Sotto la tenda/A Laraishe

A Laraishe

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Nei domini dell'Oceano Fra i figli di Melek

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A LARAISHE.

A Laraishe avevo fatto piantare il campo, col consenso del governatore, fuori della Bab El-Behar (la Porta del Mare), sull’orlo erboso d’una ripa che domina l’Oceano. Le tende s’agitavano e palpitavano come vele di navi alla brezza della sera.

Non ero in buona compagnia. Poco discosto una tribù di arabi, che la carestia aveva scacciato dalla campagna e che la cittadinanza non voleva accogliere dentro le mura, stava accampata per vivere degli avanzi del Sole vicino — cioè delle immondizie. Una vera Corte dei Miracoli fra miserabili tane fatte di fango, di sterco e di fascine. Gli affamati si sono avvicinati a gruppi, silenziosi, piano piano, con la cautela di chi teme di essere scacciato.

Me li vedevo comparire improvvisamente avanti all’apertura della mia tenda, e sussultavo come alla vista di apparizioni funebri. Erano degli scheletri seminudi. Rimanevano immobili a guardarmi, senza chiedere nulla, con un resto di fierezza nel loro atteggiamento; ma i loro occhi erano pieni di implorazione disperata, e solo i loro occhi ringraziavano [p. 70 modifica]dell’elemosina: le bocche restavano mute. Quegl’infelici non osavano parlare, avevano paura di tutto, erano stati tante volte respinti e battuti che avevano preso la timidità selvaggia del cane randagio; la condanna unanime li persuadeva d’essere colpevoli, colpevoli d’aver fame.

Dalla tenda-cucina Alì, il cuoco, ha gettato fuori gl’intestini d’un pesce. I pezzenti si sono precipitati verso quella preda, lottando fra loro per carpirla. È stato un rapido aggrovigliamento di nudità orrende; e non un grido, non una voce. Al rumore della collutazione i miei uomini sono comparsi, e Mustafà ha urlato a quelle povere bestie umane: ― Via! via o vi faccio "mangiare il bastone!„ “Far mangiare il bastone” è una buffonesca espressione popolare che significa semplicemente bastonare. Detta agli affamati acquista un significato pieno di scherno atroce.

Gl’intestini erano rimasti ad una vecchia che li stringeva contro al petto nudo per difenderli meglio, e pendevano fra le sue dita scarne. Allontanatasi un poco si è volta, tutta scapigliata e ansimante, e levando un macero braccio stranamente tatuato, ha esclamato, con quella solennità che è sempre nelle parole dei vecchi: “Trema! Allah ti ascolta e ti giudica!” I Mori sono superstiziosi; l’ira di Mustafà s’è calmata per incanto; il brav’uomo ha tirato fuori dalla shkara (la gran borsa di cuoio che è la tasca d’ogni marocchino) un pezzo di pane, e l’ha dato alla vecchia, mormorandole la consueta invocazione che accompagna l’elemosina: Allah ihannak! ― Che Allah ti protegga! ― La donna non ha risposto.

Poco dopo il governatore ha mandato dieci soldati a far la guardia al mio campo, e le sentinelle si sono accoccolate sull’erba tutt’intorno alle tende, col fucile sulle ginocchia. Gli affamati sono fuggiti.

Il terribile spettacolo d’una moltitudine morente di fame è comune al Marocco negli anni di carestia. E questo è un anno come pochi se n’è visti. L’orzo necessario per ognuno dei muli della mia carovana costa circa otto franchi al giorno. Intiere popolazioni vivono di radici, di cardi, di bulbi di palme nane. A Marrakesh in due settimane duecentocinquanta persone sono morte di fame. A Tangeri il governatore fa [p. 71 modifica]stribuire del pane ai più bisognosi, e tuttavia si rinviene ogni tanto qualche cadavere al piede d’un muro o sulla soglia di una moschea nell’atteggiamento di chi dorme: è qualche affamato che, preso dall’ultimo sonno, si è coricato quietamente in disparte ed è morto.

