Apri il menu principale
Francesco Gnecchi

1888 Indice:Rivista italiana di numismatica 1888.djvu Rivista italiana di numismatica 1888

Monete imperiali inedite nella collezione Gnecchi Intestazione 30 marzo 2012 75% Numismatica

EPUB silk icon.svg EPUB  Mobi icon.svg MOBI  Pdf by mimooh.svg PDF  Farm-Fresh file extension rtf.png RTF  Text-txt.svg TXT

Nuvola apps bookcase.svg Questo testo fa parte della rivista Rivista italiana di numismatica 1888

Nuvola apps bookcase.svg Questo testo fa parte della serie Appunti di numismatica romana

[p. 131 modifica]

APPUNTI


DI


NUMISMATICA ROMANA




I.

MONETE IMPERIALI INEDITE

NELLA COLLEZIONE GNECCHI A MILANO



Nessun ramo della Numismatica fu tanto e da così lungo tempo studiato come quello della Serie Romana; di nessuna serie furono costituite tante e così copiose collezioni; eppure il campo è così immenso, che qualche cosa rimane sempre da spigolare anche agli ultimi arrivati.

I ripostigli, che con meravigliosa fecondità offre regolarmente la terra in tutta l’estensione dell’antico mondo romano, i ritrovamenti di antiche monete frammiste agli altri avanzi della romana civiltà, ora singolarmente facilitati dal rivolgimento della nuova Roma, che va sovrapponendosi all’antica, in mezzo alla congerie di cose già conosciute, portano pure alla luce di quando in quajido qualche moneta, che fa la sua prima apparizione nel campo numismatico. Tali novità, le quali necessariamente vanno facendosi più rare e più difficili col progresso del [p. 132 modifica]tempo, finché cesseranno completamente pei raccoglitori dell’avvenire, formano per quelli del presente una delle maggiori attrattive; e naturale è la compiacenza che ognuno prova nel far conoscere quelle che ebbe la ventura di scoprire, aggiungendole al patrimonio generale della scienza.

Io qui non intendo pubblicare una nuova serie di tutte le monete inedite entrate nella mia collezione dopo le tre pubblicazioni già fatte sull’argomento.1

Tutte quelle che possono considerarsi come semplici varianti dai tipi già noti, non mi pare avrebbero qui un sufficiente interesse, e le lascio da parte, riserbandole per altra occasione.... quella del Catalogo della mia collezione, il quale, contro le consuetudini generalmente invalse, vorrei che fosse completato e vedesse la luce.... vivente ancora il proprietario!...

Ma, mi limito per ora a dare notizia di quelle poche monete le quali, o per la loro decisa importanza presentano uno speciale interesse, oppure per un motivo qualsiasi offrono l’occasione di fare qualche osservazione sia generica sia speciale, o almeno di porre una dimanda cui altri potrà rispondere, un quesito che altri potrà studiare e risolvere. Fra queste poche se ne troverà anzi alcuna, di cui già ho data anteriormente la descrizione; ma, se la ripeto qui, è per corredarla di qualche commento e accompagnarla da un’impronta dal vero nell’annessa tavola; ciò che credo importantissimo. Coi mezzi attuali di riproduzione, che danno l’oggetto da studiarsi in tutta la sua verità, ogni lettore può formarsi egli stesso il proprio giudizio, senza doversi fidare di quello di chi scrive. Quanti dubbi cesserebbero e quante controversie [p. 133 modifica]non avrebbero ragione d’esistere se tale sistema fosse sempre stato praticato nelle trattazioni scientifiche! — D’altronde le monete rare, di cui forse esiste un unico esemplare, è bene siano per così dire moltiplicate dalle illustrazioni perchè ne sia garantita la conservazione. Una moneta, principalmente se di nobile metallo, è sempre esposta a un rischio e a lungo andare vi cade, perchè nulla dura in eterno. Il ladro è sempre là ad adocchiarla, e il crogiuolo peggiore ancora del ladro è sempre pronto a riceverla per condannarla inesorabilmente alla distruzione. Ma una tavola dal vero, tirata a molti esemplari è un monumentum aere (et auro) perennius, e le monete così illustrate non hanno più a temere né i ladri né il crogiuolo.

Quanto ai commenti, che accompagnano la descrizione delle monete, gioverà che il lettore li prenda per quello che sono. Essi non hanno pretesa scientifica; non sono le elucubrazioni di un dotto numismatico, ma semplicemente le osservazioni di un diligente raccoglitore.


