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Procopio di Cesarea - Storia Segreta (VI secolo)
Traduzione dal greco di Giuseppe Compagnoni (1828)
Capo XXI
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CAPO XXI.

Sogno presagitore della immensa avidità di Giustiniano. Dissipazione del tesoro di Anastasio. Titoli trovati per ispogliar tutti. Magistrati, a cui si allargano le ispezioni, o che sono creati di nuovo per quest’oggetto. Si rendono loro comuni le giurisdizioni perchè sieno più solleciti ne’ processi, e nelle esecuzioni. Messe in appalto, e in monopolio le cose necessarie alla vita. Vendita de’ governi delle provincie, accordato ogni genere di angherie e di oppressioni ai compratori, che arricchiti sono spogliati di poi. In fine fa esercitar le cariche pubbliche per proprio conto. Iniquissimi uomini prescelti; e gli ultimi peggiori sempre de’ primi.

Dirò poscia com’egli rapì il denaro di tutti; ma prima riferirò una specie di sogno, che fece un uomo d’alta nascita sul principio del regno di costui. Affermava egli essergli paruto d’essere sul Bosforo dalla parte di Calcedonia, ed ivi aver veduto Giustiniano starsi in mezzo allo stretto, ed ingoiarsi tutta l’acqua del mare, sicchè in fine esausta interamente, nè più per quello stretto scorrendone, egli posava sull’ima terra. E in quello asciutto alveo discendendo altri rivi d’acque torbide e limacciose, provenienti dalle cloache dell’una e dell’altra sponda, quelle immonde acque ancora egli s’avea tracannate, e di bel nuovo erasi veduto asciutto il [p. 143 modifica]fondo dello stretto. Così quel uomo dichiarava il sogno fatto.

Ora è certo che Giustiniano, quando suo zio pervenne all’Imperio, trovò pienissimo l’erario dello Stato: perocchè Anastasio, fra tutti gl’Imperadori diligentissimo in provedere ai pubblici e ai domestici bisogni, temendo che il suo successore, come accade, trovando l’erario scarso travagliasse i sudditi, prima di morire riempì d’oro le casse imperiali. Tutte queste ricchezze in un istante Giustiniano dilapidò, parte nelle già accennate costruzioni marittime per niun modo necessarie, parte per appagare e conciliarsi i Barbari. Ed era questo denaro tanto, che nemmeno in cento interi anni con tutti i suoi capricci parea che il più prodigo Imperadore avesse potuto mai darvi di fondo. Infatti i prefetti de’ tesori ed erarii pubblici dichiararono, che per ventisette anni, in cui Anastasio regnò, quel Principe avea riposto senza alcuno sforzo nelle casse dell’Imperio trecento venti mila libbre d’oro, della qual somma poscia nulla rimase, poichè, anche vivente Giustino, Giustiniano, come già dissi, la dissipò.

Egli è poi affatto incredibile quanto denaro, finchè visse, contro ogni diritto rapisse, in ogni modo vessando e spogliando. Fu come una immensa voragine, che continuamente assorbiva tutte le sostanze de’ sudditi, vomitandole poscia con una specie d’impeto refluente in seno ai Barbari. E com’ebbe perdute le pubbliche ricchezze si mise a depredare quelle de’ privati. A questo effetto di molti doviziosissimi sì in Costantinopoli, che altrove, si appropriò le sostanze violentemente, [p. 144 modifica]facendoli processare e condannare, gli uni come cultori di molti dei, gli altri come cristiani di depravata dottrina; e chi per amoreggianti ragazzi, chi per istupratori di monache, chi per nefando vizio, chi per sedizione, chi per attaccamento alla fazione Prasina, chi per lesa maestà. D’altri, o morti, oppur vivi ancora si scrisse erede inaspettato. Questa fu la somma degli egregii suoi fatti.

