Rivista italiana di numismatica 1898/Bibliografia

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Rivista italiana di numismatica 1898 Rivista italiana di numismatica 1898


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BIBLIOGRAFIA



LIBRI NUOVI E PUBBLICAZIONI.


Julius von Schlosser, Die ältesten Medaillen und die Antike. I. Die Denkmünzen der Carraresen und die Sesto von Venedig.


Negli splendidi volumi del Jahrbuch der Kunsthistorischen Sammlungen des allerhöchsten Kaiserhauses, che, con munificenza veramente regale, escono ad illustrare i tesori d’arte e di antichità del Museo imperiale di Vienna, si trovano talora monografie che trattano dei prodotti dell’arte italiana, o che interessano l’Italia, ma a noi ne arriva difficilmente la notizia, essendo l’edizione limitata, pochi e di alto prezzo gli esemplari posti in commercio. Non sarà dunque sgradito agli studiosi del nostro paese qualche cenno intorno a un lavoro del sig. Giulio di Schlosser sulle più antiche medaglie e sugli antichi (Die ältesten Medaillen und die Antike) che si occupa di medaglie e di tessere coniate nella regione veneta.

Il sig. Giulio di Schlosser è giustamente colpito dal sorprendente fenomeno della simultaneità con cui dalle tenebre del medio evo sorgono sublimi negli ultimi anni del secolo XIV i primi sintomi dell’arte nuova e dello stile realista in due paesi così lontani e divisi come il Veneto e la Fiandra, senza che si possa comprendere il filo misterioso che lega siffatte manifestazioni della prosperità e della civiltà di due nazioni. Naturalmente ogni popolo conserva il carattere e la fisonomia che gli è propria, e mentre il Fiammingo, colla coscienza ed esattezza della razza germanica, copia la natura in ogni suo minuto particolare, il Veneto, che, si è conservato latino in mezzo alle invasioni barbariche e vive sovra un suolo dove tutto parla dei ricordi del passato, trova la sua ispirazione nello studio dell’antico e del classico. Anche le medaglie compariscono nei due [p. 138 modifica]paesi contemporaneamente, ed il nostro autore si compiace ad esaminare sulle medaglie i due elementi del nuovo stile, lo studio della natura e quello dell'antico.

Egli comincia dall' Italia e prima di tutto descrive le due note medaglie che ricordano la data del 19 giugno 1390, in cui Francesco Novello da Carrara riprese Padova dalle mani di Gian Galeazzo Visconti, che, fatto prigioniero il vecchio Francesco, ne aveva diviso lo stato con Venezia e collo Scaligero, suoi alleati del momento. Da lungo tempo gli studiosi erano di diverso parere nel giudicare 1' età di questi pezzi preziosi per la storia dell'arte, e mentre alcuni li credevano battuti per commemorare il lieto avvenimento e quindi contemporanei, altri invece li ritenevano restituiti, ossia coniati più tardi in memoria della gloria degli antenati da chi si vantava di discendere dai signori di Padova. Fra i primi si devono notare Verci, Köhler, Mader, Litta, Lazari e specialmente Giulio Friedlander, che, con buone ragioni e coll'autorità del suo nome, scese in campo a propugnare la tesi dell'autenticità, sostenendo che questi piccoli monumenti, a cui il Novello aveva affidato nel miglior modo possibile quel ricordo che egli desiderava eternare, furono lavorati nel breve periodo che corre fra la presa di Padova (1390) e la completa rovina della Dinastia Carrarese (1405). Que- sto giudizio, sebbene autorevole ed appoggiato a ragiona- menti che avevano la loro base nella storia politica ed artistica, non fu accolto da tutti gli studiosi delle medaglie del rinascimento se non con molte riserve: si osservava da alcuni uno squilibrio fra le lettere gotiche delle iscrizioni, l'impronta caratteristica del rovescio e le teste classiche del diritto, che indicavano chiaramente lo studio delle antiche monete ed un'arte sapiente non propria di un'epoca tanto remota; la maggior parte degli amatori e direttori di Musei era renitente a togliere il primo e più antico posto al Pisa- nello per darlo all'ignoto autore delle medaglie carraresi. Di queste idee si fece autorevole interprete l'Armand nella sua celebre opera Les médailleurs italiens, dove riporta il giudizio del dotto tedesco, e, pur apprezzandolo al suo giu- sto valore, non nasconde i dubbi, che l'aspetto, relativamente moderno, di tali pezzi faceva nascere nel suo animo.

[p. 139 modifica]Il dibattito si sarebbe certamente prolungato per molto tempo e non avrebbe forse avuto una soluzione definitiva, se il sig. J. Guiffrey non avesse invocato un documento contemporaneo, che dava ragione al valente conservatore del Museo di Berlino in modo decisivo ed inconfutabile. Nella Rivista numismatica francese del 1890 da prima, ed in modo più preciso in quella del 18911, il sig. Guiffrey dimostra che in un catalogo compilato nel 1401, e cioè prima della occupazione definitiva di Padova per parte dei Veneziani, in cui sono elencate le antichità possedute da Giovanni Duca di Berry fratello di Carlo V re di Francia, rinomato cultore delle arti e raccoglitore di oggetti preziosi per il lavoro e per l’antichità, si trova una medaglia di piombo descritta in questo modo: item une empraincte de plomb où est le visaige de Francois de Carrare en une coste, et en l’autre la marque de Pade, parole che, se non chiariscono perfettamente di quale dei due Franceschi si tratti, mostrano però senza tema d’errore che la medaglia descritta è una delle due sulle quali verte la discussione. Il più strano della faccenda si è che tale notizia si trova alla rubrica Médaille sul Glossaire des émaux, opera stampata nel 1853, e cioè 15 anni prima della pubblicazione del Friedlander.

