Sui monti, nel cielo e nel mare/La Montagna dalle folgori/Fra le nevi del Kozliak

Fra le nevi del Kozliak

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FRA LE NEVI DEL KOZLIAK

Marzo.

Per salire alle creste del Monte Nero, poco sotto alla sella Kozliak (l’avvallatura che nella lontananza figura il cavo delle ciglia nel gigantesco profilo cesareo della montagna) il sentiero attraversava due canaloni. Era tracciato di sbieco nel loro pendìo vertiginoso, e solidi parapetti, fatti con tronchi di pino, lo bordavano dal lato del precipizio. Ora i tronchi di pino emergono qua e là dalla neve in fondo al declivio, trascinati laggiù dalle valanghe, come del legname ammucchiato confusamente da una piena, e il sentiero è scomparso sotto a strati inverosimili di ghiaccio. Si ascende sulla molle superficie scoscesa del nevaio, cinque o sei metri più in alto del solido terreno.

Delle zolle bianche si distaccano ad ogni passo e rotolano giù, leggere, soffici, senza rumore. Non si osa quasi seguire con lo sguardo la loro caduta nel baratro bianco, lungo il grande piano inclinato che pare senza fine, che sfuma e si perde in ombre azzurrastre di nevi e in cineree brume di selve lontane. Si va silenziosi, raccolti, lentamente, attenti a porre [p. 158 modifica] solidamente il piede sulle orme lasciate da chi precede, istintivamente appoggiati al lato alto del pendìo, pronti ad aggrapparsi, sentendo una minaccia costante e vaga salire dal vuoto.

Non si ode che lo scricchiolìo sottile e regolare delle graffie affibbiate alla scarpa, che penetrano nel gelo con un cigolare sommesso come di sughero tagliato, lo strisciare delle piccozze sulla parete di neve, l’ansimare dei petti. Di tanto in tanto una breve fermata; risuonano colpi di piccozza che tagliano gradini. «Manca molto?» — «No, a momenti siamo fuori!» — Le voci hanno una risonanza strana nel silenzio gelato.

Sono passaggi brevi, ma che hanno fatto forse più vittime del cannone. È qui che il varco s’interrompe ad ogni nevicata e ad ogni tormenta. La neve fresca e polverosa, ammucchiata nei canaloni, scivola sugli spessori compressi e duri delle vecchie nevi, e si scoscende e frana fino ai valloni, livellando, cancellando, travolgendo tutto.


La vera valanga è rara, la valanga classica, il batuffolo che si distacca dai vertici, che raccoglie neve, che fa massa precipitando, per diventare il centro di una mole spaventosa, bianca e rombante. Sul Monte Nero è invece un continuo pattinare di strati, uno slittamento di superfici. Lungo i greti, nelle spaccature, nei canaloni, di tanto in tanto, la neve [p. 159 modifica] ammassata si mette in moto, con la lentezza di un varo; subito accelera la sua corsa, forma come una fiumana dai bordi in tumulto, scorre fra turbini di nevischio; poi si scompone, precipita, ha l’impeto e la maestà di un torrente in piena; sempre più rapida, si allunga, si allarga, è una cateratta di candori, veemente, pesante, che manda un rumore cupo, vasto, strisciante, sordo e come felpato. Ad un tratto essa si raccoglie, si gonfia e si calma. Arrivata nel fondo oscuro di qualche valloncello, tutta quella violenza si fissa. Fra schianti di alberi divelti che gesticolano ai limiti della valanga, appare una confusione di onde subitamente immobili, una tempesta ferma, marmorea, silenziosa, che qualche volta è una grande tomba.

Gli alpini più esperti, afferrati dalla valanga si salvano gesticolando con furore, muovendo braccia e gambe energicamente alla guisa dei nuotatori in un gorgo. Riescono così a tenersi a galla nella neve in moto, che è fluida, e se non incontrano salti di roccia arrivano in fondo incolumi. Guai a chi è sepolto, sia pure di qualche palmo. Egli è vivo, potrebbe spesso liberarsi con poche bracciate, ma nel travolgimento ha perduto il senso dell’alto e del basso; è disorientato dalla illusione terribile di trovarsi sempre eretto, qualunque posizione abbia assunto il suo corpo nella neve, di avere il cielo sul capo; e sovente, mentre crede confusamente di salire, affonda [p. 160 modifica] scavando, si allontana dalla vita, allarga la sua sepoltura.

