Lettere (Seneca)/Lettera II

Lettera II

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Lucio Anneo Seneca - Lettere (I secolo)
Traduzione dal latino di Annibale Caro (XVI secolo)
Lettera II
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LETTERA II

Epistola tua delectavit me etc. Ep. LXXIV.



L’Epistola tua m’è sommamente dilettata, e m’ha eccitato dal sonno, in ch’io ammarcivo, e ravvivato la memoria, che in me è già pigra e lenta. E perchè non devi tu credere, Lucilio mio, che un gran mezzo, et instrumento di pervenire alla vita beata sia il persuadersi che è un ben solo, e questo è quel che è onesto? Colui che circonscrive, e diffinisce ogni bene con l’onesto, può ben dir d’esser felice tra se medesimo. Perocchè chi giudica che l’altre cose sian beni, viene in poter della fortuna, e si sottopone al voler d’altri. Questi di questo parere son quelli, che nella morte de’ figliuoli s’attristano: questi nell’infermità son travagliati; questi nel patir ignominia, o qualche infamia son mesti. Altri vedrai tormentati dall’amor della moglie d’altrui, altri della sua medesima. Quanti sono addolorati per la ripulsa che vien lor data, quanti son crucciati dal dolore [p. 6 modifica]istesso! Ma la maggior moltitudine de’ miseri travagliati, tra tutto il resto della turba de’ mortali, è di quelli che del continuo son molestati dal pensiero della morte, che ad ogni banda soprastà loro. Perocchè non vi è cosa, donde non gli venga. Dimodochè, come quelli che essendo in paese d’inimici, bisogna che sempre si guardino d’ogn’intorno, e ad ogni poco di strepito voltino il capo; se non scacciano dal petto questa paura, viveran sempre tremando. Verran loro sempre avanti gli occhi quei che mandati in esilio, son privati degli lor beni; quei che son poveri nelle ricchezze, molestissima sorte di povertà; quei che han patito naufragio, o travaglio simile a questo; quei che dall’ira, o dall’invidia popolare, perniciosa cosa agli buoni, sono alla sprovista, e fuor d’ogni lor pensiero buttati al basso, non altrimente che suol far una procella, la quale suol sorgere quando il sereno è maggiore; o come un subito folgore, al colpo del quale tremano anco le cose, che son vicine al luogo dove cade. E come quel, che era più lontano dal fuoco, resta anco stupido al par di quello che è da lui percosso: così in queste cose, che accadono per altrui violenza, un solo è oppresso dalla calamità, e gli altri dal timore; e l’immaginazione che possa intervenir loro di patir il medesimo, gli genera ugual tristezza che han quei che patiscono il male. Il subito mal d’altrui travaglia gli animi di tutti: e come gli uccelli sono anco spaventati da un vano rumor di fronda, così noi siamo commossi non solo dalla percossa, ma anco [p. 7 modifica]dallo strepito. Non può dunque esser beato un che sia dato in preda a questa opinione: perocchè la beatitudine non può essere senza l’intrepidezza; e tra gli sospetti malamente si vive. Chi s’è molto dato a queste cose fortuite, s’ha acquistato una grande et inestricabile occasione di perturbazioni. Una sola strada ci è ad un che voglia camminar per il sicuro, e questa è disprezzar le cose esterne, e contentarsi dell’onesto. Però chi giudica che vi sia cosa miglior della Virtù, o che vi sia altro bene oltra questa, apre il seno a queste cose, che sono sparse dalla fortuna, e con travaglio sta aspettando questi suoi doni. Proponti nell’animo questa similitudine, che la Fortuna faccia i giochi, e che butti in questa moltitudine d’uomini onori, ricchezze, e grazia, parte delle quali cose si sono rotte tra le mani di quei che cercano di rapirle, parte son divise per infedel compagnia, e parte prese con gran detrimento di quei, in poter de’ quali eran venute: e delle quali cose alcune son cadute in chi non vi pensava, alcune, perchè troppo vi