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Lettere (Seneca)/Lettera VIII

Lettera VIII

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Lucio Anneo Seneca - Lettere (I secolo)
Traduzione dal latino di Annibale Caro (XVI secolo)
Lettera VIII
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LETTERA VIII

Vexari te distillationibus crebris etc. Ep. LXXVIII.



Che tu sii spesso travagliato dal catarro, e da febbricciuole, che vengono per ordinario in conseguenza d’esso catarro fatto famigliare, mi rincresce tanto più, quanto io so per esperienza quel che sia questo male, che nel principio disprezzai. Potea già quell’età della gioventù sopportar quest’ingiurie, et esser poco obbediente all’infermità; ma crescendo poi di tempo fui sottomesso, e mi ridussi a tale, che mi distillavo tutto: dimaniera che estenuato quanto poteva essere, molte volte mi venne voglia di troncar lo stame della mia vita; ma la vecchiezza del mio troppo amorevol padre mi ritenne. Perchè considerai, non quanto fortemente io potessi morire, ma quanto poco fortemente egli potesse sopportar, questo esser privo di me: così mi disposi a voler vivere, perchè tal volta il vivere è anco portarsi fortemente. Io ti dirò quel che mi apportasse alleggiamento, e spasso in quello affanno, se prima ti dirò che quelle istesse cose, con le quali mi davo pace, ebbero anco forza di medicina. Perciocchè queste oneste consolazioni si convertono in rimedj; e ciò che solleva l’animo, [p. 46 modifica]giova anco al corpo. I nostri studj furno causa della mia salute; e che mi sia riavuto, e che mi sia risanato, lo riconosco solo, e n’ho obbligo alla Filosofia: a lei devo la vita, e questo è il minor debito ch’io abbia seco. A racquistar la sanità mi giovorno pur assai gli amici; l’esortazioni, le vigilie, e gli ragionamenti de’ quali m’alleggierivano assai dolore. Non è cosa, Lucilio mio da bene, che conforte, e che ajute più l’infermo, quanto fa l’affetto e l’amorevolezza degli amici; nè cosa più di questa toglie via l’espettazione, e la paura della morte. Perciocchè non giudicavo di morire, lasciando loro in vita dopo di me: pensavo, dico, di vivere non con essi, ma per il mezzo d’essi; nè mi pareva di mandar fuori lo spirito, ma di tirarlo in lungo. Queste son le cose, che mi diedero animo d’ajutar me medesimo, e di patir ogni tormento: perciocchè altrimente è gran miseria, essendoci tolto l’animo di morire, non averlo di vivere. Piglia dunque questi rimedj. Il medico ti mostrerà quanto dovrai camminare, quanto esercitarti; come fuggir l’ozio, al qual sempre inclina l’indisposizione; come debbi leggere più chiaramente, e come debbi esercitar lo spirito, la via e lo recettacolo del quale è infermo; come debbi navigare, et esercitare con leggier travaglio le membra; che cibi debbi usare, quando bevere il vino per riaver le forze, e quando interlassarlo, perchè non inciti, e non commova la tosse. Io ti voglio dar un altro precetto, che sarà rimedio non solo a questa infermità, ma anco a tutta la vita; e questo è: [p. 47 modifica]disprezza la morte. Tuttavolta che saremo liberi da questa paura, non sarà cosa, che n’attristi. Tre cose sono gravi in ogni sorte d’infermità: il timor della morte, il dolor del corpo, e l’aver interlassato i piaceri. Della morte s’è detto abbastanza, però dirò solo, che questa paura non procede dall’infermità, ma dalla natura; perchè l’infermità ha molte volte prolungato la vita a molti, a’ quali l’immaginarsi di morire è stato salute. Tu morirai, non perchè sei ammalato, ma perchè vivi; e questa morte t’aspetta anco quando sarai risanato, sebbene allora non cercherai di fuggir la morte, ma solo l’infermità. Or ritorniamo all’incomodo, ch’è proprio del male. Gran tormenti apporta l’infermità; ma sono però tollerabili, perchè fanno degl’intervalli. Perciocchè un intenso dolore tosto ritrova il fine: niuno può patir gran dolore, e lungamente; di maniera ci ha ben ordinati la natura affezionatissima nostra, che ha fatto ch’il dolor sia o tollerabile, o breve. I gran dolori consistono nelle più magre parti del corpo: i