Il sig. de Schlosser, dopo di avere informato il suo lettore del parere dei diversi storici e critici d’arte e delle vicissitudini che ebbero durante un secolo tali opinioni, studia con analisi fine ed accurata la origine artistica ed il pensiero che informa questi piccoli monumenti, i quali hanno tanto interesse per la storia dell’arte e del rinascimento, specialmente dopo che, sicuri della loro età e della loro genuinità, possiamo ricavare osservazioni e raffronti precisamente in ciò che prima era argomento di discussione e di dubbio. Mentre infatti il rovescio conserva la fisonomia prettamente medioevale, le teste del diritto potrebbero essere disegnate cinquanta anni più tardi, perchè mostrano chiaramente la conoscenza e lo studio delle monete romane. La testa del Novello ricorda un gran bronzo di Vitellio, come [p. 140 modifica]quella del vecchio Francesco arieggia i medaglioni di Comodo e Settimio Severo. Non si conoscono ritratti dei Carraresi e soltanto un cronista contemporaneo descrive Francesco secondo corpulento e tarchiato, di aspetto risoluto ed orgoglioso, caratteri che si riscontrano anche nella testa che porta il suo nome. L’assieme però delle due figure deve essere idealizzato e condotto a forme classiche dal sentimento artistico di colui che le ha modellate, poiché il modo con cui sono tagliati i capelli, la mancanza di barba e la nudità eroica del figlio come il paludamento del padre non corrispondono alla foggia di vestito e di acconciatura che, sotto l’influenza della moda francese, si usava tanto alla corte germanica come in quelle dei principi italiani.

Resta così assodato alla nostra regione ed al Novello il vanto di avere per il primo eternato con la medaglia un fatto storico memorabile, dando forma moderna ad un pensiero, che è pure causa di vaghezza e di varietà nella serie numismatica romana. Padova infatti, sotto il governo di principi ambiziosi ed illuminati, era diventata uno dei centri più importanti della coltura dell’alta Italia ed un focolare dal quale s’irradiò lo studio delle lettere e delle arti antiche.

Come Friedlander, anche Schlosser unisce allo studio delle medaglie carraresi quello di alcune tessere o prove di zecca, che portano i nomi di Marco, Lorenzo ed Alessandro Sesto, celebri orefici ed intagliatori dei coni nella zecca veneziana. L’associazione è naturale, perchè, lavorate nella stessa regione e nella stessa epoca, sentono del pari il soffio dell’influenza classica, mentre, tanto nelle une, che nelle altre, le iscrizioni hanno caratteri gotici e le date segnate in cifre arabiche.

A queste, importanti per la firma e pregiate per la somma rarità, seguono alcune tessere più facili a rinvenirsi, ma pure importanti per la varietà dei disegni e delle iscrizioni e pregevoli per il lavoro artistico, sicché da tutti gli studiosi furono attribuite ai membri della famiglia Sesto. Non è noto lo scopo a cui servivano: l’opinione più diffusa è che fossero marche da giuoco, sebbene certe iscrizioni possano far nascere il dubbio che alcune almeno avessero una destinazione più nobile e più importante. Sovra di esse troviamo [p. 141 modifica]raffigurato tutto ciò che la religione, la filosofia e la coltura di quell’epoca prediligevano. Vediamo l’effigie di S. Giorgio a cavallo e seduto, le virtìi, la giustizia, un filosofo che legge, la leggenda di Androclo, la favola del lupo monaco, ma ciò che principalmente interessa a noi ed all’autore della nostra memoria, sono le teste degli imperatori copiate dalle monete romane ed una certa fisonomia classica che aleggia nel pensiero e nel disegno e indica il tempo in cui nasceva e si maturava il germe del rinascimento.

Il sig. Schlosser non crede che sia opera del caso una sì grande affinità quale è quella che esiste fra le medaglie carraresi e le tessere dei Sesto, tanto nel sentimento artistico, quanto in taluni notevoli particolari, ne può trattenersi dall’arrischiare una ipotesi evitata dal prudente Friedländer, volendo attribuire le medaglie padovane ad uno dei Sesto e precisamente a Marco, che, nominato intagliatore dei coni alla zecca nel 1394, aveva lavorato la tessera colla testa di Galba nel 1393. In tal caso questo pezzo e quello di suo fratello Lorenzo sarebbero quasi studi per le medaglie dei Carraresi. Come orefici, i Sesto erano molto stimati nel Veneto e nel Friuli e da ogni parte si ricorreva ad essi per reliquari ed altri oggetti di oreficeria artistica; forse nel momento in cui Francesco Novello rientrava nella Signoria di Padova, avrebbe potuto la Repubblica permettere al suo maestro di zecca di onorare il valoroso cavaliere carrarese, che in quel momento era in buoni rapporti con Venezia.

Così pensa lo Schlosser, ma noi veneziani, che conosciamo la cura gelosa con cui la Repubblica vigilava sulla zecca, ed i rapporti che fra Venezia ed i Carraresi furono sempre poco cordiali, siamo assai renitenti ad ammettere che il Sesto sia stato chiamato a Padova, o che Francesco Novello abbia fatto lavorare le sue medaglie nella zecca di Venezia. Ciò non corrisponde nemmeno all’opinione che abbiamo del carattere e del sentimento dell’ultimo Signore di Padova.