s’uccellava, son perdute, e mentre che con rapidità si rapiscono, gli si levano dalle mani; et a nessuno, con tutto che gli sia felicemente successa la rapina, l’allegrezza della preda durò mai più d’un giorno. E però un vero prudente, tosto che vede presentarsegli questi piccoli doni, si fugge dal teatro; e sa che un uomo magnanimo signoreggia anco queste cose piccole. Nessun vien alle mani con un che si parta dalla grappiglia, nessuno cerca di ferir chi n’esce: ma tutta la questione è [p. 8 modifica]intorno al premio. Il medesimo avviene in queste cose, che di sopra ci son gittate dalla Fortuna; per le quali, miseri, sudiamo, e ci travagliamo, e desideriamo d’aver molte mani: ora miriamo ad una, ora ad un’altra; e ci par che ci siano date troppo tardi quelle, che sono ambite dalla nostra cupidità, le quali aspettate, e desiderate da tutti, devono però toccare a pochi. Desideriamo, mentr’elle cadono mandate giù dalla Fortuna, d’andar loro incontro; et occupandone qualch’una, ci rallegriamo. Molti restano gabbati dalla vana speranza, e ricompensiamo una vil preda con qualche grand’incomodo, o ne restiamo del tutto gabbati. Allontaniamoci dunque un poco da questi giuochi, e diamo luogo a questi che ne fan rapina. Lasciamo che con attenzion mirino questi beni sospesi, anzi lasciamo che stiano molto più lor medesimi sospesi. Chi fa proposito di voler esser beato, deve pensar che sia un ben solo, cioè l’onesto. Perciocchè giudicando che ve ne sia più d’uno, o che altra cosa sia bene, prima giudica mal della provvidenza d’Iddio, perchè accadono molti incomodi agli uomini giusti, e perchè tutto quel ch’ella n’ha dato, è poca e breve cosa, mettendola a comparazione all’età lunga di tutto il mondo. E da questo lamento nasce che noi siamo ingrati a Dio, e malamente interpretiamo le cose divine: lamentandoci che non ci dia di continuo, e che ci dia poche cose, e quelle incerte e fuggitive. Di qui viene che non ci risolvemo nè di vivere, nè di morire, perocchè per un canto odiamo la vita, per l’altro [p. 9 modifica]tememo la morte. Tutti gli nostri consigli sono irresoluti e dubbj: nè felicità alcuna per grande ch’ella sia ci può saziare. E la cagione è, perchè non semo anco pervenuti a quello immenso et inseparabile bene, dove la volontà nostra è forzata a fermarsi, non essendovi cosa maggior del sommo. Mi dimanderai donde venga che la Virtù non ha bisogno di cosa alcuna? Perchè gode delle presenti, e non desidera le assenti. Non è cosa che non sia grande a lei, perchè gli basta. E se ti parti da questo giudizio, non vi sarà nè pietà, nè fede: perocchè chi vuol mostrare l’una e l’altra di queste due virtù, bisogna che soffrischi molte cose di quelle, che noi tenemo per buone. Perirà la Fortezza, non facendo prova di se stessa, come deve. Perirà la Magnanimità, non potendo signoreggiare, se non si disprezzano come minime tutte quelle cose, che il vulgo suol desiderare agli suoi prossimi. Perirà la grazia, che si deve avere, e lo rendere che si deve far d’essa grazia. Sarà in prezzo la fatica, tenendo che vi sia cosa più preziosa della fede, e non avendo la mira alle cose ottime. Ma per lasciar da parte queste cose: o questi che si chiamano beni, non sono beni, o l’uomo è più felice d’Iddio; perciocchè Iddio non usa queste cose, che sono al servizio nostro, non appertenendo a lui nè libidine, nè delicatezza de’ cibi, nè le ricchezze, nè alcuna di queste cose che adescano gli uomini, e con vil piacer gli guidano. Dunque o che è cosa incredibile che Iddio sia privo degli beni; o questo è segno et argumento [p. 10 modifica]manifestissimo, che le cose, delle quali Dio è privo, non sono beni. A questo s’aggiunge, che molte cose, che vogliono parer d’esser buone, sono più pienamente concesse agli animali, che agli uomini; perocchè quelli più avidamente magnano, non