AUREO DI CLAUDIO

restituito da Trajano.


1.° Dopo il N. 97 di Cohen.

D/ — DIVVS CLAVDIVS

Testa laureata a destra.

R/ — IMP • CAES • TRAIAN • AVG • GER • DAC • l’• l’• RESI • Vesta velata e diademata seduta a sinistra con una patera e una face.


(Tav. IV, Num. 1).


Cohen, quando pubblicò la sua prima Edizione della Description historique des monnaies frappées sous [p. 134 modifica]l’Empire Romain, non conosceva che un solo aureo di Claudio restituito da Trajano col rovescio della Concordia il cui archetipo non è ancora conosciuto.

Nella seconda Edizione ne pubblicò un altro col rovescio della Speranza, rovescio non conosciuto che in bronzo fra le monete di Claudio. Ora il terzo, da me pubblicato, si trova nelle medesime condizioni, non conoscendosi alcuna moneta di Claudio né in oro né in argento con tale rovescio. Solo vedo citato da Cohen col rovescio di Vesta un bronzo barbaro, che certo non può aver dato luogo alla Restituzione in discorso.

Dato che, come si ritiene generalmente e come finora parve tutto conducesse a credere, Trajano abbia restituito le antiche monete de’ suoi predecessori non certo inventandole, ma riproducendo i tipi delle monete realmente esistenti, è spiegabilissimo come di alcune monete rimanga tuttora sconosciuto l’originale da cui furono riprodotte. Non tutta la serie monetaria romana ci è nota e, come si disse più sopra, qualche nuova moneta di quando in quando appare. — Ma è però molto curioso il caso che ci avviene colle Restituzioni di Claudio, e degno di qualche osservazione, la quale forse potrebbe modificare le idee che generalmente si hanno sulle Restituzioni imperiali di Trajano. Noi conosciamo ora tre Restituzioni di aurei di Claudio, e di tutte e tre ci rimangono sconosciuti gli archetipi, mentre nessuna Restituzione ci è pervenuta dei molti altri aurei conosciuti di quell’imperatore.

Né è a dirsi che Trajano abbia avuto una speciale predilezione a restituire i tipi rari; può dirsi piuttosto il contrario, dacché vediamo che restituì di preferenza i tipi più comuni, esempio quelli di Vespasiano e di Tito.

[p. 135 modifica] Se diamo uno sguardo sommario alla serie delle Restituzioni repubblicane e imperiali di Trajano, vediamo come quelle che ricordano monete della Repubblica siano le più numerose e le più fedeli, o per dirla con altre parole, quelle di cui ci rimangono tutti gli esemplari originali che loro diedero origine.

Dei cinquanta denari repubblicani restituiti da Trajano oggi conosciuti, conosciamo pure le cinquanta antiche monete che furono riprodotte, mentre dei quindici aurei imperiali (comprendendo fra questi i due di G. Cesare) otto soli rappresentano monete a noi conosciute, mentre gli altri sette mancano del loro archetipo.


Eccone la distinta:

Restituzioni
di monete conosciute.
Restituzioni
di monete ignote.
G. Cesare 1. (R: Venere vincitrice)
     » 1. (R: Nemesi)
Augusto 1. (R: Coccodrillo) . . . 1. (R: Aquila legionaria fra due insegne)
Tiberio 1. (R: Livia)
Claudio 1. (R: Concordia)
     » 1. (R: Speranza)
     » 1. (R: Vesta)
Galba 1. (R: Libertà)
Vespasiano 2. (R: Trofeo)
     » 1. (R: Sedia curule col fulmine)
     » 1. (Stella e Teste di Marte e Mercurio)
Tito 1. (R: Trofeo)
     » 1. (R: Sedia curule col fulmine)


N. 8. N. 7.


Dal che parrebbe lecito argomentare che i denari della Repubblica furono da Trajano fedelmente riprodotti [p. 136 modifica]prodotti dai tipi originali, pel motivo che i tipi di quelle monete, essendo assai caratteristici e distinti l’uno dall’altro, non possono in alcun modo essere confusi e frammischiati senza produrre sconcordanze; mentre invece i rovesci delle monete imperiali, per essere appunto somiglianti gli uni e gli altri, e per buona parte offrendo una rappresentazione generica potevano facilmente essere scambiati senza produrre equivoco di sorta. — Gli artisti si sentirono qui più liberi, e alle teste degli imperatori apposero un rovescio qualunque, senza preoccuparsi molto di verificare se precisamente tale rovescio apparteneva a tale imperatore piuttosto che ad un altro.