A noi pare che le tessere dei Sesto e le medaghe carraresi abbiano fra loro comuni soprattutto quei caratteri, che dipendono dall’essere state lavorate nello stesso paese e nello stesso tempo, come sarebbero le lettere gotiche, le cifre arabiche e principalmente la stessa influenza dello studio delle [p. 142 modifica]lettere e delle arti antiche, ma differiscono invece in ciò che costituisce la maniera e lo stile personale dell’artista, vale a dire il disegno ed il tocco del maestro. Mentre nelle tessere e nelle monete coniate a Venezia si vede sempre una certa bravura e sprezzatura di esecuzione, che corrisponde al lavoro abbondante ed affrettato di quella zecca, le medaglie e le monete di Padova hanno una accuratezza che comporta un lavoro più calmo e più studiato. Forse anche questa opinione potrà sembrare arrischiata, mentre io non conosco le prove di zecca che hanno i nomi di Marco, Lorenzo ed Alessandro Sesto, se non per le riproduzioni: pure ho creduto di manifestare aperto il mio pensiero, perchè dal cozzo delle opinioni viene la luce e dalla discussione emerge la verità.

E qui faccio punto senza esaminare la seconda parte del lavoro, in cui l’autore tratta di medaglie coniate in Fiandra e menzionate esse pure nel catalogo del Duca di Berry.

Chiudo augurando che delle cose nostre studiate dagli stranieri con amore e con dottrina si occupino anche gli Italiani, i quali, nelle memorie locali e negli archivi, possono trovare notizie importanti sulle belle medaglie del rinascimento e sugH artisti che le lavorarono, ed anche dalle modeste tessere possono trarre argomento di studio e di soddisfazione.




Catalogue of the greek coins of Caria, Cos, Rhodes, etc. by Barclay V. Head; London 1897, cviii — 326 pag. con xlv tav. in eliotip. e una carta geografica.


La serie dei volumi che formano il catalogo della collezione numismatica del museo di Londra, alla cui compilazione attendono da tempo i più illustri numismatici inglesi, è andata man mano acquistando maggior pregio ed importanza, specialmente nei volumi pubbhcati in questi ultimi anni. I due lavori, ad esempio, sulle monete della Siciha e della Magna Grecia, per quanto sien fatti con rigore scientifico, non hanno quelle preziose ed abbondanti osservazioni geografiche, storiche, mitologiche, artistiche, metrologiche, seguite da una così ampia riproduzione in eliotipia dei tipi [p. 143 modifica]più interessanti. A questo volume, che noi pigliamo in esame, è premessa un’introduzione di cviii pagine, nella quale passando a rassegna in ordine alfabetico tutte le città della Caria propriamente detta e delle isole adiacenti, rappresentate nella grande collezione del British Museum, di ciascuna si ricorda la posizione geografica, la durata della coniazione, il sistema monetale con le sue vicende, l’importanza artistica dei tipi e il loro significato; tutto ciò sulla base di una completa e precisa conoscenza della storia civile e politica di quella regione. In un lavoro generale sulle monete della Caria, che non fosse un catalogo, vi sarebbe poco da aggiungere a questo libro dell’Head, Par che tale sia stato lo scopo dell’A., di fare cioè non un vero e proprio catalogo, ma un trattato delle monete della Caria, per quanto l’indole del libro gli consentisse: i frequenti richiami a mo- nete di altre collezioni e la- tav, xlv composta esclusivamente di queste (tranne il n, 7) rivelano abbastanza l’intenzione dell’A.

Al volume è premessa una carta geografica della Caria, secondo l’atlante del Kiepert (Forma Orbis antiqui tav. ix) con qualche leggera modificazione del sito di talune città (Caryanda, Telmessus e Chalcetor) fatta sui risultati di una recente esplorazione del Myres. È cosa degna di nota che con un argomento tratto dalla numismatica stessa l’Head arrivi quasi a dirimere il dubbio che esisteva circa la vera posizione della città di Astyra. Il Borrel, dando una falsa interpretazione ad un passo di Stefano Bizantino, vorrebbe segnare questa città nell’isola di Rhodus; il Leake invece nella penisola che sta di fronte a Rhodus. L’Head sostenendo quest’ultima opinione la rafforza, anzi le dà tutte le apparenze di vera, osservando che, se Astyra fosse stata nell’isola di Rhodus, avrebbe dovuto smettere la coniazione delle sue monete insieme con le altre città di Lindus, Jalysus e Camirus, quando fu fondata la città di Rhodus (Introd. pag. xxxix). Ma la sua zecca funziona anche dopo il 408; dunque è quasi certo che questa città sorse sulla penisoletta di rincontro.

Fra le monete più antiche della Caria si annovera uno statere di Cnidus con la testa arcaica di Venere che egli crede sia "the earliest representation of the human head [p. 144 modifica]know on coins „ (Introd., pag. xlviii), e che risalga alla prima metà del VII secolo a. C. Antichissimo, ma che non oltrepassa la prima metà del VI secolo è un tetradramma di Calymna, il cui rovescio incuso con figura a rilievo ricorda la più antica coniazione di elettro dei secoli VII e VI a Parium e a Miletus, come pure le più antiche monete d’argento di Eretria in Euboea e d’Apollonia ad Rhyndacum (Introd., pag. lxxxvii). Salvo però queste e poche altre eccezioni (come Carpathos, Lindus, Camirus, ecc.) gl’inizii della monetazione della Caria non sono, in generale, tanto remoti quanto quelli della Jonia. Manca infatti l’antichissima coniazione dell’elettro, che ha un semplice accenno nella città di Camirus (pl. xxxiv n. 6). Può dirsi che nella Caria propriamente detta, cioè nella parte continentale, non vi sia stata coniazione prima della conquista di Alessandro, ad eccezione di alcune città della costa (Cnidus, Chersonesus, Jdyma, Termera, Astyra) le cui zecche funzionavano prima che cominciasse la dominazione di Hekatomnus (395 a. C). Diversa era la condizione delle isole poste di rincontro (Cos, Rhodus, Calymna) con le loro città. Trovandosi esse lungo la via che menava in Oriente, i loro porti diventarono ben presto scali importanti di commercio e le popolazioni sentirono il bisogno di avere una monetazione che regolasse i loro scambii. Il piede monetale fu quello delle città con le quali avevano relazioni commerciah; così ci spieghiamo perchè Cos, Idyma, Camirus adottassero il sistema eginetico ed invece Lindus, Jalysus, Posidium Carpathi, intente al commercio con l’Est, preferissero il sistema fenicio (Introd., pag. lxxxix, xc).