Come poi le sostanze di tutti i senatori si appropriasse, prevalendosi della mano de’ Vittoriati, la cui sedizione nacque essendo lui Imperadore; e come poco prima che quella sedizione nascesse, egli si ponesse a rapire i beni di ogni qualunque privato, io l’accennai di sopra. Dirò qui come, altramente da quanto ho già indicato, gittasse tante ricchezze. Le genti barbare, che dimorano a levante, a ponente, a mezzodì, e a settentrione, e gli stessi Britanni, ed altri soggiornanti in altri luoghi, egli in ogni tempo colmò di largizioni infinite. Noi non sapevamo nemmanco per fama che siffatte razze d’uomini esistessero; e le vedemmo fra noi prima d’averne intesi i nomi. Questi, conosciuto il genio di lui, da tutte le parti del mondo sbucarono fuori accorrendo a Costantinopoli; ed egli a vicenda d’accesso facilissimo, e lieto di ciò, compiacevasi, e mettendo tale concorso a lucro, si pose con essi ad esaurire le ricchezze romane; e quanto restato era di non ispeso per gli accennati edifizii marittimi, tutto profuse ai Barbari, che mandava via carichi d’ogni più magnifica dovizia. Così tutto l’erario romano venne destinato a’ Barbari, ricevessero doni, o rapissero prede, o [p. 145 modifica]restituissero prigionieri, o vendessero tregue. E fu così avverato il sogno, di cui testè parlai.

Immaginisi poi altre che, se posso, dirò specie di rapine, colle quali a poco a poco tirò a sè i beni de’ sudditi. Egli diede alla plebe un magistrato, di cui era cura l’accordar per un’annua gabella a’ bottegai la licenza di smerciare qualunque cosa vendereccia. Con che i cittadini erano obbligati a servirsi per le occorrenti provviste del Foro, pagando un prezzo tre volte maggiore: nè era loro lecito, quantunque con grave loro danno angariati, far quistione sopra nessun genere: poichè trattavasi che de’ proventi una grossa parte andava all’Imperadore, e un’altra ad impinguare il magistrato. Nè minore angheria soffrivano poi i compratori per la detestabile ingordigia de’ satelliti del magistrato, e per la impunita licenza de’ venditori, ai quali era permesso non solo di mettere all’incanto i generi, ma eziandio di adulterarli in ogni maniera. Oltre ciò istituì molti monopolii, vendendo la libertà de’ sudditi ad appaltatori che applicavano a questo empio negozio; e tratta da essi una stabilita contribuzione lasciava poi che, come più loro piacesse, stessero o no alle convenute tariffe. Di questa maniera palesemente e cogli altri magistrati e coi prefetti si accordava la cosa; e costoro tanto più sfrontatamente angariavano e derubavano i cittadini, quanto che di que’ furti una parte, comunque anche piccola, colava nelle mani dell’Imperadore.

E come se per queste operazioni non bastassero gli antichi magistrati (ed una volta il prefetto della città avea la giurisdizione per ogni sorta di delitti), due [p. 146 modifica]altri ne istituì, onde avere più delatori, e più facilmente condannare ai supplizii le innocenti persone. Uno di questi fu il pretore della plebe, che avea la punizione dei furti; l’altro fu l’inquisitore, che dovea conoscere de’ concubiti co’ ragazzi, degli stupri, prepostevi delle donne, e della superstiziosa e falsa religione. Il pretore adunque incominciò ad attribuire all’Imperadore le più notabili cose rubate, dicendo non trovarsene i padroni; ed in questo modo l’Imperadore ogni giorno acquistava preziosissimi effetti. L’inquisitore sentenziando a morte i rei dei delitti, de’ quali era fatto giudice, portava all’Imperadore tutto ciò che di loro gli fosse piaciuto; ed egli senza alcun diritto delle altrui dovizie si arricchiva. Il che dico per la ragione che gli officiali di questo magistrato da principio nè istituirono con alcuna formalità l’accusa, nè presentarono testimoni per comprovare i delitti, e questi rimasero sempre incogniti; e senza giudizio i rei vennero occultamente puniti della vita e de’ beni. In ultimo questo infame finì con dare a codesti due magistrati, e al prefetto della città, l’incombenza di procedere senza alcuna differenza contro tutti i delitti, ponendoli a gara a chi di loro più uomini, e più presto, mandasse in ruina. Raccontasi, che uno di questi avendogli domandato a chi in ispezialità appartenesse una causa, che poteva forse portarsi a ciascheduno, rispose: apparterrà a quello che con giudicarne avrà prevenuto i colleghi.