Certo non si sbagliarono quando si trattava di rovesci, che, avendo una significazione individuale, non potevano applicarsi che all’imperatore cui si riferivamo, come per esempio il Coccodrillo emblema della conquista dell’Egitto ad Augusto,2 la Livia a Tiberio, ecc.; ma invece furono meno precisi in quei rovesci vaghi, che potevano egualmente adattarsi all’uno o all’altro imperatore. Li presero quasi a caso fra le vecchie monete o forse anche fra le monete correnti e li applicarono indifferentemente ad Augusto, a Vespasiano, a Tito e così via. Difatti, se esaminiamo la serie delle monete da Giulio Cesare [p. 137 modifica]a Trajano, vediamo che, fatta un’eccezione per quella esistente in unico esemplare al Museo Britannico, la quale al rovescio di Vespasiano porta le due teste di Ercole (?) e Mercurio (?) al di sopra di una stella, e di cui veramente ci è ignoto l’originale, delle altre tutte conosciamo gli originali come appartenenti a qualche imperatore diverso da quello rappresentato sulla moneta di Restituzione.

I due rovesci attribuiti a Giulio Cesare, non compajono che più tardi, la Venere vincitrice sotto Augusto, la Nemesi sotto Claudio; il rovescio dell’Aquila legionaria fra le due insegne militari attribuito ad Augusto3 compare sotto Nerone; le tre restituzioni pure di Claudio furono probabilmente imitate dalle monete in corso dello stesso Trajano, dacché tali rovesci non li troviamo sotto nessuno degli imperatori antecedenti. — Esistettero anche prima? È assai dubbio e io non lo crederei.

Trattandosi di nomi, le cui monete sono molto comuni, quali G. Cesare Augusto, Claudio, ecc., mi sembra assai poco probabile la supposizione che le monete rappresentate nelle sopra citate Restituzioni possano veramente essere andate smarrite, mentre tante altre ne sono rimaste; e, riassumendo, credo che la frase finora usata “L’Archetipo della data Restituzione non si conosce ancora” sia per lo meno poco esatta, mentre potrebbe darsi benissimo che non dovesse mai comparire per la semplice ragione che assai probabilmente non ha mai esistito.

[p. 138 modifica]

AUREO DI VESPASIANO

con Tito e Domiziano.


2.° Dopo il N. 44 di Cohen.

D/ — IMP • CAESAR VESPASIANVS AVG

Testa laureata a destra.

R/ — COS • (in alto) TR • POT • (all’esergo)

Vespasiano coi due figli Tito e Domiziano in una quadriga lenta a sinistra. — L’imperatore tiene uno scettro sormontato da un’aquila. (Anno 69, d. C.)

(Tav. IV, N. 2).


Il rovescio di questo curioso aureo è nuovo sia per la rappresentazione come per la leggenda, Tito e Domiziano, al rovescio delle monete d’oro e d’argento di Vespasiano, quando non hanno i busti affrontati, sono sempre rappresentati o correnti a cavallo in piedi togati, o assisi sulla sedia curule, e la leggenda vi si riferisce (titvs et domitian. caesares princ. ivvent. — caesares vesp. avg. fili – caesar. avg. f. cos. – caesar. avg. f. pr. e simili). Ma la rappresentazione dell’imperatore coi due figli in una quadriga trionfale, e colla leggenda che si riferisce al solo imperatore è assolutamente nuova, e ci appare per la prima volta in quest’aureo, uno certamente dei primi battuti da Vespasiano appena eletto imperatore, come indica la data del primo suo consolato. La qual data pure è espressa in modo inusitato colla leggenda cos • tr • pot, (a meno che si voglia leggere tr • pot • cos.) mentre solitamente è aggiunta alla leggenda del dritto della moneta colle semplici parole tr • p • o tr • pot • senza menzione del consolato, oppure colle altre equivalenti tr • p • (o pot • ) cos • des • ii — L’aureo, [p. 139 modifica]appartenendo ai primi mesi dell’elezione di Vespasiano a Imperatore, è battuto fuori di Roma e probabilmente ad Antiochia.

AUREO DI VESPASIANO E TITO.

3.° Dopo il N. 4 di Cohen.

D/ — IMP • CAESAR VESPASIANVS AVG •

Testa laureata di Vespasiano a destra.