Al periodo dell’arte più fina appartengono le monete del satrapo Hekatomnus, i bellissimi stateri d’oro (pi. xxxvi n. 5) e d’argento e i tetradrammi di Rhodus con la testa di Helios di fronte, che non sono estranei all’influenza dell’arte di Kimon (Introd., pag. cii); gli stateri e tetradrammi di Cnidus con la bellissima testa di Venere che si vuole sia una copia del capolavoro di Prassitele, sopra certi esemplari appartenenti alla prima metà del IV secolo (Introd., pag. l).

Ma una monetazione abbondante in tutte le città della Caria non si ha prima del II secolo a. C, allorchè per [p. 145 modifica]la vittoria dei Romani sopra Antioco l’attività commerciale ebbe un rapido sviluppo e fiorirono le monetazioni autonome dei municipii, le quali si andarono riducendo di molto o scomparvero addirittura nell’impero, secondo la condizione creata loro dalla potenza dominatrice di Roma.

Nella Introduzione l’A. evita, con la sua nota sobrietà, ogni inutile sfoggio di dottrina. Nei richiami alla Mitologia dice soltanto quello che può avere stretta attinenza con i tipi monetali. Discorre del dio ΜΗΝ ΚΑΡΟΥ delle monete di Attuda, affine all’Asklepios greco; dell’Apollo Triopas di Cnidus, nel cui tempio convenivano i rappresentanti della esapoli dorica; dello Zeus Labrandeo venerato in diverse città della Caria. Questi pochi cenni opportunamente dati rivelano qual grande patrimonio di studi l’illustre numismatico possegga: studi ausiliarii, di cui si avvantaggia grandemente la numismatica.

Parlando del sistema monetale di Rhodus, l’A. tratta pure dell’origine della dramma di gr. 3,88 — 3,56 che ci dà un tetradramma di gr. 15,55 — 14.90- Secondo lui questo piede monetale è chiamato erroneamente rodio, perchè già era in uso a Chios nella prima metà del V secolo, quando Rhodus non ancora era stata fondata (408 a. C). Egli inclina a credere che sia derivato dal sistema attico ridotto (il cui tetradramma pesava gr, 17,49 — 16,84) per la ragione che esso in alcune città, fatta eccezione di Cos, sostituisce non il sistema attico ma il fenicio, il cui tetradramma è di gr. 14,25 (Introd., pag. xciii, civ).

E giacché siamo a discorrere di sistemi monetali, vogliamo far parola di una veduta molto originale dell’Head a proposito delle dramme arcaizzanti emesse da Rhodus nel II secolo a. C. (166-88), con la testa di Helios di profilo e un’area incusa superficialmente al rovescio. L’alterazione del tipo di Helios da una parte e la restaurazione del peso di queste monete dall’altra, che è molto elevato rispetto alle ultime precedenti emissioni, accennano secondo l’Head ad una riforma avvenuta nel 166 in seguito alla disastrosa perdita subita dai mercanti di Rhodus, quando le città tributane del continente furono dichiarate libere dai Romani. Rodi quantunque colpita nei suoi interessi vitali, dovè tuttavia [p. 146 modifica]mantenere il suo credito un po’ scaduto per la decadenza della sua monetazione, con l’emettere monete di peso giusto. La riapparizione dell’area incusa è da considerarsi come un ritorno all’antico, ossia come un’intenzione deliberata di restaurare il credito. Non altrimenti ci potremmo spiegare quest’anomalia nella sua serie monetale.

Sarebbe inopportuno richiamare l’attenzione degli stu- diosi sulla importanza del Catalogne of greek coins in the British Miiseum, una delle più notevoli pubblicazioni numi- smatiche di questo secolo: è noto oramai quanto sia esso utile agli studi archeologici. E merito dei vecchi numismatici del secolo passato e della prima metà del nostro l’aver de- scritto ed ordinato alla meglio la immensa congerie di nummi raccolti nelle pubbliche e private collezioni d’Europa, e siamo lieti che in quest’opera gl’Italiani abbiano contribuito per la massima parte con i lavori del Sestini, del Cavedoni, del Garrucci e di altri; ma è merito dei dotti moderni, quali l’Imhoof-Blumer, l’Head, il Mommsen, ecc., l’aver riordinato con rigore scientifico quel grande materiale dai nostri padri raccolto.

E. Cabrici.




Ambrosoli (S.). L' ambrosino d' oro. — Milano, Tip. ed. L. F. Cogliati, 1897.


Nella splendida pubblicazione Ambrosiana2 uscita sulla fine del passato anno 1897, troviamo un interessantissimo studio di numismatica dal titolo: L’ambrosino d’oro, del nostro egregio amico e collega, il cav. dott. Solone Ambrosoli, sul quale vogliamo spendere qualche parola.