nervi, gli articoli, e gli altri membri tenui si sdegnano fortemente, quando generano nella lor strettezza qualche difetto. Ma tosto queste parti si fanno stupide; e col dolor istesso perdono il sentir d’esso dolore. E questo avviene o perchè lo spirito, distolto dal suo corso naturale, e mutato in peggiore, perde quella forza, con che ne dà vigore, e n’ammonisce; o perchè il corrotto umore, poichè non ha più dove corra, opprime se stesso, e toglie il senso a quelle parti, le quali ha troppo empíto di se. [p. 48 modifica]E di qui viene che la Podagra, e la Chiragra, e tutti i dolori d’ossi, e di nervi, facendo tregua, dan qualche riposo, dopo che hanno addormentato quelle parti, che tormentavano; et in tutti questi mali quel che travaglia, è quel primo assalto del dolore; ma quest’empito s’estingue con la lunghezza, e il fin del dolore è l’aver perduto il senso. Per questa medesima cagione il dolor de’ denti, degli occhi, e degli orecchi è acutissimo, nascendo nell’estremità del corpo: non meno che fa anco il dolor della testa; ma quanto è più intenso, tanto più presto se ne va via, e si converte in stupidezza. Quel che dunque ne consola in un smisurato dolore è, che è necessario che tu lasci di sentirlo, se lo senti troppo. E quel che tratta male gl’ignoranti nel tormento del corpo, è che non si sono accostumati di contentarsi nell’animo; et il più hanno avuto da fare col corpo. E però l’uomo grande e prudente divide l’animo dal corpo, e conversa assai con quella migliore, e più divina parte; e con questa dolorosa, e fragile, quanto è bisogno. Ma è fastidiosa cosa, mi dirai, esser privo degli soliti piaceri, l’astenersi dal cibo, e il patir fame, e sete. Io lo confesso che l’astenersi da queste cose nel principio dà noja; ma poi quel desiderio, che avemo d’esse, si raffredda; stancandosi da loro stesse, e mancando le cose, desideriamo. E di qui procede il fastidio dello stomaco, di qui nasce che l’avidità del cibo in un che l’abbia desiderato, si converte in odio, perchè i desiderj periscono. E non è dura cosa il privarsi di quello, che [p. 49 modifica]hai lasciato di desiderare. A questo s’aggiunge che non è dolore, che talvolta non s’interlassi, o che del tutto non si toglia via. Oltra di questo può l’uomo guardarsi dal dolor, che debbia venire; et opponersi con rimedj a quello, che gli soprastà; perchè ogni dolore manda innanzi i segni prima che venga, come quello, che ritorna sempre al suo solito. Il patir l’infermità è tollerabile; se disprezzerai quel che minaccia per l’ultimo. Non voler far i tuoi mali più gravi di quel che sono, e caricarti di lamenti. Il dolor è leggiero, se l’opinione non v’aggiunge cosa alcuna: e per il contrario se comincierai a farti buon animo, e dire: questo è niente, o poco, sopportiamolo, mancherà pure; lo farai leggiero, pensando che sia così. Ogni cosa vien sospesa dall’opinione, la quale non è particolar dell’ambizione, nè della lussuria, nè dell’avaría. Ci dolemo secondo l’opinione, e ciascheduno è tanto misero, quanto s’immagina d’esserlo. Io giudico che si debbiano tor via queste condoglienze degli passati dolori, e quelle parole che si sogliono dire: Non fu mai uomo, che avesse peggio di me. Che tormenti! quanti mali ho patiti! Niuno si credè ch’io mi dovessi levar di letto: quante volte sono stato pianto dai miei; quante volte abbandonato dai Medici! Non si travagliano tanto coloro, che sono messi al supplicio. Che contutto che queste cose, che si dicono, siano vere, sono non dimeno passate. Che giova rinnovar gli passati dolori, et esser misero, perchè sei stato? E che non vi sia uomo, che non aggiunga pur assai agli suoi mali, e che [p. 50 modifica]non menta di se medesimo? Oltra di questo è dolce cosa il raccontare le cose, che sono state acerbe; perchè è cosa naturale l’allegrarsi del fine del suo male. Si devono dunque stirpar due cose, il timor del futuro, e la memoria del passato danno, perchè questo non mi tocca più, e quello non mi tocca ancora. E colui, ch’è posto negli travagli, dica:

     Forse verrà ancor tempo,
     Che di ciò ricordarmi fia piacere.