La valanga è la difesa suprema delle altitudini contro l’uomo, il contrassalto delle vette, la rivincita formidabile della montagna. Dopo gli immensi sforzi della organizzazione, del lavoro, della volontà, dopo i sacrifici costanti degli eserciti per alimentare la guerra sulle cime, si arriva nei lunghi mesi dell’inverno ad una paurosa ed ineluttabile violenza massacratrice, demolitrice, annientatrice della natura, e bisogna passare. Bisogna passare nel cataclisma bianco. Bisogna passare nel crollo immane dei ghiacci. Non si può far niente, niente altro che passare. Una carovana è sepolta, un’altra sale. Mentre centinaia di uomini lavorano ai salvataggi, inerpicati fra le scabrosità degli ammassamenti caduti, il transito riprende. L’essenziale è che lassù alle trincee si viva. I varchi sono obbligati, non si devia, si è condotti fatalmente sotto al pericolo. Quando si vedono lontano le lente, minute processioni di soldati intraprendere la traversata delle zone mortali, si sente che qualche cosa di grande si compie. Si ha l’impressione di una specie di sfida favolosa e solenne, e quella fila di puntini che si muovono lungo la parete bianca, assume improvvisamente nella nostra emozione la imperiosa possanza del suo coraggio, una forza e una freddezza che si contrappongono alla minaccia mostruosa del monte. [p. 161 modifica]

Sul Monte Nero le valanghe hanno un breve corso; scendono senza troppa violenza; trascinano, malmenano, ma fanno relativamente pochi morti. Non è così sul resto della fronte montuosa, cioè sui tre quarti della nostra fronte di guerra. Nel Trentino, nel Tirolo, in Cadore, in Carnia, durante certe giornate nevose di febbraio e di marzo, si segnalavano decine e decine di valanghe. Le notizie erano piene di una concitazione di combattimento. La neve assaliva da tutte le parti; da ora in ora si annunziavano le sue sorprese, i suoi colpi di mano, i suoi misfatti. Urgevano ovunque rinforzi: squadre di soccorso e squadre di lavoro, battaglioni interi che salivano nelle tormente.

I rinforzi erano qualche volta investiti da nuove valanghe: altri partivano. Non occorrevano incitamenti, le truppe si slanciavano al salvataggio con inenarrabile eroismo. Il salvataggio è un istinto delle genti di montagna, legate da una solidarietà profonda nata dalla loro vita di lotta contro gli stessi pericoli. Sui monti come sul mare resistenza è una battaglia che affratella gli uomini di fronte al nemico comune.

Le linee telefoniche si interrompevano, dei posti rimanevano isolati. Urgeva riaprire i cammini anche nell’infuriare della tempesta. [p. 162 modifica]Le frane di neve seppellivano baraccamenti, trasformavano intere regioni, lasciavano un deserto di geli sul quale il lavoro infaticabile ricominciava a scavare le sue vie. In ogni valle ferveva l’opera di riattivamento, di collegamento, di ricerca. Nulla può dare l’idea della vastità di questa lotta. Si sono raccolti dati sopra più di cinquecento grandi valanghe cadute nella zona di guerra. Respinta sui declivi, l’umanità tornava e ritornava all’attacco nella grandiosità favolosa e sinistra di un caos gelato, ostinata, minuscola, sublime. E vinceva.

La caduta delle valanghe non è cessata; anzi, l’addolcirsi del clima facilita il distacco delle nevi fresche. Alla notte specialmente, gli slittamenti devastatori discendono, e si ode il loro strusciamento profondo e lungo che echeggia nelle gole. Non passa giorno, quasi, che dalla Sella Kozliak squadre di alpini in corvée non debbano scendere al passo dei canaloni per riaprire una traccia di sentiero sulla neve franata.

Noi salivamo appunto lungo un cammino appena scavato, ma che qua e là era stato già colmato di nuovo da piccoli scoscendimenti o sepolto gradatamente da un perpetuo e silenzioso scivolare di pulviscolo. Perchè la neve lì è sempre in movimento.

I pendii ripidi che bisogna attraversare, quei lunghi nevai da valanga che visti dal basso sembrano quasi verticali, sono corsi alla [p. 163 modifica] superficie da un ruscellare incessante di nevischio. Si è circondati a momenti da un moto che ricorda quel veloce e leggero rincorrersi di spume che l’onda ritraendosi lascia sulla spiaggia, e che stordisce la vista con una fuga di biancori. La soffice groppa delle nevi ammucchiate è piena di fluidi tremolìi, di striature mobili, ha fremiti, ha lunghi brividi d’onda, e si prova talvolta l’impressione di guadare strane correnti lievi, farinose, vaste, che affascinano e turbano.