R/ — IMP • l’• FLAVIVS CAESAR AV • F •

Testa laureata di Tito a destra.

(Tav. IV, N. 3).


Fra le monete rare, alcune lo sono pel nome che portano, ma i pochi esemplari conosciuti hanno tutti una medesima leggenda e un medesimo tipo; altre invece, oltre all’essere rare pel nome o per l’associazione dei nomi, lo sono anche pel tipo e per le leggende, dimodoché ogni esemplare che appare differisce dagli altri conosciuti, e ciascuno quindi può vantare in qualche modo il titolo di unico.

— Appartiene a quest’ultima categoria l’aureo rarissimo colle teste di Tito e Vespasiano, conosciuto in pochissimi esemplari tutti differenti e di cui un nuovo tipo ho qui sopra descritto. Quattro tipi di questo aureo sono descritti nella prima Edizione del Cohen, a cui altri due furono aggiunti nella nuova. Tutti sono di fabbrica più o meno barbara, come appare oltrecchè dallo stile, dalle leggende inesatte; e tutti, eccettuato l’esemplare del Gabinetto di Francia, si trovano in tale stato di conservazione o così male coniati, da non permettere la lettura della leggenda che in parte, e sovente poco chiaramente.

Un solo esemplare, a quanto io sappia, dì questo aureo comparve nelle pubbliche vendite, quello della Collezione Jarry d’Orléans, esemplare diverso dai sei [p. 140 modifica]pubblicati nella seconda Edizione del Cohen, ma esso pure colla leggenda incompleta dalla parte della testa di Tito. È questo medesimo esemplare che ricomparve nella collezione Belfort venduta a Parigi nello scorso febbraio. Del resto, fatta quest’unica eccezione, mancavano di simile aureo tutte le più importanti collezioni private come quelle d’Ennery, Schellersheim, Thomas-Thomas, Dupré, d’Amécourt, Quelen, ecc. ecc.

L’esemplare della mia collezione sopra descritto, trovato verso la fine del 1887 nelle vicinanze di Roma, è di perfetta conservazione. La leggenda completa e perfettamente leggibile dalle due parti offre un interesse speciale sia per la sua novità sia perchè serve a spiegarne altra di un simile aureo già appartenente al medagliere del Duca di Blacas e attualmente al Museo Britannico, descritto da Cohen al suo N. 4.

Dal lato della testa di Vespasiano i due aurei non offrono che una variante, sufficiente però a determinare che sono il prodotto di due conii differenti. La leggenda nell’esemplare del Museo Britannico è: imp. caes. vespasianvs av., mentre nel mio si legge: imp. caesar vespasianvs avg., con un g finale di forma barbara.

Dal lato della testa di Tito, Cohen lesse nel citato esemplare al Museo Britannico: imp • t • fi • av • i.... leggenda certamente male interpretata nella prima metà, a causa della cattiva conservazione della moneta, che ne rese assolutamente indecifrabile il seguito. Ma quelle lettere, a cui davvero non si saprebbe quale significato attribuire, se si leggono staccate, come le dà il Cohen, colla guida del mio esemplare, in cui è detto chiaramente: imp • t • flavivs acquistano il loro vero e giusto significato, leggendole: [p. 141 modifica]imp • t • flavi... E non era facile tale interpretazione colla semplice scorta di un cattivo esemplare, perchè questa è la prima moneta su cui appaia tale leggenda. Il cognome di flavivs, assolutamente non si legge né per esteso né in abbrevazione in nessuna delle monete dei due Flavii, essendo costantemente chiamati: vespasianvs il padre e titvs oppure t • vespasianvs il figlio su tutte le monete romane. Fanno solo eccezione alcuni aurei di fabbrica barbara o straniera, in cui sovente al figlio è dato il medesimo nome del padre sopprimendovi quello di Tito, che lo caratterizza in tutte le altre sue monete di fabbrica romana, ossia è chiamato semplicemente vespasianvs senza il prenome di titvs. Ne abbiamo parecchi esempi appunto in questi aurei barbari portanti i due nomi, ove il figlio è contraddistinto dal padre o pel consolato o per l’appellativo di caesar, invece che pel prenome titvs.

È solo nell’esemplare ora descritto che leggiamo il t. precedente il cognome flavivs, il quale cognome, come osservai, appare in quest’aureo per la prima ed unica volta.