L’articolo ha due parti ben distinte. Nella prima il ch. Autore tratta del famoso ambrosino d’oro della I Repubblica Milanese, di cui, com’è noto, si conoscono oggi tre soli esemplari. L’A. confessa d’aver sempre nutrito invincibili [p. 147 modifica]dubbî intorno a questa moneta, la quale intralcia tutti i dati più sicuri che si hanno intorno alla storia delle nostre zecche del Medio Evo, e i suoi dubbî giungevano sino a porre in discussione l’autenticità di queste monete.

Sul primo punto sono perfettamente d’accordo coll’A.; non così sul secondo. I tre ambrosini o fiorini d’oro della I Repubblica Milanese, che si conoscono, e che sono tutti di conio differente, portano, a mio parere, le caratteristiche di una autenticità indiscutibile, e il loro tipo è ben diverso da quello di rozze imitazioni comparse in questi ultimi anni, e dalle quali, per mezzo della Rivista (V. Rivista It. di Numismatica, a. 1896, pag. 503-504), furono messi in guardia i raccoglitori. L’essere pochi non mi pare una ragione per contestarne l’autenticità. Vi sono molte monete uniche, ma universalmente riconosciute per genuine.

Non vedo poi perchè non si potesse popolarmente denominare ambrosini queste monete, dal momento che vi è effigiato S. Ambrogio, sia pure accompagnato dagli altri due santi Gervaso e Protaso. Il santo principale, il protettore di Milano, era sempre il primo; e questo infatti vi è rappresentato da un lato, al posto d’onore, in una nicchia. Del resto non sarebbe questo l’unico caso del genere: il popolo usò talvolta dare a delle monete talune sue denominazioni, desunte, non già dalla parte o figura principale in esse effigiate, ma da qualche particolare di minima importanza, che vi figurava. Per limitarmi ad un solo esempio, citerò il famoso Stellino di Cosimo I de’ Medici.

Può darsi benissimo, come osservò il Promis, e come ammetterebbe anche l’A., che questi tre ambrosini, o fiorini d’oro, siano prove di zecca di una moneta, che poi non fu effettivamente battuta; ma questa ipotesi va basata, non già sullo scarso numero degli esemplari trovati, ma piuttosto sulle ragioni storiche, le quali fanno apparir strana l’esistenza di queste monete. Accade però non di rado che i monumenti scoperti sembrano a prima vista in contraddizione con ciò che a noi consta secondo la scienza; ma poi se ne trova la ragione: il monumento è riconosciuto autentico, e la scienza è costretta a modificare i suoi postulati.

La seconda parte del lavoro dell’Ambrosoli tratta un’altra [p. 148 modifica]questione importante, ossia del mezzo ambrosino d’oro, finora generalmente attribuito alla Seconda Repubblica Milanese (1447-50), e che egli vuole restituito alla I Repubblica. Le ragioni alle quali l’A. appoggia la sua asserzione, e che a me pure sembrano di gran peso, sono:

I. La leggenda MEDIOLANVM, in luogo di COMVNITAS MEDIOLANI, come si legge su tutte le monete della seconda repubblica.

II. I caratteri della leggenda, i quali non possono, secondo la paleografia, essere posteriori alla prima metà del secolo XIV.

III. Il fatto di due tesoretti composti interamente di monete che non oltrepassavano l’epoca di Giovanni Visconti (1349-54), e nei quali si trovavano esemplari del mezzo ambrosino.

A queste ragioni io non ho alcuna difficoltà ad associarmi. Ero tanto convinto del granchio preso da tutti gli scrittori, compreso lo scrivente3, che, basandomi sul solo argomento della paleografia, già da tempo, nel mio medagliere, avevo collocato il mezzo ambrosino fra le monete della I Repubblica Milanese; e ora ritengo che, in avvenire, in seguito alla pubblicazione dell’Ambrosoli, tutti i raccoglitori di monete milanesi vorranno fare altrettanto.

Venuto a queste conclusioni, l’A. si propone un altro assunto, quello cioè di dimostrare come il famoso ambrosino d’oro della I Repubblica non sia altro che questa moneta di cui abbiamo testé parlato, e che è considerata generalmente per un mezzo ambrosino. Troppo lungo sarebbe l’entrare negli argomenti citati dall’A. a corredo del suo ragionamento, argomenti per certo molto validi e suffragati da eccellenti scrittori, quali il Mulazzani. La nostra moneta sarebbe dunque un vero ambrosino d’oro, ossia un mezzo fiorino d’oro, o, come suggerisce il comune amico cav. Giuseppe Gavazzi, un fiorino di terzuoli, essendo noto che accanto alla lira imperiale vi era la lira di terzaroli o di terzuoli, che valeva la metà esatta di quella, ossia 10 soldi imperiali.

[p. 149 modifica]Se si ammette quindi l’esistenza della moneta d’oro della Prima Repubblica coi tre santi, questa moneta non può essere che il fiorino d’oro, del valore di 20 soldi imperiali, e che valeva precisamente il doppio dell’ambrosino d’oro.

I numismatici saranno certamente grati al dott. Ambrosoli, il quale ha sollevato, discusso e, a nostro avviso, risolto in modo irrefutabile una importante questione, che interessa la storia delle nostre zecche medioevali.

margine




Engel (Arthur) et Serrure (Raymond). Traité de Numismatique moderne et contemporaine. Première partie. Epoque moderne (XVIe - XVIIIe Siècles). Paris, Ernest Leroux éditeur, 1897. — (Un bel vol. in-8° gr., di pag. VIII-612, con 363 illustrazioni intercalate nel testo).


Frequentissime volte, nel corso di un decennio, la Rivista ha avuto occasione di annunciare con elogio l’uno o l’altro importante lavoro dei Sigg. Engel e Serrure.

