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Pagina:Seneca - Lettere, 1802.djvu/72

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va anco al corpo. I nostri studj furno causa della mia salute; e che mi sia riavuto, e che mi sia risanato, lo riconosco solo, e n’ho obbligo alla Filosofia: a lei devo la vita, e questo è il minor debito ch’io abbia seco. A racquistar la sanità mi giovorno pur assai gli amici; l’esortazioni, le vigilie, e gli ragionamenti de’ quali m’alleggierivano assai dolore. Non è cosa, Lucilio mio da bene, che conforte, e che ajute più l’infermo, quanto fa l’affetto e l’amorevolezza degli amici; nè cosa più di questa toglie via l’espettazione, e la paura della morte. Perciocchè non giudicavo di morire, lasciando loro in vita dopo di me: pensavo, dico, di vivere non con essi, ma per il mezzo d’essi; nè mi pareva di mandar fuori lo spirito, ma di tirarlo in lungo. Queste son le cose, che mi diedero animo d’ajutar me medesimo, e di patir ogni tormento: perciocchè altrimente è gran miseria, essendoci tolto l’animo di morire, non averlo di vivere. Piglia dunque questi rimedj. Il medico ti mostrerà quanto dovrai camminare, quanto esercitarti; come fuggir l’ozio, al qual sempre inclina l’indisposizione; come debbi leggere più chiaramente, e come debbi esercitar lo spirito, la via e lo recettacolo del quale è infermo; come debbi navigare, et esercitare con leggier travaglio le membra; che cibi debbi usare, quando bevere il vino per riaver le forze, e quando interlassarlo, perchè non inciti, e non commova la tosse. Io ti voglio dar un altro precetto, che sarà rimedio non solo a questa infermità, ma anco a tutta la vita; e questo è: