Storia della rivoluzione di Roma (vol. I)/Capitolo III

Capitolo III

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CAPITOLO III.

[Anno 1846]


Sull’amnistia o perdono, accordato dal pontefice Pio IX. — Feste e tripudi. Origine dei medesimi attribuibile alla Giovine Italia. — Ciceruacchio. Suo carattere e suoi antecedenti.


Verso le ore 7 pomeridiane del giorno 17 luglio 1846 veniva affisso per le pubbliche vie di Roma l’atto generoso emanato dal nuovo papa sul perdono accordato a tutti quelli che per politico reato erano stati tenuti in ceppi o dalle lor terre sbandeggiati, il quale atto, comecchè non s’ignori da veruno, pure a cagione della sua importanza giudichiamo utile di riportare nel nostro sommario.1

Esso piacque generalmente, e tutti furono colpiti dalla soavità dell’espressioni, indicanti un cuore veramente paterno, e temperato a beneficenza e generosità per parte di chi lo largiva. Ma alcuni rimasero siffattamente inebriati dalla gioia, che, senza esagerazione, dessa confinava col delirio. Per ogni dove leggevasi l’atto sublime, estollevasi al cielo il pontefice, ed il nome suo ripetevasi per mille e mille bocche, accompagnato dalle lodi, dalle benedizioni, e dalle manifestazioni di liete speranze. Tutto poi favoriva la letizia; stante il caldo della stagione non solo le vie tutte della città eran gremite di gente a diporto, ma oltracciò una festa serale d’indole religiosa, che suole attrarre ogni anno molto popolo sulla piazza della Maddalena, tenevalo in moto quella sera anche più del consueto.

Sentesi raccontare che una mano di giovani plaudenti eransi recati con faci accese sulle piazza del Quirinale, e ch’erano stati benedetti dal pontefice. Se ne diffonde come lampo il racconto; tutti di qua, di là, ansanti e [p. 56 modifica]festosi convergono sulla vetta del colle. L’orchestra che era sulla piazza della Maddalena è strappata a forza, e condotta fra un’agglomerazione di popolo immenso, per recarsi insieme con esso in faccia al palazzo del pontefice. Esso per la seconda volta apparve sul balcone per benedirlo. Più tardi ancora sì rinnovò e per la terza volta hna scena si nuova e commovente, che né parole, né mente umana potrebbero esprimere o concepire.

Intanto sulla piazza del Popolo quell’Angelo Brunetti soprannominato Ciceruacchio, e considerato in seguito siccome il tribuno del popolo romano, faceva ardere in segno di festa, com’è costumanza in Roma, le botti, e refocillava con vino generoso il molto popolo ivi accolto. Ed in quel luogo riunironsi, e da quel luogo mossero alle ore 9 pomeridiane, per alla volta del Quirinale quei giovani ardenti con faci accese, dei quali testè abbiamo fatto menzione.

La dimostrazione al pontefice si rinnovò altresì il giorno seguente, e il terzo giorno che fu la domenica 19, nel recarsi il Santo Padre alla chiesa della Missione, gli vennero staccati i cavalli dal cocchio, e ricondotto da una parte dì giovani al Quirinale. Non era tripudio soltanto, era un parosismo febbrile.2

Se non che avvedendosi il Santo Padre che l’effervescenza andava assumendo proporzioni gigantesche, e che le agglomerazioni di popolo divenivano viemaggiormente imponenti, volle porre un confine, affinché non trasmodassero, alle dimostrazioni di gioia, col far pubblicare la notificazione seguente.

«La Santità di Nostro Signore è vivamente commossa dalle spontanee dimostrazioni di figliale afietto che gli abitanti di questa città vollero darle nelle scorse sere. Non può quindi a meno di non manifestare il pieno suo gradimento. Siccome per altro quel che accresce il pregio d’ogni più bella cosa si è la moderazione, così nel [p. 57 modifica]mettersi un confine a questi segni straordinari di sincera letizia il Santo Padre desidera di vedere ora nuova prova della docilità del buon popolo di Roma, pel quale sa che ogni desiderio del sommo pontefice suole essere un comando.»

» Data dalla segreteria di stato, il 19 luglio 1846.

Il sostituto

» Vincenzo Santucci.3»


Ciò pose allora un termine alle dimostrazioni pubbliche, poiché la notificazione venne rispettata, e la dimostrazione preparata per la sera non ebbe luogo, ma la rivoluzione se l’ebbe a male, e non mancò per mezzo de’ suoi organi di spargere che l’atto era arbitrario, illegale, e non emanato da Pio IX, ma dagli avanzi dell’agonizzante partito gregoriano, e tanto si adoperò che ottenne almeno di non fare inserire l’atto nel diario di Roma, ove indarno lettor mio tu il cercherai, né in alcun’altra stampa che a ritrarre il tripudio di quei giorni venne pubblicata.

Questo fu il primo atto di resistenza del potere alle dimostrazioni, e l’esordio di quella lotta costante fra la rivoluzione ardita ed intraprendente, e l’autorità esitante e peritosa.

Poi incominciaron subito le accademie di musica e di poesia, i versi legati e sciolti, e lettere, e descrizioni, e rapporti, che riscaldare non solo, ma incendiare dovevano le Provincie, ove di materia infiammabile non era difetto.

Se a questo aggiungansi, e le collette, e le sottoscrizioni, e le elargizioni spontanee in favore degli amnistiati per agevolare loro il ritomo fra i domestici focolari, il leggere, il ricopiare, lo stampare, ed il portare in vendita gli scritti che pubblicavansi, di leggieri si persuaderà ognuno quale nuovo spettacolo si fosse per una città d’indole quieta e pacifica come Roma, questo insolito movimento.

Consideri ognuno gli effetti naturali in una cosa bella in se stessa, qual è l’atto del perdono, e così consentaneo [p. 58 modifica]allo spirito del vangelo, esposto con soavità di concetti, del quale da un mese sì era in aspettazione, e che veniva decantato e preconizzato come iride di pace, àncora di salvezza, foriero di felicità: s’immagini da un lato un popolo, che di buona fede favorevolmente l’accoglie, e dall’altro un numero considerevole di giovani entusiasmati, che leggono l’atto a questo e a quello, e lo spiegano, e lo commentano, e lo esaltano, e lo magnificano, e sarà facile il persuadersi che coll’addizione di tanto calorico artificiale, la temperatura morale di Roma montare dovesse ad un punto da disgradarne la stessa acqua bollente. E così fu per appunto.

Ma con tutto ciò, ammesso ben anco che ne fosse venuto un bene al paese, se non vi fosser stati il principio politico di mezzo e gli artificî delle politiche associazioni, scaltramente operose onde eccitare, svolgere e infervorare cosiffatti tripudi, le cose sarebber passate come sempre, tranquillissimamente.

Ma i Romani, che all’indole generosa del cuore associano la calda immaginativa ch’è retaggio dei popoli meridionali, ciò che non avrebber fatto da per loro, il fecero perché gradatamente si era saputo esaltare la loro immaginazione, e quindi si associarono in buona parte al movimento che da occulte origini emanava. In prova di che, e per mostrare la buona fede colla quale noi papalini veri agivamo per festeggiare il pontefice e gli atti suoi, fui io stesso uno dei primi a dare movimento alle feste che si videro in seguito, scrivendo fino dal 23 luglio 1846 una lettera al maestro Rossini per indurlo a comporre pel nuovo pontefice quella cantata magnifica che il 1 gennaio 1847 si eseguì nella gran sala del Campidoglio.4

Ad onta di ciò peraltro diciamo e sosteniamo che mancò la spontaneità della prima dimostrazione, dalla quale tutte le altre sono derivate, e che se non fosse stata così ben organizzata preventivamente in guisa da fare [p. 59 modifica]comparire spontaneo e naturale quello ch’era calcolato e artificiale, il tripudio non accadeva, il papa non si mostrava alla loggia del Quirinale, la benedizione non avrebbe avuto luogo, le muse si tacevano, i giornali non parlavano, e le Provincie non avrebber fatto eco alla capitale, se la capitale fosse restata muta. L’atto avrebbe esistito, i beneficati avrebbero fruito del beneficio, ma tutto ciò si sarebbe, passato tranquillamente. mentre coll’astuzia della prima dimostrazione il mondo andò a poco a poco in fiamme.

Questo episodio del pontificato di Pio IX essendo di tutti il più superlativo, e da esso essendo emanato tutto il resto, ci troviamo costretti di diffonderci maggiormente sulle circostanze che lo accompagnarono, quantunque sia stato da altri storici con più o meno esattezza narrato. A tal effetto potranno consultarsi le opere che indichiamo a pie di pagina.5

La descrizione che ne dà il Farini è meritevole di elogi sotto alcuni rispetti. Pur tuttavia lascia molto a desiderare, e quindi ciò che abbiamo detto e sarem per dire riempirà le lacune che nella sua storia occorsero, e dirà quelle cose ch’esso ignorò, o che credette di tacere, ma la cui narrazione non potrà non ispargere una luce vivissima sulle vere origini del movimento romano.

Proveremo pertanto in questi scritti:

1.° Che l’atto di amnistia fu in certo modo richiesto anzi provocato, siccome arra di conciliazione fra le provincie e la capitale;6

2.° Che a Roma interessare non poteva, stante lo scarsissimo, impercettibile numero de’ suoi concittadini cui avrebbe giovato;

[p. 60 modifica]3.° Che a Roma inoltre interessar non poteva se non che per riguardo della carità cristiana, imperocchè Roma, che è quello che è pel papato, non poteva esultare per la semplice ragione che si andavano a liberare coloro i quali avevan figurato fra i suoi più pronunziati avversatori;

4.° Che avevasi per converso un grande interesse dai rivoluzionari di festeggiare strepitosamente l’atto di amnistia, per dare un colpo decisivo al cessato sistema gregoriano, e incominciare ungerà novella con altri uomini, altri impulsi, altri principî.

5.° Che i promotori delle dimostrazioni, per quanto ci viene da irrefragabili documenti storici dimostrato, furono il Mazzini, il Montanelli, ed il Mamiani, niuno dei quali apparteneva a Roma, nè in Roma risiedeva;

6.° Che si ebbe il tempo e il modo dagli affigliati di essere fatti consapevoli qualche giorno prima, della promulgazione dell’atto di amnistia.

7.° In fine, che la stessa prima dimostrazione sul detto atto, lungi dall’essere stata, secondo le apparenze, spontanea, era stata preventivamente organizzata per confessione di un affigliato alla Giovine Italia, come narreremo fra poco.

Diremo per tanto essere provato abbastanza, dalla voce divulgatasene precedentemente, che l’amnistia si volesse, quasi che fosse la condizione imposta per far dipendere da essa gli applausi al nuovo pontefice. Difatti sulla speranza dell’amnistia i detenuti politici in Civita Castellana festeggiarono solennemente la elezione del nuovo papa il giorno 21 giugno come abbiamo già detto.

Che Bologna e le Romagne desiderassero l’amnistia, è cosa naturalissima. Ecco come si esprime il Gualterio7

«Le Romagne furon più soddisfatte di Roma per la nomina del novello pontefice. Non appena esso fu eletto, che alle petizioni, le quali si sottoscrivevano in quelle [p. 61 modifica] Provincie, si diè novello impulso; pareva che una certa fiducia fosse cresciuta, e incoraggiasse i soscrittori, non ostante le opposizioni di monsignore Savelli. L’indirizzo di Bologna fu una delle prime carte che giunse nelle mani del pontefice novello. Ma uno in quelle provincìe era il grido, che ripetuto come un’accusa, e una rampogna negli ultimi giorni e sulla fredda bara del defunto papa, ora s’inalzava ai piedi del trono come una preghiera. Amnistia. Su questo primo terreno dovevano misurarsi i partiti, che entrambi sentivano essere questione vitale, e tutti attendevano con ansietà per quale di loro si sarebbe il pontefice deciso. Era il primo atto politico, ch’egli era chiamato a compiere, era l’atto che doveva o suggellare il passato, o schiudere la porta dell’avvenire»

L’amnistia dunque era in tutte le bocche, l’amnistia era in tutti gli scritti. L’amnistia imploravano a nome delle loro Provincie le deputazioni che giungevano in Roma dalle Romagne per complimentare il nuovo papa. Dunque l’amnistia era divenuta un atto preliminare di politica necessità, nè crediamo vi sia chi vorrà contrastarlo.

Quest’atto sublime però doveva piacere a Roma soltanto come arra di pacificazione e concordia fra le Provincie e la capitale, e nulla più, imperocchè Roma non vi aveva un interesse diretto avendovi sei o sette individui soltanto appartenenti ad essa, fra i quali il solo giuseppe Bartolucci che per rapporti e connessioni di famiglia era il più cognito. Il tripudio pertanto, non essendo proporzionato all’oggetto, è chiaro che qualche secreto motivo doveva ascondersi per ispiegare un genere di esultanza «non mai per lo innanzi veduto. Egli è chiaro in somma, che le dimostrazioni iniziate volevan dire qualche cosa di più dell’oggetto apparente. Difatti, Roma avendo sette amnistiati solamente, e le Provincie sette a ottocento, è chiaro che l’interesse di Roma per l’atto del perdono stette in ragione di un centesimo, e per un centesimo non si fa quel che si fece. I fatti posteriori ci han rivelato, come già ne demmo un [p. 62 modifica]cenno, che tanto i tripudi in genere, quanto il nome venerando di Pio IX, che si adottò per simbolo, miravano per iscopo finale alla indipendenza ed unità italiana.

E se il tripudio non era proporzionato al numero dei cittadini riabilitati dall’amnistia alla vita civile, tanto meno poi era proporzionato all’oggetto. Imperocchè, se pur si voglia ammettere che nella espansione di caritatevoli sentimenti avesser dovuto gioire i Romani per la promulgazione di un atto che restituir doveva tanti individui alla felicità delle loro famiglie, non era poi a farsene, logicamente parlando, un soggetto di esultazione sì smodata, e che quasi dava nel delirio, considerando alla fin fine che Roma, come sopra dicemmo, senza il papa è un nulla, che all’ombra del papato la più gran parte dei Romani vive e si alimenta, e che i festeggiati ne avevan voluto la distruzione nei tempi decorsi.

Che poi i rivoluzionari avessero un interesse sommo di far comparire Roma come iniziatrice del moto, e cod compromettere i Romani, imbarazzare il pontefice, rendere attonito il mondo, non vi vorrà un grande acume d’ingegno per comprenderlo; imperocchè ne sarebbe avvenuto per conseguente che i popoli italiani, e i francesi e gl’inglesi e i germani, tutti in somma, avrebber veduto che il movimento non era opera di teste sventate o di spiriti turbolenti, ma degli stessi Romani.

Le potenze estere avrebber creduto che i desideri di miglioramenti, riforme e discreta libertà non allignavano nelle provincie soltanto, ma venivan caldeggiati nella stessa capitale.

Le Provincie poi avrebbero avuto un appiglio per mantenere l’agitazione, simulando di far eco e di rispondere al movimento della capitale.

Quanto all’Austria poi, essa sì sarebbe trovata soprammodo imbarazzata, vedendo accendersi il fuoco non già nelle provincie, che varie volte eransi ribellate, ma nella stessa Roma, capo e centro dello stato pontificio, e sede [p. 63 modifica]del capo dell’orbe cattolico, e quindi la rivoluzione ammantandosi o ricoprendosi sotto il manto del papa stesso, come fare per osteggiarla e conquiderla?

Salvo dunque il modo che non possiamo approvare, perchè rifuggiamo troppo da ciò che sente di slealtà e d’inganno, dovrà pure convenirsi che uno stratagemma più abilmente condotto (dicasi a lode della scaltrezza italiana) non poteva immaginarsi.

Ora ci resta a dimostrare con documenti che tanto il Mazzini, quanto il Montanelli ed il Mamiani fosser gl’istigatori delle dimostrazioni pacifiche in genere. Diciamo in genere, perchè ve ne furono di varie specie. Non baderemo per un momento alle date, bastando a noi di stabilire il principio.