Nè in meno indegni modi trattò la questura, della quale tutti gli altri Imperadori in addietro s’aveano dato pensiero singolarissimo, volendo essi che fosse [p. 147 modifica]esercitata da uomini valentissimi in altre discipline insieme, e spezialmente poi nella scienza del diritto, e spogli poi affatto di ogni senso di avarizia, conoscendo come altrimente un questore sarebbe stato di sommo danno alla repubblica, se fosse stato ignorante, o cupido di ricchezze. Giustiniano però diede la questura primieramente a Triboniano, le cui iniquità abbastanza ricordai altrove; e morto che fu quell’insigne furfante, confiscatane parte de’ beni, quantunque avesse lasciato un figlio e molti nipoti, gli diede per successore Iunilo Afro, uomo che di leggi non sapea nemmeno che fossero al mondo, non essendo stato mai nel ruolo de’ causidici, e che, sebbene non fosse ignaro delle lettere latine, in fatto delle greche non ne sapea nemmeno quanto occorre ad un maestruzzo di scuola: in parlare poi greco fu sì scilinguato che, se mai vi si provava, faceva ridere i suoi famigli. E fu costui tanto avido di denaro, che non ebbe alcun ribrezzo a mercatare pubblicamente le lettere dell’Imperadore, e a porgere prontamente la mano a’ clienti che la stadera empiuta avessero d’oro. Costui stette per sette anni, vero obbrobrio della repubblica romana, in quella carica. Morto lui ebbe il suo posto Costantino, non imperito delle leggi, ma giovinissimo affatto, e senza pratica veruna delle quistioni forensi: furacissimo poi oltre ogni memoria di uomini, e fastosissimo. Fu costui a Giustiniano carissimo quanto altri mai; e se lo elesse per prefetto delle sue rapine, ed arbitro de’ suoi giudizii: per lo che Costantino in brevissimo tempo mise insieme una enorme somma di denaro. Ma era egli di tale non più veduta [p. 148 modifica]superbia, e con tanto fasto sprezzava tutti a modo che quelli, i quali a lui per terminare gli affari che avean pendenti gli recavano grosse somme, erano obbligati ad affidarle a’ suoi domestici, non essendo permesso ad alcuno parlargli di veruna cosa, se non cogliendo il momento in cui andasse dall’Imperadore, o ne ritornasse; ed in quella occasione non potevasi dirgli che una o due parole, e bene in fretta, onde non consumasse tempo senza guadagno. Così questa parte di reggimento Giustiniano compiva.

Il prefetto del pretorio, oltre il pubblico censo, pagava ogni anno all’Imperadore tre mila libbre d’oro; e un tale provento non era fondato nè sopra una legge, nè sopra pratica de’ maggiori; ma gli veniva come per caso dall’aria; e credo che per questo appunto egli lo chiamasse aereo: ed avrebbe potuto più giustamente chiamarlo atto di sua perversità. Checchè di questo sia, certo è che di quel nome i prefetti del pretorio abusarono per più liberamente lacerare le sostanze de’ sudditi, e con ciò recarle all’Imperadore: parte però di esse per secondare il lusso imperiale aggiungevano alle ricchezze proprie. Di ciò Giustiniano li lasciava impuniti fino a tanto che si fossero ben bene impinguati; ed allora venutogli momento opportuno, e trovato di che calunniarli, cosa ch’era inevitabile, tutte le loro facoltà s’ingojò, come fece di quelle di Giovanni cappadoce. Quanti a que’ tempi ebbero quella dignità, tutti a un tratto diventarono immensamente ricchi, ad eccezione di due, uno de’ quali si fu Foca, di cui altrove io feci menzione, uomo della equità e giustizia osservantissimo, e in [p. 149 modifica]quell’officio puro da ogni guadagno; l’altro fu Basso, che gli succedette. Ma que’ due uomini, come persone di poco buona pasta, e dai costumi del tempo lontani, stettero in posto per brevissimo tempo.

