Pagina:Seneca - Lettere, 1802.djvu/80

54

pranzo non ci sia un andirivieni continuo de’ cuochi, che trasportano le vivande aventi sottoposte le brage, essendo anche questo un novello ritrovato della gola presente. Perchè non ci sia cibo che perda il suo calore, perchè non ci sia vivanda, che non si conservi bollente per un palato già fatto calloso, si trasporta la cucina su la tavola stessa. Oh l’infelice ammalato! ei mangierà quanto può digerire. Non giacerà sotto i suoi occhi negletto il cinghiale, mandato fuori di tavola come una vile carnaccia; nè si riporranno sulla credenziera affastellati i petti degli uccelli, giacchè cagionerebbe nausea il vederli posti sul piatto tutti intieri. Che mal quinci ti avvenne? Cenerai da ammalato; anzi da uomo, che una volta, o l’altra sarà per risanarsi. Ma tutte queste cose le sopporteremo facilmente, ciò sono il centellare l’acqua calda, e tutto quel, che può sembrare intollerabile ai nostri di soverchio dilicati, e dati totalmente alla ghiottoneria, al lusso, e ad altre simili distemperatezze, ed infermi più nell’animo, che nel corpo: purchè giugniamo a tralasciare d’inorridirsi all’idea della morte. Tralascieremo di temerla, se arriveremo a conoscere qual sia il sommo nostro bene, e il nostro sommo male: e in questa guisa nè ci sarà più di noja la vita, nè ci causerà ribrezzo la morte. Non può giammai divenir di fastidio a se stessa una vita occupata nel rappresentarsi tanto numerosi e diversi, tanto grandi, e tanto divini oggetti: suole bensì renderla odiosa a se stessa l’abbandonarsi ad un ozio infingardo. Ad uno spirito, che va scorrendo la natura di tutte le cose, non riescirà giammai fastidioso l’esame della verità: lo sazieranno bensì le