Quanto alla fabbrica dell’aureo in discorso essa non è certamente Romana, ma barbara. Nel Catalogo Jarry trovo accennato dubitativamente che l’aureo colà descritto potesse essere battuto ad Efeso. Non conosco quell’aureo, ma dal disegno pubblicatone posteriormente nel Catalogo Belfort non mi pare presenti il tipo di quella zecca; mi pare più barbaro. — E tale è anche il mio, che attribuirei piuttosto a fabbrica spagnuola. Difatti fu trovato insieme ad un aureo di Galba, le cui monete si trovano di preferenza nella Spagna, dove furono in buona parte coniate. Non dico ciò come una prova, ma come una coincidenza che può corroborare l’ipotesi.

[p. 142 modifica] L’oro è alquanto pallido, il peso è di g. 7, 760, ossia raggiunge il peso massimo degli aurei perfettamente conservati di quest’epoca.

DUE DENARI D’ARGENTO DI TRAJANO.


4.° Dopo il N. 176 di Cohen.

D/ — IMP • CAES • NER • TRAIANO • OPTIMO • AVG • GER • DAC•

Testa laureata a sinistra.

R/ — P• M • TR • P • COS VI •P • l’• S • P• Q • R •

La Pace o la Felicità a sinistra col caduceo e la cornucopia. (Anno 144, d. C.)

(Tav. IV, N. 4).


5.° Dopo il N. 285 di Cohen.

D/ — IMP • TRAIANO AVG • GER • DAG • P • M • TR • P • COS • V • P • P •

Busto laureato a sinistra col petto ignudo.

R/ — S • P • Q • R • OPTIMO PRINCIPI

La Pace seminuda seduta a sinistra con un ramo d’ulivo e uno scettro. Ai suoi piedi un Dace in atto supplichevole. (Anno 104 a 110, d. C.)

(Tav. IV, N. 5).


Questi due denari sono qui registrati unicamente per avere la testa dell’imperatore volta a sinistra; il che parrà forse a tutta prima non valere la pena di tenerne conto. Cosi sarebbe di certo se si trattasse di moltissimi altri nomi, dirò anzi della massima parte degli altri nomi; ma non per Trajano, nella cui ricchissima e abbondantissima serie di monete d’oro e d’argento, queste sono le prime due che compajano con tale specialità, non una essendo finora conosciuta colla testa a sinistra.

Le monete Romane, come tutte le monete antiche, hanno per regola generale la testa del principe volta [p. 143 modifica]a destra, e figurano come eccezioni quelle che l’hanno a sinistra; il che si spiega abbastanza naturalmente riflettendo, come qualsiasi artista trovi più agevole il disegnare o l’incidere un profilo a sinistra, ciò che può confermare chiunque abbia la minima pratica del disegno, e come perciò tale profilo riesca poi a destra colla coniatura.

Ai tempi nostri, in cui l’arte pur troppo non ha più nulla a che fare colla coniazione delle monete, questa è regolata da una legge così rigidamente per la parte intrinseca come per la parte rappresentativa.

Approvato il disegno di un conio, questo viene meccanicamente riprodotto a migliaja di copie sempre identico e la monetazione procede colla più desolante monotonia.

Ma, quando l’arte dominava sovrana e aveva appunto una delle sue più belle manifestazioni nel campo della numismatica, l’incisore non era un semplice ajuto della macchina; bensì il vero artista che, dato il soggetto, lo svolgeva come meglio il suo genio gli suggeriva. A lui era accordata ogni libertà di disegno, di rilievo, di disposizione, e la sua fantasia aveva agio a svilupparsi e a sbizzarrire, senza vincoli e senza restrizioni. È per ciò che nella meravigliosa varietà dei conii antichi possiamo osservare e seguire la tendenza artistica istintiva ora più elevata ora più depressa e sempre varia a seconda delle epoche. E per limitarci a un solo e piccolo particolare, quello che ci ha offerto occasione di fermarci ai due denari di Trajano, non è forse senza un certo interesse il dare uno sguardo complessivo alla disposizione delle teste nella monetazione dell’oro e dell’argento romano. Lascio da parte il bronzo, pel quale pare dominasse in tutte le epoche una ancor maggiore libertà.

L’epoca di Augusto è quella in cui troviamo più frequenti [p. 144 modifica]le teste a sinistra. Buona parte dei tipi delle sue monete d’oro e d’argento sono replicati colla testa ora a destra e ora a sinistra; molte di tali varianti ci sono note da tempo, altre si vanno scoprendo di mano in mano, talché si può argomentare che quasi tutte le monete d’Augusto furono coniate nei due modi.

