Michele Strogoff/Parte Prima/Capitolo I. Una festa al palazzo nuovo

Parte Prima - Capitolo I. Una festa al palazzo nuovo

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Jules Verne - Michele Strogoff (1876)
Traduzione dal francese di Anonimo
Parte Prima - Capitolo I. Una festa al palazzo nuovo
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CAPITOLO I.

una festa al palazzo nuovo.


— Sire, un altro dispaccio.

— D’onde viene?

— Da Tomsk.

— Il filo è reciso al di là di questa città?

— È reciso da jeri.

— Ogni ora, generale, si mandi un telegramma a Tomsk, e mi si tenga informato di tutto.

— Sì, sire, disse il generale Kissoff.

Queste parole venivano dette alle due del mattino, al momento in cui la festa data al Palazzo Nuovo era in tutta la sua magnificenza.

In quella serata, la musica dei reggimenti di Prèobrajensky, e di Paulowsky non aveva cessato di suonare le sue polche, le sue mazurche, i suoi valzer scelti fra i migliori del repertorio. I ballerini si moltiplicavano all’infinito in quel palazzo eretto a pochi passi della «vecchia casa di pietra,» dove si erano già compiuti tanti drammi terribili, ed i cui echi si svegliarono quella notte per ripetere i motivi delle quadriglie. [p. 6 modifica]

Il gran maresciallo della corte era, d’altra parte, ben secondato nelle sue delicate funzioni. I gran duchi ed i loro aiutanti di campo, i ciambellani di servizio, gli ufficiali di palazzo presiedevano in persona alle danze. Le gran duchesse coperte di diamanti, le dame d’onore colle loro vesti di gala, davano valorosamente l’esempio alle mogli degli alti funzionari militari e civili dell’antica «città dalle pietre bianche;» perciò quando si udì il segnale della «polacca,» quando gl’invitati di ogni classe presero parte a quella passeggiata in cadenza, che, nelle solennità di tal fatta, ha tutta l’importanza d’una danza nazionale, il miscuglio delle lunghe vesti guernite di merletti e delle uniformi tempestate di decorazioni offrì uno spettacolo indescrivibile, sotto la luce di cento lampadari moltiplicati dal riflesso degli specchi.

Fu uno sbarbaglio.

D’altra parte, la gran sala, la più bella di quante ne possiede il Palazzo Nuovo, faceva a quel corteo d’alti personaggi e di donne splendidamente abbigliate una cornice degna della loro magnificenza. La ricca vôlta, colle sue dorature già temperate dalla vernice del tempo, sembrava stellata di punti luminosi. I broccati delle cortine e delle portiere, accidentati di pieghe superbe, s’imporporavano di toni caldi che si frangevano agli angoli della stoffa pesante.

Dai vetri dei larghi vani aperti nella centina, la luce delle sale, attraverso una nebbiuzza leggiera, si manifestava al di fuori come riflesso d’incendio e spiccava vivamente nella notte, che per alcune ore avvolgeva il palazzo scintillante. E quel contrasto fermava l’attenzione degli invitati che non erano impegnati nelle danze. Quand’essi si [p. 7 modifica]arrestavano nei vani delle finestre, potevano scorgere alcuni campanili, i cui profili enormi si disegnavano confusamente nell’ombra; sotto i balconi scolpiti, vedevano passeggiare in silenzio numerose sentinelle coi fucili sulla spalla, ed il cui casco aguzzo aveva come un pennacchio di fiamma ai bagliori delle luci del palazzo. Udivano pure i passi cadenzati delle ronde sul selciato; ogni tanto il grido delle sentinelle si ripeteva di posto in posto, e talvolta una chiamata di tromba, mescendosi agli accordi dell’orchestra, gettava le sue note chiare fra le armonie generali; e più giù ancora, dinanzi alla facciata, masse scure si staccavano sui gran coni di luce riflessi dalle finestre del Palazzo Nuovo. Erano battelli che scendevano il corso d’un fiume, le cui acque, punteggiate dal bagliore vacillante di qualche fanale, bagnavano le fondamenta delle terrazze.