Fuori d’ogni città marocchina si agglomerano le turbe dei miserabili. La gente della campagna, come il lupo, è spinta dal bisogno verso l’abitato, per istinto; si avvicina ai luoghi dove abbonda ogni cosa. Presso alle mura delle città la Fame mette il campo e intraprende un silenzioso e timido assedio, senza altra arma che il tragico aspetto di se stessa. Ma i cittadini non vi fanno gran caso; ne hanno troppo l’abitudine; la comparsa di quelle sinistre moltitudini non è per essi che un segno di cattivo raccolto, come la discesa delle cornacchie è segno di cattivo tempo. Non vi è che una abitazione fuori della Bab El-Behar. È una villetta europea il cui isolamento fa fede della cattiva fama del luogo, e dimostra il coraggio del proprietario. Egli è italiano, il signor Guagnino, nostro agente consolare, genovese di origine, attivo commerciante al cui lavoro si deve unicamente se l’esportazione italiana occupa un posto a Laraishe.

Egli è venuto al mio campo. [p. 72 modifica]― S’è fatta un po’ di calma — mi diceva a proposito della situazione a Laraishe, mentre prendevamo una lazza di the fuori della mia tenda. — Ma gli anni passati, ogni notte, era un concerto di fucilate. Alla mattina si trovavano dei cadaveri qui intorno. Non era allegro!

— E non hanno mai attaccata la sua casa?

— No. Vede là, dietro la casa, quella siepe? Là si formano le carovane dirette all’interno....

Infatti si scorgeva un movimento di uomini e di cammelli al di là della siepe indicatami.

— Ebbene — ha ripreso — quando il disordine si propagò in queste regioni, dei Gebala, montanari del Khlot, attraversavano il fiume di nottetempo, e venivano a derubare le carovane. Il governatore, per punirli, li escluse dai mercati. Essi si vendicarono prendendo a fucilate la città e continuando peggio che mai le loro razzie notturne. Mancavano soldati qui, perchè la guarnigione era stata ritirata per aggregarla alle spedizioni contro il Pretendente, e le carovane dovevano difendersi con le loro forze. Gli allarmi erano continui. I contadini abbandonavano le terre spingendo avanti a loro il bestiame, e si adunavano qui intorno. Disponevano un giro di sentinelle, le quali fucilavano tutta la notte; tiravano per precauzione. Era un inferno.

— Ed ora è tornato l’ordine?

— L’ordine no. E venuta la stanchezza. Il Governo è sempre senza autorità, ma la fame doma meglio degli eserciti. Tutta la ribellione ora consiste nel non pagare i tributi. Nella città però la tranquillità non è stata mai turbata. Le città sono presso a poco tutto quel che rimane, dell’Impero, sottomesso al Governo.

Mentre conversavamo, molti cittadini sono venuti dalla Bab El-Behar per trascorrere all’aperto l’ora del Moghrib. Prostrati sul prato hanno recitato devotamente la preghiera della sera, poi si sono seduti sgranando il rosario e guardando il paesaggio. Contemplare il tramonto è una delle faccende normali d’ogni marocchino ben nato; è un suo bisogno quotidiano, il pranzo della sua anima contemplativa. Alla sera, i punti più alti della città, si gremiscono di gente che aspetta immobile la scomparsa del sole. [p. 73 modifica]L’ombra saliva dalla valle del Lukkus già sommersa nella notte. Al di là del fiume la vetta d’una collina, più vicina e più grande delle altre, splendeva all’ultima luce del sole; quel luogo è un nido di leggende paurose. Nessun arabo vi andrebbe dopo il Moghrib; fra le sue boscaglie si celano rovine singolari che la fantasia orientale popola di spettri sono rovine nostre. Se vi appaiono fantasmi, essi debbono portare una toga o una corazza romana. Diciotto secoli or sono gli ultimi raggi di questi tramonti accendevano sopra quella vetta le superbe bianchezze marmoree di Lixion, colonia della Roma imperiale. Gli arabi vanno ora a ricercarne le colonne coricate fra gli sterpi, le spezzano e ne fanno della calce, della buona calce per imbiancare la Kasbah, le moschee ei minareti. Si può dire perciò che c’è ancora qualche cosa di romano nella moderna Laraishe: il candore. Dalla riva, insieme al rombo cadenzato delle onde sugli scogli, veniva un gridìo d’infanzia che giuoca. Sporgendomi fra le aloe e i cactus assiepati sul ciglione, ho scorto ai piedi della ripa scoscesa un’antica batteria invasa da una nidiata di monelli intenti a cavalcarne i venerabili cannoni, i quali, da buoni veterani, hanno dimenticato le battaglie per far divertire i ragazzi. [p. 74 modifica]C’è però un cannone a Laraishe, devotamente custodito nella Kasbah, il quale ha una vecchiaia più onorata. Esso è divinizzato. Il santo patrono della città è, cosa strana al Marocco, una donna, Lalla Mannanah, e quel cannone sarebbe come il suo aiutante, un patrono in sott’ordine.