Abbiamo molti scritti del Mazzini e basta leggerli per conoscere i suoi disegni. Noi sceglieremo qualche brano fra quelle istruzioni che in sul finire di ottobre 1846 diramò in Italia, e di che a suo tempo terremo proposito.8 Poco importa se sono di tre mesi posteriori alle feste per l’amnistia. A noi basta per il momento di stabilire quali fossero le sue massime e i suoi principi, per dovere ammettere senza esitazione che, tali essendo, i suoi affigliati in Roma dovevano conoscerli fino dal luglio 1846 ed in conseguenza di quelli agire. Ebbene. — Quando parla dei mezzi per andare alla rigenerazione, dice ricisamente.

«Profittate della menoma concessione per riunire le masse, non fosse che per attestare riconoscenza; feste, canti, raduni, rapporti numerosi, stabiliti fra uomini di ogni opinione, bastano per fare nascere delle idee, e dare al popolo il sentimento della sua forza e renderlo esigente.»

E più sotto dice:

«Associare, associare, associare, tutto è in questa [p. 64 modifica] parola. Le società secrete daranno una forza irresistibile al partito che può invocarle.»

E quindi:

«Quando un gran numero di associati, ricevendo la parola d’ordine per diffondere una idea e feume l’opinione pubblica, potranno concertarsi per un momento, troveranno il vecchio edificio traforato da tutte le parti, e cadente come per miracolo, al menomo soffio del progresso.»

Passiamo ora al Montanelli.

Rileviamo dall’archivio triennale delle cose d’Italia pubblicato in Capolago, che del Montanelli si riportano alcuni frammenti.9 N’estrarremo il seguente, e stupiranno i nostri leggitori rinvenendovi una narrazione che si bene si attaglia con ciò che noi sosteniamo.

«Pio IX saliva al pontificato. Convinto com’io era che l’unità nazionale si potesse conseguire soltanto col gravitare tutti verso un centro comune, e che l’idea unitaria, tanto più sarebbe stata facilmente eseguibile, quanto meno per incarnarsi avesse avuto bisogno di eliminazioni, mi applicai a fare di Pio IX l’insegna della fratellanza italiana. Se l’amnistia fosse stata festeggiata soltanto in Roma e nelle Romagne, non sarebbe divenuta avvenimento nazionale, e per imprimerle questo carattere, appena se n’ebbe notizia, io promoveva a Pisa la sottoscrizione a favore degli amnistiati indigenti, eccitando i miei amici di altri stati italiani a fare altrettanto, e mandando a Roma persone di mia fiducia affinchè fosse costituito in quella nostra metropoli il Comitato centrale per ricevere le oblazioni di tutta la nazione.»

Le medesime cose presso a poco racconta lo stesso Montanelli nelle sue Memorie10 che per brevità tralasciamo [p. 65 modifica]invitando però i nostri leggitori a consultarle. E ciò diciamo affinchè convincansi coi propri occhi che uno dei capi, in Roma, delle dimostrazioni pacifiche era quel Luigi Masi, giovane di svegliatissimo ingegno, valente poeta, e segretario del principe di Canino, il quale poi figurò tanto nel capitanare una legione sotto la repubblica romana.

Ebbene. Il Montanelli nel raccontare ciò che faceva dalla Toscana, ove risiedeva, per dare una direzione alle dimostrazioni romane, non solo ci racconta che il Masi le dirigesse positivamente, ma dalla pag. 144 alla pag. 147 riporta perfino la sua corrispondenza che può equivalere ad un discarico o rendiconto (del mandatario al mandante) di ciò che facevasi in Roma.

Provata dunque la compartecipazione del Montanelli alla direzione delle dimostrazioni romane, passiamo ad esaminare se, e fino a quale punto, anche il Mamiani da Parigi avesse diramato i suoi ordini in Italia per l’oggetto anzidetto.

Non risulta è vero dalle carte stampate che abbiamo sott’occhio ch’egli prendesse una parte attiva nella direzione delle ovazioni pel perdono. La prese però attivissima per consigliare più tardi, mediante una circolare a tutti i suoi amici d’Italia, e tracciare perfino le norme di quella contro gli Austriaci il 5 dicembre 1846 e questo ci basta per istabilire che ancor esso fosse uno degli scrittori del dramma che darsi voleva in Italia. Detta circolare è riportata nelle sue opere politiche.11 Chi poi non sappia resistere alla impazienza di cercarla fra le sue opere, può rinvenirla nel capitolo VIII di questo primo volume.