Il principale personaggio del ballo, quello che dava la festa, ed a cui il generale Kissoff aveva dato un attributo proprio dei sovrani, vestiva una semplice uniforme d’ufficiale dei cacciatori della guardia. Non era certo affettazione da parte sua, ma abitudine d’uomo poco amante del lusso. Le sue vesti contrastavano dunque coi costumi superbi che si mescevano intorno a lui, che soleva perfino mostrarsi a quel modo, il più delle volte, in mezzo alla sua scorta di Georgiani, di Cosacchi, di Lesghiani, squadroni abbaglianti, splendidamente vestiti delle più belle uniformi del Caucaso.

Questo personaggio, d’alta statura, d’aspetto affabile, dalla faccia serena ed in un pensosa, andava da un crocchio all’altro, ma parlava poco, ed anzi non pareva prestar quasi attenzione alle ciancie allegre dei giovani convitati, alle parole [p. 8 modifica]più gravi degli alti funzionarî, ed ai membri del corpo diplomatico che rappresentavano presso di lui i principali Stati europei. Due o tre di questi perspicaci uomini politici, fisionomisti per condizione, avevano pur creduto di scorgere sul volto del loro ospite qualche sintomo d’inquietudine di cui ignoravano la causa; ma nessuno si sarebbe permesso d’interrogarlo in proposito. Ad ogni modo, era intenzione dell’ufficiale dei cacciatori della guardia, su ciò non correva dubbio, che le sue segrete inquietudini non turbassero la festa in veruna guisa; e siccome era uno di quei rari sovrani, ai quali tutto un mondo quasi si è avvezzato ad obbedire perfino col pensiero, le gioje del ballo non quetarono un istante.

Frattanto il generale Kissoff aspettava che l’ufficiale, a cui aveva comunicato il telegramma venuto da Tomsk, gli ordinasse di ritirarsi; ma costui stava silenzioso, aveva preso il dispaccio, e, lettolo, la sua fronte s’era oscurata vieppiù; portò egli involontariamente la mano all’elsa della spada, poi l’appoggiò un istante sugli occhi come se il bagliore delle luci lo offendesse ed avesse bisogno dell’oscurità per veder meglio dentro di sè.

— Dunque, ripigliò a dire dopo aver tratto il generale Kissoff nel vano d’una finestra, dunque da jeri siamo senza comunicazioni col gran duca mio fratello?

— Senza comunicazioni, sire, ed è a temere che in avvenire i dispacci non possano più passare le provincie siberiane.

— Ma le truppe delle provincie dell’Amur e d’Irkutsk, come quelle della Transbaikalia, hanno ricevuto l’ordine di muovere immediatamente sopra Irkutsk? [p. 9 modifica]

— Quest’ordine fu dato coll’ultimo telegramma che abbiamo potuto far pervenire al di là del lago Baikal.

— Quanto ai governi di Yeniseisk, di Omsk, di Semipalatinsk, di Tobolsk, siamo sempre in comunicazione diretta con essi dopo il principio dell’invasione?

— Sì, sire, i nostri dispacci giungono loro, ed abbiamo la certezza che i Tartari non si sono avanzati al di là dell’Irtyche e dell’Obi.

— E del traditore Ivan Ogareff, si hanno notizie?

— Nessuna, rispose il generale Kissoff. Il direttore della polizia non sa dire se abbia o no passata la frontiera.

— I suoi connotati siano mandati subito a Nijni-Novgorod, a Perm, ad Ekaterinburgo, a Kassimow, a Tiumen, ad Ichim, ad Omsk, ad Elamsk, a Kolyvan, a Tomsk, a tutti i posti telegrafici coi quali il filo corrisponde ancora.

— Gli ordini di Vostra Maestà saranno eseguiti all’istante, rispose il generale Kissoff.

— Silenzio di tutto questo.

E, fatto un cenno di rispettosa adesione, il generale s’inchinò e si confuse poi nella folla, per lasciare poco stante le sale senza farsi scorgere.

Quanto all’ufficiale, rimase pensoso alcuni istanti, e quando tornò a mescersi ai varî crocchi di ufficiali e d’uomini politici formati in molti punti delle sale, la sua faccia avea ripresa tutta la calma perduta per un momento.