Con qualche sollievo si rimette alla fine il piede sul ghiaccio solido e fermo, sorretto dalle sporgenze della roccia. I canaloni sono passati. Si ascende ora alla Sella per uno zig-zag di camminamenti che si sovrastano come le rampe di una scala.

Tutto è bianco, nuvoloso, si va per gradini di ghiaccio fra murelli di ghiaccio. «Ehi! Lassù! Attenti!» — bisogna avvertire le squadre che lavorano più in alto, perchè le loro palate di neve vengono addosso. «Un momento! Lasciate passare!» — gli ometti in fila ristanno, si appoggiano agli arnesi e guardano. Sembrano figurine dipinte in nero sopra una gran parete candida, sospese. I bordi dei sentieri si confondono, sono invisibili, e gli uomini hanno l’apparenza di insetti attaccati ad un gran manto di ermellino. I baraccamenti sono dei tratteggi neri. [p. 164 modifica]

Il sole tramontava quando siamo arrivati ai rifugi della Sella. Qualche granata passava ululando rasente la cresta: «Toh, il nemico! — Lo avevamo quasi dimenticato. Calzate degli enormi stivali eschimesi, coperte di pellicce, i guantoni felpati alle mani, la testa avvolta dal passamontagne e sormontata dal casco di acciaio, delle vedette andavano alle piccole trincee avanzate, e si imbucavano nel gelo.

In una limpidità meravigliosa, tutte le vette, tutte le creste, screziate dal bruno delle rocce, coperte di nevi luminose e violastre, soffuse di ombre azzurre e nette, si ergevano intorno maestose, con un non so quale slancio irrompente.

Vive ed accese balzavano su dall’oscurità torbida delle vallate, come cercando nel cielo gli ultimi fantastici riflessi del tramonto. Pareva che la terra tenebrata, già sommersa dalla notte, levasse disperatamente nella luce ondate immani di pietra e di gelo, dai profili pieni d’impeto che sembrano esprimere uno sforzo favoloso di ascesa.

Dalla Sella Kozliak, lo sguardo domina i due versanti della catena del Pleca. Sporgendoci dallo sbocco di una galleria scavata nel sasso, contemplavamo ad oriente i dorsi di Luznica. Nell’aria tersa le vette sembravano così vicine che ci pareva di poter essere uditi, gridando, dai nostri trincerati sul Monte Rosso. Scorgevamo gli uomini sui rovesci della posizione, [p. 165 modifica]distinguevamo il limite della trincea nemica, a pochi passi dalla nostra, seguivamo il movimento di una squadra sul ciglione.

Tutta la posizione non è che una cima bianca circondata dall’abisso; è un pianerottolo nevoso al quale si giunge per un dorso sottile che pare un ponte. Intorno scendono a picco pareti dirupate, coperte di verglas, incrostate di cristallo, sulle quali la neve e il ghiaccio si sono attaccati per l’azione delle tormente ed hanno fatto spessore. Si combatte come sulla sommità di una gran torre informe, tutta variegata di turgidi candori. Sulla vetta vi sono otto metri di neve.


L’assalto che riuscì a prender piede lassù, in una giornata di luglio, passò sul costone sottile che pare un ponte, fra due precipizi. Gli uomini dovevano avanzare uno dietro all’altro, scalando lentamente sotto al fuoco. Le esili schiere, progredendo, si diradavano, si dissolvevano. Ma i superstiti andavano avanti. Quando il primo attacco giunse ai dirupi della vetta, non aveva più forze. Si videro allora i pochi uomini arrivati sotto alla trincea nemica, addossarsi alle rocce tenendosi per le mani per sostenersi l’uno con l’altro, e aspettare, ritti su lievi sporgenze, così in catena. «Italiani arrendetevi!» — gridavano gli austriaci. Nessuno rispondeva. I nostri erano là, immobili, rigidi come statue. Qualcuno di loro, [p. 166 modifica] colpito, si accasciava pesantemente, e gli altri lo sostenevano sospeso sul baratro. Ressero allo sforzo per tutto il giorno. Alla sera la catena, appesantita di cadaveri, stava ancora salda; morti e vivi si tenevano per mano. Fu una lotta lunga, lunga e dura, quella del Monte Rosso.

