Lettere (Seneca)/Lettera IX

Lettera IX

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Lucio Anneo Seneca - Lettere (I secolo)
Traduzione dal latino di Annibale Caro (XVI secolo)
Lettera IX
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LETTERA IX

Ut a communibus initium faciam etc. Ep. lxvii.


Per dar principio al parlare dalle cose comuni, la primavera ha cominciato a mostrarsi; ma inclinando già verso l’estate, quando dovea far caldo, solamente ha cominciato ad intepidirsi. Nè però ancor gli si può credere, perchè spesso si converte in inverno: e se vuoi saper quanto sia instabile, basteti solamente questo, ch’io non mi fido ancora della sua freddezza, et ancor contrasto con la sua rigidezza. Questo, mi dirai, è non patir nè caldo, nè freddo. Così è, il mio Lucilio. Già a questa mia età basta pur troppo il freddo suo naturale, che appena si può riscaldare a mezza estate: di maniera che la maggior parte d’essa son forzato di passarla carco di vestimenti. Io ringrazio la vecchiezza che m’abbia piantato in questo letto: e perchè non la debbo ringraziare per questa cagione? Poichè tutto quello ch’io dovevo fuggire, ella fa che quando ben volessi, non possa fare. Me ne sto per la maggior parte a ragionar con i libri: e se talvolta sopraggiungono epistole tue, mi par d’esser teco; e mi dispongo nell’animo non come io ti rescriva, ma come se parlandomi tu, io ti rispondessi. E così di quel che tu ora mi dimandi, quasi ragionando teco, insieme discorreremo come stia. Mi dimandi, [p. 57 modifica]se tutto quel ch’è bene si deve desiderare: e dici, se è bene il tormentarsi fortemente, e l’abbruciarsi animosamente, e pazientemente esser infermo; seguita che queste cose si debbiano desiderare. Io per me non veggo che tra queste sia cosa degna che altri ne faccia voto per ottenerla: nè so che niuno fin a quest’ora abbia satisfatto a voto, per essere stato battuto, o tormentato dalla podagra, o da altri tormenti conciato. Or distingui, il mio Lucilio, e conoscerai quel che si deve desiderare in queste cose. Io vorrei sempre esser lontano dagli tormenti; ma se pur s’hanno da patire, desidererò di poterli sopportare fortemente, onestamente, et animosamente. Io mi contenterei che non fussero mai guerre; ma se si faranno, desidererò di poter soffrir generosamente le ferite, la fame, e tutti gl’incomodi, che suol apportar la necessità della guerra. Non sono sì sciocco, ch’io desideri d’essere infermo: ma se la fortuna vorrà ch’io cada ammalato, desidererò di non far cosa intemperantemente et effemminatamente. Non son dunque gl’incomodi che si devono desiderare, ma la virtù, con la quale si sopportano gl’incomodi. Alcuni de’ nostri giudicano, che noi non dovemo desiderare una forte tolleranza in tutte le cose nostre, ma che non la dovemo nè anche abborrire: perciocchè dicono che si deve per voto chiedere un puro bene, tranquillo, e fuor d’ogni travaglio. Io son di contrario parere. E perchè? Prima, perchè non può essere, che una cosa sia buona, e che non si debbia desiderare: e se la virtù si deve desiderare, e non può [p. 58 modifica]esser bene senza virtù; dunque ogni cosa buona è desiderabile. Oltre di questo se una forte pazienza negli tormenti si deve desiderare; dimmi di grazia: non si doverà anco desiderar la fortezza, come quella che sprezza, e provoca anco i pericoli? Bellissima certamente, e mirabil parte di questa fortezza è quella di non cedere al foco, e d’andare incontro alle ferite, e talvolta non solo non schivar un’asta che venga per ferirti, ma anco incontrarla col petto. Se dunque si deve desiderar la fortezza, si deve anco desiderare il sopportar pazientemente i tormenti; e non il sopportargli solamente perchè questo è parte della fortezza. Ma dividi, come t’ho detto, queste cose, e non vi sarà errore alcuno. Perciocchè non si deve desiderar il soffrir de’ tormenti, ma il soffrirgli con fortezza d’animo: io vi desidero quella fortezza, ch’è virtù. Ma chi sarà che desideri questo per se medesimo? Alcuni voti son chiari, e apertamente fatti; e son quelli che si fanno in particolare: alcuni altri son ascosti, come quando sotto un voto se ne comprendono molti; come sarebbe a dire, io desidero la vita onesta; e la vita onesta costa di molte, e varie azioni. Sotto questa vita vien compresa l’arca di Regolo; la ferita di Catone stracciata con le sue proprie mani; l’esilio di Rutilio, e il venenato calice di Socrate, che togliendolo di prigione lo trasportò in Cielo. Di sorte che desiderando io la vita onesta, intendo anco di desiderar queste cose simili, senza le quali molte volte non può essere onesta: [p. 59 modifica]