sono tanto molestati dalla lussuria, et hanno maggiore, e più egual fermezza di forze. Seguita dunque che siano molto più felici dell’uomo, perciocchè vivono senza iniquità, e senza fraudi, e godono i piaceri che si pigliano molto più dell’uomo, e con più facilità, senza paura alcuna nè di vergogna, nè d’aversene poi a pentire. Or considera tu medesimo se si debbia chiamar bene quello, di che l’uomo vince Iddio. Costituimo dunque il sommo bene nell’animo; perocchè manca, se dalla miglior parte di noi vien alla peggiore, e se lo transferemo ai sensi, i quali sono più agili negli animali muti. Non si deve collocar la somma della nostra felicità nella carne: i veri beni sono quelli, che ne dà la Ragione, fermi e sempiterni, che non posson nè cadere, nè mancare, o diminuirsi. Gli altri sono beni per opinione, et hanno il nome comune con quelli che sono veramente beni; ma non hanno la proprietà, e l’effetto del bene. Si devono dunque chiamar comodi, e (per parlar in lingua nostra) prodotti. Nel resto dovemo sapere che sono nostri servi, e non parti di noi medesimi; e che devono essere appresso di noi, ma per modo che ne ricordiamo, che sono fuor di noi. Et ancorchè stiano appresso di noi, averle dovemo nel numero delle cose suggette e vili, per causa [p. 11 modifica]delle quali nessun si debbia insuperbire. Perciocchè che cosa più stolta può essere in uno, che compiacersi delle cose ch’egli non ha fatte? Tutte queste cose devono accedere e venir in conseguenza nostra, e non aderirsi a noi; acciocchè se avvien che ci siano tolte, si levino da noi senza punto lacerarne. Serviamocene, non ci gloriamo d’esse; e serviamocene anco parcamente, come quelle che ci son date in deposito et in guardia, e che si devono partir da noi. Chiunque l’ha possedute senza ragione, non l’ha godute lungo tempo; perciocchè la felicità medesima, se non si tempera, opprime se stessa: e s’ella si dà in preda a questi fugacissimi beni, tosto resta abbandonata, e però anco s’affligge. A pochi è stato concesso di deponer questa lor felicità leggiermente, e senza fastidio d’animo: tutti gli altri cadono al basso insieme con le cose, per le quali sono stati grandi et eminenti; e le cose istesse, che gli aveano innalzati, gli abbassano. E però si dovrà aggiungervi la prudenza, che ponga a queste cose modo e parsimonia. Perciocchè la licenza è quella, che precipita e spinge le sue proprie ricchezze; nè le cose senza modo durorno mai, se non moderate dalla ragione. Questo ti può esser mostrato dal fine, e dal successo di molte città, le quali per lussurioso e smisurato imperio, allorchè maggiormente fiorivano, son cadute al basso: e ciò che in esse era acquistato per virtù, ruinò per intemperanza. Contra questi casi dovemo noi fortificarci; e perchè non vi è muro, che contra la fortuna non si possa espugnare, [p. 12 modifica]ordiniamoci e prepariamoci di dentro; e se questa parte è sicura, può ben esser battuto l’uomo, ma non già preso. Tu desideri di saper che instrumento sia questo da fortificarsi? Non si sdegni l’uomo per cosa che gli avvenga; e tenga per fermo che quelle cose, dalle quali par ch’egli sia offeso, sono quelle che appertengono alla conservazione dell’universo, e del numero di quelle, che consumano questo corso, e questo officio del mondo. Piaccia all’uomo quel ch’è piaciuto a Dio, e faccia conto di se e delle cose sue non per altro, se non perchè non può esser vinto, perchè signoreggia e tien sotto di se i mali, e perchè soggioga il caso, il dolore, e l’ingiuria con la ragione, della quale non vi è cosa più valorosa. Ama la ragione; perciocchè l’amor di questa t’armerà contra ogni durissima cosa. L’amor de’ propj figliuolini spinge a dar nell’armi le fere, che sono per la fierezza, e per l’inconsiderato impeto indomite. Il desiderio della gloria accende i giovenili