Combatta contr’il dolore, in ch’egli è, con tutto l’animo; perchè, cedendogli, resterà vinto, e vincerà, mostrandogli la faccia. Ma ora la maggior parte degli uomini si tira addosso la ruina, alla quale dovrebbono opponersi. Quel che ti preme, che ti soprastà, e che ti spinge, se comincierai a cercar di schivarlo, ti seguirà, e più gravemente ti verrà addosso; e se gli resisterai, e vorrai far sforzo a difenderti da lui, si ributterà indietro. Gli Atleti quante percosse ricevono e col volto, e con tutto il corpo? E non dimeno sopportano ogni tormento, per il desiderio d’acquistarsi gloria. E non patiscono queste cose solo nel combattere, ma anco prima per poter combattere l’esercizio che fanno è per se stesso un tormento. Così noi ancora dovemo vincere ogni cosa. Il premio della qual vittoria non è corona, nè palma, nè tromba che tosto ponga silenzio al nostro nome; ma la virtù, e la fermezza dell’animo, e la pace acquistata per sempre, se una volta in qualche abbattimento si vincerà la fortuna. Io sento un gran dolore, [p. 51 modifica]mi dirai. E che maraviglia è che tu ’l senti, se lo sopporterai come fan le donne effemminatamente? Come l’inimico apporta maggior danno a quei che fuggono, così ogn’incomodo di fortuna travaglia molto più un che gli ceda, e che gli volta le spalle. Ma è grave cosa a sopportare, puoi dire. E che? avemo noi forse la fortezza, per sopportar le cose leggiere? Che? vuoi tu piuttotosto che l’infermità sia lunga, o che sia grande e breve? Se è lunga, ha gl’intervalli, e dà tempo da potersi riavere; e dando tempo assai, è necessario che si riabbia, e che manchi. Il breve, e precipitoso male un degli due farà, o che s’estinguerà, o che te estinguerà. E che differenza è, o ch’egli non sia, o che non sia io? poichè nell’uno, e nell’altro caso il dolore ha fine. Gioverà anco pur assai rivoltar l’animo ad altri pensieri, e distorlo dal dolore. Va pensando a quel che tu abbi fatto onestamente, e fortemente: tratta teco delle parti buone; et impiega tutta la memoria nelle cose, che hai ammirato, e fa che allora ti venghino avanti gli occhi tutti quelli, che sono stati forti, e che han vinto il dolore: come dir colui, che sporgendo il corpo, perchè gli fussero segate le vene, perseverò di leggere il libro, che avea nelle mani; colui, che non lasciò di ridere; ancorchè maravigliandosi di questo quelli che lo tormentavano, esperimentassero in lui tutti gl’instrumenti di crudeltà. Dunque non si vincerà con la ragione il dolore, ch’è stato vinto col riso? Dì pur quel che vuoi, esagera quanto sai la molestia d’un catarro che [p. 52 modifica]continuo tossir ne faccia, che ne faccia recere parte delle viscere; quella d’una febbre, che abbrugiando ci vada tutto l’interno; quella d’una sete ardentissima che affannosa smania ne apporti; magnifica pure a talento il dolore, onde siam sopraffatti quantunque volte ne vengano stiracchiate le membra per la contrazione de’ muscoli: ch’io dirò essere un non so che di più la fiamma ad arrostire, l’eculeo a tagliare, e le infuocate lamine, le quali fanno che vie maggiormente si gonfino le ferite; e questo di più viene sempre aumentato di grado, e, a proporzione della durata del tempo, più profonda ne cagiona e più viva l’impression del dolore. Eppure in mezzo a questi tormenti v’ebbe un qualcheduno, il quale non mandò fuori nemmeno un gemito solo, nemmeno un sospiro; e questo è poco: il quale non dimandò mercè, nè altrui pregò d’alcun sollievo; è poco ancora: il quale non rispose verbo; anche questo è poco: il quale anzi sen rise, e di buon cuore. Vorrestu dopo tali esempi che sia da tenersi il gran conto del dolore, o non piuttosto che sia da farsene beffe? Mi si replica: l’infermità non mi permette d’operare qualunque cosa: ella mi rese incapace d’esercitare i miei doveri. Ma la malattia impedisce le funzioni del tuo corpo, non quelle dell’animo. Ella ritarda il corso dei lacchè, lega le mani del calzolajo, e del fabbro. Se sei tu solito a far esercizio di spirito, anche in tal situazione potrai persuadere, insegnare, ascoltare, apparare, ricercare, rammentarti? E che? ti credi forse di nulla operare, se anche ammalato ti dimostrerai sofferente? darai a divedere potersi o superare, o almeno [p. 53 modifica]certamente sostener con pazienza i disagi della malattia. Credilo: havvi luogo alla virtù anche nel letto. Non sono già l’armi indossate, le truppe poste in ordine di battaglia che dieno contrassegni sicuri d’animo intrepido, e che non