                         O tre volte beati
     Quelli, a ch’in faccia ai padri sotto l’alte
     Mura di Troja già toccò morire.

Che differenza fai o che tu desideri questo ad altri, o che confessi che sia stato da desiderarsi? Decio si die’ alla morte per la Republica; e spingendo il cavallo si gettò in mezzo agl’inimici, desideroso di morire. L’altro dopo costui, emulo della paterna virtù, dopo che ebbe solennemente e familiarmente parlato, si diede ad un copiosissimo esercito, non pensando ad altro, che a placar i Dei col suo sacrifizio; giudicando che la buona morte sia cosa da dover essere desiderata. A che dunque dubiti, se sia bene di morir memorabilmente, et in qualche fazione virtuosa? Quando un sopporta fortemente i tormenti, mette in opra tutte le virtù; e questo forse per quell’una, ch’è in atto, e che apparisce, della pazienza. Ivi è la Fortezza, dalla quale si vede uscir, come suoi rami, la pazienza, il sopportare, e la tolleranza. Ivi è la Prudenza, senza la quale non si fa consiglio alcuno; e persuade sopportar con gran fortezza quel che non si può fuggire. Ivi è la Costanza, la quale non si può movere di loco, nè cangia di proposito per violenza che gli si faccia. Ivi finalmente è quella inseparabile compagnia di Virtù. Ciò che si fa onestamente, è operazione d’una Virtù, ma questa operazione è secondo il parere del Consiglio: e quel, ch’è approvato da tutte le Virtù, ancorchè paja che sia effetto d’una sola, si deve non dimeno desiderare. E che? pensi tu forse che si [p. 60 modifica]debbiano solo desiderar quelle cose, che procedono dal piacere, e dall’ozio? che si sogliono ricevere con le porte ornate? Vi sono certi piaceri mesti, e certi voti, i quali son celebrati non già da quelli, che attendono all’allegrezze, ma da quelli, che adorano, e riveriscono la Virtù. Così tu non crederai forse che Regolo desiderasse di ritornar dagli Cartaginesi; ma véstiti dell’animo d’un grande uomo; allontánati per un poco dall’opinion del volgo: piglia quanto dei dell’immagine della bellissima, e magnificentissima Virtù, la quale noi dovemo onorare non con le corone, ma col sudore, e col sangue. Mira Marco Catone, che si mette le purissime mani nel sacrato petto, e che allarga le poco aperte ferite. Che gli dirai tu piuttosto, o: Io vorrei quel che tu vorresti, e duolmi di quel che ti duole; ovvero: Felicemente fai a far così? A questo proposito mi sovvien di quel che dice il nostro Demetrio, il quale chiama la vita sicura, e libera dagli empiti di Fortuna, un mar morto, nel quale non vi sia cosa, che t’inciti, e dove t’impieghi; e con i pericoli e travagli del quale tu possi far esperienza della fermezza dell’animo tuo. Et il giacer in ozio riposato non è tranquillità, ma piuttosto bonaccia. Attalo Stoico solea dire: io mi contento piuttosto che la Fortuna mi tenga tra i travagli suoi, che tra le delizie: che se son tormentato, lo sopporto però con fortezza d’animo, onde avvien che sia bene; e se son ammazzato, moro fortemente, onde è anco bene: e se udirai l’Epicuro, ti dirà che sia anco cosa dolce; ma io [p. 61 modifica]non porrò mai così effemminato nome a sì onesta, e severa cosa, e dirò che, se sono abbrugiato, sarò con animo invitto. E perchè non si deve desiderare, non che il fuoco m’abbrugi, ma che non mi possa vincere? Non vi è cosa più prestante, nè più bella della Virtù; e ciò che si fa per ordine, e comandamento d’essa, è bene, e si deve anco desiderare. Sta sano.