Dopo la meravigliosa conquista del Monte Nero, che sgominò e sgomentò gli austriaci, le circostanze forse non ci permisero un immediato balzo in avanti, sulle vette allora quasi indifese che comandano la valle del Tominski, alle spalle di Tolmino; e il cui possesso avrebbe avuto lontane ripercussioni nella vallata dell'Isonzo. Quando potemmo muovere all’attacco, urtammo per tutto in una resistenza che è andata sempre rafforzandosi. Non potemmo oltrepassare il Monte Rosso, sul quale le linee avversarie si toccano.

Sono così vicine, che non vi si combatte più che con granate a mano. Varie volte i nostri assalti hanno scacciato gli austriaci dalle loro trincee, ma subito dopo sulla vetta, tutta nostra, si concentrava un bombardamento infernale. La vicinanza del nemico è una garanzia contro il cannone. Ai primi tempi di questo condominio, dalle due parti i soldati uscivano alla notte per far reticolati, e lo spazio era così ristretto fra le due trincee che gl’italiani e gli austriaci lavoravano insieme, in tacito accordo, sotto al cielo stellato. Al primo chiarore [p. 167 modifica] dell’alba tutti rientravano e ricominciavano le fucilate.


Il fuoco nemico domina gli approcci delle nostre posizioni. Chi passa sul lungo costone tagliente che vi conduce, è bersaglio di fucilate e di cannonate. Ma la montagna spesso cela, si copre di nubi, si avvolge di tormenta. La notte anche protegge. Le squadre che portano viveri e munizioni alle trincee partono, curve sotto ai carichi, nelle ore tenebrose, riscavandosi spesso la strada passo passo nelle nevi, lottando con le tempeste, percorrendo cornici anguste che sembrano sospese sul precipizio. Occorrono talvolta sei, sette ore di marcia e di lavoro per un percorso che normalmente si compie in un’ora. Quando imperversa l’uragano, può avvenire che i portatori accecati, storditi, soffocati dai turbini di neve, disorientati, sperduti, non possano più procedere e non possano più ritrarsi. Non si hanno più notizie di loro. Bisogna andarli a salvare, e squadre di soccorso partono nello scatenamento della bufera. Partono legate con corde, lanciando gridi di richiamo che il vento disperde e fonde nell’urlo immenso delle raffiche.

Al di là del Monte Rosso, la grande catena rocciosa che scende a sud-est verso Tolmino è ancora austriaca. Digrada nei fieri speroni del Rudecirob, un monte che ha nel nome barbaro quasi una sonora espressione di [p. 168 modifica] orrore, si prolunga nello Sleme, sui cui nevai bassi vedevamo serpeggiare camminamenti nemici, sui quali si sgranava un rosario d’uomini in marcia. Più lontano il Merzli.

Scorgevamo sotto alla sua vetta, ispida di un resto di selva stroncata dal cannone, i solchi delle nostre trincee, audaci, esposte ai fuochi d’infilata, solchi arditi che disegnano l’attacco, linee di ostinazione. Non vi sono angoli morti lassù, non vi sono posizioni defilate, non vi è uno spazio sicuro per costruirvi un rifugio. Tutta la zona è battuta. I soldati sui rovesci si ricoverano e dormono nei «canili», in baracchette minuscole che si fabbricano lontano e sono portate su a spalla. Vi si entra carponi, vi si sta sdraiati, ognuna contiene due uomini. A seconda del tiro nemico, i soldati si spostano con la loro casetta. Mentre guardavamo delle grosse granate scoppiavano sulla vetta mettendovi pennacchi di fumo rossiccio, e gli echi del Rudecirob e del Monte Rosso ruggivano.

Avevamo sete di vedere, prima che l’ultima luce fuggisse. L’azzurro dell’ombra era salito alle creste, e un vento fresco sollevava lievi vortici di nevischio intorno a noi. Sull’altro versante del Kozliak, verso ponente, indugiava il crepuscolo. Sulla costa del Vrata, la continuazione del Monte Nero verso Plezzo, coperta di neve, salivano delle truppe alpine perseguitate da shrapnells austriaci. Non si [p. 169 modifica] fermavano, non deviavano, andavano avanti ordinate, lunghi punteggiamenti neri, formicai umani sul deserto bianco. Il cannone si è stancato.