In generale tutti i cannoni godono, in questa terra di guerrieri, di, una straordinaria reputazione. La fervida immaginazione marocchina non poteva non attribuire uno spirito all’arma che sa distruggere a tanta distanza come un fulmine intelligente. Il cannone ha una forza divina e una volontà umana. Esso divide le passioni di chi gli sta vicino, protegge coloro che lo toccano, si anima del loro odio. Bisogna dunque rispettare le idee di questo mostro il quale, si sa, possiede un carattere eminentemente collerico. Al Marocco un colpevole inseguito non ha che da arrivare a toccare un cannone qualunque per diventare inviolabile; almeno finchè non lascia presa. Nelle spedizioni imperiali l’artiglieria non è mai piazzata in posizioni strategiche per la difesa del campo, ma è adunata tutta davanti alla tenda del Sultano, e forma una specie di sacrario nel quale si svolgono le funzioni religiose della Mahalla. E quando i capi dei ribelli si decidono a presentarsi per fare atto di sottomissione, vanno a rifugiarsi fra le artiglierie sceriffiane, e lì scannano i buoi, che si sono trascinati appresso, offrendo l’ecatombe alla pace.

Ma i cannone santo di Laraishe ha ben altri meriti. Esso, all’assedio di Laraishe spagnuola del 1689, sparava da solo contro gl’infedeli. Sicuro! Non c’era verso di fargliela. Potevano ben tentare delle sorprese i Cristiani, non ne riusciva una; quando si avvicinavano agli assedianti, il cannone, carico o no, apriva il fuoco per conto suo, dava l’allarmi, sbaragliava i nemici. Intanto la santa sceriffa Lalla Mannanah, con le sue preghiere, arrestava i colpi dei Cristiani; le palle delle loro artiglierie cadevano giù inoffensive come uccelli morti.

Che volete, la difesa e l’offesa erano così ben combinate fra santa e cannone, che i poveri infedeli furono vinti e stravinti; Laraishe fu ripresa dagli arabi, duemila spagnuoli furono fatti schiavi, le chiese che erano state moschee [p. 75 modifica]ritornarono ad esserlo, e il Sultano fece condurre prigioniere a Mekinez, debitamente incatenate, tutte le statue di santi che potè trovare. E non fu un cattivo affare, poichè le statue furono riscattate a peso d’oro e ritornarono in Spagna, non senza essere state prima bastonate ben bene dai Mori che intendevano con questo di levar loro il desiderio di nuovi viaggi in Mauritania. È giusto che l’eroico cannone, beatificato, si riposi dei suoi prodigi fra gli omaggi di una ben meritata riconoscenza. Io tenevo ad avvicinarlo, dalla parte della culatta, s’intende, perchè con certe miracolose abitudini non si sa mai! Non ci sono riuscito, benchè il nostro agente consolare, amico personale di tutte le autorità, mi aiutasse in questa impresa. La presenza d’un cristiano è troppo impura; in certe questioni i marocchini non transigono. Alla esposizione dei miei desideri il governatore di Laraishe al quale sono andato a far visita la mattina dopo del mio arrivo - ha guardato in alto, forse per ispirarsi, e, per tutta risposta, mi ha chiesto gravemente:

—Vi piace la cupola di questa camera?

