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Pagina:Seneca - Lettere, 1802.djvu/71


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riceva) quello, che noi pensiamo che sia morto è stato mandato avanti a godere. Sta sano.



LETTERA VIII

Vexari te distillationibus crebris etc. Ep. LXXVIII.



Che tu sii spesso travagliato dal catarro, e da febbricciuole, che vengono per ordinario in conseguenza d’esso catarro fatto famigliare, mi rincresce tanto più, quanto io so per esperienza quel che sia questo male, che nel principio disprezzai. Potea già quell’età della gioventù sopportar quest’ingiurie, et esser poco obbediente all’infermità; ma crescendo poi di tempo fui sottomesso, e mi ridussi a tale, che mi distillavo tutto: dimaniera che estenuato quanto poteva essere, molte volte mi venne voglia di troncar lo stame della mia vita; ma la vecchiezza del mio troppo amorevol padre mi ritenne. Perchè considerai, non quanto fortemente io potessi morire, ma quanto poco fortemente egli potesse sopportar, questo esser privo di me: così mi disposi a voler vivere, perchè tal volta il vivere è anco portarsi fortemente. Io ti dirò quel che mi apportasse alleggiamento, e spasso in quello affanno, se prima ti dirò che quelle istesse cose, con le quali mi davo pace, ebbero anco forza di medicina. Perciocchè queste oneste consolazioni si convertono in rimedj; e ciò che solleva l’animo, gio-