Ma tale varietà va gradatamente diminuendo nei regni successivi, e la testa a sinistra appare sempre più raramente sotto Vespasiano e Tito: diventa una vera eccezione per Domiziano, e scompare affatto sotto Nerva e Trajano; motivo per cui abbiamo creduti degni di nota i due denari descritti.

Ricompare abbastanza frequente con Adriano, continua con Antonino Pio, per farsi nuovamente rarissima da Marco Aurelio in avanti e scomparire quasi totalmente nella maggior parte dei nomi fino a Gallieno. Sotto taluni imperatori, come p. es. sotto Filippo, le poche monete conosciute colla testa a sinistra hanno un tipo piuttosto rozzo e barbaro, e una lega alquanto più bassa dell’ordinaria, ciò che le fa supporre o il prodotto di fabbrica asiatica, come le ritiene il conte Salis, oppure anche l’opera di poco abili falsarli, che copiarono le monete esistenti, senza preoccuparsi che colla coniazione sarebbero riuscite al contrario. Ho pubblicato anch’io due denari di Filippo colla testa a sinistra che presentano appunto questo tipo barbaro4.

La testa a sinistra cessa d’essere una rarità e diventa anzi affatto comune all’epoca di Gallieno, quando si può dire non esista più nessuna regola.

Gli artisti si prodigavano nel produrre una immensa varietà di conii e si sbizzarrivano nella massima [p. 145 modifica]libertà del disegno, seguendo l’esempio degli zecchieri di quel tempo, i quali si erano presa ogni licenza nella parte ben più importante della monetazione, voglio dire nel peso delle monete d’oro e nella lega di quelle d’argento.

Dopo Gallieno ritorniamo nella regola generale; e senza dilungarci troppo fermandoci ad ogni nome, accenneremo solo che sotto tutti i seguenti imperatori le teste a sinistra sono sempre eccezioni più o meno rare.

Non ne troviamo un certo numero che sotto il regno di quel fecondissimo coniatore di monete che fu Probo, la cui serie numismatica è forse la più ricca di varianti.

Ma, tornando ai nostri due denari di Trajano, noterò ch’essi provengono da un abbondantissimo ripostiglio scoperto alcuni anni sono nel Piemonte ed erano i soli fra parecchie mìgliaja di denari di Trajano e Adriano.

Siamo all’epoca più splendida dell’arte romana e questi due denari sono il prodotto di un’arte finissima, come si potrà osservare alla tavola. Alto ne è il rilievo, accuratissimo il conio, correttissimo lo stile, quale anzi meglio si addirebbe alle monete d’oro che a quelle d’argento.

Noto questo per concludere che i due denari in discorso, di buonissimo argento, escono dalla zecca ufficiale di Roma, e non possono in alcun modo esser creduti l’opera di un falsario. — Sono dunque il prodotto isolato del capriccio di un incisore? o furono così fatti ad un determinato scopo? Rappresentano essi una prova non adottata? — E perchè abbiamo due soli esemplari colla testa a sinistra in tutto il regno di Trajano, mentre subito dopo con Adriano vediamo diffondersi tale uso poco meno che al tempo [p. 146 modifica]d’Augusto? — Era infine semplicemente la moda, regina in ogni tempo e in ogni luogo, oppure una specie di prescrizione legale che regolava tale particolare della monetazione? Ecco parecchi quesiti, che se non hanno importanza storica possono almeno avere un interesse artistico e potrebbero formare oggetto di studio e d’osservazione.

QUINARIO D’ORO DI PLOTINA.


6.° Dopo il N. 1 di Cohen.

D/ — PLOTINA • AVG • IMP • TRAIANI •

Busto diademato e colla coda a destra.

R/ — CAES • AVG • GERMA • COS • VI • P • P•
Vesta seduta a sinistra col palladio e lo scettro. (Anno 112 113, d. C.)

(Tav. IV, N. 6).


Cohen descrive due Quinarii d’oro di Plotina diversi dal mio; ma li dà ambedue per sospetti, il che è sinonimo di falsi. Uno (col rovescio traiani partici) appartieneal Gabinetto di Vienna, ma è dato per sospetto anche dal Sig. Arneth nel Catalogo di quella Collezione, l’altro (col rovescio vesta) è riportato da Mionnet, ma senza citazione di Museo, quindi senza nessuna garanzia. Questo mio che ho descritto rimane dunque l’unico Quinario d’oro di Plotina.