Si trattava, dapprima, di una pubblicazione eminentemente francese, ma che, per le molteplici attinenze storiche della Numismatica di Francia con l’italiana, interessa assai davvicino anche i nostri lettori4.

Poi, ripetutamente, si ebbe a discorrere intorno ad un’opera di disegno più vasto e generale, il Traité de Numismatique du Moyen àge, di cui escirono sino ad oggi i due primi volumi, e che costituisce un’impresa altrettanto ardita quanto giovevole senza dubbio ad affratellare gli studiosi dei diversi paesi5.

E ora, mentre il terzo ed ultimo volume di quell’opera è in via di compimento, gl’infaticabili Autori hanno posto mano ad un’altra pubblicazione, in due volumi questa, la quale formerà séguito al trattato di Numismatica medioevale, [p. 150 modifica]intitolandosi: Traité de Numismatiqiie moderne et contemporaine. Il primo volume di questo nuovo trattato comprende l’epoca moderna (Sec. XVI-XVIII) ed è uscito per l’appunto dalle stampe; l’altro volume, che si sta preparando, comprenderà l’epoca contemporanea, ed uscirà verso la fine del corrente anno 1898 o sul principio del 1899.

La mole e l’aspetto del bel libro che abbiamo sottocchio armonizzano in tutto coi volumi del trattato di Numismatica medioevale; a noi italiani riesce particolarmente lusinghiero che gli Autori, per fregiare la copertina e il frontispizio, abbiano scelto un testone milanese di Galeazzo Maria Sforza, moneta — (osservano giustamente) — " dont l’émission marque, en numismatique, l’aurore des temps modernes „.

La distribuzione delle materie nel volume è la seguente.


Cap. I.

La Francia, dalla comparsa delle monete d’argento a tondello massiccio sotto Lodovico XII, sino all’adozione del sistema decimale.

Cap. II.

Territori sovrani racchiusi nel Regno di Francia.,

Cap. III.

I Paesi Bassi, da Carlo V a Napoleone I.

Cap. IV.

Le Isole Britanniche, dalla metà del Sec. XVI sino alla fine del XVIII.

Cap. V.

L’Impero Germanico, dal principio del Sec. XVI sino all’abdicazione di Francesco II (1806).

Cap. VI.

L’Ungheria, dal principio del Sec. XVI sino alla fine del XVIII.

Cap. VII.

La Svizzera, dal principio del Sec. XVI sino alla fine del XVIII.

Cap. VIII.

L’Italia e le sue dipendenze, dalla comparsa delle monete d’argento a tondello massiccio, nel Sec. XV, sino alla fine del XVIII.

(Ecco il sommario di questo capitolo: — Italia Settentrionale. — Ducato di Savoia. — Regno di Sardegna. — Signoria d’Asti. — Marchesato di Saluzzo. — Contea di Desana. — Contea, poi principato di Messerano. — Contea di Frinco. - Contea di Cocconato. — Marchesato di Vergagiii. — Contea di Benevello. — Abbazia di San Benigno. — Principato di Monaco. — Abbazia di Lerino. — Contea di Tassarolo. — I possessi dei Doria. —
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Repubblica di Genova. — Città di Savona. — Marchesato d’Arquata. — Contea di Ronco. Marchesato di Borgotaro. - Marchesato d’Albera. — Ducato di Milano. — I possessi dei Trivulzio. — Signorie d’Antignate e di Covo. — Marchesato di Novara. — Principato di Belgioioso. — Contea di Maccagno. - Contea di Gazzoldo. — Principati di Bardi e di Compiano. — Principato di Campi. — Principato, poi Ducato di Massa di Lunigiana. Marchesato di Tresana. — Marchesato di Fosdinovo. — Principato di Cisterna. - Ducati di Parma e Piacenza. - Marchesato, poi Ducato di Mantova. — Principato di Castiglione delle Stiviere. - Marchesato di Solferino. - Ducato di Sabbioneta. — Principati di Pomponesco e di Bozzolo. - Marchesato di Monferrato. — Ducato di Ferrara. - Ducato di Reggio. — Ducato di Modena. — Signoria, poi Ducato della Mirandola. - Contea, poi Ducato di Guastalla. — Contea di Novellara. — Contea, poi Principato dt Correggio. - Principato di Porcia. — Principato di Soragna. — Repubblica di Venezia. - Italia centrale. — Repubblica di Lucca. - Repubblica di Firenze. — Repubblica di Pisa. - Ducato di Firenze, poi Granducato di Toscana. - Repubblica di Siena. — Principato di Piombino. — Marchesato di Massa Lombarda. — Contea di Castiglione de’ Gatti. - Ducato d’Urbino. — Signoria di Pesaro.— Signoria di Castro.— Signoria e Ducato di Camerino. — Repubblica di Perugia. — Gli Stati della Chiesa. — Italia meridionale. — Regno di Napoli. — Regno di Sicilia.— Regno delle Due Sicilie.— Contea di Manopello. - Marchesato del Vasto. Marchesato di San Giorgio. — Principato di Belmonte. — Principato di Ventimiglia. l’alia insulare e coloniale.— L’Ordine di San Giovanni di Gerusalemme a Malta.— L’isola di Sardegna. — Possessi della Repubblica di Venezia. Dalmazia e Albania. Levante Veneto. — Possessi della Repubblica di Genova. — Regno e Repubblica di Corsica. — Repubblica di Ragusa).

Cap. IX.

La Spagna, dal principio del Sec. XVI sino all’invasione francese.

Cap. X.

Il Portogallo, dal principio del Sec. XVI sino alla fine del XVIII.

Cap. XI.

I paesi Scandinavi, dal principio del Sec. XVI sino alla fine del XVIII.

Cap. XII.