Ho guardato anch’io, e siamo rimasti un po’ tutti e due col naso per aria.

—È spagnuola? ho domandato dopo una sufficiente contemplazione [p. 76 modifica]Egli si è fatto portare dal suo segretario un librone manoscritto contenente gli annali di Laraishe, e gli ha ordinato di ricercarvi e di leggergli un certo paragrafo. Il segretario ha letto, egli ha ascoltato con devozione, gli occhi socchiusi, poi mi ha spiegato: Questa cupola fu eretta da un mio predecessore che si chiamava....

E giù nomi e date. Del cannone non se n’è parlato più.

Un perfetto tipo di moro, quel governatore, bello e solenne come un patriarca! Moro, intendiamoci, non negro. In Europa le due parole sono sinonimi; è un nostro errore tradizionale per il quale abbiamo annerito la faccia di quel povero Otello ed attribuito a Desdemona dei gusti da carbonaia. Il vero Moro, il puro discendente dei conquistatori della Spagna, è bianco d’un aristocratico pallore, ed i suoi lineamenti, d’una severa regolarità statuaria, rispondono talmente alla nostra idea della bellezza, hanno così poco di esotico, che si potrebbe trovare in essi la prova d’una lontana origine ariana. Forse anche il Moro è il risultato d’una fusione di arabo e di vandalo avvenuta all’incontro delle due razze conquistatrici sotto il cielo d’Andalusia.... Ma non turbiamo con delle ipotesi temerarie la maestà d’un problema etnografico, così inutile ad essere risoluto.

Dicevo dunque che il governatore era un bel moro, dall’aria grandiosa. Egli non mi ha ricevuto; mi ha dato udienza. Ricevere è una cortesia, dare udienza è una cerimonia. Egli era seduto sopra un magnifico tappeto di Rabat i cui vivaci colori divampavano in un punto colpiti da un raggio di sole dardeggiato da un’ogiva e si appoggiava a cuscini di cuoio con la molle e nobile grazia che hanno tutti gli arabi, anche quando sono straccioni. Alle sue spalle una stoja rabescata rivestiva la parete bianca. Il resto della camera era perfettamente nudo. Tutt’intorno a lui il tappeto era costellato di fiori d’arancio sfogliati che riempivano l’aria d’un profumo sottile e inebbriante. Io gli stavo di fronte, fuori del tappeto, come un colpevole davanti al giudice, seduto sopra una vecchia sedia cristiana che aveva una gamba [p. 77 modifica]rotta e mi costringeva ad un poco dignitoso equilibrio. Doveva risalire all’epoca di Lalla Mannanah, quella sedia.

Il pascià si è fatto portare da un piccolo schiavo negro tutti gl’ingredienti necessari per confezionare un perfetto the marocchino, e, come vuole l’uso, ha preparato la bevanda con le sue mani avanti all’ospite, con gesti ieratici, e l’ha assaggiata per il primo al fine di dimostrare che non era avvelenata. L’ospite, dal lato suo, deve provare la sua fiducia bevendo almeno tre tazze, il che è un grave sacrificio per noi che troviamo in quel the, dolcissimo e terribilmente profumato alla menta, tutte le caratteristiche d’un eccellente dentifricio. Il the va assorbito a sorsi piccoli, ma rumorosi: è di prammatica. Mentre mi assoggettavo a questi tormenti ho chiesto al governatore:

— Sei contento che stabiliscano nella tua città una polizia europea?

— Sono contento ― mi ha risposto ― che l’Europa tutta sia nostra amica.

— Ti ringrazio di avermi mandato i tuoi soldati a custodire il mio campo.

— Il mio dovere è di proteggere la tua vita preziosa.

La strada di Fez è sicura?

In questo momento puoi andarvi con l’oro nel palmo della mano. [p. 78 modifica]Questa non era che una poetica esagerazione ufficiale, poichè il pascià mi ha mandato poi a dire di non trattenermi di notte nelle piane di El-Fuwaratz, nella regione di El-Raw, infestate da predoni.