Di autenticità incontestabile sarebbe anche pregevolissimo come freschezza di conio, se nonché, pesto fra le macerie in cui venne ritrovato, ne usci così malconcio che davvero fui tentato di ometterne l’impronta; ma poi ho creduto più giusto il darla, non trattandosi di offrire nella tavola un lavoro artistico o piacevole a vedersi, ma semplicemente di fame la documentazione e l’autenticazione dei pezzi descritti. [p. 147 modifica] Il Quinario venne trovato nel 1884 in una vigna nelle vicinanze di Roma, fuori di Porta Salara.

QUINARIO D’ORO DI SABINA.


7.° Dopo il N. 37 di Cohen.

D/ — SABINA AVGVSTA HADRIANI AVG •

Busto diademato a destra colla coda.

R/ — Anepigrafe.

Pavone a destra colla testa rivolta a sinistra e la coda spiegata.

(Tav. IV, N. 7).


Quantunque non importante come il precedente, anche questo Quinario è non solo nuovo pel rovescio ma quasi unico come quinario d’oro di Sabina.

L’emblema giunonico del pavone, che ne costituisce il rovescio, figura su questa sola moneta di Sabina e noteremo come qui appaja per l’ultima volta su di una moneta battuta, vivente l’imperatrice; (e tale è il nostro Quinario, come è indicato dalla leggenda del dritto); mentre dopo Sabina, incominciando con Faustina di Marco Aurelio e scendendo fino a Mariniana l’emblema del pavone è riservato in sostituzione dell’Aquila alle monete ricordanti la Consacrazione delle imperatrici.

Cohen nella sua prima Edizione descrisse due Quinarii d’oro di Sabina, ambedue appartenenti al Museo Britannico, uno colla leggenda concordia avg, l’altro anepigrafe colla rappresentazione di Vesta. Ma di questi due Quinarii uno solo, il primo, figura nella 2.° Edizione, l’altro è scomparso, e, debbo supporre, per essere stato riconosciuto falso o inesistente. E così restano due soli i Quinarii d’oro conosciuti di Sabina.

Il mio, di bellissima conservazione, è proveniente dagli scavi di Roma del 1886.

[p. 148 modifica]

GRAN BRONZO DI ANTONINO PIO.


8.° Dopo il N. 986 di Cohen.

D/ — ANTONINVS AVG • PIVS • l’• l’• TR • l’•

Testa laureata a destra.

R/ — Anepigrafe.

Diana cacciatrice di fronte volta a sinistra, offre a mangiare con una patera ad un antilope che a lei si rivolge. Alla sua destra un tronco d’albero a cui sono appese le spoglie di un cervo.

(Tav. IV, N. 8).


Diana cacciatrice è rappresentata in diversi medaglioni di Antonino Pio. Nella nuova edizione di Cohen poi al N. 1143 è descritto un medaglione di bronzo il cui rovescio si assomiglia moltissimo e forse è identico a quello del G. B. ora descritto; il quale per quanto mancante delle lettere sc • ha tutti i caratteri di un Gran Bronzo, e non si potrebbe assolutamente classificare fra i medaglioni né pel rilievo né pel tipo. Sarebbe perciò il solo Gran Bronzo anepigrafe di Antonino Pio. Proviene dal ripostiglio trovato nelle vicinanze d’Atene nel 1886, ed era l’unico esemplare fra circa settemila Gran Bronzi.

DENARO O PROVA D’AUREO DI GALLIENO.


9.° Dopo il N. 494 di Cohen.

D/ — ..... GALLIENVS AVG. GERM.....

Busto laureato a sinistra armato di lancia e scudo.

R/ — ROMA REDVX.

Roma cavalcante a destra colla destra alzata e il manto svolazzante. Un soldato (Gallieno?) conduce pel freno il cavallo volgendosi indietro e tenendo nella sinistra un’asta colla punta a terra.

(Tav. IV, N. 9).

