Sui monti, nel cielo e nel mare/La Montagna dalle folgori/Verso la vetta del Monte Nero

Verso la vetta del Monte Nero

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VERSO LA VETTA DEL MONTE NERO.

Marzo.

Il Monte Nero ha la fama di attirare le tempeste. Sono rare infatti le epoche in cui esso mostra, interamente spoglio di nubi, puro e luminoso, il suo ardito e strano profilo, quella gran sagoma di volto riverso, quella sembianza umana, solenne e prodigiosa. La sua massima vetta, isolata, aguzza, imponente, vertiginosa, che scende a picco verso settentrione, strapiombando da quel lato sopra un abisso di mille e duecento metri come una guglia immane sul punto di crollare, è quasi sempre immersa in un tumulto di nembi grigi. Solo in qualche lacerazione delle nebbie, entro una incerta cornice di vapori, essa traspare di tanto in tanto, fuggevolmente, velata, indefinita, immateriale, alta nel cielo e quasi sospesa, grandiosa e assurda.

Anche in questa stagione, che rinverdisce le valli e sparge nelle boscaglie più basse un sommesso profumo di violette e di rododendri, avviene talvolta di giungere alle falde del Monte Nero senza aver potuto scorgere un istante la [p. 174 modifica] sua cresta, avvolta da foschi turbinìi di tormenta. Ma essa rivela la sua presenza nella oscurità opaca del cielo. Si sente una solidità di roccia dietro alle nubi; si ha l’intuizione della gigantesca mole invisibile, che sovrasta e che domina. La truce ombra crepuscolare delle brume a levante è piena di qualche cosa di enorme, di possente, direi quasi di vivo, che si cela.

Questo senso di soggiogamento ho provato arrivando ai piedi del Monte Nero in uno degli ultimi giorni di marzo.

Vi era del sole per le vallate, verso la marina, e sulla montagna ristava un bieco ammasso di nuvole temporalesche. Le comunicazioni con la vetta erano interrotte.


Non erano potute salire al mattino le consuete carovane dei rifornimenti. Le valanghe avevano bloccato dei passi, ed i fulmini avevano distrutto undici collegamenti telefonici nelle ultime quarantotto ore. Più di trecento fulmini erano caduti sulla cima in una sola notte. Per ragioni che la scienza ricerca, e che non trova, il Monte Nero è saturo di elettricità come un immane accumulatore. In tutte le stagioni il tuono vi romba.

È la montagna dalle folgori.

Si dice che sia così per la presenza di metalli magnetici chiusi nelle sue viscere. Si dice pure che le stratificazioni della roccia agiscono come i dischi sovrapposti di una pila. Si [p. 175 modifica] dice infine che l’elettricità scaturisca dall’attrito delle masse d’aria spinte dagli uragani contro alle pareti smisurate della vetta. Ma la verità è impenetrata; la montagna cela il pauroso mistero delle sue forze, terribili, fantastiche, soprannaturali.

La neve vi scende e vi turbina spesso fra barbaglii di lampi e fra schianti, scrosci, rimbombi. Luci di prodigio guizzano da ogni parte nei giorni di intemperie. Sono scintillamenti abbacinanti, vampe azzurre, fosforescenze fuggevoli sprazzi, getti, zampilli di fuoco freddo, che circondano gli uomini, che si mescolano alla loro vita come una fantastica ridda di fuochi fatui, varii, lievi, struscianti, inverosimili. In certe notti, le rocce stesse diventano luminose. Ogni punta, ogni scabrosità, si contornano di un chiarore tremolante; e se un sasso allora rotola giù nell’abisso, lascia nella caduta una scia sfavillante e pallida.

Nessuno conosceva queste magie, perchè nessuno aveva mai vissuto lassù nello scatenamento delle bufere. La guerra ha fatto scoprire gl’incantesimi del Monte Nero, ha rivelato le apparizioni della vetta stregata, meravigliose e ossessionanti. La folgore è la fata della montagna.

Essa assume infiniti aspetti, ora violenta e micidiale, ora mite e bizzarra. Fonde i fili telefonici, spezza gli apparecchi, squarcia i cavi sottomarini che si era tentato di sostituire ai [p. 176 modifica] fili, crea induzioni fantastiche per le quali in certi momenti si odono al telefono conversazioni ignote, scherza o perseguita, tramortisce plotoni interi, divora le scarpe ad una sentinella, fa esplodere le cartucce nelle giberne, passa con saettamenti fragorosi da roccia a roccia, da parete a parete, e accende per tutto chiarori di prodigio, aureole miracolose, faci magiche.