Ci siamo lasciati col governatore invocando, come vuole l’etichetta, la pace sulle nostre reciproche teste. È curiosa che tutti i popoli si salutino esprimendo il desiderio delle cose più difficili ad ottenersi; i bellicosi arabi si augurano la pace, come noi peccatori ci auguriamo costantemente il paradiso dicendoci " a Dio „.

Ho speso il resto della mattinata a completare le provviste della carovana. Era giorno di mercato, e per le viuzze scoscese, gremite di contadini venuti da tutti i punti del Gharb, mezzo beduini e mezzo soldati, armati dei loro lunghi fucili a pietra, passavano a stento, fra l’eterno grido di bal-ak, file di cammelli carichi dei più svariati prodotti dell’interno, e branchi di asinelli minuscoli mezzo scomparsi sotto gli shuari, e belle mule dalla gran sella rossa onorate dal peso di facoltosi mercanti drappeggiati nello ksa come senatori romani nella toga. Sulla piazza del Sok es-Seghir (del piccolo mercato), fra monticoli di aranci freschi, fasci di erba menta per il the, cesti di foglie di henna con le quali le arabe si arrossano il palmo delle mani e la pianta dei piedi, fra giarre colme di burro, anfore piene di latte, e cumuli di pani schiacciati a forma di focaccia, si aggirava la folla incappucciata nel gellaba bianco, una folla già tanto diversa da quella di Tangeri, egualmente sudicia, è vero, ma più fine, più dignitosa, più araba. A Tangeri predomina l’elemento berbero. Il vasto armento delle venditrici, accoccolate sulla terra infetta degli avanzi d’altri mercati, disputava i prezzi con un feroce diluvio di parole. Il tumulto era dominato dallo squillare prepotente delle campanelle degli acquaioli negri, i quali passavano seminudi, curvi sotto l’otre gonfia e rorida, agitando i sonagli e ripetendo a squarciagola il loro grido: Likassu el-ma! “per colui che vuole l’acqua!” gente, assetata dal troppo vociare, beveva a turno nelle coppe di rame rilucenti per l’uso. Si scannavano montoni, lì all’aperto come per un sacrificio, e i pezzi sanguinolenti venivano issati [p. 79 modifica]su delle stanghe di legno per attirare gli sguardi, ed essere così al tempo stesso, mercanzia e insegna. Si vendevano stoffe d’Alkazar che i passanti palpavano con aria da conoscitori, si vendevano ricami di Fez, babbucce di Tetuan, cuoi di Marrakesh, tappeti di Dar El-Baida.... Poco lontano, nel quartiere della Kasbah, tutto era solitudine e silenzio.

Vi sono nelle città marocchine di questi singolari contrasti; ogni rione ha le sue caratteristiche, la sua fisionomia, il suo scopo. Si volta un angolo e ci si trova in un mondo diverso. Il quartiere della Kasbah, a Laraishe, non ha negozi, non ha mercati, è il quartiere ufficiale, la sede del Governo. Vicoli oscuri e deserti nei quali il raro passante sembra farsi cauto, spiazzi silenziosi, porte moresche che s’aprono in anditi bui dai quali emana un profumo d’incensi, mura alte e bianche, e poi la fortezza dai bastioni di pietra sgretolati, dalle merlature cadenti popolate da cicogne immobili che meditano gravemente tenendosi con dignità sopra un solo piede, e al di là un antico cimitero arabo fra rovi e cardi sull’orlo dei fossati: ecco il quartiere della Kasbah che ho attraversato per tornare alla Bab El-Behar.

Un’ora dopo lasciavo con Laraishe e col mare ogni vestigia e ogni contatto dell’Europa. Attraversati gli orti e gli aranceti olezzanti che circondano la città, volgevo direttamente verso l’interno, per pianure sterpose e per colline coperte di boschi, nei quali risuona talvolta, alla notte, il solitario ruggito della pantera.