. Ciò affermava anche Dante là dove disse:

1100.   Trasumanar significar per verba
     Non si potria.

(Paradiso, c. I, v. 70-71).

cioè che il linguaggio umano non è sufficiente a descrivere quel che prova chi trasumana, ossia diventa più che umano, si avvicina alla divinità.

Oltre le cose che non si possono o meglio che non si sanno dire, vi sono quelle che non si devono dire. Per esempio lo stesso poeta ci ammonisce che:

1101.   Sempre a quel ver c’ha faccia di menzogna
     Dee l’uom chiuderle labbra fin ch’ei puote,
     Però che sanza colpa fa vergogna.

(Inferno, c. XVI, v. 124.126).

ed altrove che ci sono cose delle quali:

1102.   Più è tacer, che ragionare, onesto.

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oppure, com’egli stesso altrove aveva detto:

1103.   ....Cose che il tacere è bello.

(Inferno, c. IV, v. 104).

Tace Dante in questo secondo passo per modestia, poichè erano discorsi in sua lode, come nel primo aveva taciuto per non fare le lodi de’ suoi maggiori, ma Francesco D’Ovidio in un articolo nella Biblioteca delle Scuole Italiane, 16 febbraio 1892, p. 145-149, sostiene invece che queste e simiglianti frasi dantesche denotino semplicemente delle preterizioni per amore di brevità; altrove (Purg., c. XXV, v. 43-44) disse, certamente per altra ragione, cioè per onestà del linguaggio:}}

                              .... ov’è più bello
               Tacer che dire.

Infatti l’uomo di onesti costumi non si permetterà mai un linguaggio sconveniente, memore del detto:

1104.   Imago animi sermo est: qualis vita, talis oratio.1

che è nel trattatello De moribus d’incerto autore, ma in alcune antiche edizioni falsamente assegnato a Seneca; vedi P. Syri Sententiae, ad fidem codd. optim, primum recensuit E. Wölfflin. Accedit incerti auctoris liber qui vulgo dicitur de moribus (Lips., Teubner, 1869), al n. 72-73. La sentenza stessa si trova pure interpolata in qualche edizione dei Mimi di Publilio Siro e la sola seconda parte in qualche testo è attribuita a Socrate.

Tuttavia certe cose che male si dicono in volgare, qualche volta si usa dirle, per rispetto alle caste orecchie, in latino, poichè:

1105.   Le latin dans les mots brave l’honnêteté.2

Come dice Nicola Boileau (L’Art poétique, ch. II, v. 1751) che soggiunge:

Mais le lecteur français veut être respecté.

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La ragione per la quale la lingua latina si permette delle arditezze che in volgare non si oserebbero, è non tanto perchè il latino è la lingua dei dotti, quanto più semplicemente perchè sono in minor numero coloro che lo capiscono. Sotto questo aspetto, se si desse ascolto al parere del famoso Marchese Colombi, la geniale creazione di Paolo Ferrari, il quale lodava Vienna perchè non vi si fanno satire anonime,

1106.   O le fanno in tedesco, e allor chi le capisce?

(P. Ferrari, La Satira e Parini, a. II. sc. 4).

certe cose si potrebbero anche dire.... in tedesco.

Ovvero, qualcuno che non ha il coraggio di dirle, osa scriverle; anche Cicerone scriveva all’amico, l’istoriografo Lucceio, pregandolo di scrivere un libro sulle sue gesta:

1107.   Epistola enim non erubescit.3

(Ad familiares, lib. V, ep. 12, 1).

