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Pagina:Seneca - Lettere, 1802.djvu/77


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mi dirai. E che maraviglia è che tu ’l senti, se lo sopporterai come fan le donne effemminatamente? Come l’inimico apporta maggior danno a quei che fuggono, così ogn’incomodo di fortuna travaglia molto più un che gli ceda, e che gli volta le spalle. Ma è grave cosa a sopportare, puoi dire. E che? avemo noi forse la fortezza, per sopportar le cose leggiere? Che? vuoi tu piuttotosto che l’infermità sia lunga, o che sia grande e breve? Se è lunga, ha gl’intervalli, e dà tempo da potersi riavere; e dando tempo assai, è necessario che si riabbia, e che manchi. Il breve, e precipitoso male un degli due farà, o che s’estinguerà, o che te estinguerà. E che differenza è, o ch’egli non sia, o che non sia io? poichè nell’uno, e nell’altro caso il dolore ha fine. Gioverà anco pur assai rivoltar l’animo ad altri pensieri, e distorlo dal dolore. Va pensando a quel che tu abbi fatto onestamente, e fortemente: tratta teco delle parti buone; et impiega tutta la memoria nelle cose, che hai ammirato, e fa che allora ti venghino avanti gli occhi tutti quelli, che sono stati forti, e che han vinto il dolore: come dir colui, che sporgendo il corpo, perchè gli fussero segate le vene, perseverò di leggere il libro, che avea nelle mani; colui, che non lasciò di ridere; ancorchè maravigliandosi di questo quelli che lo tormentavano, esperimentassero in lui tutti gl’instrumenti di crudeltà. Dunque non si vincerà con la ragione il dolore, ch’è stato vinto col riso? Dì pur quel che vuoi, esagera quanto sai la molestia d’un catarro che