Per non seguire i particolari in ogni cosa, il che mi farebbe andare all’infinito, basterà che dica della stessa maniera essersi fatto con tutti gli altri magistrati di Costantinopoli. In quanto poi alle città dell’Imperio Giustiniano ne affittò ad altissimo prezzo le prefetture agli uomini più scellerati, i quali ben si può sapere come le esercitassero. Nè certamente alcuna moderata persona ed alcun poco savia avrebbe pensato a gittare le sue fortune per andare a privar delle loro gl’innocenti. Giustiniano avute le somme da coloro coi quali avea patteggiato, loro permetteva di scannare i popoli, e ruinar le provincie, coi quali mezzi soli potevano farsi ricchi. Aveano tolto a grande usura il denaro pagato all’Imperadore pel prezzo delle prefetture; e giunti nelle provincie con ogn’iniquità verso i sudditi procedendo, ai prestatori soddisfacevano, e se stessi arricchivano esuberantemente, massime che non aveano a temere d’essere chiamati a sindacato, nè d’essere puniti. Chè anzi quante più stragi e rapine commettevano, tanto maggiore gloria si acquistavano; e il nome di sveltezza ingegnosa, e d’industria diligente davasi talvolta ai loro misfatti. Se non che poi Giustiniano tosto che vedesse alcuno di costoro essersi fatto opulentissimo, assalendolo con ogni genere di calunnia, tutte le accumolate ricchezze immantinenti gli levava.

Avea promulgata una legge, per la quale statuiva [p. 150 modifica]che quelli, i quali chiedessero magistrature e governi di provincie, avessero a giurare che non sarebbonsi macchiati di rapine, e non avrebbero nè dato denaro per avere quelle dignità, nè ne avrebbero ricevuto; e quelli che diversamente facessero, sarebbero, secondo l’espressione de’ maggiori, tenuti per sacrileghi. Era appena da un anno quella legge promulgata, che con espresso decreto, lasciati da banda il sacrilegio e la vergogna, non in occulto, ma nel pieno Foro, con somma impudenza vendeva a contanti le dignità; e quelli che le aveano comprate, fatti spergiuri, più infamemente di prima rubavano ad ambe le mani.

Finalmente immaginò anche questo che pur sembra incredibile, che non volle più venali le grandi magistrature di Costantinopoli e de’ municipi; ma vi pose alcuni come presi ad opera, i quali a lui dovevano per certo pattuito stipendio mandare i proventi di quelle cariche. Costoro avuto il loro stipendio con una sfacciataggine difficile a dirsi in tutti i paesi mettevano ogni cosa sossopra, e traevano a lui immensi convogli. Ed avresti veduti codesti magistrati presi ad opera cacciarsi qua e là, e col nome della dignità che rappresentavano, in ogni maniera incrudelire sui provinciali.

Tenne sempre Giustiniano per massima, nè s’ingannò nel suo pensiero, di mettere alla testa delle amministrazioni uomini senza eccezione scelleratissimi. Per lo che, come da prima elevò alle dignità de’ tristi, e la licenza di mal fare ne comprovò la perversità, ebbesi ad aver meraviglia che l’umano ingegno potesse essere di tanta malizia capace. Ma quando poi si vide che i loro [p. 151 modifica]successori di gran lunga li aveano superati, la gente domandava come mai que’ primi fossero apparsi oltre modo iniquissimi, dacchè da questi erano superati a modo che potevansi anzi dire sulle stesse loro opere e buoni e probi. Venivano poi i terzi, e così dopo questi gli altri, i quali col talento di una più forte iniquità così diminuivano i misfatti de’ primi, che a questi davano ottimo nome, e riputazione eccellente. Per tale maniera crescendo ognora i mali pubblici, funestamente ebbe a conoscersi, che l’umana perversità non si restringe a certi determinati limiti; o che, ove dall’esempio de’ maggiori sia secondata, e colla licenza della dignità volgasi alla ruina de’ sudditi, soltanto dalle miserie degli afflitti può giudicarsi fin dove essa possa giungere. In questo stato furono le cose de’ magistrati.