[p. 149 modifica] È un vero denaro d’argento o Antoniniano, quello ora descritto di Gallieno, oppure la prova di una moneta d’oro? Inclinerei molto per la seconda ipotesi principalmente per la corona d’alloro, che non si vede mai sulle monete d’argento di Gallieno, (fatta naturalmente eccezione pei quinarii), poi pel tipo e lavoro fine della moneta, assai più conforme alla coniazione già poco accurata dell’oro che a quella trascuratissima dell’argento; infine anche per l’enigmatico rovescio; il quale è la parte più strana di questa strana moneta. Assolutamente nuovo sia per la leggenda che per la rappresentazione, è anche di assai difficile spiegazione. Potrebbe darsi che alla leggenda: roma redvx fosse stato attribuito da Gallieno un significato simile a quello di: roma resvrges, roma renasces o renascans e simili delle monete di Galba e di Vespasiano; ma potrebbe anche darsi e forse con maggiore probabilità che la moneta fosse satirica e che la leggenda roma redvx alludesse alla decadenza morale e materiale di Roma sotto il regno di Gallieno; nello stesso modo che l’altro ben noto aureo che porta al rovescio la leggenda vbiqve pax, cui corrisponde quasi a complemento della satira l’altra gallienae avgvstae, fu evidentemente una satira allusiva alle guerre che infestavano l’impero e alle effeminatezze dell’imperatore.

L’interpretazione satirica convaliderebbe la supposizione che la moneta in discorso non sia che la prova di una moneta d’oro finora sconosciuta.

Ad ogni modo, dopo aver fatto conoscere la moneta, che se non è di buona conservazione è però indubbiamente genuina, lascio agli intelligenti di sciogliere il problema del significato. [p. 150 modifica]

DENARO D’ARGENTO DI MASSENZIO.


10° Dopo il N. 15 di Cohen.

D/ — MAXENTIVS P • F • AVG •

Testa laureata a destra.

R/ — MARTI PROPAGATORI AVG • N •

Marte a destra in abito militare e galeato sta di fronte a Massenzio pure in abito militare, ma a capo scoperto. Ambedue sostengono insieme colla destra un globo sul quale sta una piccola Vittoria che incorona l’imperatore. — Marte tiene lo scudo appoggiato a terra, Massenzio uno scettro traversale.

(Tav. IV, N. 11).


Questo rovescio, somigliante per la leggenda a quello descritto al N. 15 di Cohen, (marti propag. avg. n.) è nuovo per la rappresentazione, e quantunque non mi offra materia ad osservazioni speciali, ho creduto di descriverlo e riprodurlo fra questa scelta di monete, come novità da aggiungere alle scarse e rare monete d’argento di questo imperatore.

AUREO DI CRISPO.


11.° Dopo il N. 16 di Cohen.

D/ — FL • ILV • CRISPVS NOB • CAES •

Testa laureata a destra.

R/ — VICTORIA CONSTANTINI AVG •

Vittoria che cammina a destra con una corona e una palma. Ai suoi piedi due prigionieri legati, l’uno a destra, l’altro a sinistra. All’esergo PTR.

(Tav. IV, N. 12).


Certo quest’aureo fu coniato nei primi anni del regno di Crispo, poiché il rovescio, nuovo fra le sue monete, si riferisce a una vittoria del padre; ed è l’unico fra gli aurei di Crispo che si riferisca a Costantino.

[p. Tav. IV modifica]
Rivista italiana di numismatica p 186.png

Note

  1. La prima coi tipi dell’Hoepli, Milano 1880, la seconda e la terza nella Gazzetta Numismatica di Como nel 1882 e 1886.
  2. Anche questa Restituzione, che pare sembra rappresentare una vera moneta, quella cioè colla leggenda AEGYPTO CAPTA, non vi corrisponde che a un dipresso. La moneta originale rappresentante la conquista dell’Egitto è dell’anno 27 o 28 a. G. e porta conseguentemente nel dritto i consolati VI e VII d’Augusto, mentre nella Restituzione Augusto porta il titolo di PATER PATRIAE, titolo conferitogli solamente nell’anno 2 a. C. — Eckhel, riportando questa Restituzione da Morelli vi prestò poca fede e dubitò sbagliata la leggenda del dritto; ma ora abbiamo la moneta riportata da Cohen come appartenente al Gabinetto di Francia e quindi non possiamo dubitarne. Ciò corrobora la mia opinione che queste Restituzioni imperiali fossero fatte a un dipresso.
  3. Anche la Restituzione del denaro d’argento d’Augusto colla sedia curule, che pare sia l’unica restituzione veramente imperiale in argento pervenutaci, sembra presa dalle monete di Tito o di Vespasiano, tale rovescio non comparendo prima di quest’epoca.
  4. Monete e Medaglioni romani inediti, ecc., nella Gazzetta Numismatica di Como, 1886, N. 227 e 228.