si lascia sopraffar dal terrore: anche le stesse vesti dànno indizio del coraggio d’un uomo. Hai materia da esercitarti; combatti valorosamente contra il malore: se nulla giungerà a farti piegare a debolezza per forza, se nulla arriverà ad ottenere da te una qualche cosa per insistenza, porgerai un esempio il più luminoso di virtù. Qual soggetto di gloria non sarebbe per noi, se fossimo veduti ammalati con queste disposizioni! Ebbene: tu stesso sii spettacolo a te stesso, e sii lodatore di te medesimo. Oltra di questo ci sono due specie di piaceri: la malattia ci sospende i piaceri del corpo, non però ce li toglie per sempre; anzi, se vogliamo stare alla verità, piuttosto ce li eccita. Uno che ha sete, bee con più piacere: e il cibo riesce più saporito a chi ha più fame. Si gusta con maggior avidità ciò, che dato ci viene dopo una lunga astinenza. Ma quegli altri piaceri di spirito, i quali sono e più grandi e più sicuri, nessun medico li niega ad un ammalato. Chiunque corre dietro a questi, e ne conosce il pregio, disprezza tutti gli allettamenti de’ sensi. Oh l’infelice ammalato! e perchè? Perchè non istempra la neve nel vino: perchè il freddo di quella bevanda, che meschiò colla neve in amplo bicchiere, non lo accresce di più col farvi in esso disciogliere anco il ghiaccio: perchè non gli vengono aperte, durante la stessa mensa, l’ostriche del lago Lucrino: perchè al tempo dell’imbandigione del [p. 54 modifica]pranzo non ci sia un andirivieni continuo de’ cuochi, che trasportano le vivande aventi sottoposte le brage, essendo anche questo un novello ritrovato della gola presente. Perchè non ci sia cibo che perda il suo calore, perchè non ci sia vivanda, che non si conservi bollente per un palato già fatto calloso, si trasporta la cucina su la tavola stessa. Oh l’infelice ammalato! ei mangierà quanto può digerire. Non giacerà sotto i suoi occhi negletto il cinghiale, mandato fuori di tavola come una vile carnaccia; nè si riporranno sulla credenziera affastellati i petti degli uccelli, giacchè cagionerebbe nausea il vederli posti sul piatto tutti intieri. Che mal quinci ti avvenne? Cenerai da ammalato; anzi da uomo, che una volta, o l’altra sarà per risanarsi. Ma tutte queste cose le sopporteremo facilmente, ciò sono il centellare l’acqua calda, e tutto quel, che può sembrare intollerabile ai nostri di soverchio dilicati, e dati totalmente alla ghiottoneria, al lusso, e ad altre simili distemperatezze, ed infermi più nell’animo, che nel corpo: purchè giugniamo a tralasciare d’inorridirsi all’idea della morte. Tralascieremo di temerla, se arriveremo a conoscere qual sia il sommo nostro bene, e il nostro sommo male: e in questa guisa nè ci sarà più di noja la vita, nè ci causerà ribrezzo la morte. Non può giammai divenir di fastidio a se stessa una vita occupata nel rappresentarsi tanto numerosi e diversi, tanto grandi, e tanto divini oggetti: suole bensì renderla odiosa a se stessa l’abbandonarsi ad un ozio infingardo. Ad uno spirito, che va scorrendo la natura di tutte le cose, non riescirà giammai fastidioso l’esame della verità: lo sazieranno bensì le [p. 55 modifica]cose false, alle quali si dà in preda. Di più, se ci sopraggiunge, e ci chiama la morte, quantunque sia ella immatura, quantunque ci rapisca alla metà del nostro corso di vivere, sarà abbondantissimo non per tanto il frutto, che ne avremo raccolto: avrà conosciuto quest’uomo la natura in gran parte; e saprà che non crescono già l’idee dell’onestà, e i piaceri della medesima a ragguaglio del tempo della vita. A coloro soltanto si rende necessario il credere che ogni spazio di vita sia breve, i quali lo misurano coi vani piaceri, e in conseguenza infiniti. Vatti consolando con questi pensieri, e col leggere attentamente le nostre lettere: verrà una volta quel tempo, il quale di bel nuovo ci riunirà insieme. Qualunque esso si sia, lo ci renderà lungo l’aver appresa l’arte di ben servircene, sendo vero quel detto di Possidonio: avere più durata un giorno solo di persone erudite, e scienziate, di quello che l’età, quantunque lunghissima, degl’ignoranti e degli sciocchi. Intanto abbi tu sempre presenti queste massime di non darti vinto alle avversità, di non creder troppo alla prosperità, e di aver sempre avanti gli occhi la smodata licenza della fortuna, come se ella fusse per fare riguardo a te tutto ciò, che può fare. Qualunque sinistro, che da lunga pezza si sta aspettando, ci torna men grave, e più sopportabile. Sta sano.