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citata da uomini valentissimi in altre discipline insieme, e spezialmente poi nella scienza del diritto, e spogli poi affatto di ogni senso di avarizia, conoscendo come altrimente un questore sarebbe stato di sommo danno alla repubblica, se fosse stato ignorante, o cupido di ricchezze. Giustiniano però diede la questura primieramente a Triboniano, le cui iniquità abbastanza ricordai altrove; e morto che fu quell’insigne furfante, confiscatane parte de’ beni, quantunque avesse lasciato un figlio e molti nipoti, gli diede per successore Iunilo Afro, uomo che di leggi non sapea nemmeno che fossero al mondo, non essendo stato mai nel ruolo de’ causidici, e che, sebbene non fosse ignaro delle lettere latine, in fatto delle greche non ne sapea nemmeno quanto occorre ad un maestruzzo di scuola: in parlare poi greco fu sì scilinguato che, se mai vi si provava, faceva ridere i suoi famigli. E fu costui tanto avido di denaro, che non ebbe alcun ribrezzo a mercatare pubblicamente le lettere dell’Imperadore, e a porgere prontamente la mano a’ clienti che la stadera empiuta avessero d’oro. Costui stette per sette anni, vero obbrobrio della repubblica romana, in quella carica. Morto lui ebbe il suo posto Costantino, non imperito delle leggi, ma giovinissimo affatto, e senza pratica veruna delle quistioni forensi: furacissimo poi oltre ogni memoria di uomini, e fastosissimo. Fu costui a Giustiniano carissimo quanto altri mai; e se lo elesse per prefetto delle sue rapine, ed arbitro de’ suoi giudizii: per lo che Costantino in brevissimo tempo mise insieme una enorme somma di denaro. Ma era egli di tale non più veduta