Pure il grave fatto, che aveva dato origine a quel breve dialogo, non era ignorato, come l’ufficiale dei cacciatori delle guardie ed il generale Kissoff potevano credere. Non se ne parlava ufficialmente, è vero, e nemmeno officiosamente, [p. 10 modifica]perchè le lingue non erano sciolte «per ordine,» ma alcuni alti personaggi erano stati informati, più o meno esattamente, degli avvenimenti che si compievano al di là della frontiera. Nondimeno, di ciò che non sapevano forse se non per approssimazione, di ciò di cui non si parlava nemmeno fra’ membri del corpo diplomatico, due invitati, che nessun uniforme o decorazione segnalava in quella splendida folla del Palazzo Nuovo, parlavano a bassa voce, parendo aver ricevute informazioni esatte.

Come mai, e per qual via, questi due semplici mortali sapevano ciò che tanti altri personaggi illustrissimi sospettavano appena? Impossibile dirlo. Era in essi dono di prescienza o di previsione? Possedevano essi un senso supplementare, il quale permetteva loro di vedere al di là dell’orizzonte limitato che chiude ogni sguardo umano? Avevano essi un’abilità tutta propria per scovare le notizie più segrete? E questa abitudine, divenuta in essi seconda abitudine, di vivere delle notizie e per le notizie, aveva forse trasformato il loro essere? Si sarebbe tentato di crederlo.

Di questi due uomini, uno era Inglese, Francese l’altro, magri e lunghi entrambi; questo bruno come i meridionali della Provenza, quello rosso come un gentleman del Lancashire. L’Anglo-Normanno compassato, freddo, flemmatico, parco di movimenti e di parole, sembrava non parlasse o gesticolasse se non sotto la spinta d’una molla, la quale agisse ad intervalli regolari; al contrario il Gallo-Romano, vivace, petulante, si esprimeva colle labbra, cogli occhi, colla mano, tutto in una volta, ed aveva venti maniere di manifestare il suo pensiero, mentre il suo interlocutore sembrava [p. 11 modifica]averne una sola, invariabilmente stereotipata nel suo cervello.

Queste differenze fisiche avrebbero facilmente dato nell’occhio al meno osservatore degli uomini, ma un fisionomista, guardando un po’ da vicino i due stranieri, avrebbe determinato nettamente il contrasto fisiologico che li segnalava, dicendo che il Francese era tutt’occhi, l’Inglese era tutt’orecchi.

Infatti, gli organi visivi dell’uno erano stati singolarmente perfezionati dall’uso. La sensibilità della retina doveva essere istantanea, come quella di quei prestigiatori che riconoscono una carta nel rapido movimento del taglio. Codesto Francese possedeva dunque in massimo grado ciò che si chiama «la memoria dell’occhio.»

L’Inglese invece sembrava propriamente fatto per ascoltare ed intendere. Quando il suo timpano era stato colpito dal suono d’una voce, non la poteva più dimenticare; dopo dieci anni, dopo venti, l’avrebbe riconosciuta fra mille; le sue orecchie non avevano certo la facoltà di muoversi come quelle degli animali forniti di gran padiglioni auditivi; ma poichè gli scienziati hauno accertato che le orecchie umane non sono immobili che «all’incirca,» si avrebbe avuto il diritto di asserire che quelle del suddetto Inglese, rizzandosi o piegandosi, cercassero di cogliere i suoni in un modo alquanto apparente pel naturalista.

Convien far osservare che tale perfezione della vista e dell’udito in quei due uomini li serviva meravigliosamente nella loro professione, perchè l’Inglese era un corrispondente del Daily-Telegraph, ed il Francese un corrispondente del.... di qual giornale o giornali egli non diceva, e quando [p. 12 modifica]gli veniva chiesto, rispondeva che era in corrispondenza con sua cugina Maddalena. In fondo il Francese, sotto sembianze leggiere, parlava bensì a dritto od a rovescio, forse per meglio nascondere la sua voglia di apprendere, ma non si tradiva mai. La sua loquacità medesima gli serviva a tacersi, e forse era più chiuso e discreto del suo confratello del Daily-Telegraph; e se entrambi assistevano alla festa data al Palazzo Nuovo nella notte dal 15 al 16 luglio, era in qualità di giornalisti per servire i loro lettori.