Veramente vi sono delle brutte cose che non si dovrebbero nè dire nè scrivere, specialmente ove possa udirle o leggerle chi può trarne occasione di scandalo, donne o fanciulli; ma a proposito di queste orecchie troppo facilmente scandalizzabili, cade in acconcio ricordare una spiritosa uscita di uno dei più geniali fra i nostri scrittori, alla quale, se pure non è molto citata ne’ suoi termini precisi, si fa assai di frequente allusione; e appunto per questo non e male di ricordarla qui esattamente. Ferdinando Martini, non ancora ministro nè governatore dell’Eritrea, scrivendo nel 1873 con lo pseudonimo di Fantasio sulle colonne del Fanfulla, lodò l’Eva, romanzo del Verga, che altri trovavano piuttosto immorale; e poichè un padre di famiglia gli scrisse lagnandosi del suo giudizio troppo benevolo, che avrebbe potuto indurlo a concedere la lettura di quel romanzo alla sua figliuola, ragazza di sedici anni, il Martini nell’articolo successivo scriveva: «Tutte le volte che un romanziere o un commediografo pigliano a trattare un argomento un tantino scabroso, non si sente che ripetere da ogni parte: — Le ragazze! le ragazze!... — [p. 366 modifica]

1108.   Benedette figliuole! non veggo l’ora che si maritino!»

(Fantasio, Fra un sigaro e l’altro, pag. 173).

Nè basta di non dire ciò che non va detto, bisogna anche non dir troppo. Il ciel vi guardi dai chiacchieroni, dai parolai! Intanto essi cominciano con l’essere noiosi, poichè:

1109.   Le secret d’ennuyer est celui de tout dire.4

(Voltaire, Discorsi, 6).

e l’abile oratore come l’abile scrittore sanno trovare dei veri effetti rettorici tacendo a proposito ciò che va taciuto, o lasciato indovinare a chi legge od ascolta, tanto più che, come dice il volgare proverbio, a buon intenditor poche parole, ovvero come dice Plauto:

1110.   Dictum sapienti sat est.5

(Persa, a. IV, sc. 7, v. 729).

ed ugualmente Terenzio nel Formione, v. 541 (pare fosse proverbio anche presso gli antichi Romani, cfr. Otto, Röm. Sprichw., n. 525). Il parolaio annoia pure perchè divaga di palo in frasca, facendo come:

1111.                        .... L’ abate Cancellieri
Che principiava dal caval di Troia
E finìa colle molle pe’ brachieri.

Così Gius. Giovacchino Belli piacevoleggia in una Epistola in terza rima intitolata A Cesare Masini pittore e poeta (nei Versi inediti di G. B. Belli romano, Lucca, 1843, pag. 88); e di questa sua facezia pare che il Belli si compiacesse, perchè la ripete in una nota a un sonetto del 15 gennaio 1835 (L’anima del cursoretto apostolico) in questa forma: «governandosi in ciò come la buona memoria del ch.simo Francesco Cancellieri, il quale cominciava a parlare di ravanelli, e poi di ravanello in carota e di carota in melanzana, finiva con l’incendio di Troia.» [p. 367 modifica]

E poi il cicaleccio, erudito o no, di codesta noiosa genìa, è desso sempre innocente? Ne dubito assai, e prima di me ne dubitava il saggissimo Salomone, il quale pensava che:

1112.   In multiloquio non deerit peccatum.6

(S. Bibbia, Libro dei Proverbi, cap. V, vers. 19).

Comunque, fosse pure il colloquio più onesto, benigno ed innocente del mondo, avrebbe sempre il gravissimo torto di far perdere quel tempo, che potrebbe essere più utilmente impiegato in mille faccende di maggior momento. Tenesse sempre presente il ciarliero la sentenza di Ovidio:

1113.   Dum loquor, hora fugit.7

(Amores, i. el. xi, v. 15).

o anche le parole di Orazio nelle Odi (I, XI, 7-8):

          Dum loquimur, fugerit invida
          Ætas.

Non di rado ai danni del tempo perduto si uniscono anche altri pericoli:

1114.   Rumores fuge.8

dice nel libro I, dist. 12, dei Disticha de moribus, Dionisio Catone; ma il motto intiero suona così:

          Rumorem fuge, ne incipias novus auctor haberi:
          Nam nulli tacuisse nocet, nocet esse locutum.