ingegni talvolta a disprezzar, per acquistarla, anco così il ferro, come il foco. Una sola immagine, et un’ombra sola di virtù conduce alcuni ad uccidersi volontariamente. Or quanto è più potente, quanto è più forte, quanto è più costante di tutte queste cose la ragione, tanto più animosamente passando per mezzo i timori e i pericoli, n’uscirà fuori. Voi non fate niente, un ne potrà dire, negando che non vi sia altro bene, che l’onesto. Questa fortificazione non vi renderà liberi dalla Fortuna. Perchè dicendo voi che tra le cose buone è l’aver pietosi [p. 13 modifica]figliuoli, ben accostumata patria e padre e madre buoni, voi non potrete sicuramente veder i pericoli di questi tali, perchè l’assedio della patria, la morte de’ figliuoli, e la servitù de’ genitori vi turberanno. Dirò prima quel che comunemente si suol rispondere a costoro in favor vostro: dipoi aggiungerò la risposta, che secondo l’opinion mia si deve lor dare. Diversa condizione è in quelle cose, che essendoci tolte sustituiscono in lor luogo qualche dispiacere: come dire, la sanità, essendo infetta, ne lascia l’infermità; l’estinto lume degli occhi ne lascia ciechi; tagliate le garrette, non solo manca la velocità, ma in luogo di quella vien la debolezza. Questo non avviene in quelle cose, che poco avanti avemo riferito; perocchè se pur io perdo un buono amico, non però mi resta l’ostinazione di dolermene sempre; e restando privo de’ figliuoli buoni, non mi succede in lor luogo l’impietà di piangerli continuamente. Oltra di questo non muojono a questi nostri nè gli amici, nè gli figliuoli, ma solamente i corpi di questi, e ’l bene non può perir fuor che in un modo, e questo è, se si converte in male; il che non comporta la natura d’esso, perchè tutte le virtù, e tutte l’opere delle virtù sono incorrottibili. Et ancorchè gli amici, ancorchè i figliuoli approvati e conformi al desiderio del padre perischino, vi è non dimeno chi succede in luogo loro. Perchè se mi dimandi chi abbia fatto questi tali così buoni, ti rispondo, che è la Virtù. E questa Virtù non patisce che luogo alcuno resti vacuo, occupa tutto l’ [p. 14 modifica]animo, e toglie il desiderio di tutte le cose, perchè sola basta e supplisce per tutte. Perciocchè la potenza e l’origine di tutte le cose è in essa virtù. Che importa, che l’acqua che corre, sia intercetta, e portata via, se il fonte, dond’è sortita, è salvo? Tu non dirai che un uomo da bene sia più giusto vivendo i figliuoli, che poi che gli ha perduti; nè tampoco che sia più ordinato, nè più prudente, nè più onesto: adunque nè anco dirai che sia migliore. L’aver degli amici non fa che un sia più savio, e la perdita d’essi non lo rende più stolto: adunque non lo fa ne più beato, nè più misero. Mentre la Virtù sarà salva, tu non conoscerai quel che ti manchi. Che dunque? mi dirai: non è più beato un che sia carco e d’amici, e di figliuoli? E perchè deve esser più beato? Poichè il sommo bene non si può nè diminuire, nè crescere, e sta sempre fermo nel suo termine, in qualunque modo si porti la Fortuna; o che gli si dia lunga vecchiezza, o che vicino ad essa vecchiezza si finischi, la medesima natura è del sommo bene, ancorchè sia diversa quella dell’età. Che gli si proponga maggiore, o minor circolo, questo appertiene allo spazio, non alla forma di esso bene. Et ancorchè uno sia lungamente stato in vita, l’altro sia subito coperto, e finito in quel suggetto, ove egli era impresso; ambi sono stati d’una medesima forma. Quel ch’è Retto, non si può stimar nè per grandezza, nè per numero, nè per tempo: nè si può aggrandir più, di quel che si può diminuire. Restringi l’onesta vita di cent’anni in [p. 15 modifica]quanto spazio tu vuoi, e riducila anco ad un giorno, egualmente sarà onesta. La Virtù ora più diffusamente si spande, reggendo le città, i regni, e le