S’intende che questi due uomini erano appassionati per la loro missione in questo mondo, ed amavano slanciarsi come furetti sulla pesta delle notizie più inaspettate; s’intende che nulla li spaventava o scoraggiava, e che avevano l’imperturbabile freddezza e la bravura reale delle persone del mestiere. Veri fantini di questa corsa, di questa caccia alla notizia, essi scavalcavano le siepi, varcavano i fiumi, saltavano le barricate coll’ardore impareggiabile di quei corridori puro sangue che vogliono giungere primi o morire.

D’altra parte i loro giornali non li tenevano a corto di quattrini, che sono il più sicuro, il più spiccio, il più perfetto elemento d’informazioni che si conosca ancora. Convien pure aggiungere, ad onor loro, che nessuno dei due guardava od ascoltava mai attraverso le pareti della vita privata, e che essi si davano attorno soltanto allora che erano in gioco interessi politici o sociali; in una parola, facevano ciò che da alcuni anni si chiama «la grande informazione politica e militare.»

Solamente si vedrà, vedendoli da vicino, che il più delle volte avevano un bizzarro modo di [p. 13 modifica]considerare le cose e segnatamente le conseguenze delle cose, e che ciascuno dei due avea un modo «tutto suo» di vedere, d’apprezzare e di giudicare. Ma in fin de’ conti, siccome non si risparmiavano in veruna occasione, sarebbe mala grazia biasimarli.

Il corrispondente francese si chiamava Alcide Jolivet; Harry Blount era il nome del corrispondente inglese. Si erano incontrati per la prima volta nella festa del Palazzo Nuovo, di cui avevano incarico di render conto al loro giornale. La discordanza delle loro nature, congiunta ad una certa gelosia di mestiere, doveva renderli poco simpatici l’un l’altro. Pure essi non si evitarono e cercarono anzi di tastarsi a vicenda sulle notizie del giorno. Erano due cacciatori che andavano a caccia sul medesimo territorio, e ciò che sbagliava l’uno poteva essere colpito dall’altro; il comune interesse voleva che fossero in grado di vedersi e d’intendersi.

In quella sera erano adunque entrambi alla posta. Infatti ci era qualche cosa in aria.

— Non fosse che un volo di canards1, diceva Alcide Jolivet, varrà sempre la sua schioppettata.

I due corrispondenti furono dunque tratti a far ciancie durante il ballo, alcuni istanti dopo la partenza del generale Kissoff, e lo fecero con una certa prudenza.

— In verità, signore, questa festicciuola è graziosa, disse amabilmente Alcide Jolivet, credendo bene di dover entrare in conversazione con questa frase tutta francese. [p. 14 modifica]

— Ho già telegrafato: splendida! rispose freddamente Harry Blount, adoperando questa parola che pare consacrata per esprimere un’ammirazione qualsiasi d’un cittadino del Regno Unito.

— Pure, aggiunse Alcide Jolivet, ho creduto di dover segnalare in pari tempo a mia cugina....

— Vostra cugina? ripetè Harry Blount in tono di meraviglia, interrompendo il confratello.

— Sì.... soggiunse Alcide Jolivet, mia cugina Maddalena.... è con essa ch’io corrispondo! Le piace essere informata presto e bene, a mia cugina! Ed ho creduto di doverle annunziare che durante la festa una specie di nuvola parve oscurare la fronte del sovrano.

— A me parve allegrissimo, rispose Harry Blount, il quale voleva forse nascondere il suo pensiero in proposito.

— E naturalmente voi lo avete fatto allegrissimo nelle colonne del Daily-Telegraph?

— Appunto.

— Vi ricordate, signor Blount, disse Alcide Jolivet, ciò che accadde a Zakret nel 1812?

— Me lo ricordo come vi fossi stato, signore, rispose il corrispondente inglese.

— Quand’è così, voi sapete che, nel mezzo d’una festa data in onor suo, fu annunziato all’imperatore Alessandro che Napoleone avea passato il Niemen coll’avanguardia francese; pure l’imperatore non abbandonò la festa, e non ostante l’estrema gravità d’una notizia che poteva costargli l’impero, non lasciò scorgere maggiori inquietudini.... di quelle che ha mostrato il nostro ospite quando il generale Kissoff gli ha annunciato che i fili telegrafici erano recisi tra la frontiera ed il governo di Irkutsk. [p. 15 modifica]

— Ah! vi era noto questo?