II Regno di Polonia e le sue dipendenze, dal principio del Sec. XVI sino allo smembramento del 1795.

Cap. XIII.

La Russia, le sue dipendenze e i paesi cristiani dei Balcani sino alla fine del Sec. XVIII.

Cap. XIV.

Le colonie europee d’Oltremare sino alla fine del Sec. XVIII.


Come si vede, si tratta di un campo addirittura sterminato; ma il modo con cui gli Autori hanno pensato di giungere a dominarlo è sommamente ingegnoso, e venne tradotto in atti con quella abilità alla quale ci hanno abituati. Il loro libro si può chiamare un sapiente aggregato d’un mezzo migliaio di monografie in miniatura, molto ben aggruppate, e contenenti ciascuna le notizie più essenziali. Non v’è quasi [p. 152 modifica]staterello per quanto minuscolo, non v’è quasi zecca per quanto dimenticata, di cui non vi si trovijalmeno un cenno sommano, con dati numismatici non solo, ma storici, genealogici, ecc., e con preziose indicazioni bibliografiche.

Nella prefazione, gli Autori scrivono: " Nous sommes persuadés que les numismates dont les études se sont spécialisées n’auront pas beaucoup de peine à trouver des omissions ou des inexactitudes de détails dans les chapitres qui les concernent. Mais des livres comme le nótre ont droit à un jugement d’ensemble „. Verissimo, siamo d’accordo; ad ogni modo poi la dichiarazione disarma la critica. Non ci rimane quindi se non di conchiudere, che il libro dei Sigg. Engel e Serrure raggiunge egregiamente lo scopo che si è prefisso. Per mezzo di esso, un numismatico di una data nazionalità sarà in grado di formarsi rapidamente un’idea, sia pure rudimentale ma certo non erronea, della Numismatica di qualsivoglia altra nazione; ed è chiaro di quale utilità ciò possa riuscire, ad esempio per lo studio delle innumerevoli contraffazioni monetali.

Superfluo l’aggiungere che la veste tipografica del volume è splendida, come ben riuscite sono le zincografie riproducenti numerosissimi tipi di monete, stemmi, monogrammi ed altri particolari, ai quali ben a ragione gli Autori consacrano molta cura anche in questa loro pubblicazione, cui non mancherà il buon successo che merita appieno.

S. A.




Blanchet (Adrien). Les monnaies antiques de la Sicile. Paris, 1898. — (Estr. dalla Revue de l'Art ancien et moderne. — Un elegante opuscolo di pag. 6 in-4, con illustrazioni).


Il brillante autore dei due graziosi manualetti: Les Monnaies grecques e Les Monnaies romaines, pubblicati nella " Petite Bibliothèque d’Art et d’Archeologie „ del Leroux, ha scritto testè un breve ma succoso articolo di divulgazione sulle monete antiche della Sicilia, considerate dal punto di vista dell’arte.

Egli ha preso in esame particolarmente la serie di [p. 153 modifica]Siracusa, seguendone man mano l’evoluzione artistica, rilevando le caratteristiche principali dei diversi periodi, e le particolarità di stile di quei celebri incisori; ma ben a ragione ricorda che anche Nasso, Selinunte, Camarina, Imera, Agrigento ci offrono tipi monetali d’un’originalità e bellezza insuperate; e conchiude richiamando l’attenzione dei cultori dell’arte su quella preziosa ed inesauribile fonte di studio ch’è l’intera Numismatica della Sicilia antica.

S. A.




La Mantia (Vito). I privilegi di Messina (1129-1816). Note storiche con documenti inediti. Palermo, Reber, 1897.

Quest’opuscolo del ch. storico e giureconsulto siciliano contiene anche accenni che interessano la Numismatica e la Sfragistica.




Catalogo del R. Museo Nazionale di Firenze (Palazzo del Potestà). — Roma, Tipogr. dell'Unione Cooper. Editrice, 1898. — (Un eleg. vol. di circa 500 pag. — Prezzo L. 3).


Il nostro compianto Umberto Rossi, allorché, — due anni or sono, — un’inesorabile infermità lo trasse a immatura morte, lasciò incompleto il catalogo illustrativo da lui intrapreso della vastissima suppellettile artistica conservata nel Museo Nazionale di Firenze, al cui studio e riordinamento egli aveva consacrato otto anni di cure indefesse. Le sole parti ch’egli riuscì a condurre a termine del catalogo furono quelle che si riferiscono alla Collezione Carrand e alla raccolta dei Sigilli.

Nel frattempo, il ch. scrittore d’arte Sig. I. B. Supino ha atteso con ogni diligenza ed amore al proseguimento dell’opera lasciata interrotta dall’amico nostro; e ora ci presenta, in un volume di fitta composizione, il catalogo compiuto, eccezion fatta pei Sigilli, che formeranno materia d’un volume a parte.

Nell’affrettarci a segnalare ai lettori della Rivista questa recentissima pubblicazione, la quale costituisce una vera e preziosa Guida dell’insigne Museo, ricordiamo che esso, — [p. 154 modifica]oltre alla collezione delle monete fiorentine e a molti conii e punzoni di quella zecca, — contiene buon numero di medaglie del Rinascimento, ed è ricco sovrattutto di splendide placchette, dovute a Paolo da Ragusa, ad Andrea Briosco detto il Riccio, al Moderno, a Pier Jacopo Alari Bonacolsi detto l’Antico, al Melioli, al Caradosso, al Camelio, a Gianfrancesco Bonzagna, Leone Leoni, Antonio Abondio, ecc. ecc. Il catalogo del Museo Nazionale di Firenze è riuscito quindi un libro che non solo giungerà ben accetto a tutto coloro i quali gustano e coltivano l’arte in genere, ma che sarà trovato particolarmente interessante ed utile anche dai cultori dei nostri studi speciali.