provincie; dando leggi, coltivando l’amicizie, e dispensando gli officj fra gli parenti, e fra’ figliuoli: ora è circondata da un stretto fine di povertà, d’esilii, e di morte de’ suoi. Non è però punto minore, se ben da un regale et alto stato si conduce in un privato et umile, e se da un publico e spazioso dominio si riduce nella strettezza d’una casa, o d’un angolo. Egualmente è grande, ancorchè esclusa da ogni banda si ristringa in se medesima: perocchè essendo d’egual grandezza di spirito, di prudenza esatta, e di giustizia incorrottibile, seguita che egualmente sia beata; poichè in un sol luogo, cioè nella mente è posta quella beatitudine stabile, grande e tranquilla, che non può essere senza la scienza delle divine e delle umane cose. Resta ora, ch’io dica la risposta mia sopra di questo, come ho promesso. Dico dunque che non s’affligge il savio nella perdita de’ figliuoli, o d’amici, perchè sopporta la morte di questi tali con quella medesima grandezza d’animo, con la quale aspetta la sua, nè più teme questa, che si doglia di quella. Perciocchè la virtù non può essere senza convenevolezza; e con essa Virtù concordano e convengono tutte le operazioni. Questa concordia perisce, se l’animo, che convien che sia grande et invitto, si sottomette al pianto, o al desiderio. Disonesta cosa è il temere, et il travagliarsi, e la pigrizia senza azione alcuna. [p. 16 modifica]Perciocchè l’onesto è sicuro, e libero, et intrepido, e sempre è in ordine. Che dunque? mi dirai: non sentirà almeno un motivo simile alla perturbazione? Non se gli muterà il colore? non se gli commoverà il volto? non se gli agghiaccieranno le membra? e non gli verranno tutti gli altri segni, che sogliono venire non già dall’animo, ma da un inconsiderato instinto, et impeto di natura? Io lo confesso: ma gli resterà la medesima persuasione et impressione, che niuna di queste cose sia male, nè degna che la mente sana manchi di costanza per sua cagione. Tutto quel che doverà fare, farà animosamente e prontamente. Perocchè chi è che neghi che non sia proprio della pazzia il far quel, che si deve fare, con viltà, e con contumacia, e col corpo esser in un luogo, con l’animo in un altro, e l’esser distratto da diversissimi moti? Questa pazzia vien disprezzata per quelle cose medesime, per le quali s’innalza, e s’aggrandisce; e nè anco fa volentieri quelle, delle quali ella si gloria. E se teme di qualche male, è da quello molestato aspettandolo, non altrimente che se fusse venuto; e patisce già con la paura ciò, che teme di non patire. E come nei corpi vengono prima i segni del futuro male, venendo una certa pigrizia nei nervi, una stanchezza senza fatica alcuna, uno spannecitare, et un orror, che corre per le membra: così l’animo infermo, molto prima che sia oppresso, è travagliato dal male. Perocchè immaginandoselo prima, cade avanti il tempo. E che cosa più sciocca può essere, che crucciarsi delle [p. 17 modifica]cose future, nè riservarsi per quando verrà il tormento; et andar a cercarsi le miserie, e moverle, essendo meglio di differirle almeno, non potendosi fuggire? Vuoi tu sapere il perchè nessuno debbe prendersi pena dell’avvenire? Suppongasi ch’abbia uno sentito a dirsi che dopo cinquant’anni egli andrà soggetto a’ supplizj: questi non turberassi, se non avrà passato la metà almeno di questo spazio, e non vorrà spontaneamente gittarsi in quell’amarezza, che non è per provare che mezzo secolo dopo. Per la stessa ragione addiviene, che certi spiriti, che di buona voglia si tormentano, e van ricercando motivi d’addolorarsi, rimangano contristati da cose già vecchie e passate in obblio. Quanto passò, quanto sarà per avvenire attualmente non ci molesta, nè sentiamo o questo, o quello: ora non si genera in noi dolore, se non da ciò, che ci cagiona una sensazione presente. Sta sano.