È sopra tutto nelle lunghe ore tenebrose che la procella, che l’inesplicabile si manifesta. Pare che nella minaccia della tempesta la montagna si animi di folletti e di gnomi. Gli uomini ammutoliscono, soggiogati; si sentono minuscoli e inermi, e aspettano rassegnati la formidabile e gigantesca battaglia delle saette.


Ero asceso da Caporetto a Drezenca, ultimo gregge di abitazioni umane alle pendici del monte. Dalle invisibili stazioni superiori delle teleferiche, che parevano allacciate col cielo, scendevano ad uno ad uno distesi nei piccoli carrelli emergenti dalle nubi, dei soldati feriti dal fulmine nella nottata. E la vetta tuonava sempre. Potrò vedere mille volte il Monte Nero campato nell’azzurro del più limpido sereno, ma io non lo ricorderò che nel suo aspetto più caratteristico e pauroso, tutto velato, tenebrato, avvolto dal temporale, ruggente, palpitante di fulgori, favoloso.

Dalle sue pendici, per infiniti serpeggiamenti [p. 177 modifica] di strade nuove e vecchie, per sentieri tortuosi tagliati nella roccia, e più giù per vie maestre incanalate nelle valli lontane, fino agli ultimi allacciamenti della ferrovia, tutto un popolo di soldati si muove in lunghe carovane, lavora, costruisce, trasporta; e lo sterminato formicaio umano serve la montagna. Una immensa operosità converge alle vette. Il Paese porge ad ogni combattente delle cime le sue armi, il suo cibo, il suo calore, attraverso ad infinite catene di fatiche, di sacrifici, di eroismi. L’attività strenua di moltitudini ha per mèta pochi uomini coperti di pellicce e annidati nella neve.

Bisogna avvicinarla la guerra di montagna per comprenderla. Il pensiero che in altitudini quasi inaccessibili, fra i rigori di un lungo inverno polare, arriva il campo di battaglia, con trincee scavate nel gelo, sul bordo di abissi, il pensiero che si vive e si combatte lassù acquista una grandiosità inaspettata. L’immaginazione non arrivava alla realtà. Si ha la rivelazione di uno sforzo incalcolabile che sembra sovrumano.

Ci si accorge che la lotta più aspra non è sulla linea del fuoco: è dietro, è nell’orrore magnifico dei canaloni dirupati che bisogna ascendere, è nella maestà delle rocce che bisogna scalare, è sugli incerti ciglioni nevosi che bisogna percorrere e che crollano, a tratti, con rombi simili a colpi di cannone. Ci si accorge che il nemico più difficile a vincere è la [p. 178 modifica] montagna stessa, arcigna, ostile, formidabile, piena di agguati, piena di sorprese, con le sue valanghe che schiacciano baraccamenti e travolgono carovane, con le sue tormente improvvise che acciecano, sperdono e assiderano gli uomini in marcia, quando non li lanciano via come fuscelli nel loro turbine gelato.

Per questo, a combattere la montagna si impegnano masse e masse di uomini. A combattere l’avversario, all’estremo limite della conquista, fra le nubi, non vi sono che degli esili reparti. Si muore più sulle retrovie che sulla fronte.

Perchè sia possibile l’esistenza di una vedetta alla sommità di un picco, è necessario popolare tutte le balze, assicurare la vita normale di migliaia di uomini in regioni che il piede umano non osava calcare per nove mesi dell’anno. Il combattente è il vertice di una immensa piramide. Occorre un traffico vasto e alacre di treni, di camions, di carrette, di muli, perchè alla fine, su rudi scalinate tagliate nel ghiaccio, alcuni portatori possano ascendere ogni giorno, curvi sotto al loro carico, aggrampati alle corde, recando lentamente agli estremi posti gli elementi della resistenza.