Il Vrata, dai fianchi meno dirupati, è tutto ovattato di neve. Dalle nostre trincee della cresta un declivio soffice scende alle trincee austriache, più basse di qualche centinaio di metri. Gli alpini hanno pensato di farsi un’arma del pendìo gelato. Un giorno mandarono a chiedere a Drezenca un barile da birra. «Che volete farne?...» — domandò l’ufficiale dell’Intendenza. «Niente, uno scherzo. Vorremmo un barile molto forte» In possesso del barile, i soldati lo riempirono di pietre e di gelatina esplosiva, vi misero una miccia col relativo detonante, e issato il tutto sul parapetto appiccarono il fuoco. «Attenti! Uno, due, tre, giù!» _ e tutti affacciati assisterono al viaggio dello strano proiettile. Il barile rotolò, sobbalzò, precipitò, scomparve. Pochi secondi dopo la montagna fu scossa da una esplosione enorme, seguita da gridi, urli, ingiurie, fucilate, cannonate, il finimondo.

Il sistema era trovato, ma bisognava perfezionarlo. Non si può avere un indefinito rifornimento di barili da birra sulle vette del Monte Nero. Ora i soldati fabbricano delle piccole slitte, le caricano di scatole da conserva, di bidoni da pasta, di tutti i recipienti che [p. 170 modifica] capitano in trincea, pieni di gelatina e di sassi, legati con fili di ferro, e fanno scivolar giù ogni cosa con la miccia accesa. Le slitte esplosive si chiamano i «tramways per l’altro mondo». «Pronti! Partenza! Buon viaggio!» — e lo spaventoso bobsleigh discende pattinando.

Ma gli austriaci ci rendono la pariglia, poco più lontano, sullo Javorcek — l’ultima pendice del Monte Nero, rocciosa e boscosa, che scende bruscamente nella conca di Plezzo. Là sono loro in alto. Le nostre trincee sono ai piedi di un dirupo, le loro sul ciglio. Noi siamo al coperto dai colpi di fucile: la fantasia austriaca e la scienza tedesca cooperano a riparare a questo inconveniente. Inventano ogni genere di sorpresa. Ora sono delle ruzzolo fiammeggianti che scoppiettano e incendiano i roveti, i cespugli e i tronchi d’albero che rivestono il dirupo e ci nascondono. Ora sono rivoli di liquido incendiario, colate ardenti che scendono nei greti, lente, bituminose, fumose, e che si allungano crepitando. I nostri accorrono, e a colpi di pala, con un’attività concitata, creano argini, fermano le colate che si spengono in pozze nerastre odoranti di asfalto.

Su questi castelli di roccia, assediati e difesi, la guerra riprende forme primordiali, torna al lancio dei macigni e del fuoco greco. Si combatte sulle rupi come si combatteva sulle mura delle antiche città assalite. Così sul Rombon, che vedevamo sorgere regolare e bianco oltre [p. 171 modifica] lo Javorcek, al di là della conca di Plezzo, i nostri attacchi alla cima furono fermati da un precipitare di massi. Dopo le nevicate, l’artiglieria batte le cime dei canaloni sul lato nemico per far precipitare le valanghe. La lotta acquista ampiezze titaniche.


Era già notte, e ancora potevamo distinguere lontano, sulla tempesta delle vette, i monti della Carnia e del Cadore, lividi, nuvolosi, incerti. Un balenìo di razzi illuminanti sorgeva dallo Javorcek e ravvivava intorno il candore delle nevi. Sopra a noi, vicina, smisurata, dominatrice, così alta che contemplandola pareva che guardassimo il cielo, la punta estrema del Monte Nero.

La cuspide immane si avventava verso le prime stelle, e il suo vertice si fondeva nell’azzurro della sera. Era una gran parete a declivio ripido, bianca, vertiginosa, troncata a picco sui fianchi, che saliva, saliva, e non aveva fine. La vedevamo come un informe triangolo, il cui vertice spariva nell’immensità. A poco a poco si oscurava, e alla fine non fu più che un’ombra immensa che copriva un gran lembo del cielo, simile all’addensarsi di una tempesta nella notte stellata.

Rilucevano le finestrine dei rifugi. Si udiva sorgere il brusìo di gente invisibile nei camminamenti. Il riflesso di una lampada ha per un istante illuminato un affollamento [p. 172 modifica] fantastico. Pareva che una moltitudine di quelle goffe statue di neve che fanno i bimbi nei giardini pubblici, animata per magìa si fosse messa in moto. Erano le squadre bianche, gli uomini che portano rifornimenti alle trincee, coperti di passamontagne e gonfi di pellicce sotto al camice candido. Partivano nelle tenebre, taciturni e cauti. Sono spariti, si sono dissipati nel chiarore quasi lunare del nevaio.

Qualche colpo di fucile risuonava nel silenzio prodigioso della montagna.