Mediante tali schiarimenti niuno potrà accusarci di asserire cose vaghe, poichè in appoggio della nostra proposizione abbiamo riportato prove incontestabili. E così coll’avere dimostrato che questi tre capi partito non romani, nè a Roma residenti presero parte attiva nella direzione delle cose nostre, ne emergerà logicamente [p. 66 modifica]parlando che Roma era coda e non capo, e che il dramma che in essa recitavasi era stato scritto da penna alla medesima estranea. Non negheremo, se vuolsi, che svelti, sensibili, vivaci, intelligenti come sono i Romani, possono coll’andare del tempo aver profittato siffattamente nelle idee chiamate di progresso civile, da disgradarne gli stessi maestri; ma in allora ci basta di poter sostenere che agivano per impulso altrui.

Ora ci resta a provare altra cosa, ed è che si fosse potuto trapelare l’atto in aspettazione, qualche giorno prima.

Sicuramente che fu cosi, poiché l’atto di amnistia non venne inaspettatamente. Era implorato e sollecitato da molti e da molte parti al punto di sentire di pressura.

Il partito che aveva deciso di festeggiarne l’annunzio, era in stato di costante sollecitudine ed ansietà. Guardie avanzate, esploratori, agenti solertissimi e referendari molti dovevano esservi per indagare, scrutinare e riferire all’istante. E come non essersi penetrato da tanti interessati esploratori che l’atto desiderato era stato consentito dal pontefice in genere ed in ispecie, una volta che al suo cospetto qualche giorno prima lo fece leggere da monsignor Corboli-Bussi alla congregazione dei sei cardinali, di cui riportammo i nomi nel capitolo II, ed una volta che tre giorni prima della sua promulgazione erano state stampate le circolari di segreteria di stato per temprarne gli effetti?12

Dunque da vari giorni si era in moto al palazzo del Quirinale per quest’oggetto, e non devesi quindi ammettere che persone abilissime, e che tengon dappertutto gli amici, non avesser dovuto trapelarlo?

Nè sarebbe stata colpevole indiscretezza il propalarne la imminente promulgazione da chi ciò sapeva, imperocché in quel tempo ritenevasi in buona fede che da quella tanto desiderata promulgazione fosse per sorgere un’era novella di pace e di prosperità.

[p. 67 modifica]Qual meraviglia pertanto che stando già apparecchiati i festeggianti, e la parola d ordine essendo già data per ciò che doveva farsi, appena conosciuta la promulgazione dell’atto, si eseguisse in un istante la preparata dimostrazione?

Queste erano le nostre idee, nè male ci apponemmo.

Avevamo già scritte queste pagine allorquando ci fu inviato dall’America un libro intitolato: «. The Roman Exile. Boston 1856 in-8, by Guglielmo Gaiani professor of civil & canon law, and representative of the people in the year 1849», che voltato nel nostro bello idioma significa:

«L’Esiliato Romano per Guglielmo Gaiani, professore di diritto civile e canonico, e rappresentante il popolo (all’assemblea costituente romana) nell’anno 1849; Boston 1856.

Alla pag. 323 della detta opera che consiste in un volume in-8, trovasi un capitolo sull’amnistia papale, del quale daremo più sotto il testo in lingua inglese, ma la cui traduzione è la seguente:

«Era stato già convenuto fra i miei amici e me che alla pubblicazione dell’amnistia noi dovessimo ritrovarci nel giardino pubblico vicino al Colosseo, ed io colà per conseguente mi recai. Noi nulla avevamo da discutere, imperocchè il nostro piano era stato concertato dapprima, ma furono dati gli ordini per la sua esecuzione, e l’ora e il luogo furono fissati per una riunione generale da tenersi alle 9 sulla piazza del Popolo.»13

Ecco il testo in lingua inglese:

«It had been formerly agreed between my friends and myself that on the publication of the amnesty we should meet at the garden near the Coliseum, and there I accordingly went. We had nothing to discuss, as our plan had been arranged beforehand, but orders were given for its execution, and the hour and place [p. 68 modifica]were fixed for a general meeting io be held at nine o’ clock in the Piazza del Popolo.»