Quando ho cominciato l’ascensione, insieme ad alcuni ufficiali che il dovere conduceva alle Cime, la bufera era calmata, ma la vetta del Monte Nero si nascondeva ancora in un grigiore [p. 179 modifica] di nebbie. Salendo, si entrava nell’ombra. L’oscurità era in alto e la luce in basso. Ci immergevamo gradatamente in un crepuscolo freddo e sinistro, mentre giù in fondo in fondo, in una conca verde, chiara e lieta, Drezenca impiccioliva a poco a poco, come vista dalla navicella di un pallone, un po’ velata, quasi sfiorata da un sole d’alba. La perdevamo di vista alle giravolte del sentiero scosceso, poi ricompariva, sempre più lontana, sempre più pallida, con i suoi tetti di stoppia che parevano posati sulla terra, col dado chiaro della sua chiesa gotica isolato dal gregge delle casupole, piena di un brulichìo di punti grigi, e arrivava fino a noi un confuso strepito di lavoro: uno scarpellìo minuto sulle pietre dei cantieri, un battere remoto di martelli, un picchiettare di attrezzi, uno strisciare di seghe, un pulsare indefinito di attività.

Drezenca era un villaggio slavo, sudicio, miserabile, pittoresco. Quando gli abitanti vi torneranno, stenteranno a riconoscerlo. Troveranno che delle vecchie stalle si sono trasformate in nitidi ospedali, che delle rimesse sono divenute stabilimenti di bagni, che delle stamberghe si sono mutate in villette; troveranno numerose fontane dalla vasca di cemento, alle quali un nuovo acquedotto porta acqua perenne, comparse come per prodigio, vedranno strade lastricate dove avevano lasciato vicoli melmosi e fetidi, muraglie candide al posto delle [p. 180 modifica] vecchie pareti nerastre, porte e finestre nuove per tutto invece delle tarlate imposte malchiuse. Troveranno insomma una specie di rude e minuscola cittadina bianca, linda, comoda, igienica, e domanderanno probabilmente delle grandi indennità per consolarsene.

Tutti i sentieri si annodano a Drezenca, che è la piccola capitale della montagna. La sua posizione ne fa un centro di viabilità della zona, dallo Javorcek al Pleca. Ogni mattina il borgo si desta allo scalpitìo denso di migliaia e migliaia di muli. Le stradine si riempiono di folla, di mandrie, di convogli, come per un immenso e singolare mercato. Feriti, pane, munizioni, legname, derrate passano caricati sulle some; le carovane che salgono s’incontrano nelle carovane che scendono, in una confusione lenta, ordinata e bizzarra. Vi sono ore in cui il paesello rigurgita di popolazione; poi, con un gran rumore scrosciante di scarponi chiodati, di bastoni ferrati, di zoccoli armati a ghiaccio, truppe e salmerie si mettono in marcia, il mercato si dissolve, e Drezenca si vuota.


Più quieto vi prosegue poi il lavoro che trasforma gli edifici, che crea nuovi transiti, che prepara razioni. Vicino ad una attività industriosa che cura anche le piccole cose, che nulla lascia perdere, che produce scaldaranci e sego da scarpe con i rifiuti delle macellerie, che concia i pellami, che rende commerciabili [p. 181 modifica] le intestina e le corna del bestiame abbattuto, che manipola persino squisite conserve salmistrate per i depositi dei viveri di riserva, una fatica titanica crea opere gigantesche ed eterne. Essa taglia le rocce, amplia i sentieri, buca, morde e doma la montagna ribelle, a colpi di piccone, a colpi di trivello, a colpi di mina.

Dove la salita comincia a farsi più ripida avevamo visto un alpino barbuto, un atleta, che scolpiva delle enormi lettere sopra un macigno. Battezzava la strada, che è nuova. La battezzava col nome del suo battaglione: «Via Exilles». Romanamente, faceva della roccia un grande cippo commemorativo. E come le strade militari sulle quali avanzava il dominio di Roma, quella audace mulattiera che scala le pendici del Monte Nero attraverso la selva, serpeggiando sui dirupi, scavalcando torrenti, è tutta selciata. Un lavoro enorme. Bisognava che il sentiero resistesse ad ogni traffico, che sopportasse, occorrendo, il peso delle artiglierie, che non venisse mai interrotto dal precipitare impetuoso delle acque nell’epoca dei disgeli e delle piogge, e gli alpini vi hanno composto un acciottolato ciclopico, rafforzato da tronchi d’albero.