— Mi era noto.

— Quanto a me, sarebbe difficile ignorarlo, perchè il mio ultimo telegramma andò fino ad Udinsk, fece osservare Alcide Jolivet con una certa soddisfazione.

— Ed il mio fino a Krasnoiarsk soltanto, rispose Harry Blount con un accento non meno soddisfatto.

— Dunque voi sapete anche che sono stati mandati degli ordini alle truppe di Nikolaevsk?

— Sì, signore, al medesimo tempo che si telegrafava ai Cosacchi del governo di Tobolsk di concentrarsi.

— Nulla di più vero, signor Blount, anche questo mi era noto e vi assicuro che la mia amabile cuginetta ne saprà domani stesso qualche cosa.

— E lo sapranno anche i lettori del Daily-Telegraph, signor Jolivet.

— Quando si vede tutto quello che accade....

— E quando si ascolta tutto quello che si dice....

— Una bella campagna da seguire, signor Blount.

— La seguirò, signor Jolivet.

— Allora può darsi che ci incontriamo sopra un terreno meno sicuro forse del pavimento di questa sala.

— Meno sicuro sì, ma....

— Ma anche meno sdrucciolevole, aggiunse Alcide Jolivet trattenendo il collega nel punto in cui stava per perdere l’equilibrio.

E, ciò detto, i due corrispondenti si separarono, contentissimi in sostanza di sapere che l’uno non era passato dinanzi all’altro.

In quella le porte delle sale contigue furono aperte ed apparvero molte mense meravigliosamente imbandite e cariche a profusione di [p. 16 modifica]pocellane preziose e di vasellami d’oro. Sulla mensa centrale riserbata ai principi, alle principesse ed ai membri del corpo diplomatico, scintillava un trionfo di un gran prezzo, venuto dalle fabbriche di Londra; ed intorno a quel lavoro di oreficeria splendevano alla luce dei lampadarî i mille pezzi del più ammirabile servizio che fosse mai uscito dalle manifatture di Sevres.

Gl’invitati incominciarono a dirigersi verso le sale della cena.

In quella il generale, che era arrivato, si accostò all’ufficiale dei cacciatori della guardia.

— Ebbene? gli domandò costui coll’ansia della prima volta:

— I telegrammi non passano più Tomsk, sire.

— Un corriere all’istante!

L’ufficiale, lasciando le sale, entrò in una stanza attigua. Era un gabinetto da lavoro, arredato in modo semplicissimo e posto nell’angolo del Palazzo Nuovo. Alcuni quadri, fra cui molte tele di Orazio Vernet, erano appesi alle pareti.

L’ufficiale aprì le finestre, come se mancasse l’ossigeno ai suoi polmoni, e venne a respirare sopra un largo balcone l’aria pura d’una bella notte di luglio.

Sotto gli occhi suoi, illuminata dalla luna, si incurvava una linea fortificata, in cui sorgevano due cattedrali, tre palazzi ed un arsenale. Intorno a quella cinta si disegnavano tre città distinte, Kitaï-Gorod, Beloï-Gorod, Zemlianoi-Gorod, immensi quartieri europei, tartari o cinesi, su cui si ergevano le torri, i campanili, i minareti, le cupole, le trecento chiese sormontate da croci d’argento. Un piccolo fiume, dal corso sinuoso, rifletteva qua e là i raggi della luna. Tutto [p. 17 modifica]quell’insieme formava un curioso mosaico di case variamente colorate entro un’ampia cornice di dieci leghe.

Quel fiume era la Moskowa; la città era Mosca, la cinta fortificata il Kremlin, e l’ufficiale dei cacciatori della guardia, che colle braccia incrociate e la fronte pensosa porgeva orecchio al rumore che il Palazzo Nuovo gettava sulla vecchia città moscovita, era lo czar.

Note

  1. Abbiamo lasciato la parola canards, che significa anitre in francese, perchè altrimenti il bisticcio andava perduto.

    (Nota del Traduttore).