Donde si vede che citando, come si fa comunemente, le due prime parole sole nel significato di fuggire i tumulti, ecc., si travisa il concetto dello scrittore, il quale invece raccomanda di fuggire le ciarle pee non incorrere nel pericolo di essere tenuto autore di qualche maldicenza. Inoltre l’autore di esse nulla ha che fare con Catone Censore o coll’Uticense, cui la voce pubblica le ascrive. [p. 368 modifica]

Quante volte, dopo un imprudente discorso, nel quale non si fece debita attenzione al precetto oraziano:

1115.   Quid, de quoque viro et cui dicas, sæpe videto. 9

(Orazio, Epistole, lib. I, epist. 18, v. 68).

vorremmo poter ritirare le parole sfuggite in un momento d’irriflessione, ma il tardo pentimento non giova:

1116.   Nescit vox missa reverti. 10

(Orazio, Arte poetica, v. 390 ).

e il medesimo autore, altrove:

1117.   Et semel emissum, volat irrevocabile verbum. 11

(Epist., lib. I, ep. 18, v. 71 ).

ovvero, come più prolissamente cantò il Metastasio:

1118.         Voce dal sen fuggita
        Poi richiamar non vale;
        Non si trattien lo strale,
        Quando dall'arco uscì.

('Ipermestra, a. II, sc. I.).

Se il segreto che hai sul cuore ti pesa tanto che senti il bisogno di confidarlo ad alcuno, e non ti sembra sfogo sufficiente quello del barbiere del Re Mida che raccontò la vergogna del suo principe alla terra (benchè egli pure ebbe a pentirsene, secondo che narra la leggenda), segui almeno il consiglio contenuto in quell’epigramma del Pananti:

1119.   A chi un segreto? Ad un bugiardo o a un muto.
Questi non parla e quei non è creduto.

L’Alighieri, cui dobbiamo la nota perifrasi per indicare l’organo del linguaggio: [p. 369 modifica]

1120.   Se quella, con ch’io parlo, non si secca.

ha pure tre versi, che si applicano per iperbole a indicare ogni insieme disarmonico e tumultuoso di voci:

1121.   Diverse lingue, orribili favelle.
     Parole di dolore, accenti d’ira.
     Voci alte e fioche, e suon di man con elle.

(Inferno, c. III. v. 25-27).

Bellissima cosa è quella di saper parlare a tempo e con sobrietà, e giustamente la loda il saggio Salomone:

1122.   Mala aurea in lectis argenteis, qui loquitur verbum in tempore suo.12

(Proverbi di Salomone, cap. XXV, v. 11).

ma in ogni modo, secondo la costante opinione dei filosofi, nonchè dei proverbi, che sono la voce del popolo, il filosofo per eccellenza, il silenzio è sempre preferibile alla parola, per quanto non manchino le occasioni in cui il silenzio è equivoco e pericoloso. Così un altro proverbio dice che chi tace acconsente, ma esso deriva nientemeno che da un testo di diritto canonico, una decretale di Bonifacio viii (lib. V. tit. 12, reg. 43), del seguente tenore:

1123.   Qui tacet, consentire videtur.13

cui si può mettere a riscontro l’altro testo:

1124.   Volenti non fit injuria.14

paremìa giuridica tratta da un testo di Ulpiano vissuto circa l’a. 200 di C.): «nulla injuria est quae in volentem fiat». Lib. 56 ad Edict. (Dig., lib. 47, tit. 10, 1, § 5). [p. 370 modifica] In luogo del testo di Bonifacio VIII, ricordato or ora, si possono usare le parole di Dante Alighieri:

1125.   Consentire è confessare.

il quale nel Convivio così scrisse: « .... conciossiacosachè ’l consentire è un confessare, villanìa fa chi loda o chi biasima dinanzi al viso alcuno; perchè nè consentire nè negare puote lo così estimato sanza cadere in colpa di lodarsi o di biasimarsi» (tratt. I, cap. II, ed. Barbèra, 1919, pag. 267).