Si sale sicuri ora fino alle pareti di Kozliak, e movendo il passo lento nell’ascesa si pensa con un sentimento di devozione allo sforzo meraviglioso, alla fatica smisurata, che hanno tagliato e trasportato ogni pietra, ogni tronco, [p. 182 modifica] per porgere al piede i larghi gradini innumerevoli di una specie di rozza scala, cementata di sudore. Per tutto è così. Queste montagne si sfanno nelle zone basse in un fango viscido. Le comunicazioni non erano sicure che pavimentando i cammini. Intorno a Drezenca il terreno è tutto bianco di acciottolati ai quali sempre si lavora.

Salendo, entravamo in zone più selvagge e più cupe.

I faggi cedevano il posto agli alberi, neri, eretti e vigorosi. Nei crepacci biancheggiavano i primi nevai; contornavano le frange del grande mantello candido del monte; erano ammassamenti soffici di neve rimasti fra le rocce, resti di vecchie valanghe. Improvvisamente ci siamo trovati nelle nebbie. Penetravamo nella nuvolaglia delle vette.

Tutto è scomparso in una penombra opaca, fredda, grigia. Non vedevamo più il precipizio al nostro fianco, con lo sfondo luminoso della valle verde, ma lo intuivamo per un senso arcano del vuoto, per un non so quale istinto della profondità. Le pietre del sentiero erano le nostre guide. Andavamo su, su, su, in un isolamento affannoso, per lunghe ore, entro silenzi solenni.

Di tanto in tanto, al bordo della strada scoscesa, una capanna bassa di tronchi o di pietrame: un posto di collegamento. Sono corpi di guardia, stazioni di soccorso, punti di [p. 183 modifica] scambio delle staffette. Un picchiare di ascia, vicino; qualche alpino fa legna nel bosco. Dalla piccola porta oscura del rifugio esce il fumo del rancio. Dei soldati si fanno sulla soglia e salutano. Dànno informazioni sulla strada. Le comunicazioni sono ristabilite. Trecento uomini hanno riaperto i camminamenti sulle valanghe cadute ieri. I muli arrivano al posto Numero Otto. «Buon viaggio!» — «Addio!» — E la solitudine ci riafferra.


Una canzone lontana sale melanconica dal baratro, nella nebbia. Sono forse dei carbonai, su qualche balza. La legna da ardere pesa troppo per essere portata alle vette, e ogni compagnia, ogni batteria, hanno i loro soldati carbonai che lavorano a preparare combustibile per gli estremi rifugi. Ad un tratto uno scalpitìo serrato, si avvicina, ci segue, ci raggiunge, rimandato dagli echi. È una carovana di muli. «Ehi, laggiù! Un momento!» — il sentiero in molti punti è angusto, bisogna lasciar passare i muli carichi cercandosi ai suoi bordi uno spazio dove aspettare, fra i macigni. «Avanti!» — Si ode il grido gutturale dei conducenti, e lo scalpitìo che era sopito si risveglia. La carovana avanza.

I muli in lunga fila, con le narici fumanti la testa bassa, i muscoli gonfi sotto la pelle madida, salgono con passo vigoroso, lento e irregolare, pieni di una non so quale volontà [p. 184 modifica] circospetta, di una ostinazione poderosa e docile. Pare che nel loro cervello di bestie domini una rudimentale concezione del dovere. Si direbbe che comprendano la loro parte nelle lotte degli uomini. Senza di loro sarebbe impossibile il dominio dei monti. I muli sono la grande forza motrice della guerra nelle altitudini.

Marciano liberi; la mano del conducente non tocca la capezza. Ansimando, sbuffando, sudando, il mulo segue il soldato che lo guida; lo segue con muta fedeltà, fino alla morte. Non è raro che la fatica lo abbatta in cammino, al limite estremo della stanchezza. Spesso precipita in fondo ai burroni, squilibrato da un urto della soma sulle rocce.

Prima che i sentieri fossero resi più praticabili, ogni carovana sul Monte Nero perdeva dei muli nei passi più pericolosi. Quando sentono mancarsi il terreno sotto allo zoccolo, le povere bestie non lottano; si lasciano andar giù, atterrite e rassegnate; rotolano inerti nell’abisso. Se un miracolo li salva, se non incontrano una roccia che li sfianchi e li abbatta, i muli precipitati si risollevano sulle quattro zampe, si scuotono, e, con la soma sbracata, si mettono tranquillamente a pascolare, come se niente fosse successo, aspettando che si vada a riprenderli. Sono animali preziosi pieni di filosofia.