Siccome poi l’autore ci racconta in antecedenza la sua iniziazione alla Giovane Italia14 noi acquistammo, colla sua opera, anche la certezza che il tripudio generatore di tutti gli altri, o direm meglio il movimento romano, fu iniziato positivamente dalla Giovane Italia.

E così abbiamo acquistato la certezza:

l.° Che fosse provocato dalla Giovane Italia perchè alla medesima apparteneva il relatore, che dichiarasi organizzatore della festa;

2.° Che il tripudio per gli affigliati fosse anti-papale nella sua origine e nel suo scopo, quantunque incominciasse col lodare ed inneggiare al papa, perchè la Giovane Italia voleva una repubblica unitaria italiana, senza nè papa, nè re;

3.° Ch’essendo romagnolo il Gaiani, uno dei capi della dimostrazione, fu essa di origine non romana. Il Gaiani era di Monte Saraceno e rappresentò in seguito Forlì all’assemblea costituente;

4.° In fine che la prima dimostrazione fu tutt’altro che spontanea e romana, una volta ch’era stata preventivamente concertata fra il romagnolo Gaiani ed i suoi amici, giovandosi delle tenebre e del segreto delle consorterie politiche.

Che seppure ci si volesse opporre non essere esatta del tutto la nostra proposizione, avendo figurato fra i promotori del movimento il popolano romano Angelo Brunetti, soprannominato Ciceruacchio, risponderemo che esso figurò per aver compartecipato in modo singolare se vuolsi al festeggiamento, ma non fu esso che dette gli ordini per la processione al Quirinale. Comunque si voglia poi, avendo ancor esso fatto parte delle consorterie politiche, come risulta dai documenti che ci somministra la [p. 69 modifica]storia, non era esso, nè più nè meno del Gaiani, se non che uno degli anelli della catena rivoluzionaria.

Preghiamo a tal effetto i nostri lettori di sentire ciò che trovasi stampato in merito al Ciceruacchio, alla pag. 32 dell’opera intitolata la Rivoluzione romana al giudizio degli imparziali pubblicata in Firenze nel 1850 in un vol. in-8.

«Molti credono che egli operasse allora in buona fede, e non fosse che uno strumento materiale in mano ai ribelli, che fino da quel giorno lo acclamarono quale nuovo Cola di Rienzo, per popolano, tribuno, dittatore e factotum di Roma. Ma non è poi così. Era Ciceruacchio una pannina vecchia, che aveva già il suo tarlo. Fino dal 1831 fu notissimo alla setta dei carbonari, che lo ascrissero tra’ soci, potendosi assai giovare di un carrettiere, fienaiuolo e bettoliere come lui, a sedurre la bassa plebe.»

Vi si racconta quindi che si compromise in un tentativo di sommossa nel 1837, quando infieriva in Roma il morbo asiatico, ma che scaltro com era, seppe menar ogni suo fatto in modo, da non potere mai essere legalmente convinto dal criminale.

Quindi si aggiunge:

«Operò dunque per molti anni di nascosto, finchè si levò di volto la maschera, stringendo lega ed amicizia con tutti i più famosi ribelli, i quali ben sapendo quanto potevan valersi di lui, non lasciarono mezzo di metterlo in credito e gonfiarlo di orgoglio, stampandone elogi e ritratti, e predicandone meraviglie. Così a poco a poco crebbe in potenza e audacia, e se ne valse a sommuovere la plebaglia dei rioni di Roma e dei paesi circonvicini, che spesso avvinazzava e conducevala ubbriaca ad urlare per Roma, e ad imporre al pontefice.»

Anche l’abate Coppi negli Annali d’Italia15 parlando [p. 70 modifica]dell’anno 1837, fa menzione di un tentativo di sommossa e quindi dice:

«Sul fine di agosto furono arrestati venti individui, che poscia furono condotti alla galera per diverso tempo. Altri, disposti ad accrescere il tumulto quando fosse scoppiato, rimasero occulti ed impuniti. Fra questi fuvvi un Angelo Brunetti fienaiuolo, carrettiere e bettoliere detto volgarmente Ciceruacchio.»