Il muto assentimento di chi tace è anche espresso in due distinti pensieri del Metastasio, cioè:

1126.   Si spiega assai chi s’arrossisce e tace.

(L’Amor prigioniero; nella ediz. di Parigi, 1780-82, to. II, pag. 423).

1127.   ....Un bel tacer talvolta
Ogni dotto parlar vince d’assai.

(La strada della gloria, sogno, nella ediz. cit., to. VIII, pag. 321).

Se vuoi imporre altrui silenzio e trovi comodo di farglielo intendere in musica, puoi valerti delle parole del Barbiere di Siviglia, il melodramma di Cesare Sterbini, musicato da Rossini (a. I, sc. 1):

1128.                        Piano, pianissimo
                         Senza parlar.

e se queste ti paion poco energiche, di’ addirittura come il Duca Alfonso alla moglie nel celebre terzetto della Lucrezia Borgia, melodramma di Felice Romani, musica di Donizetti (a. I, sce. 7):

1129.              Guai se ti sfugge un motto,
               Se ti tradisce un detto!

1130.   Tacete e rispondete.

Così ordina il capitano Terremoto al tamburo Batocio nel Caporale di settimana di Paulo Fambri (a. III, sc. 9). E poco più innanzi nella scena medesima gli aveva detto: [p. 371 modifica]

— Statemi ad ascoltare e parlate sincero. —

Cui Batocio fra sè ribatteva:

— Come gogio da far mo mi, a ascoltar e parlar tuto in una volta? —

Un’altra, della medesima conia, è questa amenissima riflessione di uno scimunito:

1131.   .... Il modo più bello, secondo il mio parere,
Di serbare il silenzio, è quello di tacere.

ed il parere era, come sappiamo, quello del Marchese Colombi (P. Ferrari, La Satira e Parini, a. V, sc. 6).

In Virgilio (Eneide, lib. X, v. 63-64) troviamo l’apostrofe di chi a malincuore è tratto dal suo silenzio:

1132.   .... Quid me alta silentia cogis
Rumpere?15

e un’altra frase, ancor più celebre, che descrive il silenzio di una moltitudine che pende dalla bocca di chi sta per parlare:

1133.   Conticuere omnes, intentique ora tenebant.16

(Eneide, lib. II. v. 1).

ed in un altro poeta, non meno grande, le terribili parole, le ultime che dice Amleto:

1134.   The rest is silence.17

(Shakespeare, Hamlet, a. V. sc. 2).
  1. 1104.   Il linguaggio è lo specchio dell’anima: qual’è la vita, tale il parlare.
  2. 1105.   Il latino nelle parole sfida il pudore.
  3. 1107.   Infatti lo scritto non diventa rosso.
  4. 1109.   Il segreto per annoiare è quello di dir tutto.
  5. 1110.   Al saggio basta una parola sola.
  6. 1112.   Le molte ciarle non possono essere tutte innocenti.
  7. 1113.   Mentre parlo, l’ora fugge.
  8. 1114.   Fuggi i rumori.
  9. 1115.   Che cosa dici, di chi e con chi, considera di frequente.
  10. 1116.   La parola detta non sa tornare indietro.
  11. 1117.   E la parola, una volta detta, sen vola via irrevocabilmente.
  12. 1122.   La parola detta a tempo è come i pomi di oro ad un letto d’argento (intendi alle colonne del letto).
  13. 1123.   Chi tace, sembra acconsentire.
  14. 1124.   Non si fa ingiuria a chi vuole (cioè a chi accetta l’atto ingiurioso).
  15. 1132.   Perchè mi obblighi a rompere il mio profondo silenzio?
  16. 1133.   Tutti si tacquero, e intenti tenevano i volti.
  17. 1134.   Il resto è silenzio.