La carovana che saliva era carica di legname per baraccamenti. Le teste dei muli erano [p. 185 modifica] serrate e nascoste fra le lunghe tavole della soma. Si vedevano spuntare soltanto le orecchie aguzze, agitate dalla preoccupazione. Non potendo veder bene il sentiero, di tanto in tanto qualche mulo si fermava meditabondo. Aveva l’aria di interrogare il conducente. «Iù!» — diceva l’uomo, e la bestia capiva che tutto andava bene. Fra il mulo e il suo guardiano vi è un accordo singolare fatto di due pazienze che si intendono.

È probabile che se il mulattiere alla sua volta cadesse in un precipizio e rimanesse illeso, tirerebbe fuori la pagnotta dal tascapane e la morderebbe aspettando l’ulteriore svolgimento degli eventi. Vi è negli occhi di questa gente una calma fredda, profonda, possente. Nella loro anima semplice è una gravità solenne nata nei silenzi e nella solitudine della montagna.

Qualunque cosa accada, il mulattiere va avanti, col suo passo misurato e tenace. Parla più facilmente al suo mulo che al suo compagno. Le cannonate nemiche non lo scuotono. È talmente occupato a posare solidamente il piede fra i dirupi, che il resto non lo riguarda. Al più, se un proiettile urla troppo vicino, egli gli grida gravemente: «Tienti alto!» — e sèguita.


La carovana che ci aveva fermati è passata, lo scalpitìo si è dileguato, e abbiamo ripreso l’ascensione nella quiete imponente, rotta ad intervalli da un lontano rombo di motore. Era [p. 186 modifica] la macchina di qualche teleferica, lanciata attraverso i valloni. La nebbia si andava diradando. Un po’ di cielo azzurro traspariva in uno sfilacciamento di cirri. Poi, in qualche minuto, per uno di quei capricci che ha il tempo nell’alta montagna, ci siamo trovati nel sereno.

La massa delle nubi era discesa. Si distendeva ora sotto a noi, simile ad un mare in tempesta. Copriva le vallate, copriva le pianure, si addensava in basso, varia, tumultuosa, lenta, vasta, con un’agitazione tranquilla di cumuli che sembravano immensi e pigri marosi, accesa qua e là dal sole già declinante, come forata da lunghi raggi obliqui, nera e procellosa nell’ombra delle vette, squarciata da trasparenze perlacee attraverso le quali scintillava incerto un serpeggiamento dei fiumi. Si adagiava ad uno stesso livello, si insinuava nei greti, dava alle profondità della terra gli aspetti di un cielo burrascoso; e nettamente, dalle onde vaporose di quel fantastico oceano di nuvole, sorgevano nell’aria pura e luminosa tutte le sommità dei monti, tutte le creste, tutte le vette, un favoloso arcipelago di rocce e di nevi.

Ci siamo fermati ad ammirare con un senso di stupore e quasi di sgomento la cima del Monte Nero, avanti a noi, sopra di noi: una specie di muraglia immane, dirupata, oscura, così alta che pareva non fossimo ancora che all’inizio dell’ascesa, enorme e impossibile. Fra [p. 187 modifica] le speronate a picco i canaloni precipitosi, colmi di neve, stendevano dei biancori verticali che raggiungevano i nevai delle creste scintillanti. La vetta irrompeva nel sereno a tale altezza che si velava di azzurro, diafana, lontana, leggera. Lassù, sul ciglione luminoso, dei puntini in fila, così incerti, così minuscoli che si perdevano di vista e si stentava a trovarli nel candore: una catena d’uomini. A destra della vetta, una spalla nevosa, tutta invasa da un’ombra celeste: la Sella Kozliak, la nostra prima mèta. Tutto ciò pareva inaccessibile, irraggiungibile, alla sommità di pareti mostruose.

«Svelti, si fa tardi!» — avverte qualcuno. Ci affibbiamo le grappe da ghiaccio ai piedi, e in fila indiana, a passo misurato, entriamo in un paesaggio di neve. Non vediamo più nulla per qualche tratto; ascendiamo fra muri di ghiaccio più alti di noi. Degli ultimi abeti sporge solo qualche cima sottile che dondola al vento.

Le pale hanno tagliato angoli e crocicchi nei camminamenti profondi, vi è una illusione di edifici bianchi ai nostri lati, nello spessore della neve, e pare talora di scalare i vicoli angusti e senza fine di un candido paese di sogno.