In comprova addizionale poi del carattere del Ciceruacchio viene in nostro sussidio il Montanelli il quale nelle sue Memorie racconta quanto appresso.16

«Dopo il 1831, e durante il pontificato di Gregorio XVI, capirono i liberali che per sollevare l’altero popolano alla idea moderna, bisognava scendere fino a lui, e quindi la sera alcuni borghesi travestiti da popolani recavansi nelle bettole dei quartieri popolari per educarli e tirarli al loro partito. Della fratellanza di Trastevere Angelo Brunetti, più tardi famoso col nome di Ciceruacchio, fu capo

Da ciò risulta che se fuvvi un campione il quale avrebbe potuto imprimere fisonomia, e colore originale e romano alle romane dimostrazioni, fu il Brunetti, imperocchè appariva in esso sincerità di cuore, generosità di animo, disinvoltura di maniere, e ninna traccia di quel raffinato incivilimento che altera il vero tipo del popolano romano.

Ma risulta pure che questo campione, il quale tutti credevano una cosa, era effettivamente un’altra, e che non era estraneo pe’ suoi antecedenti ai tentativi di rivolture che precedettero l’amnistia. E tutti il vedemmo in seguito legato a fil doppio e con il Massimo d'Azeglio, e col Masi, e più tardi col Matthey, col Tommasoni, col Zauli-Saiani, col Guerrini, e con tutti quelli insomma che figurarono nei primi movimenti, non escluso il celebre lord Minto che lo corteggiava, quasi che fosse un gran personaggio, e tutti questi il guidavano, e facevangli recitare [p. 71 modifica]la parte che gli avevan tracciato, cosicché anche da questo lato la spontaneità romana sparisce e subentran gl’intrighi delle politiche consorterie.

Ma se fino ad ora ci siam diffusi nelle narrative di ciò che accadde in occasione delle promulgazioni dell’atto di amnistia, e delle vere origini del tripudio che occasionò, ragion vuole che accenniamo pur anco le misure adottate dall’autorità per prevenire quegli sconcerti che, sopratutto nelle provincie, la intemperanza delle manifestazioni di gioia avrebber potuto provocare, e che accenniamo (sia pur di volo) cotali esultanze, eie conseguenze che produssero.

Di ciò tratteremo nel capitolo seguente.





  1. Vedi sommario, n. 1.
  2. Vedi la narrazione nella Rivista, n. 26.
  3. Vedasi vol. I, Atti ufficiali.
  4. Vedila in istampa fra le Miscellanee, vol. XX, n. 2.
  5. Grandoni, Opera citata pag. 12. — Torre, Memorie storiche, Torino 1851, vol. I, pag. 7. — Ranalli, Opera citata, vol. I, pag. 26. — Gualterio, Opera citata, vol. II, in principio. — La Rivoluzione Romana al giudizio degl’imparziali, Firenze, 1850, pagina 29. — Le feste del popolo romano, ovvero estratto dalla Pallade di Gerardi, pag. 65.
  6. Vedi Gualterio, vol. I, parte II, pag. 611.
  7. Vedi Gualterio, Opera citata, vol. I, parte II, pag. 611.
  8. Vedile per extensum nel cap. VII, di questo primo vol., non che nel primo vol. dei documenti, n. 55.
  9. Vedi Archivio triennale storico delle cose d’Italia. Capolago, 1850, vol. I, pag. 349-352.
  10. Vedi Montanelli, Memorie, vol. I, pag. 137.
  11. Vedi Mamiani, Opere politiche. Firenze, Le Monnier, 1853, pag. 50.
  12. Vedi documenti nel voI. I, n. 20 A. — Stampe e litografie, n. 5.
  13. Vedi Graiani, Opera citata, pag. 327.
  14. Vedi Gaiani, Opera citata, pag. 117.
  15. Vedi Annali d’Italia dell’abate Antonio Coppi, tomo VIII, anno 1837, pag. 350.
  16. Vedi Montanelli, Memorie, vol. I, pag. 53-54.