S. A.




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BIBLIOGRAFIA



LIBRI NUOVI E PUBBLICAZIONI.


Catalogue of the greek coins of Lycia, Pamphylia and Pisidia by George Francis Hill; London 1897, cxxii — 353 pag. con xliv tav. in eliotip. e una carta geografica.


Lycia. All’opera dell’Hill si presentavano due grandi difficoltà: la poca conoscenza che si ha dei caratteri licii, la mancanza di leggenda su molte serie monetali, che rende non lieve il compito di chi voglia tentarne V attribuzione. Egli affrontando arditamente la prima difficoltà, unì alla propria esperienza il consiglio dei dotti competenti ed in particolar modo dell’Arkwright; per la seconda aveva parecchie fonti cui ricorrere: l’opera del Fellows, quantunque un po’ demolita dallo Schmidt, quella del Six, che può dirsi essere stato il primo a classificare sistematicamente queste monete e il lavoro del Babelon “les Perses Achéménides.„ Lo studioso troverà citati e discussi molto brevemente questi lavori nella prefazione scritta dall’Head e nella nota a pag. xix della introduzione. Si aggiunga che la conoscenza della storia e delle antichità licie è ben lungi dall’esser precisa; quanto alla mitologia restano oscuri molti tipi di divinità e i loro attributi. Mettendo a profitto le conquiste fatte dalla scienza archeologica nel campo della epigrafia, della storia civile, della mitologia licia, in gran parte per cura di dotti viaggiatori inglesi, l’Hill ha compiuto opera degna di lode.

Egli divide la monetazione della Lycia in due parti e il punto di divisione è rappresentato dall’età di Alessandro, nella quale la Lycia perdette il diritto di coniare. In questo primo lungo periodo, che va dal 520 alla fine del 4° secolo a. C, distingue cinque serie di monete, le cui prime tre comprendono monete anepigrafi, le ultime due monete con [p. 450 modifica]leggenda licia. Fra quelle della prima serie ve n’ha alcune con le lettere KVB, generalmente credute iniziali del nome Κύβερνις, figlio di Kossikas. Più della interpretazione di queste lettere merita riguardò il fatto, che su questi antichi esemplari ricorrono caratteri greci, mentre su quelli dei periodi poste- riori si leggono solo caratteri licii; la qual cosa attesta, secondo l’Head (H. N., p. 571), che queste monete siano state battute nella Lycia avanti la completa divergenza dell’alfabeto licio dal greco. Il Six le crede invece lettere licie. Checché ne sia di ciò, a noi basti di aver esposto le due opinioni.

Benché alquanto convenzionale la ripartizione dei tipi monetali nei primi tre periodi, pure non si poteva desiderare di meglio in tanta oscurità.

Con la terza serie comincia il tipo della Triskeles che si estende a tutta la monetazione della Lycia e a quella della Pamphylia e della Pisidia, notevolmente mutata. Sul significato di essa l’A. non ha nulla da aggiungere a quel che ha detto il Babelon nei Perses Achéménides, pp. xc-xci. Sulle leggende del quarto periodo esprime il suo dubbio che siano nomi di persone, e trova un riscontro del pericranio di leone dei pezzi della quinta serie con quello delle monete di Samo del 394-365 a. Cr.

Il secondo periodo della monetazione licia comincia dopo Alessandro. La sua storia è molto oscura. Si sa che tennero quel paese i successori di lui, che dopo la disfatta di Antioco, nel 188 a. C, fu ceduto dai Romani a Rodi, sotto cui rimase per venti anni e che nel 168 a. C. fu messo sotto il protettorato di Roma. Sorse allora la Lega Licia che durò fino al 43 a. C. Per ventura in questo tempo le leggende sono di caratteri greci e le attribuzioni sono più facili, non ostante continuino le incertezze, come per Calynda (pag. xlvi) e per Myra (pag. liv): in questo secondo caso credo che abbia ragione l’Hill.

La monetazione della Lega presenta anch’essa le sue difficoltà. L’Hill crede che le monete senza indicazione della zecca, con la semplice leggenda ΛΥΚΙΩΝ appartengano a Xanthus (PI. ix, 8-11). Discute sul valore delle iniziali KP e MA, sulle quali scrissero il Six e il Treuber. Un giusto riscontro fa tra il tipo di Apollo delle monete di Cragus, che [p. 451 modifica]Pagina:Rivista italiana di numismatica 1898.djvu/455 [p. 452 modifica]Pagina:Rivista italiana di numismatica 1898.djvu/456 [p. 453 modifica]Pagina:Rivista italiana di numismatica 1898.djvu/457

Note

  1. F. Guiffrey, Les médailles des Carrara Seigneurs de Padoue exécutées vers 1390. — Revue numismatique, III serie, tome IX. Paris, 1891.
  2. Ambrosiana. — Scritti vari pubblicati nel XV Centenario dalla morte di S. Ambrogio, con introduzione di Andrea C. Cardinale Ferrari Arcivescovo di Milano. — Milano, Tip. ed. L. F. Cogliati, 1897, in-4 (con illustrazioni).
  3. Gnecchi (F. ed E.) Le Monete di Milano da Carlo Magno a Vittorio Emanuele II. Milano, 1884, in-4.
  4. Répertoire des sources imprimées de la Numismatique française. Tre volumi. Parigi, 1887-89. — V. Rivista, anno I, a pag. 255 e segg.; e anno II, a pag. 120 e 582.
  5. V. Riv., anno IV (1891), a pag. 263 e segg.; e anno VII (1894), a pag. 253 e segg.